I gioielli del Velino. San Pietro in Albe e Santa Maria in Valle Porclaneta.

In copertina: iconostasi di Santa Maria in Valle Porclaneta; sotto: la vallata del Velino vista dal borgo medievale di Albe ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Introduzione

Viaggio nella bellezza

Abruzzo Storie e passioni prosegue l’itinerario nella Marsica, un’area che concentra in uno spazio relativamente contenuto un patrimonio straordinario di paesaggi, storia e testimonianze artistiche. Alle pendici del monte Velino si incontrano due tra i più significativi edifici di culto medievali della regione: la chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta (XI secolo), immersa in un contesto naturale di rara suggestione, e la chiesa di San Pietro in Albe (X–XII secolo), posta su un colle che domina l’area archeologica di Alba Fucens.

È un itinerario nel cuore dell’Abruzzo interno, dove il paesaggio si intreccia costantemente con la storia. Le vallate boscose della Marsica conservano le tracce di vicende antiche e complesse: dalle lotte tra Roma e i popoli italici, alle guerre civili e dinastiche, fino alle storie più recenti di brigantaggio, che hanno contribuito a costruire l’identità di questi luoghi. Castelli, borghi medievali e siti archeologici emergono lungo il percorso come segni tangibili di una stratificazione millenaria.

La chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta sorge non lontano dall’abitato di Rosciolo dei Marsi, frazione di Magliano de’ Marsi. Vi si giunge percorrendo una strada secondaria che si inoltra tra boschi di querce e castagni, rovi di more e rose canine, mandorli, noci e piccole abetaie. Un paesaggio rimasto in larga parte intatto, che contribuisce in modo determinante alla percezione del monumento.

L’area è ben nota e frequentata dagli appassionati di escursionismo, trekking e mountain bike. Proprio nei pressi dei principali luoghi d’arte che visiteremo si diramano sentieri che risalgono le pendici del Velino fino alla vetta, a 2487 metri di quota. Da qui lo sguardo abbraccia l’intero Appennino centrale: dal Gran Sasso ai Monti Simbruini, dai Sibillini al Terminillo; nelle giornate particolarmente limpide è possibile scorgere, in lontananza, sia l’Adriatico sia il Tirreno.

Tra i percorsi più suggestivi si segnala il sentiero che conduce alla Grotta di San Benedetto. Secondo una tradizione locale, chi raggiunge quello che fu l’eremo di un monaco benedettino è invitato a suonare una piccola campana posta all’ingresso, come gesto augurale. La vicina Grotta dei Briganti richiama invece le vicende del brigantaggio abruzzese, fenomeno che affascinò anche il compositore francese Hector Berlioz (1803–1869), il quale, durante un viaggio in Abruzzo, definì i briganti “uomini liberi” (sul tema si rimanda all’articolo “La Canzone popolare abruzzese”). Oggi questi itinerari sono confluiti nel Cammino dei Briganti, un percorso escursionistico di circa 100 chilometri, articolato in tappe e gestito da associazioni locali.

Ci troviamo a circa mille metri di altitudine, sulle pendici dei monti compresi nel Parco Naturale Regionale Velino-Sirente. In queste stesse aree, nell’inverno del 91 a.C., ebbe inizio uno dei conflitti più significativi della storia romana: il Bellum Marsicum. Fu la guerra con cui la Marsica e gli altri popoli italici, ormai determinati a ottenere la cittadinanza romana, si opposero all’Urbe. Come noto, gli Italici fondarono a Corfinio una nuova capitale e coniarono una propria moneta, sulla quale comparve per la prima volta nella storia il nome “Italia”.

Prima parte

Chiesa di San Pietro in Albe

Le suggestioni dell’antica Roma riaffiorano a breve distanza da Rosciolo dei Marsi, nei pressi dell’abitato di Massa d’Albe, dove si estende uno dei più rilevanti complessi archeologici della penisola: Alba Fucens. Fondata nel 304 a.C. come colonia romana, la città deve il suo nome evocativo al paesaggio che la circondava, segnato dalle acque del “lucente” Lago del Fucino, le cui variazioni di livello furono attenzionate dai romani. Nel 41 d.C. l’imperatore Claudio promosse la realizzazione dei celebri cunicoli fucensi, un’imponente opera di ingegneria idraulica destinata a regolare le piene del lago. Il progetto fu ripreso in età moderna, nella seconda metà dell’Ottocento, quando Alessandro Torlonia decise di procedere al prosciugamento definitivo del bacino. Sulla storia del Lago Fucino si rimanda all’articolo: “Da Pescina a Capistrello, storia del Lago Fucino”.

Alba Fucens sorse su un territorio precedentemente occupato dagli Equi e fu impostata secondo i canoni urbanistici della colonia romana. Su uno dei tre colli che dominano l’area, il colle di San Pietro, si innalzava un tempio di età repubblicana (II–III secolo a.C.), circondato da un suggestivo colonnato semicircolare. In questo spazio sacro officiavano i sacerdoti addetti al culto di Apollo, divinità solare legata all’arte, alla musica, alla profezia e alla sapienza, il dio che, secondo il mito, guidava il carro del sole.

Il tempio e il suo colonnato dominavano visivamente l’intera città e la vasta vallata circostante, fino alle pendici del Velino e ai Piani Palentini. Proprio in quest’area, molti secoli più tardi, si combatté una delle battaglie decisive della storia medievale italiana: la Battaglia di Tagliacozzo (1268), che vide contrapposti Carlo d’Angiò e il giovane Corradino di Svevia. La vittoria, ottenuta dall’angioino grazie a una strategia astuta, ebbe conseguenze drammatiche per il territorio: il sostegno offerto dagli abitanti di Alba Fucens a Corradino fu punito con la distruzione del borgo medievale di Albe.

La valle digrada quindi verso est, in direzione dell’altopiano che fino alla metà dell’Ottocento ospitava il terzo lago più esteso d’Italia, il Fucino. Le sue rive lambivano il Lucus Angitiae, area boschiva sacra corrispondente, in parte, all’odierno Luco dei Marsi. Qui i Marsi veneravano Angizia, divinità protettrice contro i veleni, dominatrice dei serpenti e conoscitrice delle erbe medicamentose, figura legata ai culti della terra e, secondo alcune tradizioni, affine al mito di Medea.

Con l’affermazione del cristianesimo e il progressivo declino dei culti pagani, molti templi antichi furono abbandonati, smantellati o riconvertiti a nuovi usi sacri. In linea con l’indicazione di papa Gregorio Magno – secondo cui era preferibile trasformare i templi pagani in chiese piuttosto che distruggerli – anche il tempio di Apollo di Alba Fucens fu riutilizzato, probabilmente intorno al VI secolo d.C., come base per la costruzione della chiesa di San Pietro in Albe, oggi considerata uno degli esempi più significativi dell’architettura altomedievale abruzzese.

Colle San Pietro

Osservata dall’esterno, la chiesa rivela immediatamente la propria origine stratificata: sono ancora visibili i resti delle colonne dell’antico tempio pagano e i massicci blocchi lapidei del basamento. Alcune di quelle colonne, riutilizzate in epoca cristiana, si innalzano oggi lungo la navata centrale e appaiono quasi sospese sopra il pavimento marmoreo, la cui superficie levigata riflette la luce con un effetto di sorprendente raffinatezza.

L’originario portale romanico era costituito da due grandi battenti lignei policromi e istoriati, assemblati mediante ventotto formelle intagliate nel legno di acero di montagna. Databili alla prima metà del XII secolo, i battenti sono oggi conservati nel Museo di Arte Sacra della Marsica, allestito nel Castello di Celano. Alla medesima fase cronologica risale anche la prima attestazione documentaria della chiesa, menzionata il 24 febbraio 1115 in una bolla di papa Pasquale II, che la indica come pertinenza della diocesi dei Marsi.

Le origini dell’edificio sacro sembrano tuttavia risalire a una fase molto più antica, probabilmente al IV secolo, con possibili legami di dipendenza dall’abbazia di Montecassino. Non è casuale, del resto, il riferimento a Pasquale II, lo stesso pontefice che nel 1104 affidò al cardinale Agostino l’incarico di ritrovare l’urna con le reliquie di san Clemente nell’abbazia di San Clemente a Casauria, altro grande cantiere del Romanico abruzzese, le cui maestranze risultano attive anche a San Pietro in Albe.

Un viaggio nel tempo

Come in un ideale viaggio nel tempo, è possibile immaginare l’aspetto della chiesa in epoca medievale, quando si presentava agli occhi di pellegrini, pastori e viandanti che risalivano il colle provenendo da Massa d’Albe e dall’antica Alba Fucens. Percorsa la strada panoramica che ancora oggi conduce alla sommità, il visitatore si trovava di fronte al portale ligneo, interamente policromo, le cui formelle scolpite proponevano scene tratte dalle Sacre Scritture e un articolato percorso simbolico di salvezza.

Girali floreali, i simboli dei quattro Evangelisti, cavalieri, prelati, animali feroci e creature fantastiche componevano un repertorio iconografico tipico del Romanico, pensato per istruire e suggestionare il fedele. Non mancano, a mio avviso, evidenti affinità stilistiche tra questo portale e l’iconostasi della chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta, che suggeriscono la circolazione di modelli e maestranze all’interno dell’area marsicana.

Superato l’ingresso, l’interno si presentava arricchito dalle decorazioni cosmatesche e dai preziosi inserti marmorei in porfido rosso e verde che ancora oggi ornano l’ambone. Quest’ultimo fu realizzato tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo dai magistri Giovanni e Andrea, probabilmente affiancati da maestranze locali riconducibili a una scuola romano-marsicana. L’opera fu commissionata dall’abate di Montecassino Oderisio, lo stesso che promosse l’ampliamento della chiesa a tre navate, affidando il cantiere al magister Gualtiero, coadiuvato dagli assistenti Moronto e Pietro. Il nome di Oderisio, in qualità di committente, è ricordato in un’iscrizione incisa su un pilastrino dell’iconostasi, ulteriore testimonianza del ruolo centrale svolto dall’abbazia cassinese nella storia dell’edificio.

Poco oltre, lungo la navata centrale, lo sguardo viene catturato dai mosaici in pasta vitrea, animati da delicati intarsi geometrici che decorano i plutei e le colonnine tortili. Queste ultime, sottili ed eleganti come steli floreali, sostengono l’iconostasi marmorea firmata dal magister Andrea. Tra XII e XIII secolo l’attività dei marmorari romani, noti come Cosmati dal nome del capostipite Cosma, si diffuse dal Lazio meridionale verso l’Abruzzo, l’Umbria e la Campania. In territorio abruzzese uno degli esempi più alti di questa raffinata tradizione decorativa è rappresentato dall’abbazia di San Liberatore a Maiella.

Il terremoto del 1915 e il furto del 1993

Nel corso del nostro viaggio ideale nel Medioevo, nessuno avrebbe osato toccare o sottrarre i marmi intarsiati che arricchivano la navata, percepiti come parte integrante dello spazio sacro. Eppure, molti secoli dopo, nella notte del 1993, le colonnine tortili che sorreggono l’iconostasi – l’unica integralmente marmorea conservata in Abruzzo – furono trafugate. In un gesto paradossale, forse dettato da una tardiva forma di rispetto, i ladri sostituirono le colonnine con travi lignee, evitando così il crollo della struttura.

Le colonnine furono recuperate nel 1999 grazie all’intervento del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico, nucleo di Bari. Successivamente restaurate presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, sono state ricollocate nella loro sede originaria solo in anni recenti.

Non era la prima volta che questi elementi subivano un intervento di restauro. Già in seguito al devastante terremoto del 1915, che provocò il crollo della chiesa, le colonnine e l’intero edificio furono oggetto di un complesso intervento di recupero. Grazie all’azione della Soprintendenza e, soprattutto, al progetto di restauro diretto da Raffaello Delogu, realizzato secondo il principio dell’anastilosi, San Pietro in Albe tornò a essere uno degli esempi più riusciti di ricostruzione monumentale in Italia e in Europa.

Il Trittico di Alba Fucens

L’antico viaggiatore, avvolto dai bagliori caldi del tramonto e dalla luce tremolante di ceri e candele, restava infine affascinato da un prezioso manufatto ligneo custodito all’interno della chiesa. Realizzato in legno di pioppo tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo da maestri orafi miniaturisti di formazione bizantina e veneziana, il cosiddetto Trittico di Alba Fucens costituiva uno dei tesori più preziosi dell’edificio. Secondo la tradizione popolare, l’opera sarebbe stata donata dalla regina Giovanna d’Angiò, sorella di Maria, contessa di Albe.

Il trittico, destinato a essere aperto durante particolari celebrazioni liturgiche, era collocato sopra un altare in pietra bianca. Conservato nella chiesa di San Pietro in Albe fino alla seconda metà del Cinquecento, fu successivamente trasferito nella vicina chiesa di San Nicola, dove veniva esposto in occasione della processione del Lunedì in Albis, una consuetudine mantenuta fino al terremoto del 1915. Dopo il sisma, l’opera conobbe un’ulteriore fase di spostamenti: custodita a Roma, nel Palazzo Venezia, vi rimase fino al 1995, quando fu finalmente restituita al territorio ed è oggi esposta nel Museo di Arte Sacra della Marsica, presso il Castello di Celano.

Al centro del trittico campeggia la figura della Vergine con il Bambino, affiancata da santi e scene della vita di Cristo, raffigurate in miniature su pergamena e incastonate in una complessa struttura di oro e argento. Pietre preziose, lamine dorate, cristallo di rocca, smalti e raffinati ricami floreali in fili d’oro e perle arricchiscono la composizione. Alcune figure di santi e apostoli, scolpite direttamente nel legno, introducono una resa tridimensionale che accresce l’impatto visivo dell’opera, confermandone l’eccezionale valore artistico e devozionale.

Dopo aver ripercorso le vicende storiche, artistiche e simboliche legate alla chiesa di San Pietro in Albe e al contesto archeologico di Alba Fucens, lo sguardo si sposta nuovamente verso le pendici del Velino, in un paesaggio più raccolto e silenzioso. Qui, immersa tra boschi e vallate appartate, si conserva una delle testimonianze più alte e affascinanti del Medioevo abruzzese: la chiesa abbaziale di Santa Maria in Valle Porclaneta. Un edificio che, per qualità architettonica, ricchezza decorativa e profondità simbolica, rappresenta il naturale approdo di questo itinerario, e dove si incontra per la prima volta l’opera straordinaria di Nicodemo e Roberto che, insieme a Ruggero, padre di quest’ultimo, inaugurarono proprio in questo luogo una delle più alte espressioni della scuola del Romanico abruzzese.

Seconda parte

Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta

Ingenii Certus Varii Multique Robertus Hic Levigarum Nicodemus Atque Dolarm […] Annus Millenus Ventenus Quinquie Denus Cum Fuit Hoc Factum Fluxit […] Vi Mense October (1)

Alcuni elementi lapidei provenienti dall’antico tempio dedicato ad Apollo – già in parte reimpiegati nella costruzione della chiesa di San Pietro in Albe – furono utilizzati anche per la realizzazione di strutture e arredi della chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta, come le transenne in pietra. Si tratta dell’altro grande gioiello del Velino, che costituisce la meta conclusiva di questo itinerario.

Visitata in forma privata da papa Benedetto XVI, Santa Maria in Valle Porclaneta sorge a pochi chilometri da San Pietro in Albe e dall’area archeologica di Alba Fucens. Questa prossimità geografica delimita un territorio di eccezionale densità storica, artistica, archeologica e paesaggistica.

Il nome della valle è di origine incerta, forse proviene dall’ebraico Bahal por-h-lahaneth-a (Valle profonda), oppure dal greco Porù-clanidos (Manto di pietra). Secondo altre fonti il nome risalerebbe a un tempietto pagano dedicato a Purcefer, un fauno venerato nel luogo i cui reperti vennero alla luce dopo alcuni scavi archeologici. L’origine del toponimo “Valle Porclaneta” resta incerta. Secondo alcune ipotesi deriverebbe dall’ebraico Bahal por-h-lahaneth-a, interpretabile come “valle profonda”; altre lo riconducono al greco Porù-clanidos, ovvero “manto di pietra”. Non manca infine chi propone un’origine legata a un antico luogo di culto pagano dedicato a Purcefer, divinità faunesca venerata in quest’area, i cui resti sarebbero emersi nel corso di indagini archeologiche.

L’attuale strada di accesso alla chiesa è di realizzazione relativamente recente; per secoli, l’isolamento del sito ha contribuito in modo determinante alla conservazione dell’edificio, proteggendolo dalle devastazioni belliche e dalle trasformazioni invasive che hanno interessato altre aree della regione.

Il profilo della chiesa, di sobria eleganza romanica, richiama quello di una baita e sembra ricalcare le linee delle montagne del Velino che le fanno da naturale sfondo. Forse si tratta di una suggestiva coincidenza o di una scelta consapevole dell’architetto Niccolò, ricordato in una epigrafe: «Opus est factum Nicolaus qui iacet hoc». Ad ogni modo questo primo elemento testimonia un dialogo tra architettura e paesaggio, che potremmo definire, in termini moderni, un esempio ante litteram di progettazione sostenibile.

Maestro Niccolò forse proveniva dall’ambiente di Montecassino, negli anni dell’abbaziato di Desiderio. È verosimile che a Rosciolo egli abbia coinvolto maestranze locali, contribuendo alla formazione della cosiddetta scuola marsicana, attiva non solo a San Pietro in Albe, ma anche in altri edifici di culto dell’area, come Santa Maria a Luco dei Marsi, e in contesti più distanti, tra cui Santa Maria del Lago a Moscufo.

I resti delle mura perimetrali che ancora circondano la chiesa ricordano infine l’esistenza di un antico complesso monastico benedettino, dotato di chiostro, orti, forno, pozzo e fontana. Da quest’ultima sgorga tuttora un’acqua limpida proveniente dalle sorgenti del massiccio Velino-Sirente, ulteriore elemento di continuità tra il paesaggio naturale e la storia millenaria del luogo.

La lunetta e le influenze stilistiche del Beato Angelico

La lunetta del portale accoglie il visitatore con un raffinato affresco quattrocentesco, riconducibile al clima del primo Rinascimento. L’autore resta ignoto, ma alcune ipotesi avanzano il nome di Andrea de’ Litio (Lecce dei Marsi, 1420 – Atri, 1495), artista originario dell’area marsicana, divenuto celebre ad Atri, sua città d’adozione, per il monumentale ciclo pittorico del Coro dei Canonici nel Duomo. Un’attribuzione suggestiva, che trova riscontro nella qualità esecutiva e nella delicatezza formale dell’opera. Su Atri si rimanda all’articolo “Atri, tra Adriano e Andrea de Litio”.

Osservando la resa degli angeli emergono, a mio avviso, evidenti consonanze stilistiche con la pittura del Beato Angelico (Vicchio, 1395 – Roma, 1455). In particolare, il confronto con gli angeli della Pala di Perugia, nota come Polittico Guidalotti, rivela affinità nella leggerezza delle figure, nella dolcezza dei volti e nella compostezza delle pose, elementi che collocano la lunetta di Rosciolo all’interno di un linguaggio pittorico aggiornato e consapevole. Nella galleria fotografica propongo un confronto tra le opere citate.

L’iconostasi e i plutei enigmatici

Varcata la soglia della chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta, l’attenzione è immediatamente catturata dall’iconostasi lignea che domina la navata centrale. La struttura poggia su quattro colonnine, a loro volta impostate su due transenne in pietra, i plutei, scolpiti a bassorilievo. Tra i due, quello di destra si distingue per la ricchezza iconografica e per la qualità plastica delle figure: nella fascia inferiore emergono un leone e un grifone, resi con un marcato effetto tridimensionale, come se affondassero le zampe nella pietra, dimostrazione evidente della perizia e della maestria dello scultore.

Nella parte superiore compaiono una pistrice e, sul lato opposto, un sorprendente terzetto di aquile, una delle quali, secondo la fantasia medievale, presenta un lungo collo simile a quello di un cigno e termina con due teste. Le figure animali sembrano vigilare sul passaggio oltre l’iconostasi, ma più che una funzione di guardia, esse rispondono a un preciso programma simbolico. Il leone può essere associato all’evangelista Marco, l’aquila a Giovanni: un Tetramorfo parziale, allusivo e frammentato, che invita alla lettura allegorica.

L’iconostasi, già incontrata nella chiesa di San Pietro in Albe in forme lapidee e cosmatesche, svolgeva la funzione di separare il presbiterio, lo spazio riservato al clero e alla celebrazione liturgica, dall’area destinata ai fedeli. Il termine deriva dal greco eikón (immagine) e hístēmi (porre, sostenere), a indicare una struttura che accoglie e sostiene immagini sacre. Quella di Rosciolo affascina per le sue atmosfere bizantine e arabeggianti, le stesse suggestioni decorative già riscontrate nei battenti lignei di San Pietro in Albe. Nella fascia inferiore si sviluppa un fitto intreccio floreale, intervallato da undici medaglioni che originariamente ospitavano scene tratte dalle Sacre Scritture. Al di sopra, un elegante loggiato scandito da motivi vegetali crea un effetto scenografico inatteso, evocando quasi la visione di un palazzo reale dell’antica Persia. Un equilibrio raro tra funzione liturgica, simbolismo e raffinatezza ornamentale, che conferma il ruolo centrale di Santa Maria in Valle Porclaneta nella storia del Romanico abruzzese.

Il loggiato scolpito sulla parte alta, stesso tema riprodotto sui cibori e sugli amboni, ricorre spesso nell’arte romanica abruzzese, probabilmente si tratta di un riferimento all’antico tempio di Salomone a Gerusalemme. Nella parte centrale gli archi sono più grandi, è probabile che al centro era raffigurato Cristo e ai lati la Madonna e San Giovanni Battista, tema iconografico che conduce al Giudizio Universale. Nella parte alta si intravedono piccole sculture di uomini, forse sono i monaci benedettini legati alla storia del complesso abbaziale, sono accompagnati da animali feroci con le zampe alzate. Forse simboleggiano i peccatori, arresi al credo benedettino.

Nell’acroterio ancora archi e un portico, oltre ai soliti intrecci floreali. Ai lati due angeli serafini del cielo cristallino di Dio sembrano fare la guardia. Sono rappresentati dentro un arco che, nella parte interna, poggia su due colonne, due per lato.

Realizzata all’incirca nell’anno Mille, come i battenti del portale di San Pietro in Albe, l’iconostasi di Rosciolo è in legno di quercia, in origine era interamente rivestito con una lamina d’oroUn meraviglioso monumento scolpito, dipinto, decorato e dorato, forse lo stesso stile della iconostasi che l’abate Desiderio fece realizzare per l’abbazia di Montecassino, oggi non più esistente, ma narrato da Leone Marsicano nel Chronicon Cassinesis.

Immota manet

In legno di quercia sono pure le travi e le tavole utilizzate per rivestire la volta della chiesa. La quercia simboleggia la forza e la resistenza alle avversità. Una delle città più belle del mondo, Venezia, poggia quasi interamente su antiche fondazioni, costruite con tronchi di quercia sulle isole della laguna. “Immota manet”, resta immutata, ferma, scrisse l’umanista aquilano Salvatore Massonio (L’Aquila, 1559 – 1629).

Il motto è stampato sul gonfalone storico della città dell’Aquila e deriva dal poema di Virgilio le Georgiche, pubblicato nel I sec. a. C.  Virgilio scrive che la quercia è un albero “sacro e profeta agli Achei”, gli antichi greci. Oltre al rivestimento in lamina d’oro la iconostasi di Rosciolo era decorata con altre immagini scolpite e dipinte con vari colori, oggi purtroppo riconoscibili appena, forse erano i dodici Apostoli.

La Scuola Marsicana

Roberto dotato di grande e versatile ingegno e Nicodemo abbozzarono e rifinirono questo (lavoro) nell’anno (Mille) centocinquanta. Quando questa (opera) fu compiuta correva il sei ottobre

L’ambone di Rosciolo – dal greco “ambon/os”, che significa collina, altura, tribuna, ovvero il luogo da dove si annunciava la parola di Dio, verso la quale l’uomo cerca di avvicinarsi durante il suo cammino terreno – è posteriore ai plutei (forse realizzati nella prima metà del XII secolo) in quanto la scala copre parzialmente il pluteo di sinistra. Inoltre la differenza stilistica tra i due plutei, sia negli ornati a palmette, sia nei soggetti raffigurati, fa pensare a due distinti artisti.

Sulla balaustra della scala sono incisi i nomi di Roberto e Nicodemo. Probabilmente i due, insieme a Ruggero – padre di Roberto, così come attestato da una epigrafe scolpita sul ciborio della chiesa abbaziale di San Clemente al Vomano – erano in contatto con l’allora centro artistico e culturale di Montecassino e tra i loro aiutanti di bottega figuravano artisti provenienti dalla Puglia bizantina o dalla Sicilia; del resto dal 1130 in poi i territori dell’Abruzzo iniziarono a far parte del Regno di Sicilia.

I tre fondarono un originale stile applicato alle forme plastiche di amboni e cibori, originali arredi liturgici evidenziati la prima volta nel 1150, proprio in questa chiesa. A loro volta Roberto e Ruggero realizzarono a Guardia al Vomano il ciborio per l’abbazia di San Clemente (1137-1150), mentre Nicodemo dimostrerà la sua bravura firmando nel 1151 un ambone (o un ciborio) per una chiesa abbaziale nei pressi di San San Martino sulla Marrucina, distrutta in epoca imprecisata, ma attestata da una epigrafe che indica il nome Nicodemus. Seguiranno gli amboni di Santa Maria del Lago a Moscufo (1157) e Santo Stefano Primo Martire a Cugnoli (1166). Su questo argomento si rimanda all’articolo pubblicato in questo blog: “I libri di pietra di Nicodemo, Roberto e Ruggero durante il regno dei Normanni di Sicilia”.

Il ciborio arabeggiante

L’arredo liturgico si chiude con uno splendido ciborio che troneggia con i suoi inconfondibili stili: moresco, negli architravi tribolati tondi e bizantino nelle incisioni con foglie intrecciate e ornamenti floreali che circondano uomini e animali, insieme a un omino che scaglia una freccia mentre un altro suona il corno da caccia. Oltre alla cultura bizantina e araba emergono anche elementi riconducibili a leggende celtiche e germaniche.

Prettamente in stile arabo è la cupola, costellata da una infinità di colonnine. Roberto e Nicodemo scolpirono il ciborio da un unico blocco di pietra locale, ispirandosi alle forme moresche già presenti nella Andalusia di araba memoria, come nell’ambito normanno siciliano e pugliese, ma i nostri lo reinterpretarono in una nuova e originale scuola, tutta abruzzese, ricca di dettagli, talvolta fantastici, come gli uomini scolpiti su un capitello che con le braccia incrociate si tirano la lunga barba, nel mentre spunta un leone tra i rami di quella che sembra una palma.

Andiamo in una terra non ancora corrotta dalla modernità

La chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta ha affascinato i viaggiatori di ogni tempo. Tra l’Ottocento i primi del Novecento un gruppo di giovani pittori scandinavi frequentarono la regione, ammaliati dal paesaggio ancora selvaggio e incontaminato e dagli abruzzesi dell’epoca, che ai loro occhi apparivano “non ancora corrotti dalla modernità”. Alcuni di questi artisti nordici, riuniti nella cosiddetta Scuola di Civita d’Antino, dal nome del paese marsicano preso come riferimento dal gruppo, visitarono Santa Maria in Valle e, ispirati dalle atmosfere, crearono alcuni dipinti che oggi costituiscono una straordinaria testimonianza storica.

Nelle foto selezionate per la galleria fotografica si notino le decorazioni sulle pareti, gli affreschi, le statue, i plutei in pietra alla base del ciborio e dell’ambone a sua volta impreziosito con un drappo rosso ricamato in oro. Questi ed altri dettagli purtroppo sono perduti dopo il terremoto del 1915. La chiesa era illuminata solo dalle candele tenute accese su candelabri poggiati sul ciborio e sull’altare dell’ambone.

La quercia e l’antico monastero

Percorrendo l’antico sentiero che dal bosco porta alla Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta scopro una grande quercia secolare, forse piantata proprio dai monaci benedettini nel XI secolo durante la costruzione del cenobio. Probabilmente era usanza piantare querce nei pressi dei monasteri medievali, mi è capitato di vederne altre alle porte di abbazie e chiese abbaziali, come quella che sorveglia come una sentinella silenziosa i resti del monastero di San Pietro a Roccamontepiano (XII sec.) nel chietino.

La quercia di Rosciolo, vero e proprio monumento della natura, sembra avere gli stessi anni della chiesa. L’albero, del genere Roverella, è maestoso, alto oltre 18 metri, misura una circonferenza di ben 6 metri, parte del suo tronco sprofondò nel terreno a causa di una alluvione che nel 1928 inondò tutta la valle, la reale circonferenza della secolare quercia risulta dunque maggiore.

Testimoni del tempo e della fede, la quercia vive in simbiosi con l’antica chiesa abbaziale e con la sua preziosa iconostasi scolpita nello stesso legno. Entrambi risalgono all’anno Mille, da secoli convivono sopravvivendo a guerre e calamità naturali: Immota Manet.

Santa Maria in Valle Porclaneta e la vicina San Pietro in Alba Fucens sono tra i gioielli più preziosi della Marsica e dell’Abruzzo.

Costanza e la visita del Papa

Mi ha accompagnato durante la visita a Rosciolo dei Marsi, narrandomi la storia, talvolta contornata di aneddoti e leggende, di questo gioiello del Velino, la gentile Costanza, carismatica signora ultraottantenne che conserva una grinta e una vitalità invidiabili.

La signora Costanza Cristofano è un punto di riferimento qui a Rosciolo, è la custode di Santa Maria in Valle Porclaneta dal 1948, ma la grande dedizione e la fede la portarono a prestare il suo aiuto volontario alla comunità fin da ragazzina, quando aiutava come poteva l’allora parroco, svolgendo piccoli lavori e suonando le campane della chiesa. parrocchiale.

Costanza, mi racconta emozionata, scrisse una lettera a Papa Benedetto XVI per invitarlo a visitare Santa Maria in Valle Porclaneta, e un bel giorno d’estate, incredula, se lo trovò davanti.

La visita fu organizzata dal Vaticano in gran segreto, per evitare i giornalisti, persino a Costanza fu detto che stava per arrivare “un prete da Roma”, invece si trovò davanti il Papa. Non appena lo vide, racconta Costanza, si inginocchiò per baciare l’anello “del pescatore”, ma Benedetto XVI la aiutò subito a rialzarsi e la baciò sulle guance. Costanza ora spera nella visita di Papa Francesco: “gli ho mandato una lettera di invito insieme al libro che ho dato a te, sono certa che verrà”, mi dice sorridendo.

Lascio Rosciolo dei Marsi, Massa d’Albe, Alba Fucens e la Marsica con il dolce sorriso di Costanza e con ancora negli occhi le straordinarie bellezze custodite da queste montagne e penso che l’Abruzzo forse non è ancora pienamente consapevole di quanti tesori possiede.

Il mio ritorno a Rosciolo

Sono tornato a Rosciolo dopo alcuni anni, ho riscontrato con piacere alcuni interventi migliorativi volti alla valorizzazione di questi luoghi. Le navate di Santa Maria in Valle Porclaneta sono ora dotate di un ottimo impianto di illuminazione e le colonnine tortili, anni fa rubate a San Pietro in Albe, sono tornate al loro posto, dopo un lungo periodo di restauro. Inoltre il percorso turistico del borgo medievale di Albe è stato rinnovato e reso inclusivo, ora è fruibile anche ai visitatori con ridotta capacità motoria.

Sono tornato nella bella Marsica anche per rivedere e salutare la gentile signora Costanza. La incontro in paese, nella sua casa vicino allo stesso bar che dà sulla piazza principale di Rosciolo dei Marsi, il Caffè La Torre, dove anni fa mi diede appuntamento per raggiungere insieme la sua amata Santa Maria in Valle.

Il suo dolce e rassicurante sorriso trasmette sempre una grande energia. Quel gioiello custodito tra i boschi del Velino è sempre presente nel suo cuore, ma oggi Costanza non è più la custode della chiesa. Ultranovantenne ma con ancora una forza incredibile, accudisce amorevolmente sua sorella maggiore di quasi 100 anni.

Il custode della chiesa ora è suo nipote Pino che, mosso come Costanza da sentimenti di generosità e altruismo, rare qualità che da sempre contraddistinguono la loro famiglia, svolge attività di volontariato per aiutare i bambini ricoverati negli ospedali romani Bambin Gesù e Umberto I, donando ai bimbi un sorriso quando si veste da Babbo Natale. Inoltre gestisce una casa famiglia a Monterotondo, nella quale sono ospitati i genitori durante le lunghe permanenze ospedaliere dei bambini.

Viaggi come questi, tra storie e passioni, tra arte e bellezze naturali, con la fortuna di conoscere persone altruiste e generose, scaldano davvero il cuore e fanno apprezzare il vero significato di quell’Abruzzo un tempo chiamato “forte e gentile”.

Copyright ‐ Riproduzione riservata ‐ derocco.leo@gmail.com – Leo Domenico De Rocco ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica

La vallata del Velino con i Piani Palentini vista da Albe; i tetti della chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta; Rosciolo dei Marsi e la sua valle; Propaggini del Fucino dal Colle San Pietro in Alba Fucens – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Monete in argento, 91 a.C. con la scritta Italia, ritrovata a Corfinio – Museo Archeologico di Corfinio e (a destra) a Pescosansonesco – Museo delle Genti d’Abruzzo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Alba Fucens – Via dei Pilastri e l’anfiteatro – Foto Leo De Rocco

Due statue rinvenute ad Alba Fucens: Ercole seduto Museo Archeologico di Chieti) e la Venere di Alba Fucens (Museo Paludi di Celano – Foto Leo De Rocco

In alto statua in terracotta della dea Angizia, (attribuita); in basso a sx il Lucus Angitiae a Luco dei Marsi; a destra: Cunicoli di Claudio, Avezzano, Parco Archeologico dei Cunicoli di Claudio – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Vista panoramica dal Colle San Pietro, in lontananza: Alba Fucens; in alto il borgo medievale di Albe con il castello, a sinistra il paese di Massa d’Albe e il monte Velino – Foto Abruzzo storie e passioni

Borgo medievale di Albe (Massa d’Albe) – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Massa d’Albe, chiesa di San Pietro in Alba Fucens: esterni con la facciata, l’abside, una colonna del tempio pagano inglobata nella parete della chiesa e resti del colonnato a semicerchio del tempio di Apollo

Dettaglio degli antichi battenti del portale della Chiesa di San Pietro in Albe, legno scolpito, 1115 circa – Celano, Museo d’Arte Sacra Castello Piccolomini Celano – Foto Leo De Rocco

Massa d’Albe – Chiesa di San Pietro in Albe, la navata centrale con la iconostasi del magister Andrea – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Il prezioso pavimento del XIII secolo a cosmatesche dell’abbazia di San Liberatore a Maiella, Serramonacesca – Foto Leo De Rocco

Trittico di Alba Fucens, sec. XIV circa, proveniente dalla Chiesa di San Pietro in Alba Fucens, Museo di Arte Sacra della Marsica, Castello di Celano – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Dettaglio delle decorazioni cosmatesche nella chiesa di San Pietro in Albe – Foto Leo De Rocco

Galleria fotografica relativa alla seconda parte

Santa Maria in Valle Porclaneta, l’affresco sulla lunetta e il Polittico Guidalotti, 1447-1449, alla Galleria Nazionale di Perugia – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Il pluteo di destra è uno straordinario capolavoro dell’arte medievale abruzzese. Sono raffigurati un grifone, un leone, una pistrice e tre aquile.

Rosciolo dei Marsi, Santa Maria in Valle Porclaneta, navata centrale, plutei, iconostasi e ciborio – Foto e video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Confronto tra la iconostasi di Rosciolo e i battenti del portale di San Pietro in Albe

Santa Maria in Valle Porclaneta, ambone – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Il ciborio di Roberto e Ruggero a San Clemente al Vomano – a destra: dettaglio dell’ambone di Nicodemo nella chiesa abbaziale di Santa Maria del Lago a Moscufo – Foto Leo De Rocco

Santa Maria in Valle Porclaneta, Ciborio – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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Fedeli nella Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta – Carl Budtz-Moller – Imago Museum Pescara – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Rosciolo dei Marsi, la secolare roverella vicino Santa Maria in Valle Porclaneta – in basso una quercia secolare vicino al Monastero di San Pietro a Roccamontepiano – Foto/video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

La Sig.ra Costanza mentre mi apre il cancello di ingresso a Santa Maria in Valle Porclaneta, agosto 2015 – Foto Leo De Rocco

Rosciolo dei Marsi, Costanza insieme al nipote Pino, giugno 2023 – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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Copyright foto/testo/video – Riproduzione riservata – derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici – Pictures, it is forbidden to use any part of this article without specific authorisation – Note: 1) epigrafe sulla scala dell’ambone della Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta – Fonti: la principale fonte che ho consultato è: “Santa Maria in Valle Porclaneta, storia, arte, tradizioni di un’Abbazia Benedettina”, un libro ricco di dettagli e ricostruzioni, monografia curata da don Vincenzo Angeloni, Edizione Magliano dei Marsi-Rosciolo, 2013; fonti secondarie: Collana Abbazie in Abruzzo, Carsa Edizioni Pescara ‐ Ringraziamenti: Ringrazio per la disponibilità la gentilissima Sig.ra Costanza, storica custode della Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta e suo nipote Pino, attuale custode.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Avatar di MariaPia Vittorini MariaPia Vittorini ha detto:

    Mi chiedo: quanti sono gli abruzzesi consapevoli dello straordinario patrimonio storico, naturalistico, cultuale, artistico della nostra, purtroppo poco apprezzata e , a volte, qusi sconosciuta Regione, non solo a livello locale, ma anche a livello nazionale?

    Piace a 1 persona

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