Il gioiello del Velino

“INGENII CERTUS VARII MULTIQUE ROBERTUS HIC LEVIGARUM NICODEMUS ATQUE DOLARM…ANNUS MILLENUS VENTENUS QUINQUIE DENUS CUM FUIT HOC FACTUM FLUXIT…VI MENSE OCTOBER” (1)

Traduzione: Roberto, dotato di grande e versatile ingegno e Nicodemo, abbozzarono e rifinirono questo lavoro nell’anno mille centocinquanta. Quando questa opera fu compiuta correva il sei ottobre.


Girando in lungo e in largo per l’Abruzzo ho scoperto che questa terra custodisce veri e propri tesori ancora poco conosciuti. Facendo fede alla missione di questo blog, che consiste nel divulgare la conoscenza delle storie e delle bellezze di questa regione, soprattutto le meno conosciute, quelle nascoste, quelle trascurate e dimenticate, sono andato nella bella Marsica per scoprire un gioiello incorniciato dal Velino: la chiesa, un tempo parte di un monastero benedettino, di Santa Maria in Valle Porclaneta, (sec. XI).


Rosciolo dei Marsi, agosto 2015 – Foto Leo De Rocco


La chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta si trova ai piedi del monte Velino, vicino al piccolo paese di Rosciolo dei Marsi, una frazione di Magliano de’ Marsi, raggiungibile attraverso una stradina che sembra perdersi tra boschi di querce e castagni, tra rovi di more, tra mandorli, noci e piccole abetaie.

Mi trovo sui mille metri di altitudine, sulle pendici dei monti del Parco Velino-Sirente, i monti più alti degli Appennini dopo il Gran Sasso e la Majella le cui cime, nelle giornate terse, si intravedono da Roma. Terre marsicane contese nelle prime guerre italiche intraprese dall’antica Roma. Questo è il cuore dell’Abruzzo, luoghi ricchi di storia, arte e bellezze naturali.


Massa d’Albe – Chiesa di San Pietro in Albe – Unico esempio in Abruzzo di navata con colonne doriche provenienti da tempio pagano – Foto Leo De Rocco – Navata centrale, ambone (a sx) , iconostasi, ciborio.


Non molto distante da qui si trova Massa d’Albe con l’interessante sito archeologico di Alba Fucens, antica colonia romana fondata nel 304 a.C., probabilmente su una preesistente cittadina italica abitata dagli Equi.

Sull’altura che la sovrasta sorgeva il tempio dedicato ad Apollo (II-III sec. a.C.), all’epoca cinto da un colonnato dorico disposto a semicerchio che dominava Alba Fucens e tutta la valle, compresa una parte dell’allora Lago Fucino laddove, tra le boscose alture che sovrastano Lucus Angitiae (Luco dei Marsi), i Marsi veneravano la dea Angizia.

Con la diffusione del cristianesimo e la fine del paganesimo questi antichi templi vennero abbandonati, distrutti o convertiti in chiese, così avvenne per il tempio di Apollo di Alba Fucens (attorno al VI sec.d.C.) le cui citate colonne doriche furono riutilizzate per costruire l’attuale chiesa di San Pietro in Albe, tra le regine delle chiese romantiche abruzzesi. Oggi le possiamo ammirare nella navata centrale della chiesa, poggiata su un prezioso pavimento marmoreo così lucente che sembra foderato di raso.


Dea Angizia (attribuito), terracotta, III sec a.C. – Museo Paludi Celano – Foto Leo De Rocco


Venere di Alba Fucens – Museo Paludi – Celano – Foto Leo De Rocco


Statua di Ercole, I sec.a.C. , proveniente da Alba Fucens, la statua misura 2,40m. fu scoperta nel 1960 da un gruppo di archeologi dell’Accademia Reale del Belgio, il dio è raffigurato seduto mentre banchetta, con una mano regge una coppa di vino – Museo Archeologico Nazionale Chieti – Foto Leo De Rocco


Statua di Ercole proveniente da Alba Fucens, dettaglio – Museo Archeologico Nazionale Chieti – Foto Leo De Rocco


Alba Fucens, via dei Pilastri – Foto Leo De Rocco


Alba Fucens, anfiteatro – Foto Leo De Rocco


Chiesa di San Pietro in Albe – Foto Leo De Rocco


Dettaglio degli antichi battenti del portale della Chiesa di San Pietro in Albe, legno scolpito, 1115 circa – Celano, Museo d’Arte Sacra Castello Piccolomini – Foto Leo De Rocco


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Battenti del portale della chiesa di San Pietro, dettaglio – Museo Arte Sacra Celano – Foto Leo De Rocco


L’antico portale della Chiesa di San Pietro in Albe un tempo era arricchito da due grandi porte lignee istoriate, con 28 formelle intagliate in legno d’acero di montagna, datate 1114-15, incredilmente arrivate fino a noi dopo tanti secoli.

Il 1115 (24 febbraio) è anche la prima data documentata relativa alla chiesa, che viene menzionata nella bolla papale di Pasquale II quale pertinenza della diocesi vescovile dei Marsi; ma è verosimile che già prima, fin dall’872, San Pietro in Albe era in possesso dei benedettini, quindi dell’Abbazia di Montecassino. Pasquale II è lo stesso papa che nel 1104 incaricò il cardinale Agostino di ritrovare l’urna in alabastro con i resti di San Clemente nell’abbazia di San Clemente a Casauria. (Vedi l’articolo “Abbazia di San Clemente a Casauria” in questo blog).

Proviamo ad immaginare le preziose porte e la chiesa, inserite in uno scenario paesaggistico tra i più belli d’Abruzzo, tra le pendici del Velino e il Lago Fucino, come si presentavano agli occhi di pellegrini e antichi viandanti. All’ingresso il visitatore ammirava le   citate formelle lignee che all’epoca erano tutte colorate. Rappresentano, con riferimenti alle Sacre Scritture, il percorso di salvezza dell’uomo con simbologie tipiche medievali, tra motivi floreali, i quattro Evangelisti, cavalieri, bestie feroci e prelati.

Varcato l’ingresso ancora colori cangianti nelle decorazioni cosmatesche con pregiati marmi come il porfido rosso; mosaici colorati in pasta vitrea e intarsi geometrici, opera del magister Andrea, nei plutei, nelle colonnine tortili, fino alla preziosa iconostasi.

L’antico viaggiatore poteva poi ammirare, sotto le calde e soffuse luci di ceri e candele, un prezioso trittico in legno di pioppo, parte di un tesoro custodito nella chiesa, risalente al XIV sec., poggiato sopra un altare di pietra bianca, con immagini sacre dipinte in miniatura e incorniciate nell’oro, tra pietre preziose, lamine dorate, cristallo di rocca, smalti e ricami floreali creati con fili d’oro e perle. Uno sfavillante capolavoro dell’arte orafa medievale abruzzese il cui luccichio riprendeva la doratura dei mosaici cosmatescchi e si rifletteva sul bianco lucente e setoso del pavimento e delle antiche colonne doriche appartenute al tempio di Apollo.


Trittico di Alba Fucens, dettaglio – Museo del Castello di Celano, proveniente dalla Chiesa di San Pietro in Albe – Foto Leo De Rocco


Trittico di Alba Fucens, dettaglioFoto Leo De Rocco


Trittico di Alba Fucens – dettaglio – Foto Leo De Rocco


Trittico di Alba Fucens, dettaglio – Foto Leo De Rocco

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Trittico di Alba Fucens, sec. XIV, Museo del Castello di Celano, proveniente dalla Chiesa di San Pietro in Alba Fucens – Foto Leo De Rocco


Decorazioni cosmatesche su uno dei plutei che sorreggono le colonnine tortili e l’iconostasi, San Pietro in Alba Fucens – Foto Leo De Rocco – Nei secoli XII e XIII l’attività dei marmorari romani detti “Cosmati”, dal nome del capostipite Cosma, si estese nel basso Lazio, raggiungendo l’Abruzzo, l’Umbria e la Campania.


Ambone della Chiesa di San Pietro in Albe – Foto Leo De Rocco


Dettaglio delle decorazioni cosmatesche nella chiesa di San Pietro in Albe – Foto Leo De Rocco – Le decorazioni comatesche sono opera del magister Andrea che si avvalse di maestranze locali della Scuola romano-marsicana.


Iconostasi (in alto) poggiata sulla colonnina tortile: pietra, marmo, tessere colorate di paste vitree – Chiesa di San Pietro in Albe – Foto Leo De Rocco


Dettaglio di una delle colonnine tortili che sorreggono l’iconostasi, San Pietro in Alba Fucens – Foto Leo De Rocco – una iscrizione trovata su un pilastrino dell’iconostasi nomina l’abbate Oderisio quale committente dei lavori del XII sec. (con l’ampliamento a tre navate) eseguiti dal magister Gualtiero e due aiutanti: Moronto e Pietro.


Oltre al riutilizzo delle colonne, anche altri resti del tempio pagano furono impiegati nella costruzione di San Pietro in Albe, come per le fondazioni della chiesa, ma anche per la realizzazione di alcuni elementi, come le transenne in pietra, nella chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta.

Su un’altra altura, di fronte a questa, trovo i resti dell’antico borgo medievale, con il suo castello ormai ridotto a ruderi dal tempo ma anche da quel superbo di Carlo I d’Angiò che, per vendicarsi dell’appoggio degli abitanti di Albe a Corradino di Svevia durante la celebre Battaglia di Tagliacozzo (1268) fece distruggere l’antico abitato e tagliò la testa al povero Corradino.


Il borgo medievale visto dall’altura dove sorge la chiesa di San Pietro in Albe – Foto Leo De Rocco


Il borgo medievale di Massa d’Albe – Foto Leo De Rocco


Alba Fucens, resti del borgo medievale – Foto Leo De Rocco


La chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta, definita dal critico d’arte Vittorio Sgarbi “Il più grande capolavoro del Medioevo, l’unica iconostasi in legno perfettamente conservata” e visitata in segreto (come racconterò più avanti) da Papa Benedetto XVI nell’agosto 2011, si trova ad una manciata di chilometri da Alba Fucens, circa un quarto d’ora di auto.

Il nome della valle è di origine incerta: secondo alcuni proverrebbe dall’ebraico Bahal por-h-lahaneth-a che significa “valle profonda” oppure dal greco porù-clanidos, traduzione di “manto di pietra”. Altri fanno risalire il nome ad un tempietto pagano dedicato a Purcefer, un fauno venerato nel luogo i cui reperti vennero alla luce dopo alcuni scavi archeologici.

L’attuale strada che porta alla chiesa di Santa Maria in Valle è stata costruita solo in tempi recenti: l’isolamento spiega la conservazione del monumento, che è miracolosamente resistito, contenendo i danni, a terremoti e guerre.

Il profilo della chiesa, in stile romanico, mi ricorda le linee del tetto di una baita che sembra così ricalcare perfettamente le linee del profilo delle montagne del Velino che le fanno da cornice (vedi foto). Chissà se è una coincidenza oppure il frutto del progetto artistico dell’allora architetto e costruttore, un certo Nicolò, citato in una epigrafe forse incisa da lui stesso “Opus est fatum Nicolaus Q. Iacet hoc” (“quest’opera è stata fatta da Nicolò che qui giace”), nel caso sarebbe un esempio ante litteram di architettura sostenibile.


Santa Maria in Valle Porclaneta, agosto 2015 – Foto Leo De Rocco


Santa Maria in Valle Porclaneta – Foto Leo De Rocco


Santa Maria in Valle Porclaneta, lunetta affrescata – Foto Leo De Rocco


Varcando l’ingresso trovo sulla lunetta del portale dalle linee gotiche un bellissimo affresco in stile primo Rinascimento (foto sopra) il cui autore risulta ignoto, forse è Andrea De Litio, (lo stile sembra il suo), un importante artista del Quattrocento nato proprio da queste parti (Lecce dei Marsi, 1420 – Atri, 1495), famoso per il ciclo degli affreschi nel Duomo di Atri (vedi in questo blog “Atri, tra Adriano e Andrea De Litio).

Una rarissima iconostasi domina la parte centrale della navata. È sostenuta da quattro colonnine che a loro volta poggiano su due transenne in pietra scolpite con bassorilievi. L’iconostasi, elemento presente anche nella chiesa di San Pietro in Alba Fucens, come abbiamo visto in pietra, marmo, e cosmatesche, aveva la funzione di separare la parte più sacra della chiesa, riservata al clero e agli officianti (presbiterio), dallo spazio occupato dai fedeli. La iconostasi è retta da quattro colonnine che a loro volta poggiano su due plutei in cui un leone, un grifo, un drago (o pistrice) e un’aquila sembrano sorvegliare chi oltrepassa.


La iconostasi della chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta – Foto Leo De Rocco

Iconostasi chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta – Foto Leo De Rocco


La iconostasi della chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta – Foto Leo De Rocco


Dettaglio pluteo della iconostasi – Foto Leo De Rocco


L’insieme presenta nello stile influssi bizantini e arabeggianti, con motivi fantastici e fiabeschi, che in realtà corrispondono ad un preciso significato iconografico: un drago, un leone, un grifo, un’aquila, un colombo, due cigni, rosoni circolari con petali a stella e ornamenti floreali, foglie di acanto e frutta; e ancora: due angeli serafini del cielo cristallino di Dio che sembrano fare la guardia, seguono putti, figure di monaci, piccoli mostri e un loggiato, intervallato da elementi floreali, che sembra uno scorcio di un palazzo reale dell’antica Bisanzio.

Realizzata all’incirca nell’anno Mille, in legno di quercia, un tempo questa iconostasi era interamente rivestita con una lamina d’oro. Una meravigliosa struttura lignea tutta decorata e dorata, forse lo stesso stile caratterizzava la iconostasi che l’abate Desiderio fece realizzare a Montecassino, oggi non più esistente.

Sempre in legno di quercia sono le travi e le tavole utilizzate per rivestire la volta della chiesa. La quercia simboleggia la forza e la resistenza alle avversità. “Immota manet” (resta immutata, ferma) scriveva l’umanista aquilano Salvatore Massonio (L’Aquila, 1559 – 1629), motto poi stampato sul gonfalone storico della città dell’Aquila, e ripreso dal poema di Virgilio “Georgiche”, (pubblicato nel I sec.a.C.) in cui Virgilio considera questa pianta sacra e profeta agli Achei (i greci).

Oltre al rivestimento in lamina d’oro, la iconostasi di Santa Maria in Valle Porclaneta presentava altre immagini scolpite e dipinte, come i dodici Apostoli, oggi purtroppo scomparse.


ambone iconostasi e ciborio

Santa Maria in Valle Porclaneta – Foto Leo De Rocco – ambone, iconostasi, ciborio


Santa Maria in Valle Porclaneta, ambone – Foto Leo De Rocco


Santa Maria in Valle Porclaneta, dettaglio ambone – Foto Leo De Rocco


Santa Maria in Valle Porclaneta, ambone – Foto Leo De Rocco


Adiacente alla iconostasi ecco un prezioso ambone opera, insieme al ciborio, di due artisti abruzzesi Roberto e Nicodemo.

I due erano in contatto con l’allora centro artistico-culturale di Montecassino (questa chiesa-abbazia rientrava tra le pertinenze dell’antica Abbazia di Montecassino) ma seppero fondare nel nativo Abruzzo un loro originale stile che raggiunse il più eloquente esempio qui, nella chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta.


Particolare dell’ambone di Nicodemo nella chiesa di Santo Stefano a Cugnoli – Foto Leo De Rocco


Parimenti per altre importanti opere di Nicodemo, eseguite da solo o in bottega insieme a Roberto e a suo padre Ruggero, come:

L’ambone nella chiesa di Santo Stefano a Cugnoli (foto sopra) e quello in Santa Maria del Lago a Moscufo, e il ciborio collegato all’altare nella abbazia di San Clemente in Val Vomano.

In fondo alla chiesa troneggia il bel ciborio arabeggiante la cui forma richiama influssi bizantini e romanici. I citati Roberto e Nicodemo realizzarono questa magnifica opera da un’unico blocco di pietra locale e, per la prima volta in Abruzzo, si ispirarono allo stile moresco, già presente in Spagna e in Francia, ma lo interpretarono in un nuovo e originale stile artistico.


Santa Maria in Valle Porclaneta, Ciborio – Foto Leo De Rocco


Santa Maria in Valle Porclaneta, dettaglio ciborio – Foto Leo De Rocco


Santa Maria in Valle Porclaneta – Dettaglio ciborio – Foto Leo De Rocco


Santa Maria in Valle Porclaneta, ciborio – Foto Leo De Rocco


Santa Maria in Valle Porclaneta, ciborio – Foto Leo De Rocco


La secolare quercia vicino la Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta, agosto 2015 – Foto Leo De Rocco


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La secolare quercia vicino la Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta. Risciolo, agosto 2015 – Foto Leo De Rocco


Percorrendo l’antico sentiero che dal bosco porta alla Chiesa, un tempo anche monastero, scopro una gigantesca quercia secolare. Chissà, forse piantata proprio dai monaci benedettini attorno all’anno Mille, in concomitanza della costruzione della chiesa-monastero.

L’albero è maestoso, alto oltre 18 metri, misura una circonferenza di ben 6 metri, parte del suo tronco sprofondò alcuni metri nel terreno a causa di una alluvione che nel 1928 inondò tutta la valle, la reale circonferenza della secolare quercia risulta quindi maggiore.

La secolare quercia vive in simbiosi con l’antica chiesa e con la sua preziosa iconostasi scolpita nello stesso legno: entrambi risalgono all’anno Mille, sono oggi due monumenti, uno realizzato dalla natura e l’altro dall’uomo, che da secoli convivono sopravvivendo a guerre e calamità naturali. Santa Maria in Valle Porclaneta e la vicina San Pietro in Alba Fucens sono tra i gioielli più preziosi della Marsica e dell’Abruzzo.


La Sig.ra Costanza mentre mi apre il cancello di Santa Maria in Valle Porclaneta, agosto 2015 – Foto Leo De Rocco


Mi ha accompagnato durante la visita a Rosciolo dei Marsi la gentile Sig.ra Costanza, una vispa e carismatica signora quasi novantenne che conserva una grinta e una vitalità invidiabili. Costanza, custode della chiesa-monumento, mi ha raccontato la storia, contornata di aneddoti e le leggende, di Santa Maria in Valle.

Fu lei ad invitare qui il Papa emerito Benedetto XVI e un giorno d’estate, incredula, se lo trovò davanti in una visita organizzata segretamente per evitare i giornalisti: le fu detto che stava per arrivare un prelato, invece si trovò davanti il Papa.

Mi racconta Costanza che non appena vide il Papa si inginocchiò per baciare l’anello “del pescatore”, ma Benedetto XVI la aiutò subito a rialzarsi e la baciò sulle guance.

Costanza spera ora nella visita di Papa Francesco: “gli ho inviato il libro che ho dato a te insieme all’invito, sono certa che verrà”, mi dice sorridendo.

Lascio Rosciolo dei Marsi, Alba Fucens e la Marsica con il dolce sorriso di Costanza e con ancora negli occhi le straordinarie bellezze artistiche custodite da queste montagne, e penso che l’Abruzzo forse non è ancora pienamente consapevole di quanti tesori possiede.

Leo De Rocco

Copyright Foto e Testo – Riproduzione riservata.


Altre foto

Rosciolo dei Marsi – Santa Maria in Valle Porclaneta – ingresso – Foto Leo De Rocco

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Mensola con uomo che si tira la barba, sec. XII – proveniente dalla chiesa di San Pietro in Albe, Museo d’Arte Sacra Castello Piccolomini Celano – Foto Leo De Rocco


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Pluteo con leone che azzanna un uomo, seconda metà del XII sec., proveniente dalla chiesa di San Pietro in Albe – Celano, Museo d’Arte Sacra Castello Piccolomini – Foto Leo De Rocco


Transenna traforata, XII sec., proveniente dalla chiesa di San Pietro in Albe – Celano Museo d’Arte Sacra Castello Piccolomini – Foto Leo De Rocco


Transenna in pietra scolpita, sec. XII, proveniente dalla chiesa di San Pietro in Albe – Museo d’Arte Sacra Castello Piccolomini Celano – Foto Leo De Rocco – La chiesa di San Pietro in Albe, gravemente danneggiata dal violento terremoto del 1915, fu oggetto di una importante opera di restauro e ricostruzione, con progetti innovativi guidati da Raffaello Delogu, ritenuto il padre della moderna disciplina del restauro.


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San Giacomo Maggiore – Affresco staccato XV sec. circa, attribuito a Antonio da Atri, proveniente dalla chiesa di San Pietro in Albe – Celano, Museo d’Arte Sacra Castello Piccolomini – Foto Leo De Rocco


Parco Velino-Sirente – Foto Leo De Rocco


Copyright –All rights reserved – È vietato l’uso, anche solo parziale, del testo e delle foto presenti in questo articolo senza autorizzazione scritta derocco.leo@gmail.com – Pictures, it is forbidden to use any part of this article without specific authorisation – Foto, compreso copertina: Alba Fucens, Massa d’Albe, Rosciolo de’Marsi, Magliano dei Marsi: agosto 2015 Leo De Rocco – Note: 1) epigrafe sulla scala dell’ambone della Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta – Fonti: Santa Maria in Valle Porclaneta, storia, arte, tradizioni di un’Abbazia Benedettina di Vincenzo Angeloni, Edizione Magliano dei Marsi-Rosciolo 2013. Ringraziamenti: la gentilissima Sig.ra Costanza, custode della Chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta.


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  1. MariaPia Vittorini ha detto:

    Mi chiedo: quanti sono gli abruzzesi consapevoli dello straordinario patrimonio storico, naturalistico, cultuale, artistico della nostra, purtroppo poco apprezzata e , a volte, qusi sconosciuta Regione, non solo a livello locale, ma anche a livello nazionale?

    Piace a 1 persona

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