A casa di Gabriele d’Annunzio, senza dimenticare Flaiano

Nella Pescara di oggi, rutilante di aggressività moderna, via Manthonè è una bacheca, uno scrigno scheggiato, uno stipo che custodisce l’aroma quasi affatto smarrito di una città che certo conobbe pigre e borghesi dolcezze. – Giorgio Manganelli (1)

Pescara – Museo casa natale Gabriele d’Annunzio, il datario segna il 12 marzo 1863 – Foto Abruzzo storie e passioni

Sono castellammarese da sempre, non meno che pescarese – Gabriele d’Annunzio, Novelle della Pescara.

12 marzo 1863, venerdì, il datario è ancora appeso sulla parete e segna un giorno di festa, dopo due figlie, Anna ed Elvira, arrivò un maschietto. Donna Luisa de Benedictis lo partorì in casa, come si usava una volta, assistita dalle altre donne del quartiere e dalla “mammina”, la levatrice custode di quel prezioso sapere, tramandato da donna a donna, che in passato garantiva la continuità generazionale.

Gabriele d’Annunzio nacque nel quartiere di un piccolo paese costiero, abitato soprattutto da pescatori, contadini e piccoli artigiani, dove all’alba si sentiva il profumo del pane fresco e a mezzogiorno l’odore delle zuppe di pesce. Venne registrato all’anagrafe con la “d” minuscola, ripresa da quel ricco prozio Antonio che si prese cura di suo padre Francesco Paolo, adottandolo. Il cognome del nonno paterno era Rapagnetta.

La ricorrenza capita a ridosso del giorno di apertura di questo blog, dedicato alle storie dell’Abruzzo di ieri e di oggi, è quindi doveroso ricordare lo scrittore pescarese con il primo articolo. Ma più che ripercorrere tutta la sua arcinota biografia faremo una passeggiata dannunziana nel suo quartiere, da qualche anno uno dei luoghi più frequentati dalla movida pescarese.

Passeggiata dannunziana

Il quartiere si trova nel cuore storico della città, dove non mancano architetture neoclassiche e decorazioni Nouveau affacciate su un viale non a caso intitolato al Vate, e dove è in progetto la realizzazione del Museo dell’Ottocento: nelle sale di un palazzo costruito nel primo Novecento, già sede della Banca d’Italia, sarà allestita una importante collezione con nomi prestigiosi, come Mancini, Coubert, Morelli, De Nittis, Michetti e tanti altri.

Passeggiando nel quartiere della “Pescara vecchia”, tra corso Manthonè, via delle Caserme, piazza Garibaldi, Porta Nuova e parte di viale d’Annunzio, si fa notare la gigantografia di d’Annunzio disegnata in un colorato murale che fa da quinta al ponte ferroviario. Simbolo di antiche diatribe tra pescaresi e castellammaresi, qui il “Ponte di ferro” univa due paesi: Pescara, in provincia di Chieti e Castellammare Adriatico, in provincia di Teramo.

La cattedrale di San Cetteo

Ahi, ahi era l’agosto strepitoso del 1872 o 73. E anche in quegli anni la Chiesa di San Cetteo era decrepita, con le mura scrostrate, il pavimento sconnesso, con i vetri rotti. Entravano la pioggia e la grandine e la raffica; ma talvolta entrava anche una rondine, e guizzava e garriva sul ciborio come intorno al suo fresco nido. Dono alla nuova Chiesa una grande pala d’altare, attribuita al Guercino, immagine di San Francesco. – Gabriele d’Annunzio

La casa natale di d’Annunzio si trova a due passi dalla ex caserma di fanteria borbonica, oggi Museo delle Genti d’Abruzzo, e da piazza Garibaldi, dove abitava la contessa di Amalfi, un personaggio dannunziano citato dallo scrittore nelle Novelle della Pescara  (1902). Da questa piazza si accedeva alla piccola chiesa del Santissimo Sacramento, riedificata nelle odierne forme architettoniche per volontà dello stesso d’Annunzio.

La cattedrale di San Cetteo fu progettata nel 1933 da Cesare Bazzani (1873 – 1939) per la ruggente Pescara moderna, ma la facciata è caratterizzata da reminiscenze neoromaniche e l’interno è intriso di icone dannunziane, come la cappella dedicata alla madre dello scrittore, un privilegio che di solito spetta a sante e regine, Il sepolcro custodisce una scultura di Arrigo Minerbi e un dipinto seicentesco attribuito al Guercino, che raffigura San Francesco sul Monte della Verna, donato alla cattedrale dal poeta.

Davanti alla facciata della cattedrale, una installazione in vetro collocata a ridosso del piano stradale mostra i resti dell’antica chiesa di Santa Gerusalemme, costruita su un tempio romano dedicato alla dea della Vittoria quando, prima della dominazione longobarda, Pescara si chiamava Ostia Aterni, Sotto quella teca trasparente, spesso ignorata dai passanti distratti e frettolosi, ci sono duemila anni di storia.

Ma lo spirito di Flaiano è dietro l’angolo. Nella vicina piazza Emilio Alessandrino, c’è il Museo Nazionale del Cinema, il Mediamuseum, fondato dal critico letterario Edoardo Tiboni, l’ideatore del prestigioso Premio Flaiano. Ma anche qui, tra locandine di film felliniani, macchine da presa, foto di divi e dive in stile Via Veneto, troverete le tracce lasciate da d’Annunzio.

Entriamo nella casa di d’Annunzio

La casa-museo conserva l’aspetto di una casa dell’alta borghesia ottocentesca, è un edificio di pregio, dichiarato monumento nazionale dal 1927, lo stesso anno in cui fu creata la provincia di Pescara. Il percorso museale è diviso in cinque sezioni: la casa; il guardaroba del poeta; la sala delle stampe, con le prime edizioni delle sue opere letterarie; la sala dei calchi, realizzati dal suo amico Arrigo Minerbi; infine la sala del d’Annunzio soldato, in mostra cimeli, divise e foto d’epoca.

Giunti all’ingresso, ci aspetta lo stesso d’Annunzio per illustrarci la sua dimora, attraverso i ricordi della sua infanzia narrati nei suoi scritti:

▪︎ La stanza dell’amata madre: È la stanza dove io nacqui, dov’ella spirò. Io rimuoio ed ella rinasce; ed entrambi viviamo.

▪︎ Il pozzo nel cortile, luogo scelto per i suoi primi giochi: Penso, non so perché, al suono dell’antica mia voce quando, fanciullo, sollevato il coperchio ferrato del pozzo e sporgendomi dalla sponda di pietra solcata dalla corda, gittavo un grido verso il fondo ove intravedevo il mio viso nell’acqua che luceva. Richiudevo il coperchio con cautela, perché l’urto del ferramento non ricoprisse il mio grido segreto.

▪︎ Le prime letture, il fratello e il padre: La seconda stanza è deserta. Ci sono i libri della mia infanzia e della mia adolescenza. C’è il leggio musicale del mio fratello emigrato. C’è il ritratto di mio padre fanciullo col cardellino posato sull’indice teso.

▪︎ L’inginocchiatoio: Nella terza stanza c’è il mio letto bianco, c’è il vecchio armadio dipinto, con i suoi specchi appannati e maculati, c’è l’inginocchiatoio di noce dove mi sedevo in corruccio e rimanevo ammutolito, con una ostinazione selvaggia, per non confessare che mi sentivo male.

Arredi, suppellettili, libri e documenti, abiti, divise, scarpe e accessori, sono tutti originali e realmente appartenuti a d’Annunzio e alla sua famiglia. Fu lo stesso poeta a volere questa casa-museo. Dopo la morte della madre, nel 1917, affidò i lavori a suo cognato, l’architetto Antonino Liberi, ricordato anche per il progetto della città–giardino, in parte realizzato nella zona sud della città chiamata Aurum ‐ Pineta Dannunziana. Liberi fu affiancato dall’architetto Giancarlo Maroni, colui che quattro anni dopo la Casa-museo di Pescara realizzerà a Gardone Riviera il Vittoriale.

Il letto dove nacque il poeta fu trafugato durante la Seconda guerra mondiale. Il conflitto causò danni ingenti all’edificio durante i bombardamenti, tristemente noti per le numerose vittime tra i civili. Nel dopoguerra fu ricostruito fedelmente grazie a un acquerello realizzato nel 1940 dal pittore Michele Cascella (Ortona, 1892 – Milano, 1989).

Le volte dei saloni di rappresentanza sono decorate a tempera da artisti marchigiani, secondo il gusto neoclassico dell’epoca. Sulle pareti appaiono i ritratti di famiglia e alcune stampe; una di queste raffigura la Madonna dei Sette Dolori, o delle Sette Spade, alla quale i pescaresi sono molto devoti.

La Basilica della Madonna dei Sette Dolori è l’edificio di culto più antico della città, fu costruito su un luogo anticamente ricco di boschi di querce e pascoli dove, si narra, nel XVII sec. si verificarono alcune apparizioni mariane culminate nel corso dell’Ottocento con il miracolo della pioggia: durante un periodo di siccità i castellammaresi pregarono la Madonna dei Colli e improvvisamente arrivò la pioggia a salvare i raccolti.

Ricordata nei suoi scritti anche da Ennio Flaiano, la basilica si trova sui colli di Pescara, laddove lo sviluppo di Castellammare Adriatico ricevette un decisivo impulso a seguito della costruzione della linea ferroviaria, inaugurata nel 1863, lo stesso anno in cui nacque Gabriele d’Annunzio.

Pescara, Corso Manthonè, ieri (collezione privata) e oggi.

Pescara – Cattedrale di San Cetteo; resti della chiesa di Santa Gerusalemme; San Francesco del Guercino; quartiere Manthonè e dintorni. Si noti lo stemma della città di Pescara, posto su un edificio di viale d’Annunzio, quando era ancora separata da Castellammare Adriatico (dal 1807 al 1927) – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Pescara, zona quartiere Manthonè: ponte ferroviario e pedonale; piazza Garibaldi; murale con l’immagine di Gabriele d’Annunzio sulla facciata dell’Archeclub – Foto Abruzzo storie e passioni

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Pescara, via delle Caserme, parallela a via Manthonè, Museo delle Genti d’Abruzzo.

Pescara, ingresso Museo casa natale Gabriele d’Annunzio e cortile interno.

Pescara – Museo casa natale Gabriele d’Annunzio

Pescara Colli – Basilica della Madonna dei Sette Dolori – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Pescatori sulla spiaggia di Castellammare Adriatico, Alfredo Muzii, 1875, collezione privata

d’Annunzio ricorda la famiglia Flaiano

Pescara si popolava di marinai […] L’odore acuto delle zuppe di pesce si propagava nell’aria dalle cantine aperte […] Quando dal forno di Flaiano si spandeva nell’aria l’odore caldo del pane recente.

Così scriveva d’Annunzio nel 1902. Il forno della famiglia Flaiano si trovava al piano terra dello stesso edificio dove, otto anni dopo la pubblicazione delle Novelle, nacque Ennio Flaiano (Pescara, 1910 – Roma, 1972), la prima generazione del Novecento, l’era moderna, ma non è impossibile azzardare alcuni parallelismi tra i due famosi concittadini.

Giornalista, scrittore, e sceneggiatore di film che hanno fatto la storia del cinema italiano e internazionale, Flaiano è stato per lungo tempo legato artisticamente a Federico Fellini. Un’amicizia non senza contrasti. Le cronache dell’epoca raccontano l’episodio del viaggio in aereo da Roma a Los Angeles, con Fellini e il produttore Angelo Rizzoli in prima classe e Flaiano inspiegabilmente relegato in seconda. Inoltre, le loro idee non erano sempre in linea su come rappresentare la realtà nella finzione cinematografica: Fellini era un visionario, un sognatore, “lui danza” fa dire Pasolini a Orson Welles (2); Flaiano, invece, era un disilluso, realista, un lucido intellettuale con i “piedi ben piantati tra le nuvole” (3). Ma da questi contrasti, forse solo apparenti, nacquero film come La Dolce Vita.

Non solo Fellini, altrettante straordinarie sono state le collaborazioni e le sceneggiature di Flaiano per il gotha del cinema italiano: da Antonioni a De Sica; da Zampa a Risi, Petri, Monicelli, Senza dimenticare il teatro e il giornalismo.

Vincitore della prima edizione del Premio Strega (1947) con Tempo di uccidere, romanzo che ispirerà il regista Giuliano Montaldo per il film omonimo girato nel 1989 e interpretato da Giancarlo Giannini e Nicolas Cage, il pensiero di Flaiano è rappresentato da quel “marziano” piombato a Roma dall’Abruzzo. Metafora di un esistenzialismo spesso sofferto, vissuto e descritto con l’arma più efficace: l’intelligente ironia.

Un intellettuale giunto a Roma dalla provincia, così come qualche decennio prima il suo concittadino d’Annunzio, che raccontò alla capitale le sue mondane cronache “bizantine”, conquistando un’annoiata e appiattita aristocrazia con l’annuncio della sua finta morte a causa di una finta caduta da cavallo: un coup de théatre dannunziano, degno di un film visionario felliniano sceneggiato da Flaiano.

Flaiano e l’Abruzzo

Flaiano, come d’Annunzio, non dimenticherà le sue origini abruzzesi. Così scriveva nel 1972 al suo amico poeta e giornalista Pasquale Scarpitti (Castel di Sangro, 1923 – Pescara, 1973):

“Caro Scarpitti. Questo dovrebbe spiegarti il mio ritardo nel risponderti e questo ti dice che non sono nato a Pescara per caso; c’è nato anche mio padre e mia madre veniva da Cappelle sul Tavo. I nonni paterni e materni anch’essi del teramano. Mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita, in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori di oggi.

Io ricordo una Pescara diversa, con cinquemila abitanti, al mare ci si andava con un tram a cavalli e le sere si passeggiava per quella strada dove sono nato, il corso Manthonè, ora diventato un vicolo e allora persino elegante. Una Pescara piena di persone di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle che, se non ci fossero già quelle “della Pescara”, si potrebbe scavare ancora.

Ma l’ipotesi dannunziana è troppo forte, bisogna aspettare un altro poeta, e forse è già nato. Ciò che mi ha sempre colpito nella Pescara di allora era il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito. Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana, nelle campagne un uomo è ancora “nu cristiane”, la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come i miei, anzi nei loto difetti i miei.

Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone, Boccaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: «Gli è più lontano che Abruzzi»; un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella sono le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare.

Tra i dati negativi della stessa eredità: il sentimento che tutto è vanità, ed è quindi inutile portare a termine le cose, inutile far valere i propri diritti; e tutto ciò misto ad una disapprovazione muta, antica, ad una sensualità disarmante, a un senso profondo della giustizia e della grazia, a un’accettazione della vita come preludio alla sola cosa certa, la morte: e da qui il disordine quotidiano, l’indecisione, la disattenzione a quello che succede attorno.

Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?), con una sola morale: il Lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico, dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue.

Me ne andai all’età di cinque anni, vi torni a sedici, a diciotto ero già trasferito a Roma, emigrante intellettuale, senza nemmeno la speranza di ritornarci. Ma le mie estati sono abruzzesi, e quindi conosco bene l’Abruzzo, il colore e il senso dell’estate, quando dai treni che mi riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosca.

Poco so dell’Abruzzo interno e montano, appena le strade che portano a Roma. Dico sempre a me stesso che devo tornarci a “vederlo”. Non certo per scriverne, scrittori abruzzesi che posso dirci qualcosa dell’Abruzzo d’oggi non mancano, io indugerei un po’ troppo nella memoria, non so più giudicare, capisci quello che voglio dire? O forse, chissà…

Questa lettera che mi hai cavato con la tua dolce pazienza non volevo scriverla, per un altro difetto abruzzese, il più grave, quello del pudore dei propri sentimenti. Non farmi aggiungere altro, statti bene e tanti saluti dal tuo Ennio Flaiano.”  (4)

Flaiano ricorda d’Annunzio

Lo stesso Flaiano ricorda la casa di d’Annunzio, quando da bambino si trovava a passare nei pressi accompagnato da sua madre: Al primo piano, sul balcone estremo di destra, guardando la facciata, ho visto talvolta seduta, nei tardi pomeriggi, la madre del poeta. Una vecchia dal volto nobile, bianca e infelice, dicevano, per la lontananza del figlio.

La lontananza di d’Annunzio da Pescara,  causa della infelicità di donna Luisa testimoniata da Flaiano, iniziò già all’età di 11-12 anni, quando troviamo Gabrielino, spavaldo e sicuro di sé, in Toscana, studente al Convitto Cicognini di Prato, il più prestigioso collegio italiano dell’epoca.

Ho preso il fanciullo di Pescara, me lo sono messo su le spalle […] Lo cercavo, sempre lo cercavo, per le vie di Prato, per le vie di Pistoia, per le vie di Firenze, per tante vie di Toscana, ed era con me! È con me. Gabriele d’Annunzio, Novelle della Pescara.

Dopo il collegio, numerosi furono i ritorni in Abruzzo e le visite alla madre a Pescara, ma l’irrequieto d’Annunzio abiterà in diversi luoghi, abruzzesi e non: in una stanza in affitto a Roma; per qualche anno a Francavilla al Mare; per alcuni mesi di passione con la “bella romana” Barbara Leoni in una villetta sul mare di San Vito Chietino (su questa storia rimando all’articolo: “San Vito Chietino. Mare, trabocchi e amanti”); e poi Napoli, Settignano, Venezia, Arcachon, Parigi, fino ad approdare con la nave cimelio Puglia a Gardone Riviera.

Flaiano e d’Annunzio

La testimonianza di Flaiano di un ricordo così lontano non sempre corrisponde, come potrebbe sembrare, a una netta contrapposizione tra due mondi: se è vero che Flaiano rappresentò uno spirito moderno e contemporaneo, d’Annunzio non può essere assimilato tout-court a un polveroso mondo stile vittoriano.

La vita “simile a un’opera d’arte” di dannunziana memoria pose le basi a una nuova società, sorta nel dopoguerra, portatrice di uno stile di vita edonistico e mondano, non più vissuto nei palazzi incantati dei vari Andrea Sperelli, ma approdato nella Dolce Vita di Via Veneto, alla luce del sole e dei flash: quel divismo che stava diventando pop, celebrato o criticato dal duo Fellini/Flaiano, lo inventò prima d’Annunzio.

Il poeta della Pioggia nel pineto è stato un intellettuale rivoluzionario, contribuì a rinnovare la letteratura e la lingua italiana in un’epoca ancora formale e accademica, soprattutto per poeti, scrittori e giornalisti. Le nuove parole da lui inventate, come “tramezzino, scudetto, Rinascente” e tante altre, erano modernissime, come le sue inedite forme di comunicazione, spesso volutamente provocatorie e dissacranti, penso ad esempio allo scandalo che scoppiò a Parigi quando nel 1911, quando mise in scena Le Martyre de Saint Sébastien, affidando la parte del “Santo saettato” a una donna, Ida Rubinstein, e facendo così rizzare i capelli al clero francese. Sull’argomento si veda l’articolo: “I San Sebastiano abruzzesi”.

Gabriele d’Annunzio si rese protagonista anche dell’allora nascente pubblicità commerciale, prestando la sua immagine come testimonial di alcune marche di liquori e profumi. Esperto di moda femminile, già da adolescente disegnava lui stesso gli abiti, prima per le donne di casa, poi per le sue muse. Sceglieva stoffe e abiti femminili di alta sartoria, ma anche scarpe, gioielli, persino camicie da notte, arrivando a fingersi donna quando, firmandosi “Lili Buscuit” sulla rubrica del giornale romano “La Tribuna”, dispensava consigli alle lettrici (5). Tutto questo accadeva decenni prima della nascita della moda come simbolo dell’italianità nel mondo.

La moda è l’autoritratto della società, l’oroscopo che essa stessa fa del suo destino. Ennio Flaiano

Ennio Flaiano, Federico Fellini e Anita Ekberg

Pescara, corso Manthonè, casa natale di Ennio Flaiano e il monumento a lui dedicato – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Atmosfere Nouveau non lontano dal quartiere Manthonè – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Abito in seta e rayon, disegnato da Gabriele d’Annunzio per la sua amante Melita (Letizia de Felici) – Museo casa d’Annunzio Pescara – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Completo da caccia alla volpe. Redingote rossa, bottoni oro con raffigurazione di volpe. Bombetta in feltro nero. James Lock & Co. Hatters, St.James Street London – Museo casa d’Annunzio Pescara – Foto Leo De Rocco

Giacca da camera in lana donata da Gabriele d’Annunzio a Letizia de Felice in suo ricordo – Museo casa d’Annunzio Pescara – Foto Leo De Rocco

Camicia da notte in cotone, allacciatura “alla marinara”, donata da Gabriele d’Annunzio a Letizia de Felice – Foto Leo De Rocco

Collezione di abiti tessuti e accessori disegnati da Gabriele d’Annunzio – Gardone Riviera, Vittoriale degli Italiani – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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Il Vate si sa è stato anche un gran burlone. Scarpe disegnate da Gabriele d’Annunzio – Gardone Riviera, Vittoriale degli Italiani – Foto Leo De Rocco

Gabriele d’Annunzio nel 1877 circa, ai tempi del Liceo Cicognini.

Gabriele d’Annunzio fotografato nella sua casa a Francavilla al Mare – copyright Archivio storico Iacone – Gardone Riviera, Vittoriale – Foto Leo De Rocco – Eremo Dannunziano, San Vito Chietino, la casa degli amanti Gabriele d’Annunzio e Barbara Leoni – Foto Leo De Rocco – Sugli amanti: “San Vito Chietino. Mare, amanti e trabocchi”, in questo blog.

d’Annunzio e la Chitarra

L’esteta d’Annunzio, si sa, amava tutti i piaceri della vita, compreso quelli del palato. Nei suoi scritti, tra poesie e romanzi, cita spesso la cucina abruzzese: il dolce Parrozzo, gli “indimenticabili maccheroni” De Cecco (6), persino i piatti semplici a base di pesce, preparati dai contadini di San Vito Chietino.

Tempo fa, mentre visitavo il Vittoriale a Gardone Riviera, notai nella grande cucina una “chitarra” appesa sulla parete. Non lo strumento musicale, ma l’attrezzo simbolo della tradizione culinaria abruzzese, utilizzato per preparare gli spaghetti detti, appunto, “alla chitarra”.

Un piatto conosciuto dal grande pubblico anche grazie a Mario Monicelli, regista di un film diventato nel tempo un vero e proprio cult: “Parenti Serpenti”, la cui sceneggiatura fu curata dal lancianese Carmine Amoroso (si veda l’articolo “Lanciano da scoprire”, in questo blog). Nel film la chitarra appare in una delle scene iniziali, quella in cui nonna Trieste (interpretata da Pia Velsi) prepara gli spaghetti alla chitarra per nonno Saverio (Paolo Panelli) e per il resto della famiglia.

Davanti a un bel piatto di spaghetti alla chitarra non resistette neppure il re d’Egitto Farouk I, il quale fuggito dal suo paese dopo il colpo di stato del 1953 – le cronache dell’epoca narrano a bordo di uno yacht carico di lingotti d’oro – trascorse nel lusso gli anni della Dolce Vita romana, frequentando il ristorante “La Maielletta” e viaggiando spesso a Francavilla al Mare, dove era di casa al ristorante “La Nave”, che gli dedicò il piatto “Spaghetti alla Faruk”, ideato dallo chef Narciso Bonetti.

Sulla “chitarra” di d’Annunzio propongo di seguito un racconto spassoso e divertente firmato (7) da Gian Carlo Fusco, brillante ed estroso scrittore, lavorò con prestigiosi giornali, come l’Espresso, l’Europeo e Il Mondo, quando in redazione c’era pure Ennio Flaiano.

Fusco è stato anche uno sceneggiatore per cinema e teatro, collaborò, tra gli altri, con Carmelo Bene, Vittorio Gassman, Luigi Comencini. Personaggio dalla biografia avventurosa, si spense a Roma nel 1984, povero e dimenticato da tutti. Lo ricordo con piacere in questo articolo con un brano (non a caso) su Gabriele d’Annunzio, tratto dai suoi racconti un po’ romanzati, o forse erano romanzi veri e propri, perché i suoi libri lasciano sempre questo piacevole dubbio.

“Non ricordo esattamente l’anno. Ma se non fu nel 1925, fu certamente nel 1926, che la Marina Militare italiana decise di donare a Gabriele D’Annunzio, sistemandogliela fra le amene verzure del Vittoriale, la prora della nave «Puglia». Cimelio ambitissimo dal Poeta Soldato, perché su quella tolda, nel 1920, a Spalato, era stato ucciso il comandante Tommaso Gulli.

L’incarico di quell’operazione, dal taglio estetico della prora, alla collocazione su un apposito basamento, fu dato al colonnello del Genio Navale Umberto Pugliese. Il quale, quando venne il giorno della solenne consegna a D’Annunzio, ottenne dal Ministero di potersi scegliere i quattro o cinque ufficiali che lo avrebbero accompagnato a Gardone.Fra gli altri, scelse mio padre. Il quale, nella sua qualità di capitano commissario, aveva curato la pratica «Stanziamento fondi relativo omaggio prora nave Puglia a G. D’Annunzio».

Mio padre, Carlo Fusco, nato fra i monti del Sannio, era arrivato alla Marina da Guerra percorrendo, come tanti giovani meridionali di buona volontà, la strada, spesso miracolosa, indicata da un cartello segnaletico che dice: «Arrivare, il più presto possibile, al primo stipendio». E come tantissimi italiani che frequentano scuole a indirizzo tecnico, disprezzava profondamente le questioni tecniche e si occupava, appassionatamente, di letteratura. Va da sé che il sommo dei suoi sommi fosse Gabriele D’Annunzio.

Quando mio padre fu informato ufficialmente che il colonnello Pugliese lo aveva incluso nel gruppetto dei suoi accompagnatori, l’idea che stava per conoscere, in persona, l’Imaginifico, alias Ariel Armato od Orbo Veggente, lo mise in uno stato quasi febbrile. Che diventò ancora più acuto e vibrante, allorché gli venne l’idea di portarmi con sé al Vittoriale. Perché (disse) sarebbe stato un vero delitto non approfittare dell’occasione per farmi «vedere, da vicino» l’ultimo Grande Italiano.

Sì era in giugno. Avevo appena compiuto non so se 10 o 11 anni. Mancava una settimana alla partenza. Mi fu acquistato un vestito alla marinara bianco, completo di berretto con la scritta «Regia Nave Dante Alighieri». Dovetti imparare a memoria il sonetto «O giovinezza!» («O giovinezza, ahi me, la tua corona/ su la mia fronte è già quasi sfiorita…») nell’eventualità che l’Imaginifico mi chiedesse di recitargli qualcosa di suo.

Partimmo agli sgoccioli di quel giugno, con un treno del tardo pomeriggio, che dalla Spezia ci portò a Genova. Da dove, cambiando treno, alle prime luci del giorno, arrivammo a Milano. La Prora, intanto, si rimise in viaggio per Brescia, dove, appena scesa dal treno, fu distribuita su due grandi automobili scure e circa un’ora dopo scaricata nell’Eremo di Gabriele, proprio di fronte alla villa denominata «La Priorìa», l’abitazione vera e propria del Filibustiere del Quarnaro, il quale ci stava aspettando davanti alla porta della villa, con un gigante barbuto alle spalle.

Me l’ero immaginato non molto alto, ma snello. Invece, era più tozzo che basso. Indossava un abito di gabardine di un marrone molto chiaro. Sulla camicia avorio serpeggiava una cravatta verde ramarro. Calzava scarpe bianche dalla mascherina cannella traforata. La testa, perfettamente calva, era un po’ incassata fra le spalle. Aveva l’occhio destro coperto da una benda nera.

«Alalà! Siate i benvenuti, uomini del mare!» salutò, con voce sottile e una punta di cantilena. Poi, porgendo una ciotola di legno, soggiunse: «Date il vostro obolo al poverello!» Consegnò al gigante barbuto la ciotola dov’erano cadute alcune monete, quindi strinse tutte le mani, s’informò, facendomi una carezza, chi fosse il «giovanissimo nostromo biondo e bianco».

Poi c’invitò a contemplare la «fatidica prora», che solo qualche ora prima alcuni arsenalotti, venuti da Venezia, avevano finito di sistemare sul basamento, in mezzo ai cipressi. Di lì, cominciò la visita al Vittoriale. Con brevi tappe al Cortile degli Schiavoni, all’Arengo, al Frutteto, al Laghetto delle Danze, alla Valletta dell’Acqua Pazza e a quella dell’Acqua Savia. Alla fine del giro, ch’era durato circa due ore e durante il quale, di tanto in tanto, il Vate mi aveva accarezzato una guancia, ci ritrovammo davanti alla «Priorìa». «Ora i miei fidi uscocchi vi accompagneranno alla locanda» disse D’Annunzio. «Ma stasera vi aspetto alla mia mensa, per un modesto rancio. Alalà!». «Alalà!» echeggiò la rappresentanza.

Poi, mio padre, un po’ timidamente, s’informò: «Posso portare mio figlio anche stasera?». «Non puoi! Devi!» rispose l’Imaginifico. «Come potrebbe mancare all’appello la presenza augurale del giovanissimo nostromo biondo e bianco?».

Non era una tavola da pranzo, quella dove sedemmo qualche ora dopo. Era una specie di altare, sul quale piatti e posate occupavano il minimo dello spazio indispensabile, in mezzo a una selva di cimeli e oggetti dal misterioso significato.

Schegge d’elica, statuette di bronzo e d’argento, calici ecclesiastici, brandelli di damasco, di raso e di broccato, pugnali di tutte le fogge, caschi da aviatore, una decina fra oriflamma, gagliardetti e drappelle, fiale di cristallo colorato, un nastro da mitragliatrice con tutti i proiettili… Guardavo quel briccabracche a bocca aperta. Che stessi sognando? No. Perché sentii la mano di D’Annunzio, che mi aveva voluto accanto, sfiorarmi i capelli, mentre la sua voce cantilenante mi chiedeva: «Ti piacciono, piccolo nostromo, tutte queste cose che ricordano le mie gesta guerresche?».

Riuscii ad esalare un flebile «sì!».«Bene!» fece lui. Poi, agitò un grosso campanello d’argento, dicendo: «Ora le mie fedeli clarisse cominceranno a servirci!».
Infatti, pochi istanti dopo entrarono le clarisse. Due donne dai capelli corvini, lunghi sulle spalle, che recavano ognuna un vassoio di metallo dorato (che fosse proprio oro?) colmo di pastasciutta fumante.

Nonostante l’appellativo di «clarisse», riferito alle monache di Santa Chiara, le due donne indossavano corte tunichette trasparentissime, sotto le quali erano completamente nude. Così che lasciavano intravedere, nettissimo, folto e tenebroso, il «bosco d’amore» che faceva chiazza sotto l’addome. Era la prima volta che i miei occhi si posavano sull’«angolo ferino di Venere». Talmente ferino, nelle due ancelle del Vate, che andavano servendo la pastasciutta sorridenti e disinvolte, da procurarmi non solo stupore, ma addirittura spavento.

Cos’erano quelle macchie? Una malattia? Due micini neri accovacciati al calduccio? Un segno di lutto insolito? Quando Suora Pecchia (seppi in seguito che si chiamava così) arrivò ad empirmi il piatto, i miei occhi le restarono inchiodati sulla selva del pube. Mentre tutti gli occhi dei commensali erano fissi su di me. E quelli di mio padre, che oltre ad essere un fervente dannunziano era anche un moralista, avevano un’espressione perplessa e severa, sotto le sopracciglia aggrondate.

L’Imaginifico avvertì l’imbarazzo che il mio impatto infantile con la pelliccia segreta della donna aveva creato attorno alla tavola. E cercò di deviare in qualche modo la mia attenzione.«Hai guardato bene, nostromo giovinetto, i maccheroni che la mia ancella divota t’ha messo nel piatto?».
«Sì!» mentii, inghiottendo saliva.
«Hai notato la loro foggia singolare, curiosa?».
Guardai il piatto per la prima volta e notai che gli spaghetti non erano di forma cilindrica, come quelli di casa.
«Mi sembrano… quadrati» balbettai.
«Quasi!» fece il Vate, accarezzandomi i capelli sagomati all’Umberto.

«Questa è la pasta caratteristica dell’Abruzzo, ch’è la mia terra! È nomata pasta alla chitarra. E sai perché, piccolo marinaio biondo e bianco?».
«No!» bisbigliai.
«Perché un tempo la sfoglia veniva tagliata proprio con le corde di una chitarra. Al posto della quale venne poi usato un istrumento, munito di alcuni fili metallici ben tesi. Si dice che l’arnese sia stato ideato da un ciabattino di Palena, sulle pendici della Maiella, chiamato Manicone. Questa è la storia di questa pasta abruzzese. La rammenterai, angeluzzo marino?».

«Sì!».La ricordo, infatti, ogni volta che mi capita di mangiare spaghetti alla chitarra. E insieme ad essa ricordo anche le due macchie nere che mi apparvero, misteriose, attraverso un velo di un lievissimo color rosa.”

Gian Carlo Fusco

Presentose e Parrozzi

Se desiderate deliziare la passeggiata dannunziana con una dolce pausa, che sicuramente anche quel buongustaio di d’Annunzio avrebbe apprezzato, sempre in zona, davanti a piazza Garibaldi, trovate lo storico Caffè Camplone Caprice, sulla cui facciata appare ancora lo stemma della città di Pescara, quando era ancora separata da Castellammare Adriatico.

Qui circa mezzo secolo fa il pasticcere pescarese Tullio Camplone creò la “Presentosa”, la dolce risposta marinara al “Parrozzo”, sfornato nel 1920 da Luciano D’Amico nel suo antico laboratorio di pasticceria, che si trovava tra Corso Manthonè e piazza Garibaldi. Un dolce povero senza farciture di creme, nato come “pane rozzo” dei contadini, da qui il nome, ovviamente inventato da d’Annunzio, con tanto di dedica rimata. Fu lui ad assaggiarlo per primo.

La “Presentosa” di casa Camplone si ispira all’omonimo gioiello, pegno d’amore e simbolo dell’arte orafa abruzzese, il cui nome è sempre figlio della creatività di d’Annunzio. Come sua è l’invenzione della parola “Aurum”, che invece è un liquore, anticamente ottenuto dalle arance e dalle erbe aromatiche raccolte nella Pineta Dannunziana, oggi Parco d’Avalos, dove, negli anni ’20 del secolo scorso, fu costruita in stile liberty la distilleria, nata da un’idea del sempre presente d’Annunzio, ed attuata ampliando lo stabilimento balneare kursaal risalente al 1910.

Oggi lo palazzo storico si chiama Aurum Fabbrica delle idee”. Al Caprice Camplone l’oro delle arance Aurum lo servono anche come gelato, insieme ad altri gusti rigorosamente abruzzesi, come lo zafferano di Navelli, i confetti di Sulmona, la liquirizia di Atri, il liquore Corfinio di Chieti... Buona passeggiata.

Copyright ‐ Riproduzione riservata ‐ derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo

Pescara – Museo Nazionale del Cinema, Mediamuseum, vicino Corso Manthonè – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Dal film “Parenti Serpenti“: nonna Trieste (Pia Velsi) e nonno Saverio (Paolo Panelli) nella scena con gli spaghetti alla chitarra.

Re Farouk I d’Egitto

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Gian Carlo Fusco

Trofeo in bronzo della Regia Nave Puglia, 1931, Renato Brozzi, donato da Gabriele d’Annunzio a Letizia de Felici – Museo casa d’Annunzio – Foto Leo De Rocco

Confezione (piccolo formato) per il dolce abruzzese “Parrozzo”, con dedica a matita di Gabriele d’Annunzio: “A Luciano paparozzo bacherozzo” – Museo casa d’Annunzio Pescara – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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Copyright – Riproduzione riservata – derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e Fonti: 1) Dal libro di Pino Coscetta Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli, 2012, Solfanelli Editore; 2) dal film La Ricotta, 1963, di Pier Paolo Pasolini; 3) Aforisma di Ennio Flaiano; 4) Tratto dal libro di Pasquale Scarpitti Disincanto, edizione Sarus 1972; 5) dal libro d’Annunzio e la magia della moda, di Paola Sorge, edizioni Elliot 2015; 6) Nel 1903 il giornale Lo Svegliarino ricorda il pranzo a base di spaghetti De Cecco consumato durante la visita a Fara San Martino da Gabriele d’Annunzio in compagnia del pittore Francesco Paolo Michetti e del musicista Alberto Franchetti, come riporta il sito ufficiale del pastificio De Cecco; (7) da d’Annunzio e la chitarra, in L’Italia al dente, di Gian Carlo Fusco, Sellerio editore Palermo – Altre fonti: percorso museale Casa Museo Gabriele d’Annunzio Pescara.

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