Voglio condurti a un’abbazia abbandonata, più solitaria del nostro Eremo, piena di memorie antichissime: dov’è un gran candelabro di marmo bianco, un fiore d’arte meraviglioso, creato da un artefice senza nome […] Dritta su quel candelabro, in silenzio, tu illuminerai col tuo volto le meditazioni della mia anima. Gabriele d’Annunzio

Abbazia di San Clemente a Casauria ‐ Foto Abruzzo storie e passioni
Il complesso monumentale di San Clemente a Casauria sorge a poca distanza da Torre de’ Passeri, ma ricade nel territorio di Castiglione a Casauria. Siamo nel cuore della provincia di Pescara, non lontano da Tocco da Casauria, paese natale del pittore e fotografo Francesco Paolo Michetti, amico e sodale di Gabriele d’Annunzio.
L’abbazia si colloca in un’area geografica di grande valore strategico: a ridosso della Tiburtina Valeria, millenaria via di comunicazione che qui incrocia gli antichi tratturi e attraversa la vallata del Pescara, il fiume che poco più a monte, nei pressi di Bussi, riceve le acque del Tirino e, più a ovest, nella zona di Popoli Terme, si unisce all’Aterno e al Sagittario. Una rete di corsi d’acqua che rende questa zona una delle più ricche d’Abruzzo.
Accanto a imperatori, abati, re e papi, è proprio l’acqua – elemento primordiale e simbolico – la protagonista della storia di Casauria. Secondo i monaci casauriensi l’abbazia sarebbe stata edificata su un isolotto circondato dalle acque del Pescara.
Forse un influsso letterario, oppure si tratta di una leggenda, eppure qui a Casauria il tema dell’acqua ricorre con sorprendente frequenza. Compare nel martirio e nei miracoli del santo titolare dell’abbazia; nelle sculture della facciata; nelle imbarcazioni disegnate su un portale; nelle iscrizioni latine e perfino nella scena dell’architrave maggiore. La “pescosa Insula piscaria” descritta circa mille anni fa sui fogli di finissima pergamena del Chronicon Casauriense era soltanto frutto della fantasia letteraria dei monaci di Casauria?
In questo articolo, seguendo gli indizi lasciati dal monumento e dai suoi antichi amanuensi, cercheremo di fare luce su alcuni aneddoti che accompagnano le origini dell’abbazia casauriense. Il nostro itinerario proseguirà poi in Val Vomano di Notaresco, nel teramano, dove sorge l’altra abbazia abruzzese intitolata a San Clemente papa, legata da antichi rapporti al Paradisi floridus ortus di Casauria.
L’articolo è diviso in tre parti, ciascuna accompagnata da una ricca galleria fotografica.
Prima parte
Liber instrumentorum seu chronicorum monasterii Casauriensis
Alla Bibliothéque National di Parigi conoscono bene San Clemente a Casauria, la prestigiosa istituzione custodisce infatti il Chronicon Casauriense, il grande manoscritto medievale che racconta, tra l’866 e il 1182, la vita politica, economica e sociale dell’abbazia e delle sue pertinenze territoriali. Il codice giunse in Francia ai tempi di Carlo VII, durante una delle tante spedizioni che, fino alle spoliazioni napoleoniche, depredarono l’Italia di opere d’arte e manoscritti.
“I francesi non sono tutti ladri, ma bona-parte sí”, recitava un tempo la satira romana con le popolari Pasquinate. Grazie all’opera di Antonio Canova una parte di quel “bottino di guerra” tornò in patria. A Casauria le truppe napoleoniche occuparono l’abbazia, causando non pochi danni. Non fu risparmiata nemmeno un’antica scultura in pietra della Maiella raffigurante la Madonna con Bambino. Forse esaltati da suggestioni ghigliottinesche, i soldati decapitarono il Bambino Gesù insieme alla colomba che teneva in mano.
Il Chronicon – 272 fogli di pergamena – è una fonte importante non solo per la storia regionale, ma anche per quella dell’intero Mezzogiorno. Come molti manoscritti dell’epoca, talvolta enfatizza i fatti e riporta episodi non sempre verificabili, ma conserva un valore storico di rilievo.
Il manoscritto è diviso in Liber instrumentorum, che raccoglie trascrizioni di contratti e documenti originali dell’epoca (ben 2153) e Liber chronicorum, che narra le vicende del monastero. Fu redatto nello scriptorium, luogo silenzioso illuminato da torce e candele, dai monaci amanuensi dediti all’arte della riproduzione manuale dei testi antichi, della scrittura e delle decorazioni miniate.
Il religioso silenzio era interrotto soltanto da preghiere e canti gregoriani, gli stessi che i pastori transumanti potevano udire passando lungo il vicino tratturo Centurelle–Montesecco, diramazione del Tratturo Magno nei pressi di Santa Maria de’ Centurelli, sull’altopiano di Navelli. Non stupisce quindi che iscrizioni gregoriane compaiano scolpite sulla facciata dell’abbazia: probabilmente all’interno era presente una schola cantorum, uno spazio dedicato ai cantori e ai salmisti delimitato da plutei o da una iconostasi.
Gli amanuensi incaricati dall’abate Leonate furono Johannes Berardi e il Maestro Rusticus, il primo recuperava, correggeva e catalogava i documenti, il secondo li trascriveva e li decorava con mappe e miniature. Il Chronicon sarà consegnato all’abate proprio da Johannes, che alcune fonti attribuiscono proveniente dalla famiglia dei Conti dei Marsi; tuttavia, la storiografia attuale smentisce l’esistenza di una “famiglia Berardi” all’interno della ginealogia comitale, come approfondito in questo blog all’articolo: “Celano, tra storia e leggenda. Covella, l’ultima contessa”.
Pergamene, messali e corali medievali: eccellenze abruzzesi
I manoscritti casauriensi, come i grandi messali miniati e i corali medievali presentano, a seconda dei casi, miniature dipinte a tempera, intarsi con foglia d’oro o d’argento, disegni e decorazioni che riproducono motivi floreali, animali fantastici e scene bibliche secondo il gusto romanico. L’Abruzzo vanta eccellenti tradizioni in quest’arte.
Guglielmo di Berardo da Gessopalena, tra i più importanti miniaturisti e decoratori di corali medievali trecenteschi, nel 1337 realizzò tre manoscritti per i canonici del capitolo di San Pietro in Vaticano; due sono ancora conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Di gran pregio sono anche i corali trecenteschi della Collegiata di Santa Maria a Guardiagrele, in pergamena su pelle di pecora, oggetto in passato (1979) di un clamoroso furto.
La Bibbia miniata del duca di Urbino Federico da Montefeltro, uno dei capolavori della produzione quattrocentesca, vide la partecipazione dell’abruzzese Saturnino Gatti, autore della “Visione di Geremia”, condiderata la pagina più bella del Testo, come documentato da Ferdinando Bologna. Su Gatti si rimanda all’articolo: “Saturnino Gatti, il Rinascimento abruzzese”.
Restando in Abruzzo, va ricordato il raffinato Libro d’Ore (1490–1504) del ricco mercante aquilano Jacopo di Notar Nanni, con decorazioni realizzate probabilmente dai monaci del convento di San Bernardino. Donato al monastero di Santa Lucia, oggi è conservato al MuNDA L’Aquila.
A Chieti si conserva infine il pregiatissimo Messale Borgia, detto anche Messale de’ Medici, manoscritto liturgico riccamente miniato, commissionato alla fine del Quattrocento da Giovanni Borgia e portato in Abruzzo nel 1528 dall’arcivescovo Guido de’ Medici. Sempre a Chieti è legato un altro importante codice: la Collectio Canonum Teatina (IX secolo), oggi nella Biblioteca Vaticana.
L’abate Leonate e i “messaggi” scolpiti sulla facciata
L’accesso al Chronicon era riservato all’abate, a pochi monaci autorizzati e a personalità selezionate; tuttavia alcuni passi potevano essere letti pubblicamente durante ricorrenze e cerimonie solenni. È dedicato dai suoi autori a Leonate, la figura più eminente della storia dell’abbazia, abate per circa trent’anni, dal 1155 al 1182. Proprio nel 1176 – anno in cui fu avviata la grande campagna di rinnovamento architettonico del monastero – fu commissionata la redazione del manoscritto casauriense.
Sotto Leonate, Casauria conobbe il suo periodo d’oro. A lui si deve il rifacimento della facciata, sulla quale fu costruito un oratorio dedicato a San Michele Arcangelo, alla Santa Croce di Gesù e a San Tommaso Becket, l’arcivescovo assassinato proprio in quel periodo (1170) nella cattedrale di Canterbury (in questo blog: “Caramanico, la chiesa abbaziale di San Tommaso Becket”). Al suo impulso risale anche la costruzione del portico, completato nel secolo successivo sotto l’abate Gioele, che porterà a termine anche il monumentale portale. I due abati sono immortalati proprio sul “loro” portale: Gioele appare su una formella dei battenti, Leonate è raffigurato sulla lunetta, mentre consegna simbolicamente l’abbazia a San Clemente I papa.
Prima di analizzare le origini del monastero e l’arrivo delle reliquie del santo a Casauria, è utile ricordare la figura del pontefice titolare. Il Martirologio Romano narra così la sua vicenda:
San Clemente I, terzo Papa dopo Pietro, durante la persecuzione di Traiano fu imprigionato al Chersoneso. Qui subì il martirio, precipitato in mare con un’ancora al collo. Il suo corpo, sotto il pontificato di Adriano II, fu riportato a Roma dai santi fratelli Cirillo e Metodio, e onorevolmente sepolto nella basilica a lui dedicata.
Un messaggio nella pietra di Casauria: l’acqua elemento centrale
Avvicinandoci alla facciata dell’abbazia scopriamo un vero e proprio programma iconografico rivolto ai viandanti, ai pellegrini e ai pastori transumanti di un tempo lontano, ma anche ai visitatori contemporanei. Le sculture e le iscrizioni dialogano tra loro come un antico messaggio universale, teologico e civile.
Le maestranze che le realizzarono – forse provenienti dalla Borgogna, dalla Puglia bizantina o dalla cosiddetta “Scuola adriatica” – raggiunsero Casauria incrociando gli stessi tratturi percorsi dai pastori, ma anche da mercanti, artigiani, soldati, pellegrini, monaci e artisti. Su questo argomento si rimanda all’articolo “Autunno abruzzese. Gli antichi Tratturi”.
Sulla parte più alta, tra gli archetti del XIII secolo, compaiono motivi decorativi e simbolici, tra cui un pesce che probabilmente rimanda alla iconografia paleocristiana e alla figura sacra di Cristo. Nella fascia inferiore, in prossimità dei tre archi del portico, sono scolpiti i quattro evangelisti: l’angelo di Matteo, il leone di Marco, il toro di Luca e l’aquila di Giovanni. Sotto di essi fiori dai lunghi gambi alludono allo scettro abbaziale. Sull’arco centrale si susseguono: un leone domato – forse allegoria della natura selvaggia e primordiale dell’uomo disciplinata dalla sapienza e dalla giustizia terrena e divina – il re David, un profeta e un angelo; a destra: il re Salomone, un profeta, un angelo e l’Agnus Dei.
Accanto alle figure si leggono due iscrizioni latine. La prima ricorda un miracolo attribuito a San Clemente: Vidi supra montem agnum stantem, de sub cujus pede fons vivus emanat (Vidi sul monte un Agnello in piedi, di sotto il cui piede scaturiva una sorgente viva). Il riferimento all’acqua, ancora una volta, è centrale.
Secondo la tradizione Clemente avrebbe fatto affiorare una sorgente per dissetare i suoi compagni di prigionia. La seconda, tratta dal Libro del Siracide, è un elogio alla Sapienza, in genere un brano riferito alla Madre di Gesù, di nuovo è citata l’acqua: Quasi platanus exaltata sum iuxta aquam (Mi sono fatta alta come platano accanto all’acqua).
I due portali minori sono sormontati da due statue: a destra la Madonna con Bambino, in veste di Odigitria: “Colei che indica la via”, detta anche Madonna dell’Itria, protettrice dei pellegrini; a sinistra San Michele Arcangelo, protettore dei pastori transumanti. Sul suo cartiglio è inciso un passo dall’Apocalisse che richiama mare e sorgenti: Timete dominum qui fecit cielum et terram et mare et fontes aquarum (Temete il Signore che ha fatto il cielo e la terra, il mare e le sorgenti delle acque).
Ai piedi dell’Arcangelo Michele sono incise due imbarcazioni e uno stemma gentilizio, forse si tratta di un ex voto. Sui capitelli delle colonne che decorano il portico, in prossimità del portale, sono scolpiti come in un album fotografico di famiglia gli apostoli della chiesa primitiva: ed ecco Simone, Pietro, Paolo, Giacomo, Tommaso, Filippo, Bartolomeo…
I Normanni di Sicilia a Casauria
Nel 1140 Casauria ricevette la visita del potente Ruggero II, primo re di Sicilia dopo la dominazione araba. Il sovrano, impegnato a consolidare i territori conquistati, fu accolto dall’allora abate Oldrio, che cercava protezione dopo la morte dell’imperatore Lotario II di Supplinburgo, in precedenza chiamato da papa Innocenzo II per fermare l’avanzata degli stessi Normanni. Dal loro ufficio stampa ante litteram i meticolosi monaci casauriensi così registrarono l’evento:
All’arrivo del serenissimo e vittoriosissimo re Ruggero, che la grazia divina aveva illustrato in sapienza e fortezza al di sopra di tutti i mortali.
Secondo il Chronicon, quando il Normanno giunse a Casauria dovette attraversare un ponte o salire a bordo di una imbarcazione. Il monastero sorgeva sopra un’isola, la Insula Piscaria, rappresentata anche sul portale dell’abbazia, circondata dalle acque del Pescara, come l’Isola Tiberina. Il nome Piscaria, “pescosa”, ricorda da vicino la storia della città di Pescara, che nell’anno Mille sostituì l’antica denominazione di Aternum, già Ostia Aterni, che significa “foce del fiume Aterno”.
Nel medesimo anno 1140 Ruggero II restaurò il porto di Pescara, già attivo in epoca romana, importante sede strategica già ai tempi di Diocleziano e snodo di strategiche vie commerciali nel Mediterraneo. Non a caso reperti archeologici ritrovati nell’odierna Piazza Unione, oggi conservati nel Museo delle Genti d’Abruzzo, ci parlano di commerci tra la costa abruzzese, Gaza, Samo e Asia Minore (IV-VII secolo).
Il sovrano normanno fece ristrutturare e ampliare anche il Castello di Rocca Calascio, uno dei simboli turistici più conosciuti d’Abruzzo. Il rapporto di favore con l’abbazia proseguì sotto il nipote Guglielmo II d’Altavilla, raffigurato sul portale bronzeo. Tuttavia le relazioni tra i Normanni e Casauria non furono sempre pacifiche: durante la conquista normanna dell’Italia centro-meridionale il cenobio subì saccheggi e devastazioni, soprattutto per mano dei Conti normanni di Manoppello.
Galleria fotografica relativa alla prima parte









Abbazia di San Clemente a Casauria, nell’ordine: giardini; facciata; abside e vigneto; antica scultura raffigurante una Madonna con Bambino esposta nell’antiquarium ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Chronicon Casauriense, dettaglio – Bibliothèque National Parigi

Il Tratturo Centurelle-Montesecco nei pressi dell’Abbazia di San Clemente a Casauria – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni ‐ Nei pressi dell’abbazia si svolgeva fino al XIX secolo una fiera legata alla transumanza.


Chronicon Casauriense – Biblioteque National Parigi – il monaco amanuense Johannes Berardi consegna il Chronicon all’abate Leonate.

Palazzo Ducale di Urbino – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Libro d’ore, 1490-1504, di Jacopo di Notar Nanni – MuNDA L’Aquila ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Dettaglio del Messale miniato dei Duchi d’Acquaviva di Atri – Museo Capitolare Atri – Foto Leo De Rocco

Messale Caporali, 1469, tempera con intarsi in oro e argento su pergamena – Cleveland Museum of Art – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Arco centrale






Capitelli del portico


Abbazia di San Clemente a Casauria, le statue dei due portali laterali – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Ruggero II riceve la corona direttamente da Gesù – chiesa della Martorana – Palermo



Palermo, Palazzo dei Normanni – a destra: Tomba di Guglielmo II e Duomo di Monreale – Foto Leo De Rocco

Anche alla foce del fiume Pescara fino al XVI – XVII sec. appare un isolotto, come si evince da questa cartina conservata nella Biblioteca dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma


Abbazia di San Clemente a Casauria, il portico di Leonate e una colonna miliare romana riutilizzata per la costruzione della cripta – Foto Leo De Rocco


Abbazia di San Clemente a Casauria, decorazioni presenti sul capitello del portico – Foto Leo De Rocco – Adelchi Principe di Benevento – Illustrazione dal Codex Legum Longobardurum, XI sec.

L’imperatore Ludovico II il giovane, ritratto nel Chronicon Casauriense – Bibliothèque National Parigi
Seconda parte
Tra storia e leggenda, le origini delle abbazie abruzzesi di San Clemente
Le origini dell’abbazia di San Clemente a Casauria risalgono intorno all’anno 870. La tradizione attribuisce all’imperatore Ludovico II, pronipote di Carlo Magno, l’ordine di far costruire sul luogo diviso dai due rami del fiume Pescara una piccola chiesa intitolata alla Santissima Trinità. Probabilmente l’edificio sorse sulle rovine di un tempio pagano dedicato a Giove, in un’area denominata, così come riportato nel Chronicon, “Casa Aurea” o “Casa d’Oro” (2), da cui deriverebbe l’attuale toponimo “Casauria”.
Secondo un’altra ipotesi, la denominazione potrebbe invece derivare da “Casa Urii”, collegata al culto di Giove Urios, protettore dei venti favorevoli alla navigazione. In tale prospettiva “Insula” non indicherebbe un’isola fluviale, ma un complesso di edifici: un pagus romano chiamato “Interpromium”, in cui fu edificato il tempio di Urios (Giove). Si tratta, in ogni caso, di ipotesi prive di conferme archeologiche circa la precisa ubicazione del pagus.
I reperti rinvenuti in località Madonna degli Angeli di Tocco da Casauria e lungo la Tiburtina, testimoniano comunque una presenza italica e romana. Una colonna miliare romana è oggi ingoblata nella cripta dell’abbazia, mentre altri materiali sono conservati nell’antiquarium adiacente. È inoltre verosimile che il sarcofago paleocristiano trasformato in altare e incluso nel ciborio provenga dallo stesso contesto.
Il Chronicon descrive l’isolotto fluviale come un: Paradisi Floridus con tanti fiori e animali selvatici e frutteti […] un’isola su un fiume ricco di pesci. Un luogo ameno che incantò Ludovico II (822 – 875). La narrazione inizia proprio con il viaggio in Abruzzo dell’imperatore, partito da Ravenna e diretto verso il Sud Italia, sollecitato dai principi meridionali alle prese con le invasioni saracene. Bari all’epoca era un emirato, ma i Saraceni talvolta intrapresero anche azioni mercenarie, soprattutto nell’ambito delle lotte tra gli stessi feudatari meridionali.
Ludovico mirava a sottrarre territori ai vari principi nell’ambito delle guerre franco-longobarde, soprattutto ad Adelchi (talvolta riportato Adalgiso, da Adelgis, nome longobardo), principe longobardo di Benevento. Il sud e parte del centro Italia, la cosiddetta Longobardia minor, comprendeva un territorio geograficamente lontano dalla capitale Pavia, diviso tra il Ducato di Spoleto e il Ducato di Benevento, ma contraddistinto dalla presenza dei Principati, come Capua e Salerno, e dei bizantini, ovvero l’Impero Romano d’Oriente.
Questa frammentazione, rispetto al potere centrale, contribuì alla polarizzazione del potere locale, che talvolta portò ad alleanze, a seconda della convenienza, tra franchi, longobardi e papato, ma anche con Costantinopoli. Bari fu liberata da Ludovico II nel febbraio 871, grazie al supporto bizantino e all’alleanza con i Longobardi. L’emiro Swadan fu fatto prigioniero, ma gli venne risparmiata la vita. Clamoroso invece fu l’intervento del principe Adelchi, che a tradimento fece imprigionare Ludovico, temendo le sue mire espansionistiche ormai evidenti.
La seconda abbazia di San Clemente papa a Guardia al Vomano
Secondo il Chronicon, durante la fuga della famiglia imperiale da Bari verso Roma, la madre di Ludovico II avrebbe donato ai benedettini i beni necessari per fondare sulle rive del Vomano una seconda abbazia dedicata a San Clemente papa: Donna Ermenengarda […] piissima fecit et donavit.
Tuttavia, in merito agli spostamenti della famiglia imperiale non ci sono riscontri documentali a sostegno del racconto del Chronicon. È dunque probabile che si tratti di una elaborazione leggendaria volta a nobilitare l’origine dell’abbazia di Guardia Vomano che, verosimilmente, fu voluto dagli stessi monaci di Casauria nell’ambito della diffusione del monachesimo benedettino tra le valli teramane.
Probabilmente Ermenengarda – che fu badessa del monastero di San Sisto a Piacenza – donò ai monaci alcuni terreni in Val Vomano, facilitando così la gestione della “Terra Clementis”, attestata nel 1121 dalla bolla di papa Callisto II, che confermò la pertinenza casauriense.
Tra gli arredi sacri della chiesa abbaziale di Guardia al Vomano spicca uno dei monumenti più importanti dell’arte romanica abruzzese: il ciborio realizzato tra il 1140 e il 1150 dal magister Roberto insieme a suo padre Ruggero, così come riportato nella epigrafe scolpita sull’opera, in cui si sottolinea che Roberto è il magister, mentre suo padre Ruggero è un collaboratore.
Per un trattazione più dettagliata del ciborio romanico dell’abbazia di San Clemente in Val Vomano, si veda l’articolo “I libri di pietra di Nicodemo, Roberto e Ruggero”, in questo blog.
Un paesaggio incantato e una promessa imperiale
Johannes Berardi e Maestro Rustico arricchiscono la narrazione con descrizioni vivide del paesaggio casauriense: Cervi che popolano selve, aquile che nidificano sovrane in rupi precipiti, falchi rapaci, fiumi ricchi di trote e di anitre selvatiche, fiumi in ogni modo ricchi di pesci (3). Oltre alla bellezza naturale del luogo alla fondazione della chiesa contribuì anche l’ex voto di Ludovico II dopo la liberazione dalla prigionia impostagli da Adelchi di Benevento, che a patto della libertà gli fece giurare di rinunciare ai suoi territori. L’imperatore fu liberato grazie all’intervento di papa Adriano II, ma questi sciolse il giuramento e nel maggio 872 incoronò Ludovico re d’Italia e imperatore dei Romani.
Pur con i suoi elementi enfatizzati, se non leggendari, il racconto dei monaci di Casauria riflette il quadro politico del tempo: un’Italia centro-meridionale frammentata tra Longobardia minore, Ducato di Benevento, Ducato di Spoleto, territori bizantini, pressioni papali e carolinge. In questo scenario l’abbazia di San Clemente a Casauria nacque come baluardo del potere imperiale lungo un confine complesso, in un territorio strategico sia politicamente sia economicamente. Probabile obiettivo di Ludovico II era sostenere la creazione di un potente centro monastico capace di esercitare un ruolo di equilibrio sul versante adriatico, valorizzando un crocevia vitale di vie tratturali, scambi commerciali e controllo del territorio. Un ruolo, questo, che era già esercitato dall’abbazia di Montecassino, che in Abruzzo corrispondeva all’abbazia di San Liberatore a Maiella. Sulla storia di questa abbazia rimando all’articolo dedicato.
I Branconio abati commendatari delle abbazie di San Clemente
Prima di analizzare nel dettaglio il portale di Casauria, soprattutto le scene scolpite su architrave e lunetta, merita attenzione uno stemma rinascimentale collocato sulla parete esterna dell’abbazia casauriense. L’emblema rappresenta la famiglia aquilana dei Branconio, di cui Giovanni Battista (L’Aquila, 1473 – Roma 1522) fu il rappresentante più illustre. Amico legatissimo a Raffaello Sanzio, come abbiamo visto nell’articolo dedicato (“Il Raffaello rubato a L’Aquila”), Giovanni Battista Branconio rivestì la carica di commendatario dell’abbazia di San Clemente a Casauria su mandato di papa Leone X. Un potere enorme che Branconio gestiva insieme ad altri importanti conferimenti.
Lo stemma – con i colli Brincioni, le foglie di rovere e le tre palle medicee – sottolinea il legame tra i Branconio, il territorio aquilano e la corte pontificia. Lo stesso emblema è presente nell’abbazia di San Clemente al Vomano e nella Cappella di famiglia presso la chiesa di San Silvestro a L’Aquila, le cui iscrizioni seicentesche ricordano Giovanni Battista Branconio, la sua famiglia e il legame con le abbazie di San Clemente, considerato il loro santo protettore.
Dopo Giovanni Battista, Girolamo Branconio rivestirà la carica di abate di Casauria e di San Clemente al Vomano. In questa chuesa abbaziale l’emblema è dipinto all’interno del bellissimo ciborio romanico scolpito da Roberto e Ruggero, probabilmente gli stessi autori, insieme al magister Nicodemo, del ciborio dell’abbazia di Casauria, andato perduto e sostituito nel XV secolo. Nel 1628 la gestione dell’abbazia di San Clemente a Casauria passò dai Branconio alla famiglia Barberini.
Il portale imperiale
Il monumentale portale di San Clemente a Casauria, completato nel 1190 sotto l’abbaziato di Gioele, si impone per dimensioni e complessità simbolica: alto circa quattro metri e largo due, è composto da settantadue formelle, originariamente tutte in bronzo. Nel corso dei secoli, a causa di trafugamenti, abbandoni e periodi di degrado, diverse formelle furono sostituite con elementi lignei.
Su quarantasei formelle compaiono motivi floreali, rosoni e intrecci geometrici di gusto arabeggiante, basati su losanghe e simmetrie. Probabilmente un repertorio simbolico che rimanda ai nodi della vita, all’infinito ciclo della creazione e della rinascita: il quadrato e il cerchio, l’armonia cosmica del “Tutto”. Una visione che si riconnette al Merkavah, del profeta Ezechiele: il grande carro trainato da un uomo, un toro, un leone e un’aquila, che simboleggiano i quattro Evangelisti, ma anche i quattro elementi primordiali, acqua, aria, terra e fuoco, nonché i quattro punti cardinali.
Ai lati dei battenti sono disposte venti formelle (dieci per lato), raffiguranti torri e castelli, identificabili con le pertinenze territoriali dell’abbazia nel corso della sua lunga storia. Nella fascia superiore, quattro formelle presentano figure a pieno titolo così identificabili: il re con la pergamena e lo scettro è l’imperatore Ludovico II; il vescovo in trono è San Clemente; il secondo re che con una mano gesticola e l’altra tiene lo scettro è Guglielmo II d’Altavilla; infine il frate incappucciato è l’abate Gioele.
L’accostamento di personaggi appartenenti a epoche differenti indica con ogni probabilità una precisa funzione commemorativa, concepita dall’abate Leonate e completata da Gioele, volta a sintetizzare la storia, le alleanze, l’acquisizione di nuovi territori e le protezioni di cui l’abbazia godette nei secoli.
Alcune fonti sostengono che l’attuale disposizione delle formelle non rispetti l’ordine originario, alterato da furti; tuttavia, a mio avviso, la composizione appare dotata di una propria coerenza: i quattro personaggi nella parte superiore, i castelli ai lati, i fiori della vita ai margini e, al centro, coppie di formelle arabeggianti abbinate per identità e disegno (due uguali centrali e altrettanti laterali).
Il portale di Casauria si configura così come un autentico libro medievale, una Biblia pauperum, capace di narrare la storia del cenobio attraverso immagini e simboli. In Abruzzo, una precedente esperienza di narrazione figurata – dedicata alle storie di San Giovanni Battista – si ritrova sul Portale della Luna dell’abbazia di San Giovanni in Venere a Fossacesia, già analizzata in questo blog nell’articolo: “Fossacesia. Abbazia di San Giovanni in Venere e l’origine del monachesimo in Abruzzo”.
La scelta del bronzo, materiale tipicamente associato ai proclami imperiali, rafforza il simbolo politico del portale sancendo l’autorità abbaziale sui territori acquisiti. Al bronzo è stato affiancato il marmo, nelle architetture medievali erano abbinati solo per edifici di particolare prestigio. Il Chronicon ricorda che il monastero godeva della “personale protezione” dell’imperatore Ludovico II, seguita dai sovrani normanni di Sicilia, fino a Federico II. L’intreccio tra papato e impero, elemento strutturale della storia casauriense, è scolpito sul portale, in cui lo scambio simbolico di elementi fondanti, come l’urna contenente le reliquie di San Clemente e lo scettro abbaziale, avviene tra il papa, l’imperatore e l’abate.
Le formelle rubate
Nel contesto dei furti che interessarono il portale, va ricordata la singolare vicenda delle due formelle finite nelle mani di don Marcello Massarenti (1817 – 1905), funzionario vaticano e collezionista d’arte, definito “astuto” dallo storico dell’arte tedesco Wilhem von Bode. Nel 1902 Massarenti vendette l’intera collezione – comprendente bronzi, vasi greci, antichità romane e importanti dipinti di artisti rinascimentali abruzzesi, come Saturnino Gatti e Francesco da Montereale – al magnate statunitense Henry Walters, fondatore del museo di Baltimora.
Una delle due formella reca la scritta Castrum Fare d’Abrile, elemento molto importante per la storia dell’abbazia in quanto rappresenta un antico territorio vicino a Bolognano, non lontano da Casauria, uno dei primissimi donati all’abate Romano da un feudatario del luogo, nell’anno 876.
L’architrave rivelatore
La fondazione dell’abbazia non è narrata soltanto nel Chronicon, essa scorre come una sequenza di immagini anche sull’architrave del portale maggiore. In quattro episodi la pietra riassume gli eventi simbolici, celebrativi e storici legati alla nascita del cenobio. Il primo raffigura l’incontro a Roma tra Ludovico II e il papa, che consegna l’urna con le reliquie di San Clemente, rinvenute nell’867 da San Cirillo in Crimea.
L’urna in marmo è decorata con ghirlande di fiori e frutta. Una iscrizione posta sul ciborio ricorda che proviene da Roma, che anticamente conteneva le reliquie degli apostoli Pietro e Paolo e che un tempo si trovava all’interno dell’altare, ricavato da un sarcofago di epoca paleocristiana, e prima ancora era nascosta nella cripta.
L’episodio successivo descrive il viaggio dell’urna da Roma fino all’isolotto di Casauria sul dorso di un mulo, scortata dal comes Suppo, dignitario imperiale armato di spada. Il comes appare in questa scena iniziale e nell’ultima, in quanto garante del corretto svolgimento del viaggio dell’urna e di tutti i relativi atti. Quindi avviene il passaggio dell’urna con le raccomandazioni di Ludovico II ai due monaci Celso e Beato, quest’ultimo sarà abate di Casauria: Prendete il corpo dell’insigne martire Clemente.
I due monaci, insieme al mulo raffigurato mentre si abbevera nelle acque del Pescara, giungono sull’isolotto dove sorge il Templus Trinitatis, ovvero, la prima chiesa fatta costruire a titolo di ex voto da Ludovico II.
Nel terzo episodio l’imperatore assiso in trono ordina l’ampliamento del Templus Trinitatis e consegna lo scettro abbaziale al primus abbas Romano, monaco proveniente dall’abbazia di San Mauro in Amiternum, indicandogli con l’indice in direzione dell’abbazia sull’isola di Casauria:
Isola Pescosa, sorgente fiorita del Paradiso, affermiamo con lo scettro il dominio su di te, abate Romano prendi il sacro corpo di Clemente.
La scena finale rappresenta l’acquisizione dei primi territori: il miles (cavaliere) Sisenandus nell’871 cede i suoi beni, mentre il vescovo di Penne Grimbaldus nell’873 rinuncia alla giurisdizione spirituale. Tra lo sventolio dei contratti appena firmati appare la scritta “Insula Piscarie” e una zolla di terra fertile che rappresenta l’Isola del Pescara, da quel momento posta sotto la giurisdizione e il controllo dell’abbazia.
Mentre l’imperatore Ludovico riceve i terreni, indicando in segno di accettazione i contratti di Sisenandus e Grimbaldus, il comes dell’imperatore, non più Suppo ma Eribaldus, è raffigurato in piedi, accanto al trono imperiale: è lui a chiudere la scena, vigilando con la spada sulle garanzie giuridiche delle acquisizioni casauriensi.
Eribaldo e i quattro re
Eribaldo, vice conte palatino (in vice comitis palatii), non fu un semplice armigero, ma un garante istituzionale delle donazioni, degli acquisti e degli accordi stipulati dall’abbazia sotto la protezione dei sovrani medievali. Non a caso, ai lati del portale, compaiono quattro re benefattori di Casauria: Ugo e Berengario (a sinistra), Lotario e Lamberto.
La buona azione premiata
Sulla lunetta che sovrasta l’architrave, il racconto simbolico e celebrativo giunge al suo compimento. Ai due estremi della composizione sono scolpiti i fiori della vita, tipici della iconografia casauriense. Sul lato sinistro, un’aquila che artiglia la lepre allude allo Spirito divino che domina e sottomette la dimensione terrena dell’uomo; sul lato destro, invece, un rampicante fiorito rimanda (a mio avviso) alla diffusione del monachesimo benedettino: dalla chiesa madre di Montecassino fino a Casauria (poi in Val Vomano), passando per San Liberatore a Maiella. La stessa iconografia floreale la ritroveremo sull’ambone, che all’interno del tempio casauriense arreda la navata centrale.
Al centro della lunetta è raffigurato San Clemente in trono, con lo scettro abbaziale, affiancato alla sua destra dai discepoli Phebus (o Efebo) e Cornelius (Cornelio). Phebus regge il Vangelo di San Luca e indica un passo della parabola dei talenti, esplicitamente riconducibile al tema della buona azione premiata, evocata dall’incipit Homo quidam nobilis. Cornelius, a sua volta, mostra un libro sacro, probabilmente riferibile a un episodio della vita del santo titolare dell’abbazia.
Alla sinistra di San Clemente non compare il primo abate Romano, bensì Leonate, raffigurato in abiti cardinalizi. É lui il protagonista della scena: colui che nel 1176 avviò l’ampliamento dell’abbazia, promosse la costruzione del portico e affidò a Johannes e Rustico la redazione del Chronicon. Leonate mostra a San Clemente il modellino dell’abbazia ormai compiuta, annunciandogli solennemente che è a lui dedicata. La scena è accompagnata dall’iscrizione: Ricevi, San Clemente, la chiesa regia preparata per te e ripaga Leonate con la beata dimora in cielo.
Il modellino dell’edificio presenta un rosone di grandi dimensioni, che ricorda vagamente quello della cattedrale di Troia, in Puglia, oltretutto realizzato nello stesso periodo. In proporzione il rosone del modellino di Leonate dovrebbe misurare diversi metri di circonferenza. Nei depositi dell’abbazia di Casauria sono effettivamente conservati i resti di un rosone, sebbene di dimensioni più contenute a quello idealizzato nella lunetta. Ancora più significativa appare la presenza nel modellino di quattro archi nel portico, mentre in realtà sono tre. A mio avviso è plausibile che questa discrepanza rimandi, ancora una volta, a un’iconografia idealizzata, mutuata dal Chronicon Casauriense, dove al foglio 129 è disegnata la facciata dell’abbazia con i quattro re garanti e benefattori – gli stessi scolpiti negli stipiti del portale – inseriti ognuno in un arco del portico di Leonate,
L’iconografia della dedicatio di Casauria si inserisce così in una più ampia tradizione figurativa del Regno di Sicilia. Un evidente confronto è quello con il mosaico del Duomo di Monreale, dove il fondatore, Guglielmo d’Altavilla, offre il modellino della cattedrale alla Vergine Maria. Oltretutto il Duomo di Monreale fu consacrato nel 1182, lo stesso anno della morte dell’abate Leonate, e lo stesso Guglielmo II è raffigurato in una formella del portale di Casauria.
Architrave e lunetta istoriati poggiano infine su due capitelli di forte valore morale. Quello di sinistra raffigura uomini e animali usciti dal bestiario medievale, come le lamie, impegnati in una lotta contro i peccati e le tentazioni; quello di destra, invece, celebra la vittoria del bene sul male, rappresentata da un uomo che, grazie alla fede e alla saggezza, domina un animale feroce (come l’aquila che artiglia la lepre sulla lunetta). Le decorazioni con foglie di acanto, che incorniciano le scene, alludono alla Resurrezione, suggellando il messaggio salvifico dell’intero apparato figurativo.
Galleria fotografica relativa alla seconda parte













L’abbazia di San Clemente a Guardia al Vomano, frazione di Notaresco – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni







Abbazia di San Clemente a Casauria, portale, nel dettaglio: l’imperatore Ludovico II e San Clemente papa – il re di Sicilia Guglielmo II e l’abate Gioele


Pannelli in bronzo, 1190 circa, provenienti dall’abbazia di San Clemente a Casauria, scritta: Castrum Fare D’Abrile (Il Castello di D’Abrile) – The Walters Art Museum Baltimora


Abbazia di San Clemente a Casauria – stemma della famiglia aquilana dei Branconio – Foto Leo De Rocco – a destra: Raffaello Sanzio, autoritratto con l’amico Giovanni Battista Branconio (in primo piano), abate di San Clemente a Casauria e a Val Vomano, 1518-1520 – Museo del Louvre

Guardia Vomano, frazione di Notaresco, Abbazia di San Clemente al Vomano, stemma dei Branconio – Foto Leo De Rocco

L’Aquila, chiesa di San Silvestro, Cappella Branconio, particolare della iscrizione dedicatoria con la citazione dell’abbazia di San Clemente a Casauria – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Abbazia di San Clemente a Casauria – Portale – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Abbazia San Clemente a Casauria, architrave – Foto Leo De Rocco

Abbazia di San Clemente a Casauria – Urna in alabastro (o marmo) di San Clemente, III d.C. Sarebbe questa l’urna consegnata da papa Adriano II all’impertatore Ludovico II – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Abbazia San Clemente a Casauria – dettaglio: papa Adriano II consegna l’urna di San Clemente nelle mani dell’imperatore Ludovico II – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Abbazia di San Clemente a Casauria – l’imperatore Ludovico II sulla riva del fiume Pescara consegna l’urna di San Clemente a Celso e Beato – Foto Leo De Rocco

Abbazia di San Clemente a Casauria – L’imperatore Ludovico II in trono consegna lo scettro abbaziale a Romano nominato primo abate – Foto Leo De Rocco

Abbazia di San Clemente a Casauria – dettaglio architrave: acquisizione dei nuovi territori – Foto Leo De Rocco

I quattro re protettori di Casauria in un disegno del Chronicon Casauriense – Bibliothéque Nationale Parigi – probabilmente questi sono i sovrani scolpiti sul portale.




Abbazia di San Clemente a Casauria, dettaglio del portale con i 4 re, probabilmente Ugo, Lamberto, Lotario e Berengario – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Abbazia di San Clemente a Casauria – particolare del portale, architrave e lunetta – Foto Leo De Rocco

Abbazia di San Clemente a Casauria – l’abate Leonate consegna il modellino dell’abbazia a San Clemente papa – Foto Leo De Rocco


Abbazia San Clemente a Casauria, dettaglio dei capitelli con i simboli del peccato e delle tentazioni (a sinistra) e delle virtù a destra – Foto Leo De Rocco
Terza parte
Gli arredi sacri e la cripta
Gli arredi sacri costituiscono un insieme di straordinario valore storico e artistico, capace di restituire la lunga stratificazione della vita liturgica del cenobio casauriense. Tra questi spicca il cero pasquale del XIV secolo, decorato con motivi cosmateschi e cinto da dodici colonnine tortili, evidente richiamo alla figura degli apostoli. L’ambone, databile al XIII secolo, riprende invece il linguaggio ornamentale floreale già presente sul portale. Su uno dei lati è incisa un’iscrizione dedicatoria, probabilmente riferita al donatore, identificato come Giacomo da Poppleto.
Il ciborio, realizzato nel XIV secolo, probabilmente sosituì una struttura più antica, forse andata distrutta da un evento sismico. Il suo apparato decorativo sviluppa un articolato programma iconografico, procedendo da sinistra, si riconoscono: la narrazione del viaggio delle reliquie di San Clemente, già rappresentata sul portale; la Madonna con Bambino tra due angeli e due Evangelisti; l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata; Adamo ed Eva, che reggono uno stemma, forse del donatore, creati dal soffio della vita di Dio, rappresentato come la Trinità, Uno e Trino. L’altare è ricavato da un sarcofago risalente al IV secolo sul quale si evidenziano alcuni rilievi scolpiti, forse relativi a iconografie paleocristiane. La volta stellata del ciborio simboleggia la Gloria di Dio.
Addossato sulla parete della navata sinistra si trova, dal 1931, il sarcofago di Berardo di Castiglione, proveniente dalla chiesa parrocchiale di Castiglione a Casauria. Berardo, vescovo di Boiano dal 1364 al 1390 e preposto della chiesa di Santa Maria del Colle a Pescocostanzo, fu una figura di rilievo nell’ambito ecclesiastico abruzzese del Tardo Medioevo.
La cripta è la parte più antica del complesso. Il pavimento risulta rialzato di almeno venti centimetri e, nella zona absidale, è visibile un’intercapedine, probabilmente frutto di antichi interventi di restauro. Il Chronicon Casauriense menziona l’esistenza di una seconda cripta “affrescata con l’immagine di San Clemente papa “, che con ogni probabilità si troverebbe nella parte opposta a questa cripta, ovvero sotto il portico di Leonate.
L’urna di alabastro della Basilica divina
Più di dieci anni fa, nell’adolescenza lontana, vidi per la prima volta l’Abbazia di San Clemente a Casauria. Mi parve, al primo sguardo, una rovina. Tutto il suolo intorno era ingombro di macerie e di sterpi; frammenti di pietra scolpiti erano ammucchiati contro i pilastri…
Con queste parole, nel 1892, Gabriele d’Annunzio descriveva il suo primo incontro con la “Basilica divina”, all’epoca ridotta a un luogo abbandonato. Lo scrittore pescarese pose l’attenzione in particolare sull’urna, che per via della forma che richiama un tempio, definì: “in marmo greco scolpito a fiorami”. Datata al III sec.d.C., è lei la protagonista silenziosa della storia dell’abbazia. Più volte smarrita e ritrovata, nel 1107 papa Pasquale II, benedettino devoto a San Clemente, incaricò il cardinale Agostino di recuperarla: fu rinvenuta dai monaci nascosta sotto il pavimento della cripta, ma ancora una volta se ne persero le tracce. Secoli dopo sarà lo storico Pier Luigi Calore (Pescocostanzo, 1835 – 1935) a intuire il suo ultimo nascondiglio,
La storia dell’abbazia, tuttavia, è segnata anche da lunghi periodi di crisi. Abbandonata dai monaci, danneggiata da terremoti, saccheggiata dai Saraceni nel X secolo. Sarà l’abate Alpario ad avviare nel 911 i lavori di una prima ricostruzione, i cui costi lo costrinsero a vendere terreni e proprietà. Il Chronicon narra in modo dettagliato anche le devastazioni causate dai normanni, in particolare quelle guidate da Hugues Maumoutzet (Ugo Malmozzetto) al servizio del conte Roberto di Loritello, uomo di fiducia del duca di Puglia e Calabria e conte di Sicilia, Roberto il Guiscardo. Nel 1070 l’abbazia subì danni tali da causare la fuga dei monaci; lo stesso abate Trasmondo fu sequestrato da Malmozzetto.
La chiesa venne riconsacrata nel 1105 dall’abate Grimaldo, in tale occasione fu realizzato un nuovo altare contenente le reliquie ritrovate, una croce in argento di circa sette chilogrammi, un calice d’oro e un edificio per ospitare gli abati.
I lavori proseguirono con l’abate Gisone (1112), il quale farà ampliare la sagrestia e commissionerà ai monaci amanuensi importanti codici liturgici miniati. Sotto la protezione di Ruggero II di Sicilia, l’abate Oldrio ottenne il diploma regio e promosse la costruzione di una cantina, di ambienti di foresteria e del campanile, oltre a far restaurare gli altari e a commissionare il ciborio. Fu così che l’abbazia di Casauria si avviò verso il periodo del suo massimo splendore, come abbiamo visto sancito dall’abate Leonate, successore di Oldrio.
L’uomo dell’abbazia
Tra Ottocento e primo Novecento, l’abbazia conobbe una delle fasi più umilianti della sua storia, trasformata in ricovero per greggi e ripostiglio di attrezzi agricoli. Un destino che sembrava segnato, se non fosse per Pier Luigi Calore, storico e studioso abruzzese, amico di Gabriele d’Annunzio e Francesco Paolo Michetti. Fu grazie al suo instancabile impegno e alla sua passione che l’abbazia è giunta conservata come la vediamo oggi. Il suo interessamento e i restauri da lui promossi hanno salvato il cenobio, che con regio decreto del 28 giugno 1894 venne dichiarato monumento nazionale.
Calore nacque a Pescocostanzo nel 1865 e si formò nella prestigiosa Scuola di Posillipo. A Napoli strinse amicizia con Michetti e Filippo Palizzi, di cui fu allievo. Scoprì l’abbazia di Casauria durante una passeggiata nei pressi di Tocco da Casauria e, a sue spese, decise di avviare il recupero. Questo piccolo uomo dal gesto veemente ama una grande cosa morta e l’ama con tutte le forze della passione umana, scrisse d’Annunzio sul Mattino di Napoli, e aggiunse:
Giunsi, giù per il tratturo al galoppo, fino alla Basilica divina. Era il tramonto violaceo. Il cuore mi tremava d’innanzi a quello spettacolo di bellezza sovrana. […] Io e Francesco Paolo Michetti incontrammo l’uomo dell’abbazia, quegli che ha legata la sua esistenza alle colonne del tempio casauriense.
Oggi l’abbazia è circondata da un parco rigoglioso, con roseti, un piccolo bosco e un vigneto che occupa lo stesso luogo descritto dai monaci Johannes e Rusticus più di mille anni fa. Passeggiare in questa oasi di pace, con lo sguardo che si apre verso la Maiella, significa ritrovare ciò che resta di quella piccola isola sul fiume Pescara, il Paradisi floridus ortus.
Il destino dell’abbazia di San Clemente a Casauria, nata come presidio imperiale e benedettino in un territorio strategico, ha attraversato secoli di storia, tra splendore e rovina, protezione sovrana e abbandono, sacralità e profanazione. Le sue pietre istoriate, i bronzi del portale, le pergamene del Chronicon e gli arredi sacri sono vere e proprie pagine di un racconto medievale dove storia e memoria non furono affidati solo a monaci papi e imperatori, ma anche all’opera di uomini moderni che, animati da una passione civile e culturale, hanno salvato Casauria dall’oblio. Pier Luigi Calore, con il suo impegno instancabile e spesso solitario, seppe riconoscere in quelle antiche rovine un importante monumento, che ancora oggi racconta al mondo la storia e la cultura dell’Abruzzo.
Copyright © Riproduzione Riservata – All rights reserved – Leo Domenico De Rocco – derocco.leo@gmail.com – Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo – Note e fonti dopo la galleria fotografica








Ambone



Cero pasquale










Ciborio

L’urna con i resti di San Clemente – Abbazia di San Clemente a Casauria – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Cripta

Chronicon Casauriense, dettaglio – Bibliothèque National Parigi

Abbazia di San Clemente a Casauria, dettaglio del portico dell’abate Leonate – Foto Leo De Rocco


Pier Luigi Calore – Foto Palazzo Calore di Costantini-Di Lorenzo – Pier Luigi Calore fotografato tra le rovine dell’Abbazia – foto Antiquarium Abbazia San Clemente a Casauria.

Abbazia di San Clemente a Casauria, Antiquarium – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni







Abbazia di San Clemente a Casauria, probabilmente qui c’era il chiostro. Il campanile in origine si trovava sul lato opposto, a fianco del portale minore dedicato a San Michele Arcangelo – Foto Leo De Rocco
L’Abbazia di San Clemente a Casauria durante un evento organizzato dalla Direzione museale – video Leo De Rocco
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Copyright © Riproduzione Riservata – All rights reserved – derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici – Articolo aggiornato a ottobre 2023 – Pictures, it is forbidden to use any part of this article without specific authorisation – Note: 1) Brano tratto dal Trionfo della Morte di Gabriele d’Annunzio; 2) Probabilmente era l’ansa del fiume Pescara; 3) Muratori, op. cit., col.792, cit. in Clementi, La Transumanza…,cit. p.45; – Foto (compreso copertina): Castiglione a Casauria, ottobre 2023; settembre 2022, ottobre 2015 e agosto 2014 autore Leo De Rocco – Fonti: La fonte principale di questo articolo è l’encomiabile lavoro della dott.ssa Jessica N. Richardson, ricercatrice associata post-dottorato presso il Center for the Advanced Study in the Visual Arts National Gallery of Art, Washington D.C. autrice della ricerca: The Bronze panels and the Portal of San Clemente a Casauria; altre fonti: Servizio informativo e accoglienza Museo e Abbazia di San Clemente a Casauria, dott. Marco De Leonibus; Direzione Regionale Musei Abruzzo; Ruggero II, di Glauco Maria Cantarella, Salerno Editrice 2020; San Clemente a Casauria, 2001, Adriano Ghisetti Giavarina, appendice di Antonio Alfredo Varrasso, Edizioni Carsa Pescara.
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– English Version –
The St. Clement’s Abbey of Casauria
I would like to bring you to an abandoned Abbey, which is the most solitary of our Hermitage and full of ancient memories: where there is a large white marble candelabrum, a wonderful piece of art, created by an artist with no name… straight by that candelabrum and in silence, you shall enlighten with your face the meditations of my soul. Gabriele d’Annunzio (1)
The Bibliotheque Nationale of Paris is familiar with the St. Clement’s Abbey. The prestigious Parisian Library preserves a precious historical document of Abruzzo, the “Chronicon Casauriense”.
The important medieval work ended up in the hands of the French as a result of one of the many expeditions that the “cousins of the Italians across the Alps” led on Italian soil to control it: the “horende” wars, as defined by Machiavelli.
The “Chronicon Casauriense”, which consists of a collection of 272 pieces of parchment, describes in a meticulous way and for a time span ranging from the year 866 to 1182 the economic- and socio-political life of one of the most beautiful and historically most interesting Abbeys of the Abruzzo region.
The author of the Chronicon of Casauria was the Benedictine monk Giovanni Berardi, as he was responsible for the drafting of the first scroll. The Benedictine monk dedicated the text to the abbot Leonate, who was the most famous among the abbots leading the Abbey.
The Abbey reached the height of its prosperity with Leonate, for he was responsible for the realisation of the beautiful porch and he was the one to instruct the monk Giovanni and the master Rustico to draw on parchment the “Chronicles” of the Abbey and its appurtenances.

St. Clement’s Abbey of Casauria – ph Leo De Rocco
The origins of the St. Clement’s Abbey of Casauria date from around the year 870. It was the Emperor Ludovico II, the great-grandson of Charlemagne, who wanted a church where it was believed there was a small island surrounded by the waters of the river Pescara and the place was called Casaurea or “Insula de Piscaria” (2).
The Chronicon meticulously describes the journey in Abruzzo of Ludovico II, who whilst descending from Ravenna, followed the course of the Pescara river to the south of Italy and fought the Saracens.
The Emperor Lodovico was so fascinated by the beauty of the place -the Chronicon describes “deer that inhabit forests, eagles that nest in sovereign precipitous cliffs, hawks, trout streams and wild ducks, rivers swarming with fish in every way… “(3 )- that he ordered the construction of a church dedicated to the Holy Trinity, formally as a votive offering for having been saved from an attack.
Indeed, the Abbey served to Ludovico II to balance the vast territorial powers and to counterbalance for the eastern side of the Apennines the strong power that there was on the other side, namely the Abbey of Montecassino.
By looking carefully at the main entrance of the Abbey of St. Clement, the portal of which consists of 72 bronze panels, one can see as many as 20 panels depicting many castles, all falling within the territorial appurtenances of the Abbey of Casauria.
Around the year 900, the Abbey of St. Clement controlled most of the Abruzzo region and at the time of Ludovico II it represented the southern stronghold of the Carolingian Empire.
Thus, it represented immense power back then. Furthermore, in the following centuries the Abbey’s power remained firmly in place. On one side of the building there is a very important sixteenth-century emblem that represents the coat of arms of the powerful family of L’Aquila the Branconios, the most illustrious representative of which was Giovanni Battista Branconio.
The latter, who was a personal friend and client of Raffaello Sanzio, became a commendatory of the St. Clement’s Abbey of Casauria mandated by Giovanni de’ Medici, during the Pope-Leo-X- century (see the article in this blog “The stolen Raphael”-Il Raffaello rubato, October 2015).

St. Clement’s Abbey of Casauria. october 2015 – ph Leo De Rocco
The history of the St. Clement’s Abbey of Casauria is not only written in the Chronicon, which is jealously kept by the French, but it is also admirably described in the central portal of this beautiful Abbey of Abruzzo.
On the lunette, the Emperor Ludovico II is depicted receiving an alabaster pot from the hands of Pope Adrian containing the bones of St. Clement (which is preserved inside the Abbey); Furthermore, the trip of the Emperor nearby the river Pescara to the islet on which the Abbey would be later constructed, is depicted.
Moreover, the acquisition of territories of Abruzzo with the blessing of the bishop Grimoaldo of Penne along with the symbolic representation of the site in the form of a basket full of flowers, the “paradisi floridus ortis”, are portrayed. Finally, the Abbey depicted on the ancient “insula piscarie” and the appointment of the first abbot, called Romano are shown. At the centre of the lunette and at its top, there is a figure of St. Clement, accompanied on his left by St. Efebo and Cornelius, whilst to his right there is abbot Leonate that holds a miniature of the Abbey.
More than ten years ago, during my distant adolescence, I saw for the first time the St. Clement’s Abbey. At a first glance it seemed to be in ruins. All around, the ground was full with rubble and weeds; carved fragments of stone were piled up against the columns; wild herbs were hanging from all the cracks; (…) The great piece of art remained lost in that loneliness and unsafe, under a constant threat, and perhaps sentenced to disappear. Gabriele d’Annunzio, 1892.

St. Clement’s Abbey of Casauria, october 2015 – ph Leo De Rocco
The divine Basilica, as Gabriele d’Annunzio used to call it, unfortunately experienced a long period of decline that lasted until the late nineteenth century.
Abandoned by the monks, damaged by earthquakes, looted by the French troops, the Abbey was transformed into a shelter for herds and a shed for agricultural tools.
It was only thanks to Pier Luigi Calore, a historian and scholar of Abruzzo and a friend of Gabriele d’Annunzio, that the St. Clement’s Abbey has come down to us today.
Pier Luigi Calore was born in Pescosansonesco (in the province of Pescara) in 1865 and as he was prone to art, he studied at the prestigious School of Polillipo. In Naples, he became a friend of his compatriots Francesco Paolo Michetti and Filippo Palizzi (of whom he was a student).
Thanks to his passion for art, Calore began at his own expense the first recovery plan of the important monument of Abruzzo that he discovered in ruins during a walk near Tocco da Casauria. “This little guy of this passionate gesture adores a great dead thing and he loves it with all the forces of human passion,”: this was what Gabriele d’Annunzio wrote in the columns of the “Mattino di Napoli” newspaper about Luigi Calore, “the man of the Abbey”.
I galloped down from the cattle track until the divine Basilica. There was a purplish sunset. My heart trembled from the beginning at the sight of that sovereign beauty. (…) Me and Francesco Paolo Michetti met the man of the Abbey, the one who has tied his existence to the columns of the temple of Casauria. Gabriele d’Annunzio, August 1891.
Leo De Rocco
Copyright © All rights reserved – This article and the pictures shown on this website are private. It is thus prohibited to retransmit, disseminate or otherwise use any part of this article without written authorisation: derocco.leo@gmail.com – Footnotes: 1) excerpt from The Triumph of Death by Gabriele d’Annunzio; 2) this was probably the bend of the river Pescara; 3) Muratori, op. cit., issue 792, cited in Clementi, La Transumanza…, p.45; – Photos (including cover): Castiglione a Casauria, October 2015 and August 2014, by Leo De Rocco – Sources: Jessica N. Richardson “The Bronze panels and the Portal of San Clemente a Casauria”, Jessica N. Richardson: Center for the Advanced Study in the Visual Arts National Gallery of Art, Washington D.C. – Acknowledgements: Andrea de Carlo, translator and professor of literature; Ioannis Arzoumanidis, research fellow, for translating this article into English – Author/Blogger: Leo De Rocco / derocco.leo@gmail.com

This is great..
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Divina.
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