La Dea di Rapino

Rapino, ingresso alla “Grotta del Colle” – Foto Leo De Rocco

Nella collezione del Museo Archeologico della Civitella di Chieti, incentrata sulla storia antica del chietino, spicca una piccola statua, cosiddetta “Dea di Rapino” (III sec. a.C.), di fondamentale importanza per conoscere le prime popolazioni italiche, in questo caso i Marrucini, che abitavano i luoghi a ridosso della Majella e delle sue vallate. Questo arcaico manufatto in bronzo per il suo valore archeologico e storico, non è meno importante del principe-Guerriero di Capestrano in pietra e del muscoloso Ercole Curino in bronzo e argento, due delle più importanti attrattive del vicino Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo, presso la bella Villa Frigerj.

Dea di Rapino, Museo Archeologico Civitella Chieti – Foto Leo De Rocco
Dea di Rapino, Museo Archeologico Civitella Chieti – Foto Leo De Rocco

Ritrovata nel 1932, due anni prima del citato Guerriero di Capestrano, nei pressi di una suggestiva grotta situata tra i boschi della Majella, a monte del paese di Rapino, questa statuina rappresenta una dea (o una sacerdotessa) vestita con una lunga tunica e avvolta da un ampio mantello, i capelli sono raccolti, forse in una treccia e in una mano reca un piccolo oggetto, probabilmente del pane, su cui sono disegnate tre spighe di grano. L’altra mano, anch’essa distesa e col palmo aperto, sembra volere alludere alla richiesta di una offerta.

Dea di Rapino, dettaglio, Museo Archeologico Civitella Chieti – Foto Leo De Rocco

La statuina rappresenta una divinità femminile, probabilmente Cerere Giovia, Dea Madre legata alla Natura, venerata dai Marruccini e servita dalle sacerdotesse preposte alla protezione del tempio, alla organizzazione dei suoi riti e alla custodia del suo tesoro. Il ritrovamento negli stessi luoghi di una piccola pietra di diaspro, dove è inciso Giove, conferma la destinazione pagana della grotta-tempio e soprattutto definisce meglio l’identità della “Dea di Rapino”.

Theodor Mommsen ritratto nel suo studio, la sua preziosa biblioteca nel luglio del 1880 andò in fumo a causa di un incendio, Mommsen rimase ferito mentre cercava di salvare antichi manoscritti.

Per meglio comprendere l’importanza storica e scientifica della Grotta di Rapino, detta “Grotta del Colle”, bisogna fare un salto indietro nel tempo e arrivare al 1846 quando il famoso studioso, storico e archeologo tedesco Theodor Mommsen (1817 – 1903) Premio Nobel alla Letteratura nel 1902 grazie soprattutto alla sua “Storia di Roma”, ancora oggi studiata e citata, parla per la prima volta di una “Lamina in bronzo”, risalente al III sec. a.C. , ritrovata nel 1841 nella “Grotta del Colle”. Il piccolo (15×15) manufatto bronzeo, chiamato “Tavola di Rapino” (Tabula Rapinensis), riporta nell’antica lingua marrucina, alcune regole in merito ai riti celebrati nella grotta-tempio, grotta citata come casa divina di “Ceria Iovia” (Cerere Giovia).

La Tabula Rapinensis nel suo formato reale (15×15) riprodotta su una maiolica, Manifattura di Rapino – Foto Leo De Rocco, per gentile concessione di un rapinese.

Traduzione della Tabula Rapinensis: “Presi gli auspici gli Dei sono favorevoli. Legge per il popolo Marrucino (Maroucai lixis): le ancelle giovie assegnate al servizio nell’arce Tarincra di Giove padre, siano preposte al servizio sacro, la sacerdotessa giovia le assegni, con la vendita, al giusto rito di Ceria giovia per accrescerne la gloria e il tesoro. I Marrucini hanno stabilito che nessuno tocchi le offerte ricavate dalla vendita se non quando ne abbia diritto.”

La Tabula Rapinensis dopo il suo ritrovamento fu portata a Berlino, dove rimase per circa un secolo fino al 1945, quando fu prelevata dai russi e portata a Mosca, dove si trova tuttora, nella collezione del Museo Puskin. Il museo moscovita è un po’ fuori mano, ma quello di Chieti no, e nemmeno il paese di Rapino con la sua misteriosa grotta, la sua storia, in parte legata anche alle antiche botteghe delle ceramiche abruzzesi, e un’antica e suggestiva tradizione religiosa, una processione di bambine, che apparentemente sembra collegarsi alle storie ancestrali di questi luoghi, ma che in realtà non ha nessuna correlazione. Dopo aver fotografato la Dea di Rapino nel citato Museo di Chieti, decido quindi di andare a Rapino per cercare la grotta dove fu ritrovata la statua, insieme al diaspro con Giove intagliato e alla preziosa placca conservata a Mosca.

Il piccolo diaspro intagliato con il dio Giove, esposto insieme alla Dea di Rapino, Museo Archeologico Civitella Chieti – Foto Leo De Rocco

I gentili rapinesi ai quali chiedo come arrivare alla grotta, mi dicono che il sentiero è “breve e facile, fattibile in massimo dieci minuti”, ma una volta sul posto scopro che non è proprio così. Lasciata la macchina all’inizio di una strada sterrata dove una segnaletica indica la direzione della “Grotta del Colle”, l’unica indicazione perché poi non ne trovo altre e questo contribuisce a confondermi quando ad un incrocio del sentiero trovo una generica indicazione che informa di un “percorso per le Cave in mountain bike”, ma non è quella la strada esatta…

Rapino, il sentiero per la Grotta del Colle prima di addentrarsi nel bosco, si vede in lontananza Anthony, un gentile turista di Miami che ho incontrato lungo il cammino – Foto Leo De Rocco

Quindi torno indietro e proseguo seguendo l’altro sentiero, tra rovi di more e siepi di felci arrivo all’ingresso del bosco, poco prima però mi imbatto in un serpente, abbastanza grande, che alla mia vista fa un salto di mezzo metro, probabilmente perché più impaurito di me, per poi nascondersi tra le siepi che costeggiano il percorso. Una volta addentrato nel bosco arrivo in un anfratto che sembra non avere più nessuna prosecuzione, eppure la grotta dovrebbe essere proprio qui vicino. Torno indietro e casualmente lungo il sentiero incontro un turista americano che arriva da Miami, si chiama Anthony, mi racconta che viene ogni anno qui a Rapino in vacanza perché è innamorato di questi posti, dove ama fare quotidianamente lunghissime passeggiate. Sua nonna era di Rapino, emigrò agli inizi del ‘900, come tanti altri abruzzesi, in cerca di fortuna in America. Anthony conosce la grotta e mi indica il sentiero, che scopro completamente nascosto dalla fitta vegetazione.

Anfratto prima dell’arrivo alla Grotta del Colle, Rapino – Foto Leo De Rocco

Con un po’ di fatica mi faccio strada tra rami e rovi, superata una irta e scivolosa salita, finalmente scorgo l’ingresso della grotta. Il luogo sembra magico, ma anche un po’ sinistro. All’interno della grotta la temperatura scende improvvisamente e lo stillicidio delle gocce d’acqua, che cadendo dall’alta volta coperta di stalattiti è amplificato dall’acustica naturale della cavità rocciosa, rende lo scenario molto affascinante.

Rapino, Grotta del Colle – Foto Leo De Rocco
Rapino, Grotta del Colle – Foto Leo De Rocco
Rapino, Grotta del Colle – Foto Leo De Rocco

Rapino, Grotta del Colle – Foto Leo De Rocco
Rapino, Grotta del Colle – Foto Leo De Rocco

La Grotta sacra dominava l’area sottostante chiamata “Arce Trarinca” (come indicato nella placca di bronzo), un villaggio abitato dai Marrucini e, su un altipiano poco più a valle, più o meno dove ora si trova Rapino, invece sorgeva “Civita Danzica”, l’antica città dei Marrucini (“Touta Marouca”, ossia Popolo dei Marrucini). In questa grotta si venerava Cerere (nome latino della Dea Demetra) e Giove, e si celebravano riti ancestrali, codificati da precise regole custodite dalle sacerdotesse, riti probabilmente legati anche alla “Ierogamia” (chiamata anche “prostituzione sacra”) ossia la rievocazione simbolica dell’unione tra un mortale e una divinità (Zeus ed Era) al fine di generare fertilità, prosperità e fecondità delle piante e degli animali. Ma non avveniva nessun pagamento, piuttosto si trattava di una offerta alla Dea e nemmeno si consumava una prestazione fine a sé stessa perché si trattava di un rito religioso che non aveva nulla a che fare con l’accezione classica della “prostituzione”, ma rientrava nel rituale della sacralità devozionale, in questo caso dei Marrucini guidati dalle sacerdotesse alla unione (anche fisica) per raccomandare agli déi, in questo caso Giove e Cerere, i buoni auspici, la fertilità, anche nell’agricoltura, nonché creare con le offerte un tesoro per il sostentamento del tempio. Riti simili avvenivano anche nella Lidia (Turchia), Byblos (Fenicia), Corinto (Grecia) e in Italia nella Magna Grecia a Locri ed Erice.

Dea Angizia (o forse Dea Cibele) Museo Paludi Celano – Foto Leo De Rocco

Il serpente incontrato durante l’escursione mi ha ricordato, a proposito di divinità femminili legate alla Madre Terra, come appunto la Dea di Rapino, un’altra Dea, anch’essa venerata dalle popolazioni italiche, in questo caso da quelle un tempo stanziate nella Marsica, nel Fucino, i Marsi: la Dea Angizia, sorella di Circe e Medea, dominatrice dei serpenti in quanto conoscitrice delle arti curative delle erbe e dunque anch’essa Dea Madre legata alla Natura. Tempo fa fotografai nel Museo Paludi di Celano la statua in terracotta di Angizia (attribuita) rinvenuta nella Piana del Fucino, una statua italica risalente al III sec. a.C (la stessa epoca della Dea di Rapino) con il suo enigmatico viso, uno straordinario panneggio, che sembra rinascimentale, poi meduse scolpite sul trono, fiori e zampe di leoni, questi ultimi ricordano l’iconografia della Dea Cibele, anch’essa rientrante nel novero delle divinità femminili considerate “Grandi Madri” della Natura.

La Majella, tra Rapino e Pretoro – Foto Leo De Rocco
Uno scorcio di Rapino, dalla chiesa del patrono San Lorenzo – Foto Leo De Rocco
Rapino, la medievale Torre del Monarca – Foto Leo De Rocco

A Rapino si celebra da circa duecento anni, ossia qualche decennio prima dell’anno in cui (1841) fu ritrovata la “Tabula Rapinensis”, una singolare processione tutta al femminile, che vede come protagoniste le bambine del paese, ma di riflesso coinvolge anche le altre donne della famiglia, le madri e le nonne, perché ad esse è affidato l’antico compito di vestire le bambine e adornarle con i gioielli dell’arte orafa abruzzese: la “Processione delle Verginelle”.

Rapino, Processione delle Verginelle – Foto Pasquale De Antonis, Archivio fotografico Storico, Censimento Raccolte Fotografiche Italia, Beni Culturali

Le bambine di Rapino dai 6 ai 13 anni rendono omaggio ogni anno (l’8 maggio) alla Madonna di Carpineto, per ringraziarla del miracolo concesso al paese nel lontano 1794 quando, dopo lunghe preghiere rivolte alla Madonna di Carpineto affinché intercedesse per porre fine ad una grave siccità che colpì le campagne di Rapino, improvvisamente iniziò a piovere. Da quell’anno le bambine si recano in processione, vestite di bianco e adornate di preziosi, partendo dal centro del paese per giungere più a valle nella basilica della Madonna di Carpineto chiamata dai rapinesi anche “Madonna dell’acqua”.

Dettaglio dei pannelli in ceramica dipinta da Gioacchino Cascella, Sala consiliare del Comune di Rapino – Foto Leo De Rocco

La tradizionale processione non ha nessun nesso (come qualcuno sostiene) con la Dea di Rapino e le storie mitologiche collegate ad essa, in quanto i citati reperti archeologici di epoca italica trovati nella Grotta del Colle e nelle sue vicinanze, furono tutti rinvenuti in epoche successive all’anno dell’evento ritenuto miracoloso, evento (la provvidenziale pioggia) che diede inizio alla “Processione delle Verginelle”, ossia il 1794. Oltretutto non è raro trovare in Abruzzo storie popolari che raccontano di eventi atmosferici estremi, pregiudizievoli dei raccolti agricoli, seguiti da miracoli e da quel momento celebrati con il coinvolgimento di bambine come forma di devozione e ringraziamento, fino alla loro storicizzazione. Così è ad esempio la storia legata ai Pellegrini di Vacri (di cui ho scritto un ampio articolo in questo blog) in cui si narra di violente grandinate, di miracoli e di bambine che la comunità elegge per essere rappresentata nel tradizionale rito, le bambine di Vacri sono dunque le protagoniste di quella tradizione così come le bambine di Rapino o la bambina-angelo di Loreto Aprutino nel tradizionale rito dedicato a San Zopito. (vedi in questo blog “I Pellegrini di Vacri”). Parimenti si trovano molte similitudini nelle storie popolari che raccontano di apparizioni mariane a fanciulli contadini e la successiva costruzione di chiese votive, come ad esempio a Pietranico e Alanno con i loro Oratori (anche questo argomento è stato da me trattato nell’articolo “Alanno e Pietranico, il Barocco abruzzese) e appunto qui a Rapino.

La storia della apparizione della Madonna di Carpineto in una raffigurazione della Manifattura delle Ceramiche di Rapino – Foto Leo De Rocco, per gentile concessione di una Sig.ra di Rapino
Dettaglio dell’apparizione della Madonna del Carpineto, riproduzione sulla ceramica di Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino, Chiesa della Madonna di Carpineto – Foto Leo De Rocco
Rapino – Foto Leo De Rocco
Un’antica bottega ceramista di Rapino nel dettaglio delle ceramiche dipinte da Gioacchino Cascella nella sala consiliare del Comune di Rapino – Foto Leo De Rocco

Il nome di Rapino, oltre alla storia del Marrucini e alla tradizionale processione delle bambine, è legato anche alla ceramica. Dopo Castelli, con la sua celebre e secolare tradizione artistica delle preziose ceramiche, famosa in tutto il mondo, è Rapino il centro più importante nella storia della ceramica artigianale abruzzese. In effetti passeggiando per le strade del paese noto che molte indicazioni, persino per i bar, i numeri civici delle case e la Polizia Municipale, sono fatte in ceramica. Come in ceramica sono le decorazioni all’interno della piccola Chiesa dedicata a Santa Rita, ma anche nella sala consiliare del Comune, fino ad alcuni oggetti, recipienti e contenitori, che ho notato sui tavoli di un noto ristorante del centro. A Rapino esisteva dunque una fiorente attività di bottega con nomi importanti nella storia delle maioliche abruzzesi: Raffaele Bozzelli, (che nel 1816 fu il primo), i Bontempo, Fabio e Fedele Cappelletti, i Vitacolonna, i De Nardis… fino ai Cascella.

L’ex Convento seicentesco benedettino dedicato a Sant’Antonio, oggi sede del Museo della Ceramica di Rapino – Foto Leo De Rocco

Alle porte del paese, nella piazza intitolata, non a caso, a Fedele Cappelletti (Rapino, 1847 – 1920) considerato tra i maggiori pittori ceramisti italiani, trovo un bel Museo dedicato alla Ceramica, con una collezione ottocentesca, e fino alla metà del ‘900, allestita in un suggestivo ex convento seicentesco, con annessa chiesa dedicata a Sant’Antonio, dalle cui finestre si intravede quello che era l’antico quartiere della ceramica di Rapino, con la casa-bottega di Fedele Cappelletti, vicina alla bottega dei Vitacolonna e poco più a valle quella dei Bozzelli, preziose testimonianze del glorioso passato rapinese legato alla ceramica.

Rapino, casa del maestro ceramista Fedele Cappelletti – Foto Leo De Rocco
Rapino, Museo della Ceramica – Foto Leo De Rocco
Museo delle Ceramiche di Rapino, “Fioraccio” – Foto Leo De Rocco
Rapino, Museo delle Ceramiche – Foto Leo De Rocco
Rapino, bottega delle Ceramiche Bozzelli – Foto Leo De Rocco

La tradizione della ceramica di Rapino è oggi quasi scomparsa, nel paese sono rimaste solo alcune botteghe, ne visito una che noto mentre fotografo una piccola chiesa dalla architettura eclettica, vagamente neo romanica, dedicata a Santa Rita, al cui interno sono conservate ceramiche realizzate da Gioacchino Cascella risalenti ai primi anni ’50 del secolo scorso, che raccontano la vita della Santa.

Rapino, Chiesa di Santa Rita – Foto Leo De Rocco
Rapino, la piccola chiesa di Santa Rita – Foto Leo De Rocco
Rapino, Chiesa di Santa Rita, dettaglio delle ceramiche di Gioacchino Cascella – Foto Leo De Rocco
Rapino, Chiesa di Santa Rita – Foto Leo De Rocco
Rapino, Chiesa di Santa Rita, dettaglio delle ceramiche dipinte di Gioacchino Cascella – Foto Leo De Rocco

La bottega si trova a quattro passi dalla citata Chiesa di Santa Rita, la titolare, la professoressa d’arte Giuliana Santovito, mi mostra il suo atelier e il laboratorio per la decorazione e mi illustra le fasi di lavorazione della ceramica, compreso quelle della cottura in appositi forni . “La produzione” – mi dice la professoressa Santovito – “comprende soprattutto ceramiche in stile classico abruzzese, compreso quelle simbolo dell’artigianato rapinese con le sue tipiche decorazioni: il Fioraccio, dai colori vivaci del rosso, blu, arancio, giallo e tutte le tonalità del verde della tavolozza; poi il Gallo; la Rosaspina; il Tombolino; la Cancellata; il Tronchetto con gli uccellini. La produzione artigianale comprende anche preziosi manufatti per ornare la donna, sempre dipinti a mano poi cotti ad alte temperature nei forni del laboratorio, come anelli, collane e spille.”

Bottega Ceramica Giuliana Santovito e Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Bottega Ceramica Giuliana Santovito e Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Bottega Ceramica Giuliana Santovito e Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Bottega Ceramica Giuliana Santovito e Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Bottega Ceramica Giuliana Santovito e Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Bottega Ceramica Giuliana Santovito e Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Bottega Ceramica Giuliana Santovito e Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Uno dei forni per la cottura delle ceramiche – Foto Leo De Rocco
Ceramiche “Raku” prodotte da Terenzio, Rapino – Foto Leo De Rocco
Ceramiche “Raku” creazioni di Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Ceramica “Raku”, Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Ceramiche di Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Creazione di Terenzio Michelli, Rapino – Foto Leo De Rocco

Mentre visito la bottega ci raggiunge il figlio di Giuliana, Terenzio. Il ragazzo fin da bambino seguiva la madre nella bottega di casa, apprendendo da essa i processi di produzione, decorazione e le tecniche di cottura delle ceramiche e successivamente creando una propria linea, più moderna: suoi riferimenti artistici sono Magritte e Dalì, e in genere il Surrealismo e il Simbolismo, ma apportando anche innovazione: come le tecniche di cottura per la produzione delle ceramiche in stile “Raku”, dai colori e smalti cangianti, creazioni accattivanti richieste anche da una clientela giovane.

Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino, Chiesa di San Giovanni (vicino la Torre del Monarca) – Foto Leo De Rocco

Rapino è un paese che al turista medio a volte appare come un luogo di passaggio, sarà per quel cartello stradale che nel centro del paese indica “tutte le direzioni” e per le vicine piste da sci della “Majelletta” sempre affollate dal turismo di massa, qui ci troviamo nel Parco Nazionale della Majella. Rapino invece è un paese che va scoperto senza fretta, partendo proprio dalla sua storia più antica, sospesa tra realtà e mitologia, per poi conoscere le sue tradizioni e l’artigianato della ceramica di antica memoria che, seppur fortemente ridotto rispetto alla gloria di un tempo, conserva a fatica ancora piccoli spazi degni di nota, coinvolgendo anche le nuove generazioni. Rapino è un piccolo paese che ho percepito come discreto, perché conserva timidamente i suoi tesori, come la bella Chiesa di San Lorenzo, con le sue meravigliose pale d’altare, ma basta soffermarsi per scoprirlo piacevolmente.

Autore/Blogger Leo De Rocco

Galleria Fotografica

Copyright © Riproduzione Riservata – Foto e testo – All rights reserved – Non è consentito nessun uso a qualsiasi titolo del testo e delle foto presenti in questo articolo senza autorizzazione scritta – Pictures, it is forbidden to use any part of this article without specific authorisation – Fonti: “Luoghi degli Dei, Sacro e Natura nell’Abruzzo Italico” Soprintendenza Archeologica Abruzzo, Provincia di Chieti, 1997 – Foto: Leo De Rocco, compreso copertina. – Note: (1) Per il racconto mitologico completo leggi su questo Blog “Il Parco fiabesco” – Autore/Blogger Leo De Rocco – leo.derocco@virgilio.it

Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino, Torre medievale del Monarca – Foto Leo De Rocco
Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino, portale ex Convento benedettino oggi sede del Museo della Ceramica – Foto Leo De Rocco
Rapino – Foto Leo De Rocco
Ornamento, con ori dell’antica oreficeria abruzzese, delle bambine nella “Processione delle Verginelle”, Sala espositiva presso Museo della Ceramica di Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino, ceramiche Cascella, Sala consiliare Comune di Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino, Ceramiche Cascella, Sala consiliare, Comune di Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino, Chiesa di Santa Rita, ceramiche Cascella – Foto Leo De Rocco
Portale d’ingresso con le ceramiche Cascella, Chiesa di Santa Rita, Rapino – Foto Leo De Rocco
Chiesa di Santa Rita, Rapino, pannelli in ceramica di Gioacchino Cascella – Foto Leo De Rocco
Rapino, Chiesa di Santa Rita – Foto Leo De Rocco
Dettaglio di uno dei pannelli in ceramica di Gioacchino Cascella, Chiesa di Santa Rita Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino, Parco della Rimembranza – Foto Leo De Rocco
Rapino – Foto Leo De Rocco
Passeggiando per i vicoli di Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino – Foto Leo De Rocco
Chiesa di San Lorenzo, Rapino – Foto Leo De Rocco
Chiesa della Madonna di Carpineto, Rapino – Foto Leo De Rocco
Madonna del Carpineto, Rapino – Foto Leo De Rocco – i rapinesi mi hanno raccontato che in passato, quando la statua veniva presa per essere portata in processione, (la Processione delle Verginelle) questa inspiegabilmente diventò così pesante da non poter essere trasportata, da quel giorno fu utilizzata un’altra statua in gesso, più leggera.
Chiesa della Madonna del Carpineto, Rapino – Foto Leo De Rocco
Dettaglio dell’antica bottega di ceramica Bozzelli, Rapino – Foto Leo De Rocco
Antico quartiere dei ceramisti di Rapino – Foto Leo De Rocco
Museo della Ceramica, Rapino – Foto Leo De Rocco
Museo delle Ceramiche, Rapino – Foto Leo De Rocco
Museo delle Ceramiche, Rapino – Foto Leo De Rocco
Museo delle Ceramiche, Rapino – Foto Leo De Rocco
Museo delle Ceramiche, Rapino – Foto Leo De Rocco
Museo delle Ceramiche, Rapino – Foto Leo De Rocco
Chiesa Madonna del Carpineto, Rapino – Foto Leo De Rocco
Rapino, Grotta del Colle – Foto Leo De Rocco – il rapinese Sig Roberto, di 83 anni, mi ha raccontato che durante l’ultima guerra mondiale veniva portato dalla propria madre (lui aveva 4 anni) in questa grotta dove trovavano rifugio tutti i rapinesi insieme agli animali delle loro fattorie. Inoltre il Sig Roberto ricorda che i suoi nonni e i suoi bisnonni raccontavano che la grotta veniva utilizzata come nascondiglio dai briganti.

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