Abruzzo e antichi gioielli, il corallo di Giulianova.

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foto copertina: pavimento con inserti in polvere di corallo Villa Migliori, luglio 2016 foto di Leo De Rocco – copyright

“Giù nel mare profondo, per mani operose, vai corallo pe’l mondo ad adornar le spose!” – scritta sulla volta di un salone di Villa “Migliori” a Giulianova *

Gli orafi abruzzesi hanno dato prova di grande abilità, creatività e maestria fin dal Medioevo. Soprattutto tra L’Aquila e Sulmona ben radicata era la tradizione legata alla lavorazione dei preziosi, l’argento in particolare. I preziosissimi manufatti prodotti a Sulmona si riconoscevano dalla punzonatura “sul” ed erano diffusi in quasi tutto il centro-sud Italia. Oggi possiamo ancora ammirarli in alcune chiese, ma anche in prestigiosi musei internazionali: dai Musei Vaticani al Victoria and Albert Museum di Londra. Nella storia dell’arte orafa abruzzese come non ricordare Ascanio de Mari, grande orafo nato a Tagliacozzo (Aq), fortemente voluto come suo allievo da Benvenuto Cellini.(1)  Il celebre orafo fiorentino scoprì il precoce talento del giovane abruzzese e lo assunse subito come apprendista nella sua bottega, che all’epoca era uno dei punti di riferimento nella splendida Roma del Cinquecento. Ascanio de Mari in Francia diventerà argentiere ufficiale di re Enrico II e uno dei capolavori assoluti dell’arte orafa mondiale, la famosa Saliera di Francesco I oggi conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, avrebbe visto secondo alcuni studiosi anche le abili mani del nostro Ascanio. Ma è con Nicola da Guardiagrele che l’arte orafa abruzzese raggiunge livelli eccelsi, le sue croci processionali, i paliotti d’altare, gli ostensori sono opere d’arte ammirate in tutto il mondo e testimoniano il fondamentale contributo dato da artigiani e artisti abruzzesi alla storia dell’arte tra Medioevo e Rinascimento. Intorno alla seconda metà dell’800 fu lo storico giuliese Vincenzo Bindi a far conoscere Nicola da Guardiagrele agli storici dell’arte, mentre la tradizione artistica e artigianale orafa abruzzese iniziò ad essere conosciuta e apprezzata su larga scala solo a partire dalla prestigiosa esposizione d’arte che si tenne a Chieti nel 1905. Il celebre poeta e scrittore pescarese Gabriele d’Annunzio fece conoscere al pubblico colto uno dei simboli dell’arte orafa abruzzese: la “presentosa”, un medaglione arabescato in filigrana d’oro a forma di stella, con al centro simboli amorosi, che il Vate cita in una delle sue opere più famose, Il Trionfo della Morte (1894). Le donne abruzzesi e molisane nel ricevere il prezioso dono dai loro spasimanti si impegnavano pubblicamente a divenire “promesse spose”.

La filigrana, che in questo paese io lavoro con oro minimo 12 carati e con l’antica trafila, spesso viene lavorata con disegni che sembrano il merletto del tombolo; in questo paese l’uomo e la donna si sono influenzati a vicenda, lui rielaborava con il metallo le fantasie floreali delle merlettaie di famiglia; prima tutte lavoravano il tombolo. Durante l’inverno si stava dentro a lavorare e ad inventare nuovi disegni.  – Antonio Domenicano, orafo di Pescocostanzo – (2)

A cavallo tra ‘800 e gli inizi del ‘900 Pescocostanzo è uno dei centri più importanti dell’arte orafa in Abruzzo. Le sue botteghe si distinguevano per la raffinatezza dei gioielli in filigrana, resi ancora più preziosi dall’alta percentuale di oro utilizzato nella lavorazione. I gioielli tradizionali erano motivo di vanto e prestigio per le donne abruzzesi. La “cannatòre” era una collana formata da una serie di sferette d’oro lavorate a sbalzo che spesso veniva indossata assieme alle “sciacquajje”, orecchini a navicella semilunata in oro arricchiti con pendentini oscillanti, sempre in oro.

Pasquale Celommi, Tornando a casa – dettaglio – foto Leo De Rocco
Pasquale Celommi, Tornando a casa – dettaglio – foto Leo De Rocco

Le donne abruzzesi, come testimoniano alcune fotografie scattate alla fine dell’800 dal pittore Francesco Paolo Michetti, mai rinunciavano agli orecchini, alle collane e altri accessori, nemmeno durante i faticosi lavori nei campi. Costoro indossavano collane, spille e le vistose semilune “sciacquajje” anche per le attività quotidiane in quanto attribuivano al gioiello anche un significato scaramantico, propiziatorio di abbondanza e prosperità. Nella zona di Orsogna, negli stessi luoghi dove il già citato artista abruzzese Francesco Paolo Michetti cercava ispirazione per realizzare la celebre tela “La figlia di Jorio” e dove trovò la modella interprete della scena ritratta nell’opera, era in uso anche una sfarzosa collana chiamata “petto d’oro” composta da più catenelle, medaglioni e pendenti collegati tra loro che ornavano per intero il petto della sposa il giorno delle nozze. Costei, praticamente coperta d’oro, simboleggiava così oltre ad una elegante femminilità anche abbondanza e fertilità.

“Giù nel mare profondo, per mani operose, vai corallo pe’l mondo ad adornar le spose!” 

Villa Migliori, pavimento con inserti in corallo – foto Leo De Rocco
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – dettaglio pavimento con inserti in corallo – foto Leo De Rocco copyright

Nel teramano invece le donne prediligevano il corallo, ne indossavano sempre lunghe collane intrecciate tra loro sia come ornamento che “condrammalocchie”, ossia utili per scacciare gli influssi nefasti del malocchio e dell’invidia. Sul finire dell’Ottocento i fratelli Migliori misero in piedi a Giulianova (Te) una prestigiosa manifattura per la lavorazione di questo prezioso materiale. Il corallo, qui lavorato con una originale tecnica, detta “sfaccettato”, era unico in Italia e persino gli artigiani di Torre del Greco si recavano a Giulianova per acquistarlo. Gli abili orafi della bottega Migliori lavoravano un corallo di primissima qualità, importato dalle Isole di Capo Verde dove era nata, da padre livornese, la moglie di Cesare Migliori, il capostipite della famiglia orafa giuliese. I gioielli prodotti, raffinati ed eleganti, erano richiesti anche fuori Abruzzo: Milano, Parigi e Londra soprattutto.

Per me la scoperta, grazie alla lettura e studio dei testi di Adriana Gandolfi e alle ricerche presso la Biblioteca Bindi di Giulianova, che a Giulianova era presenta fino dai primi del ‘900 una prestigiosa bottega per la lavorazione del corallo, è stata non poco appassionante per la mia attività di blogger in terra d’Abruzzo. Mi sembrava riduttivo limitare questo articolo al mero racconto “storico-giornalistico”, piuttosto desideravo documentare e “toccare con mano”. La mia attività di “blogger”, soprattutto la mia passione, mi ha spinto dunque a rintracciare gli eredi della famiglia Migliori con l’intento di poter effettuare un sopralluogo a Villa Migliori, che ormai è chiusa da decenni e in stato di abbandono. Soprattutto volevo documentare per il mio blog il famoso pavimento con inserti in polvere di corallo nonché la stanza dove soggiornò Vittorio Emanuele II, che presenta delle interessanti decorazioni, forse opera del De Carolis. Nella estate del 2016 riuscii a rintracciare a Roma gli eredi della famiglia Migliori, in particolare il sig Cesare Migliori, che svolge ancora oggi attività legata alla lavorazione e commercio di preziosi (la Sodo-Migliori gioielli, Roma). Il sig. Cesare mi raccontò alcuni aneddoti legati alla attività di gioiellieri della sua famiglia in Giulianova e mi mise in contatto con il nipote,  sig. Giovanni Cerulli, col quale concordai il sopralluogo a Villa Migliori. Nel luglio 2016 finalmente potei varcare i cancelli della villa, in tale occasione invitai ad accompagnarmi la etnografa Adriana Gandolfi e il direttore del Polo Musei Civici di Giulianova, Sirio Pomante. Villa Migliori appariva quasi completamente coperta dalla vegetazione, dovemmo faticare non poco per farci strada e aprirci un varco per poter arrivare all’ingresso del palazzo. Quando arrivai davanti alla villa, che domina il mare di Giulianova, rimasi affascinato dalla sua bellezza e dal rigoglioso parco che la circonda. Varcando l’ingresso trovammo a terra documenti originali inerenti le attività commerciali dei Migliori nei primi anni del ‘900, documenti subito recuperati ed ora custoditi dal dott Sirio Pomante presso la Biblioteca di Palazzo Bindi, da dove partirono le mie ricerche per questo articolo. Mi recai al piano superiore, insieme ai miei “compagni di avventura”, e finalmente potei visionare e fotografare il pavimento del salone e le decorazioni della stanza del Re. L’elegante rosone centrale con gli inserti di corallo era coperto da diversi strati di polvere e dovetti faticare non poco per poter rimuovere lo sporco e scattare alcune foto, ma grande è stata la soddisfazione per la mia attività di blogger: riuscire a fotografare e dunque a documentare un pezzo di storia della città di Giulianova. Scattai diverse foto sulla “missione Villa Migliori” in quella estate 2016, le allego al presente articolo.

Sopralluogo a Villa Migliori – luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – pavimento con inserti in corallo – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori luglio 2016– dettaglio pavimento con inserti in corallo – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016, antica bottega per la lavorazione del corallo – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – dettaglio del salone dove soggiornò Re Vittorio Emanuele II – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Sopralluogo a Villa Migliori, luglio 2016 – foto Leo De Rocco copyright
Bottega dei F.lli Migliori per l lavorazione del Corallo - Giulianova, inizi '900 - gentile concessione Fondazione Museo Bindi Giulianova
Laboratorio orafo “Migliori”,  lavorazione del Corallo – Giulianova, inizi ‘900 – da annuario storico “Madonna dello Splendore” nr.19, anno 2000, articolo “Il corallo a Giulianova” di Renata Magazzeni.

L’antica arte della lavorazione del corallo a Giulianova fu abbandonata con lo scoppio della seconda guerra mondiale e con essa fu abbandonata anche la splendida villa-bottega con i suoi preziosi pavimenti decorati con la polvere di corallo, villa dove tra l’altro soggiornò, nel suo viaggio verso Teano, re Vittorio Emanuele II, all’epoca ospite dei Duchi di Acquaviva, vecchi proprietari del grandioso palazzo. L’uso del corallo in Abruzzo ha rappresentato per secoli una vera e propria caratteristica, peculiare rispetto al resto d’Italia. I viaggiatori, intellettuali e letterati che attraversavano la regione, testimoniavano nei loro scritti il largo uso, rispetto al resto d’Italia, di gioielli e amuleti realizzati con questo materiale, descrivendo donne che indossavano “collane avvolte fino a sei giri di corallo” (4). Oltre agli intellettuali anche gli artisti locali ne rimanevano affascinati: a cavallo tra ‘800 e ‘900, Francesco Paolo Michetti, Costantino Barbella, Pasquale Celommi, Basilio Cascella, tutti immortalarono donne con i loro grandi pendenti, le collane, spille, ori e coralli.

Amorino, 1926 - collezione Di Rienzo - Scanno luglio 2016 - foto Leo De Rocco
Scanno, collezione Di Rienzo, Amorini, 1926 – foto Leo De Rocco copyright

Sempre il corallo è protagonista, insieme ad altre pietre preziose, del gioiello emblema dell’arte orafa di Scanno: l’amorino. L’orafo scannese Armando Di Rienzo negli anni Venti rielaborò, trasformandolo in un elegante medaglione nuziale, un fermaglio passafilo utilizzato dalle donne durante il lavoro ai ferri. Mio padre prese l’idea dell’amorino da uno “stemmetto” che le donne indossavano anticamente, insieme ad altri ornamenti, quando si addobbava per il matrimonio; a quello spillone rigido pensò di dargli movimento e lo impreziosì con le pietre, corallo, turchesi, perle e rubini. Così, intorno agli anni Venti divenne una spilla preziosa, tanto che vinse una mostra a New York. (Nunziato Di Rienzo, orafo di Scanno – in “Ori e Argenti d’Abruzzo” – Carsa Edizioni, Pescara 1996, pag.87). L’amorino di Scanno è realizzato con un delicato intreccio floreale in oro sul quale vengono incastonate alcune pietre preziose che fanno da cornice ad una corona regale. Alla base della corona vi è un amorino bendato intento a lanciare la freccia dell’amore. Mi sono recato a Scanno e ho visitato la bottega dei Di Rienzo. Il laboratorio è rimasto così come si presentava un secolo fa, con le stesse macchine e gli attrezzi utilizzati per la lavorazione dei gioielli. Una preziosa testimonianza che arricchisce il luogo, già meta prediletta di famosi fotografi, Henri Cartier Bresson per dirne uno… (a tal proposito vedi il mio articolo in questo blog: “L’Abruzzo di Henri Cartier Bresson).

F.P.Michetti, La figlia di Iorio, 1894 - dettaglio - foto Leo De Rocco
F.P.Michetti, La figlia di Iorio, 1894 – dettaglio – Pescara, palazzo Provincia – foto Leo De Rocco copyright

Nella tradizione popolare abruzzese non era la donna ad acquistare direttamente i gioielli, talvolta erano gli oggetti preziosi ad essere tramandati da donna a donna per generazioni; ma soprattutto erano donati dall’aspirante marito e dalla sua famiglia alla giovane “promessa sposa” che se ne sarebbe ornata per il matrimonio, ostentando eleganza, benessere e fertilità. L’antica usanza voleva che la famiglia dello sposo invitasse la famiglia della sposa a recarsi assieme presso la bottega dell’orafo per la scelta dei gioielli. Il giorno del matrimonio solo alla madre dello sposo era concesso di adornare la futura nuora con il coordinato di orecchini, collane e spille. Questo rito, ricco di pathos, sembrava una sorta di incoronazione: la sposa rappresentava la garanzia della continuità per la stirpe familiare. Ad Agnone ed Orsogna la futura sposa riceveva anche un ciondolino a forma di bussola che alludeva alla “retta via” da seguire da quel momento: fedele e devota al suo uomo, pronta per essere madre.

Circeje, Scanno, metà '800 - concessione Museo delle Genti d'Abruzzo
Circeje, Scanno, metà ‘800 – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo

A Scanno, in occasione della prima visita che la famiglia del pretendente faceva alla famiglia della ragazza prescelta, la madre del fidanzato ornava la ragazza con grandi orecchini in lamina traforata a forma di navicella con tre o sette pendenti, chiamati “circeje” e se il futuro sposo partiva militare o per la transumanza, i giovani si scambiavano una medaglietta apribile chiamata “teca”, una sorta di piccolo reliquario rettangolare, talvolta in argento, in cui si conservavano capelli o peli “intimi”.

Altro dono era la già citata presentosa, realizzata nelle botteghe orafe della regione e diffuse soprattutto nella Valle Peligna, nell’area frentana ed in quella aquilana. Questo medaglione in filigrana veniva realizzato in diversi modelli in quanto ogni orafo desiderava esternare la propria creatività: al centro della composizione poteva figurare un solo cuoricino come a Pescocostanzo, oppure due, talvolta figuravano vascelli simbolicamente pronti a solcare il mare nell’avventura della emigrazione, che il giovane intraprendeva allo scopo di finanziare la nuova famiglia che si sarebbe formata.

Presentosa, Scanno, primi '900 foto Gino Di Paolo
Presentosa, Scanno, primi ‘900 – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo

Nelle botteghe orafe di Pescocostanzo e Sulmona prevaleva la lavorazione delle presentose in filigrana vera e propria. L’origine di questo gioiello risalirebbe al Settecento. Due antichi atti notarili, relativi a carte dotali, redatti a Guardiagrele agli inizi dell’800, elencano minuziosamente gli ornamenti preziosi della sposa e tra essi figurano una “presentosa di corallo ed una d’oro con rubini”. Le botteghe orafe più antiche che producevano il prezioso gioiello erano quelle di Agnone, Pescocostanzo e Guardiagrele, ma nel tempo anche Scanno, Sulmona e L’Aquila. Da queste aree la produzione della presentosa si diffuse anche nel sud d’Italia, in particolare in Campania e soprattutto in Puglia. A questa diffusione extra-regione di gioielli tipicamente abruzzesi-molisani, ha contribuito anche la Transumanza, la migrazione dei pastori abruzzesi che con il loro bestiame abbandonavano stagionalmente le montagne dell’Appennino per raggiungere le pianure della Puglia.

Tasciola, campanella e ciambella, fine ‘800 – concessione Museo delle Genti d’Abruzzo
Tasciola, campanella e ciambella, fine ‘800 – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo

L’arte orafa abruzzese non era destinata solo alle donne, ma anche a bambini e neonati, sia con funzioni di ornamento, che “condrammalucchie”, ossia amuleti capaci di scongiurare malattie, streghe e malocchi. A Scanno ancora una volta era protagonista la madre dello sposo che, in veste di nonna paterna, donava al nipote appena nato una medaglietta in oro e argento composto da ben tredici pendenti ognuno raffigurante un simbolo preciso: zampognaro, (l’accortezza); chiave (l’amore); colomba (la pace); cornetto (contro il malocchio); gallo (l’allegria); angelo (il custode); Arcangelo Michele (la protezione); Sant’Antonio (contro le tentazioni); Santa Lucia (la vista); pastore (il lavoro); stella (il destino); Madonna (la purezza); il fiore (l’amicizia e l’affetto). Altro gioiello-amuleto destinato ai bambini era la “tasciol’e” composto da un cappuccio in argento che conteneva un ciuffo di peli di tasso. L’amuleto, presente soprattutto a Pescocostanzo, era ritenuto un potente talismano contro le streghe. Si credeva che la fattucchiera, durante la “visita notturna” al neonato, rimanesse incuriosita da questo amuleto e, distratta nel contare il ciuffo di peli, non si accorgeva del sorgere del sole allorquando era il momento di svanire, lasciando così incolume il bimbo.

Donna di Orsogna, inizi '900 - Concessione Museo delle Genti d'Abruzzo
Donna di Orsogna, inizi ‘900 – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo

GIi antichi gioielli abruzzesi erano parte integrante di una tradizione popolare ricca di pathos, di simboli, di riti ancestrali dove protagonista era la donna, sia come promessa sposa e futura madre che come madre dello sposo; in entrambi i contesti la figura della donna adornata con i suoi gioielli tradizionali non si riduceva ad una semplice “vanitas vanitatum”, ma esprimeva un preciso stile tutto abruzzese, che sposava tradizione e identità femminile.

Autore/Blogger: Leo De Rocco  Copyright © Riproduzione Riservata – Foto e testo  All rights reserved –

Ringrazio la studiosa ed etnografa Adriana Gandolfi per avermi accompagnato in questo viaggio nella storia dei gioielli abruzzesi, la lettura e lo studio dei suoi pregevoli testi, frutto di attente ricerche tra Abruzzo e Molise, sono stati fondamentali per il mio studio. Il materiale fotografico gentilmente concesso per questo articolo è solo una piccola parte del ricchissimo archivio presente nei testi: “La Presentosa” (italiano-inglese, ultima edizione aggiornata e auto-prodotta dall’autrice, dic.2015); “Ori e Argenti d’Abruzzo” (con E.Mattiocco, per le edizioni Carsa, 1996) – adrianagandolfi2014@libero.it

Galleria Fotografica – (tutte le immagini sono protette da Copyright)

Presentosa, Agnone, metà '800 - foto Gino Di Paolo
Presentosa, Agnone, metà ‘800 – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo
Pettorina da sposa, Orsogna, inizi ‘900 – concessione Museo delle Genti d’Abruzzo
Pettorale da sposa, Orsogna, inizi ‘900 – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo
Pettorina da sposa, Orsogna, inizi '900 - concessione Museo delle Genti d'Abruzzo
Pettorale da sposa, Orsogna, inizi ‘900 – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo
"Cannatora" , Pescocostanzo, fine '800
Collana “Cannatora” , Pescocostanzo, fine ‘800 – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo
Sciacquajie, Orsogna, primi ‘800 – foto Gino Di Paolo
Sciacquajie, Orsogna, primi ‘800, esemplari originali provenienti dalla modella che posò per “La figlia di Jorio” di F.P.Michetti – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo
Siacquajje Palommelle, Guardiagrele, fine ‘800 – foto Gino Di Paolo
Siacquajje Palommelle, Guardiagrele, fine ‘800 – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo
Siacquajje, Orsogna - fine '800 - concessione Museo delle Genti d'Abruzzo
Siacquajje, Orsogna – fine ‘800 – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo
Donna abruzzese - Francesco Paolo Michetti, 1889 - foto Gino Di Paolo
Donna abruzzese – Francesco Paolo Michetti, 1889 – foto Gino Di Paolo
Pasquale Celommi, La lavandaia - dettaglio -collezione Bindi - foto Leo De Rocco
Pasquale Celommi, La Lavandaia – dettaglio – Polo Museale Civico di Giulianova – Pinacoteca V.Bindi – foto Leo De Rocco copyright
Donne di Orsogna a Venezia, primi del '900 - gentile concessione Museo delle Genti d'Abruzzo
Coro di Orsogna a Venezia, vincitore di una rassegna nel 1929 (le cosiddette “pacchiane” orsognesi erano famose per l’ostentazione dei loro vistosi ornamenti)  – Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo

Copyright © Riproduzione Riservata – Foto e testo  All rights reserved – Non è consentito nessun uso del testo e delle foto presenti in questo articolo senza autorizzazione scritta – Pictures, it is forbidden to use any part of this article without specific authorisation – Ringraziamenti: Museo delle Genti d’Abruzzo; Gino Di Paolo, stimatissimo fotografo pescarese; Dott. Cesare Sodo-Migliori e Dott. Giovanni Cerulli Irelli, per aver gentilmente concesso il sopralluogo a Villa Migliori; Dott. Sirio Maria Pomante, Direttore Polo Museale Giulianova per la gentile disponibilità alle mie ricerche presso l’Archivio Bindi – Note: 1) Per un approfondimento vedi in questo blog l’articolo “L’allievo di Cellini” giugno 2015; 2) In “Ori e Argenti d’Abruzzo” – Carsa Edizioni, Pescara 1996, pag.81; *) InOri e Argenti d’Abruzzo” – Carsa Edizioni, Pescara 1996, pag.84; 4) E.Canziani, “Through the Appenines and Lands of the Abruzzi”, “Attraverso l’Appennino e le Terre d’Abruzzo” Cambridge, 1928 in “Ori e Argenti d’Abruzzo”, Carsa Edizioni, Pescara 1996 – Foto copertina: Pettorale da sposa, fine ‘800, Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo – Traduzione a cura di Ioannis Arzoumanidis – Articolo in collaborazione con Adriana Gandolfi, Autore/Blogger: Leo De Rocco / leo.derocco@virgilio.it

English version

 Abruzzo and ancient jewellery, Giulianova’s coral

The goldsmiths of Abruzzo have shown great skill, creativity and craftsmanship ever since the Middle Ages. The tradition of working precious metals (silver in particular) was well rooted especially between L’Aquila and Sulmona. The priceless artefacts that were produced in Sulmona were recognised by the punching forming of the word “sul” and they were present in almost all of central-southern Italy. Today we can still admire them in some churches, but also in prestigious international museums: from the Vatican Museums to the Victoria and Albert Museum in London. In the history of the goldsmith art of Abruzzo it is impossible to forget Ascanio de Mari, a great goldsmith born in Tagliacozzo (province of L’Aquila), who was strongly desired by Benvenuto Cellini to become his student. The famous Florentine goldsmith discovered the precocious talent of the young man from Abruzzo and hired him immediately as an apprentice in his workshop, which at the time was one of the landmarks in the beautiful Rome of the sixteenth century. Ascanio Mari will become in France the official silversmith of King Henry II. Furthermore, according to some scholars, one of the masterpieces of the world of goldsmith art, the famous Cellini Salt Cellar of Francis I, which is now in the Kunsthistorisches Museum in Vienna, would have even witnessed the skilled hands of our Ascanio. But it is with Nicola da Guardiagrele that the goldsmith art of Abruzzo reached lofty levels: its processional crosses, the altar frontals, the monstrances, are all works of art that are admired all over the world and they testify to the significant contribution made by artisans and artists from Abruzzo to the history of art between the Middle Ages and Renaissance. Around the second half of the nineteenth century, it was the historian Vincenzo Bindi from Giulianova to raise the awareness of Nicola da Guardiagrele to art historians, while the artistic and artisan tradition of Abruzzo started to become known and appreciated on a large scale only after the prestigious art exhibition that was held in Chieti in 1905. The famous poet and writer Gabriele d’Annunzio from Pescara made known to the public one of the goldsmith symbols of Abruzzo: the “presentosa”, a star-shaped arabesque medallion in golden filigree, with love symbols in its centre, which the poet mentions in one of his most famous novels, “Il Trionfo della Morte” (the Triumph of Death – 1894). The women of Abruzzo and Molise had to pledge publicly to become “brides-to-be” in order to receive the precious gift from their suitors.

At the turn of the nineteenth and early twentieth century, Pescocostanzo is one of the most important centres of the goldsmith art in Abruzzo. Its workshops were distinguished by the refinement of filigree jewellery, which was made even more precious by the high percentage of gold used in the processing. The traditional jewellery was a source of pride and prestige for the local ladies. The “cannatòre” was a necklace formed by a set of small cantilevered golden spheres, which was often worn together with the “sciacquajje”. These were half-moon ship-shaped earrings in gold that were enriched with oscillating ear-drops, always in gold.

As evidenced by some photographs taken at the end of the nineteenth century by the painter Francesco Paolo Michetti, the women of Abruzzo never gave up to earrings, necklaces and other accessories, even during the tiresome works in the fields. They used to wear necklaces, brooches and showy crescents “sciacquajje” even for everyday activities since they also attributed to the jewel a superstitious meaning: propitiatory of abundance and prosperity. In the area of Orsogna, in the same places where the aforementioned artist of Abruzzo, Francesco Paolo Michetti, used to seek for inspiration in order to make the famous painting “La figlia di Jorio” (“The daughter of Jorio”) and where he found the interpreter model of the scene depicted in the artwork, there was a gorgeous necklace in use called “petto d’oro” (golden chest). This was composed of several chains, medallions and pendants connected together that adorned the entire chest of the bride on her wedding day. She was practically covered with gold and thus represented abundance and fertility, in addition to an elegant femininity.

On the other hand, in the province of Teramo women used to favour the coral, as they always wore long necklaces entwined with each other both as ornament and as “condrammalocchie”, (superstitions) that was useful to ward off the harmful influences of the evil eye and envy. In the late nineteenth century, the Migliori brothers put in place in Giulianova (province of Teramo) a prestigious manufacturing for the processing of this precious material. The coral, which was wrought with the typical technique called “sfaccettato” (multifaceted), was unique in Italy and even the craftsmen of the famous Torre del Greco used to go to Giulianova in order to buy it. The coral, which was worked by skilful workers in the workshop of the Migliori brothers, was of the highest quality and the jewellery products, which were refined and elegant, were in demand even outside Abruzzo: Milan, Paris and, especially, London. In Giulianova, the ancient art of corals manufacturing was abandoned with the outbreak of World War II and, with it, the beautiful villa-workshop was also abandoned, where the Italian King Vittorio Emanuele II stayed during his journey to Teano. The use of the coral in Abruzzo represented for centuries a really unique feature compared to the rest of Italy. Travelers, intellectuals and writers who crossed the region, testified in their writings the wide use (compared to the rest of Italy) of jewellery and amulets made from this material, describing women who wore “necklaces wrapped up with six laps of coral” (in “Ori e Argenti d’Abruzzo” -Gold and Silver of Abruzzo- Carsa Edizioni -publisher-, Pescara 1996). In addition to the intellectuals, local artists were fascinated by it, as well: indeed, between the nineteenth and twentieth centuries, Francesco Paolo Michetti, Costantino Barbella, Pasquale Celommi, and Basilio Cascella immortalised women with their large pendants, necklaces, and brooches (in gold and coral).

The coral is always the protagonist, along with other precious stones, also when it comes to the emblem jewel of the goldsmith art of Scanno: the Cupid. Armando Di Rienzo, a goldsmith from Scanno, reworked on it in the 1920s, turning it into an elegant wedding medallion, a grommet clip used by women whilst knitting. My father got the idea for the Cupid from a “crown” that women used to wear once, along with other ornaments, when they were getting adorned for the marriage; he thought to give some movement to the rigid pin and he embellished it with stones, corals, turquoise, pearls and rubies. Therefore, around the 1920s it became a valuable brooch, so much as that it won an exhibition in New York. (Nunziato Di Rienzo, Goldsmith of Scanno – in “Ori e Argenti d’Abruzzo” (Gold and Silver of Abruzzo) – Carsa Edizioni (publisher), Pescara 1996, p.87). The cupid of Scanno is made with a delicate gold floral weave, on which some precious stones are embedded that frame a royal crown. At the base of the crown there is a blindfolded cupid ready to launch the arrow of love.

In the folk tradition of Abruzzo, it was not the woman to buy the jewellery directly. Sometimes, they were the precious objects to be handed down from woman to woman for generations. However, above all they were donated by the aspiring husband and his family to the young “bride-to-be”, who should be adorned for the wedding with flaunting elegance, prosperity and fertility. The ancient custom wanted the family of the groom to invite the bride’s family to travel together at the goldsmith’s shop for the selection of jewellery. In the wedding day, it was only the groom’s mother who was allowed to adorn the future daughter-in-law with matching earrings, necklaces and brooches. This ritual, full of pathos, seemed to be a kind of coronation: the bride was the guarantee of continuity for the family lineage. In Agnone and Orsogna the future bride used to receive also a small pendant shaped like a compass that alluded to the “right way” to be followed by that time onwards. She thus had to be faithful and devoted to her husband and ready to become a mother. In Scanno, on the occasion of the first visit of the family of the suitor made to the family of the chosen girl, the mother of the male fiancé used to decorate the girl with big ship-shaped earrings in perforated foil with three or seven pendants, called “circeje”. In the case in which the future husband was about to join the army or the transhumance, the youngsters exchanged an opening medallion called the “teca”, a sort of a small rectangular reliquary (sometimes in silver), in which “intimate hair” was kept.

Another gift was the aforementioned presentosa, made in the goldsmith shops of the region and widespread especially in the Valle Peligna, in the areas of Frentana and of L’Aquila. This filigree medallion was made in different designs as each goldsmith wanted to externalise their creativity: the centre of the composition could include only one little heart as in Pescocostanzo, or two; sometimes it would figure ships that were symbolically ready to sail in the sea on the adventure of emigration, that the youngster would undertake in order to finance the new family that was about to be formed. In the goldsmith workshops of Sulmona and Pescocostanzo, the processing of presentose in real filigree prevailed. The origin of this jewel dates back to the eighteenth century. Two ancient deeds, related to dowry papers and drawn up in Guardiagrele in the early nineteenth century, list carefully the precious ornaments of the bride and amongst them they include a “coral presentosa and one of gold with rubies.” The oldest goldsmith shops that produced the precious jewel were those of Agnone, Guardiagrele and Pescocostanzo, but over time Scanno, Sulmona and L’Aquila, as well. The production of the presentosa also spread from these areas in southern Italy, particularly in Campania and, above all, in Apulia. The transhumance also contributed to the dissemination out of the region of this jewellery that was typical from Abruzzo-Molise, along with the migration of the shepherds of Abruzzo, who abandoned together with their cattle the Apennine mountains seasonally in order to reach the plains of Apulia.

The goldsmith art of Abruzzo was not intended only for women, but also for children and infants, both with ornamental features and with “condrammalucchie”, i.e., amulets able to ward off diseases, witches and the evil eye. In Scanno, the star was once again the mother of the groom, as a paternal grandmother, who used to give to her just-born grandchild a medallion in gold and silver that was composed of thirteen pendants each of which representing a specific symbol: bagpiper (for foresight); key (for love); dove (for peace); croissant (against the evil eye); rooster (for happiness); angel (as a guardian); Archangel Michael (for protection); Saint Antony (against temptation); Saint Lucia (for a good sight); shepherd (for work); star (for fate); Madonna (for purity); flower (for friendship and affection). Another jewel-amulet intended for children was the “tasciol’e”, which consisted of a silver cap that contained a tuft of badger hair. The amulet, which was found mainly in Pescocostanzo, was considered to be a powerful talisman against witches. It was believed that the witch, during the “night visits” to the new-born, remained intrigued by this amulet and distracted in counting the tuft of hair, that would not notice the rising sun; therefore, as she had to go away, she had to leave the child unharmed, as well.

The old jewels of Abruzzo were part of a popular tradition of pathos, symbols and ancestral rites where the protagonist was a woman, both as the bride-to-be and future mother and as the mother of the groom; in both contexts, the figure of the woman was not reduced to be a simple “vanitas vanitatum“, but she expressed a definite style of Abruzzo, marrying tradition with female identity.

Copyright © All rights reserved – This article and the pictures shown on this website are private. It is thus prohibited to retransmit, disseminate or otherwise use any part of this article without written authorisation – Acknowledgements: Adriana Gandolfi author of books “Ori e Argenti d’Abruzzo” (Gold and Silver of Abruzzo) – Carsa Edizioni (publisher), Pescara 1996 and “La Presentosa” 2015, available in English; Gino Di Paolo, photographer Pescara; Museum of People of Abruzzo Pescara; Ioannis Arzoumanidis, research fellow, for translating this article into English – Author/Blogger: Leo De Rocco / leo.derocco@virgilio.it

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Leonardo Tilli ha detto:

    Leonardo Tilli : Complimenti e ringraziamenti a tutti quelli che con il lavoro di ricerca, di approfondimento, di scelta dei preziosi da mostrare e delle accurate descrizioni degli stessi, ci permettono di godere la bellezza degli antichi gioielli riproponendoli in questa sede. Il “ringraziamento” maggiore , ovviamente va agli artisti che li hanno creati con grande talento, maestria, pazienza e buon gusto. Alla loro bravura noi ci inchiniamo.

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