Chi ama il bello, finisce per trovarne ovunque. Come un filone d’oro che scorre. Marguerite Yourcenar (1)
Posta su un’altura sospesa tra l’Adriatico e i massicci del Gran Sasso e della Maiella, Atri custodisce una storia complessa e stratificata: da Hatria Picenum a crocevia romano lungo la via Cecilia, da città ducale a vivace laboratorio d’arte tra Medioevo e Rinascimento.
Ogni epoca ha lasciato una preziosa testimonianza: dalle cisterne romane e dai mosaici di età classica agli eleganti chiostri medievali, dai fasti degli Acquaviva a opere d’arte e di architettura che hanno fatto scuola, fino ai giardini storici restituiti oggi alla città. Visitare Atri significa entrare in una continuità che lega passato e presente attraverso il “bello”. È proprio qui che sembra risuonare la riflessione di Marguerite Yourcenar.
In Memorie di Adriano l’autrice descrive un imperatore intento a riconoscere il bello come misura del mondo. Un filone antico e luminoso che sembra attraversare anche la storia di Atri, terra di origine degli avi di Adriano. Questo filo invisibile diventa tangibile nel Duomo, uno dei massimi scrigni d’arte dell’Abruzzo: un pavimento vetrato rivela le geometrie di un mosaico di epoca adrianea e, a pochi metri, si dispiega uno dei cicli di affreschi più importanti della regione, realizzati nel Quattrocento dal magister Andrea de Litio.
Questo articolo vuole essere proprio questo: non solo un viaggio storico-artistico, ma la ricerca di un dialogo continuo tra passato e presente, seguendo quel filone d’oro che da secoli attraversa Atri.


Atri, il busto di Adriano tra Via Andrea de’ Litio e Corso Elio Adriano – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Prima parte
Atri e Adriano
I turisti che visitano l’Abruzzo spesso non fanno caso al busto di un imperatore romano collocato in una piccola nicchia, visibile all’ingresso di una delle città d’arte più affascinanti della regione: Atri. Eppure, per ragioni storiche e forse anche per vocazione turistica, il nome del’imperatore Adriano riecheggia spesso in questa città ducale.
A lui è intitolato il corso principale, che attraversa il centro storico e collega le due piazze identitarie della città: piazza Duchi d’Acquaviva e piazza del Duomo, rivelando a ogni passo palazzi storici e importanti monumenti. Tra questi, la basilica concattedrale di Santa Maria Assunta, significativo esempio di architettura stratificata e scrigno di tesori d’arte, primo fra tutti il monumentale ciclo di affreschi quattrocenteschi di Andrea de Litio.
La famiglia di Publius Aelius Traianus Hadrianus (Italica, 76 – Baia, 138), uno dei più grandi imperatori romani, meglio noto come Adriano e celebre anche per la sua storia d’amore con il giovane Antinoo – che l’imperatore divinizzò in tutto l’impero dopo la sua scomparsa nelle acque del Nilo – aveva origini proprio qui, ad Atri, all’epoca antica città picena denominata Hatria Picenum. È lo stesso Adriano a scriverlo nella sua autobiografia.
Secondo la storiografia ufficiale, Adriano nacque in Spagna, nella provincia romana Hispania Baetica. il 24 gennaio del 76 d.C.. Alcune ricerche più recenti lo vorrebbero invece nato a Roma, in una domus alle pendici dell’Aventino, dove sarebbe stato allattato da una schiava di nome Germana. In ogni caso, il Graeculus – così lo chiamavano i contemporanei, per la passione che nutriva per le scienze sociali – rimase profondamente legato ai luoghi d’origine dei suoi avi. Ad Atri ricoprì la carica di Curator muneris publici, una sorta di sovrintendente.
Per lui Hatria era una seconda patria. Lo ricorda anche la scrittrice francese Marguerite Yourcenar (1903 – 1987) nel suo celebre libro Memorie di Adriano (1951), frutto di anni di accurati studio sulle fonti che le valse la candidatura al Premio Nobel per la Letteratura.
Il Palazzo Ducale e il Teatro romano
Il corso adrianeo termina nella piazza dedicata ai Duchi d’Acquaviva, dominata dal Palazzo Ducale, con la sua torre medievaleggiante che ricorda vagamente quella fiorentina di Palazzo Vecchio. Entrambi gli edifici furono costruiti su preesistenze romane, cisterne e terme, nel caso di Atri quando il nucleo urbano si sviluppava su tre colli: Colle Muralto, Colle Maralto e Colle di Mezzo.
Accanto al Palazzo Ducale, il Giardino Ducale Nicola e Luigi Sorricchio rappresenta un ulteriore capitolo della storia urbana di Atri. Prima di essere acquisito nella proprietà di Palazzo Sorricchio, il giardino, nell’antichità area occupata da un complesso termale romano, era associato alla corte dei Duchi di Atri che lo utilizzarono come spazio per addestrare cavalli destinati a funzioni cerimoniali. Oggi il giardino, memoria storica e paesaggio urbano, è stato restituito alla comunità.
La dimora ducale fu edificata da Antonio Acquaviva, duca nel 1382, su concessione del re di Napoli Carlo III. Per costruirla furono utilizzati materiali lapidei provenienti dai resti del teatro romano, anticamente ubicato nella parte settentrionale del centro storico, in un’area dove fu costruito un complesso benedettino, poi retto dai gesuiti, che nel Seicento vi istituirono un prestigioso istituto di studi umanistici. Dopo la soppressione dell’ordine (1767) l’edificio fu adibito a orfanotrofio e, nel 1860, divenne la sede della Reale Scuola di Arti e Mestieri.
Nel 1707 il Palazzo fu gravemente danneggiato durante l’occupazione austriaca, da allora del fasto originario rimase ben poco. I dipinti di Tiziano e del Veronese, gli affreschi e i pregiati arredi vennero dispersi, distrutti o trasferiti all’estero. Le decorazioni pittoriche oggi visibili sono ottocentesche e dedicate all’India, in ricordo del beato Rodolfo d’Acquaviva, missionario martirizzato nel 1583. Alla corte di suo fratello, il cardinale Giulio Acquaviva, prestò servizio anche Miguel de Cervantes, autore del celebre Don Chisciotte della Mancia, che nei suoi scritti ricorda il ruolo di camarero che ricoprì presso la famiglia ducale.
Ottocenteschi sono anche gli affreschi della sala consiliare, che rievocano la famosa Disfida di Barletta, alla quale partecipò un cavaliere abruzzese.di Tagliacozzo. Oggi il Palazzo Ducale, sede del municipio, è un importante luogo identitario e ospita spesso mostre e concerti.
Il Teatro Piceno
Oltre al corso e al busto, l’immagine di Adriano la ritrovo anche sul sipario dell’elegante Teatro Piceno, così chiamato in ricordo degli antenati degli atriani: i Piceni, il popolo italico che abitava queste terre e le vicine Marche, poi ricompresi nella quinta regione romana (Regio V Picenum) dal 7 d.C. al 292.
Restando in Abruzzo, anche il teatro di Chieti è dedicato a un popolo italico, i Marrucini, e sul sipario teatino campeggiano le gesta del proconsole romano originario di Chieti, Gaio Asinio Pollione, colui che nel 39 a.C. inaugurò la prima biblioteca pubblica a Roma. Su questo argomento rimando all’articolo “Chieti, l’antica Teate”.
Sul sipario del teatro atriano Adriano appare in una scena dal gusto neoclassico, dipinta alla fine dell’Ottocento da uno scenografo napoletano: è seduto su un trono, circondato da senatori, e davanti a una folla, tra palazzi, statue e la celebre Lupa che allatta Romolo e Remo, ordina di bruciare alcuni documenti. A mio avviso, la scena rievoca l’atto con cui Adriano cancella i debiti dei romani verso l’erario: quelle carte bruciate erano le cambiali dei cittadini, un condono ante litteram. L’episodio è ricordato anche in un pennacchio rinascimentale a Castel Sant’Angelo.
Il sipario fu inaugurato nel 1881, per l’occasione fu messo in scena Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi. Progettato in stile neoclassico nel 1857 dall’architetto teramano Nicola Mezucelli (1807-1888), il teatro si affaccia su piazza Duomo, in cima alla facciata appare la scritta “Hatria”. Le decorazioni sulla volta rappresentano Euterpe che cavalca un cavallo alato.
Furti di opere d’arte
Ho trovato al British Museum di Londra diversi gioielli di epoca romana e pre-romana rinvenuti ad Atri e nei dintorni: orecchini d’oro, uno specchio in bronzo argentato, una collana e un porta profumo. Furono donati al museo inglese da sir William Hamilton (1730 – 1803), diplomatico e collezionista di antichità. Come siano arrivati nelle sue mani è un mistero, forse tramite vendite sottobanco, all’epoca molto frequenti.
Hamilton. ambasciatore britannico nel Regno di Napoli, era sposato con Emma Hamilton (1765 – 1815) nata Amy Lyon, cameriera, modella, attrice e figura carismatica, nonché amante dell’ammiraglio Horatio Nelson (1758 – 1805), il cui monumento svetta a Trafalgar Square. Era amica di Maria Carolina d’Asburgo, la regina di Napoli bersaglio della satira di Gabriele Rossetti (Vasto, 1783 – Londra, 1854) nel poemetto la Culeide di Carolina, che abbiamo conosciuto nell’articolo pubblicato su questo blog “Vasto. Mare, arte e cultura. Gabriele Rossetti e i Preraffaelliti”.
Le spoliazioni del Palazzo Ducale di Atri sono simili a quelle che colpirono il Palazzo d’Avalos di Vasto: furti camuffati da vendite, sparizioni di arredi sacri e opere d’arte, trafugamenti. In realtà questi episodi non sono casi isolati nella storia culturale abruzzese. La stessa sorte dei gioielli romani di Atri toccò ad alcune formelle in bronzo del portale medievale dell’abbazia di San Clemente a Casauria, oggi conservate in un museo di Baltimora; furono rubate nel 1902, lo stesso anno del trafugamento del tabernacolo trecentesco di Sant’Eustachio a Campo di Giove, una vicenda raccontata in questo blog.
Così come abbiamo raccontato in diversi articoli storie legate a sparizioni e trafugamenti. L’elenco è lungo: dalla pala d’altare della Visitazione dipinta da Raffaello per il suo amico Giovanni Battista Branconio, trafugata “diplomaticamente” dagli spagnoli nel 1655 e finita al Prado, al Chronicon Casauriense, sottratto all’abbazia di San Clemente da Carlo VII e oggi nella Bibliothèque National di Parigi. Dalla statua bronzea di Achille a cavallo, rubata a Chieti, alla quattrocentesca Croce di Guardiagrele, capolavoro del magister Nicola da Guardiagrele, trafugata nel 1979 a Guardiagrele insieme a un gruppo di rari antifonari e graduali trecenteschi, poi recuperati solo in parte (due, su sette). La Croce invece è riemersa in frammenti tra Austria e Germania; mentre alcune pergamene degli antifonari furono rintracciate in un’asta di Christie’s.
Un’altra opera perduta è la Madonna con Bambino tra santi, di Palma il Vecchio, trafugata dai nazisti nel 1943 a Pescocostanzo. Non si hanno più notizie della Madonna di Caramanico, piccola statua lignea risalente al X secolo, sottratta nel 1950 dalla chiesa di Santa Maria Maggiore. E nel 1981 sparì il Trittico di Anversa dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie ad Anversa degli Abruzzi.
Ad Atri, documenti storici ricordano le distruzioni del 1707 e il saccheggio della collezione di opere degli Acquaviva, oggi dispersa in musei di Austria e Germania. Numerose anche le opere di Andrea de Litio scomparse e talvolta riapparse in musei o in collezioni private. È il caso del ritratto del duca Giulio Antonio Acquaviva d’Aragona, smarrito, o del frammento in tempera e foglia oro dell’Annunciata, ora al Metropolitan Museum di New York. Faceva parte di un polittico che de Litio realizzò nel 1450. L’archivio del Met attesta che l’opera appartenne prima ai marchesi Dragonetti de Torres dell’Aquila, poi fu venduta a un antiquario fiorentino, quindi al banchiere americano Philip Lehman, che a sua volta lo cedette al museo americano nei primi del Novecento.
Sempre ad Atri risultano dispersi due bassorilievi, probabilmente risalenti alla prima decade del Trecento: uno è noto agli studiosi grazie a una fotografa scattata ai primi del Novecento, mentre l’altro, seppur menzionato, non è documentato. Facevano parte di un gruppo di lapidei – di cui oggi restano sei elementi custoditi nel Museo Capitolare – probabilmente appartenuti a un ambone. Raffigurano cerchi a stella concatenati e alcune scene devozionali, come il miracolo di San Nicola da Tolentino.
Per fortuna, non mancano storie a lieto fine. È il caso della grande pala d’altare che i Duchi Acquaviva commissionarono ad Andrea de Litio per la chiesa di San Silvestro papa a Mutignano, borgo tra le colline teramane dove Andrea de Litio possedeva un vigneto. Alcune tavole laterali del polittico furono rubate nel 2006. Grazie al Nucleo dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale l’opera è stata recuperata ed è protetta da un sofisticato sistema di allarme e sorveglianza continuativa.
Le monete cittadine più antiche del mondo e la storia del porto di Atri
Nella collezione abruzzese del British Museum figurano anche le antiche monete cittadine coniate ad Hatria Picenum tra il VII e il VI a.C., considerate da numerosi studiosi le più antiche al mondo. Non sorprende, quindi, che siano ricercate da collezionisti e musei internazionali. Senza spingersi fino a Londra, alcune monete provenienti dallo stesso conio sono esposte anche nelle sale di numismatica del Museo Nazionale Archeologico di Chieti.
L’antica Hatria – da cui secondo Paolo Diacono (720 – 799) deriverebbe persino il nome del mare “Adriatico”; non a caso nei documenti medievali (fino al XIII) la città è citata come “Adria” – era un centro importante per i romani e il suo territorio uno snodo strategico lungo l’intero versante adriatico. Ai tempi di Adriano vi giungeva la Via Cecilia, costruita sotto l’imperatore Claudio, lo stesso che fece realizzare i celebri cunicoli del Fucino, prima grande opera di ingegneria idraulica della storia, Sul Fucino rimando all’articolo “Da Pescina a Capistrello, storia del Lago Fucino”.
La Via Cecilia si distaccava dalla Salaria nei pressi di Rieti, univa così il Tirreno all’Adriatico nei centri di Castrum Novum (l’attuale Giulianova), Castrum Truentinum (Martinsicuro) – entrambi ricompresi nella citata Regio V Picenum – e infine Hatria. Anche Atri era dotata di un porto, scoperto solo nel 1982 e ancora ancora in buona parte inesplorato, immerso nei fondali del Parco Marino Torre del Cerrano.
Secondo alcune fonti in quelle acque sono stati individuati un molo a forma di elle, capitelli e lastroni in pietra d’Istria, la stessa utilizzata per la costruzione del Duomo di Atri. L’esatta ubicazione dell’antico porto resta, tuttavia, oggetto di dibattito. Alcuni lo collocano più a nord della Torre di Cerrano, in località Torre San Rocco, a Pineto, in prossimità del fiume Vomano, all’epoca parte sell’Ager Hatrianus. Qui, come nella zona della torre, sono stati rinvenuti reperti archeologici che suggeriscono antiche attività commerciali e uno scalo marittimo.
La chiesa di Santa Chiara e fra Filippo d’Atri
Atri città ricca di storia, ma anche scrigno di monumenti e opere d’arte. La piccola chiesa di Santa Chiara, attigua al monastero delle clarisse, è un vero e proprio gioiellino barocco e una preziosa testimonianza del francescanesimo in Abruzzo.
La città diede i natali a frate Filippo Longo, detto fra Filippo d’Atri, vissuto nel XIII secolo, amico e discepolo di San Francesco d’Assisi e di Santa Chiara. A lui si deve la fondazione, proprio ad Atri, di un convento francescano: secondo la tradizione il suo aiuto offerto a una clarissa inviata dalla stessa Santa Chiara risultò decisivo. Le clarisse ricevettero opere di generosità da parte dei Duchi di Atri. Per un approfondimento su questi temi rimando agli articoli già trattati in questo blog: “Santa Chiara e l’arrivo delle Clarisse in Abruzzo” e “Sulle tracce di San Francesco. Castelvecchio Subequo e la Valle Subequana”.
Il Museo Capitolare e la Cisterna romana
Atri ospita uno dei Musei Capitolari più antichi d’Italia, inaugurato nel 1912. La collezione, distribuita in dieci sale, è sorprendente per ricchezza e varietà: dalle ceramiche castellane della donazione Bindi a una delicata Madonna con Bambino in terracotta invetriata attribuita a Luca della Robbia; da due tavole cinquecentesche raffiguranti la Natività e la Flagellazione (2) a una rara raccolta di icunamboli e manoscritti.
Spiccano inoltre oggetti di oreficeria sacra e il tappeto rosso ricamato in argento donato nel Settecento dalla regina d’Inghilterra al cardinale Troiano Acquaviva. Notevole la croce in cristallo di rocca e miniature sacre – tra cui San Francesco – opera di scuola veneziana del XIII secolo. Infine la collezione vanta la presenza dell’antico messale dei duchi d’Acquaviva, straordinaria testimonianza sopravvissuta agli innumerevoli saccheggi che, come abbiamo visto, hanno segnato arredi e residenze.
Il percorso museale comprende il suggestivo chiostro benedettino, costruito nel XII secolo insieme al monastero, sede dell’abate e, nel XV secolo, residenza dei Canonici del Duomo. Dal chiostro si accede alla cisterna romana, edificata probabilmente nel II secolo d.C., alcune fonti la datano addirittura all’epoca repubblicana. Poteva contenere circa 24 mila metri cubi di acqua. Nel Medioevo fu trasformata in cripta e, ancora oggi, sulle pareti sono visibili alcuni affreschi riconducibili alla cosiddetta Scuola di Atri.
La chiesa di Santa Reparata e il baldacchino del Bernini
Molte opere del Museo Capitolare, così come buona parte delle decorazioni pittoriche e scultoree di Atri, tra cui gli affreschi del Duomo e il portale della chiesa di Sant’Agostino, sono giunte fino a noi grazie al mecenatismo dei Duchi d’Acquaviva, una delle sette grandi casate del Regno di Napoli. Furono loro a chiamare a corte Andrea de Litio (Lecce dei Marsi, 1420 – Atri, 1495), uno dei maggiori artisti del periodo tra il tardo gotico e il primo rinascimento.
Prima di varcare la soglia del Duomo, con le sue maestose architetture e il magnifico ciclo di affreschi del presbiterio, visitiamo la chiesa di Santa Reparata, patrona di Atri. È collegata al Duomo come una sua naturale estensione, e custodisce un curioso baldacchino seicentesco in noce che, già a un primo sguardo, ricorda il celebre baldacchino realizzato da Gian Lorenzo Bernini (1598 – 1680). Il legame non è casuale, l’autore dell’opera, Carlo Riccione, attivo ad Atri tra il 1677 e il 1692, fu infatti allievo del Bernini.
Originario di Fano Adriano, piccolo borgo montano alle falde del Gran Sasso, Carlo proveniva da una famiglia umile: il padre era boscaiolo e lui già da bambino iniziò a scolpire proprio quei tronchi che vedeva tagliare ogni giorno. Giovanissimo partì per Roma, forse portò con sé alcune piccole sculture in legno per dimostrare al maestro il proprio talento. E ci riuscì, Bernini colse l’attitudine del giovane e lo accolse nella sua bottega.
Il nostro Carlo rimase talmente affascinato di fronte all’iconico baldacchino bronzeo di San Pietro che, anni dopo, al suo ritorno in Abruzzo, decise di omaggiare il maestro e dimostrare l’abilità acquisita: ne realizzò uno gemello, ovviamente più piccolo e in legno. Fu collocato prima nel Duomo poi, in occasione di alcuni lavori, fu spostato nella vicina chiesa di Santa Reparata.
Il Museo Capitolare conserva anche due grandi armadi seicenteschi in noce, scolpiti con figure di sante e attribuiti a sempre a Riccione. Egli non fu l’unico abruzzese a lavorare con Bernini: prima di lui Giovanni Canale (1610 – 1677), nato a Pescina, fu chiamato nella bottega berniniana durante la realizzazione della Cattedra di San Pietro, in particolare il nostro contribuì alla realizzazione delle statue dei Dottori della Chiesa posti alla base del Trono di Pietro: Sant’Agostino, San Gregorio Magno, San Girolamo e Sant’Ambrogio. Canale fece inoltre parte delle maestranze selezionate da Bernini per il cantiere del celebre Colonnato di Piazza San Pietro.
Galleria fotografica relativa alla prima parte

Musei Vaticani – Adriano (in primo piano) e il suo favorito Antinoo (in fondo a dx) qui rappresentato, alto 3 metri, come Dioniso (detto Antinoo Braschi) – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Adriano raffigurato su alcune monete romane – Chieti, Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Sipario del teatro di Atri – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Adriano brucia le cambiali dei cittadini, 1544, Siciolante Girolamo – Castel Sant’Angelo, Roma.



Il Teatro Piceno – Foto Abruzzo storie e passioni


Atri, Palazzo Ducale – A destra: Firenze, Palazzo Ducale (o Palazzo Vecchio), costruito sui resti di un antico teatro romano da Arnolfo di Cambio nel 1299, la torre fu costruita nel 1310 – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni





Palazzo Ducale di Atri, cortile d’onore e pozzo quattrocentesco – dettaglio decorazioni ottocentesche, Giovanni dalle Bande Nere, al secolo Ludovico de’ Medici, ritratto sulla volta di un salone – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Atri, la chiesa di San Francesco, su Corso Adriano ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Non lontano dal centro storico (vicino Porta Macelli) è possibile visitare un’antica filanda. Le filande furono costruite tra l’800 e il ‘900 per consentire la lavorazione della lana che i pastori trasportavano qui dopo la Transumanza. – Foto Leo De Rocco – Vedi in questo blog: “Autunno abruzzese, gli antichi Tratturi “



Atri, mosaici di epoca romana – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Orecchino in oro di epoca etrusca o italica rinvenuto ad Atri (Te) – a destra: Specchio di epoca romana o pre-romana, in bronzo argentato, rinvenuto ad Atri – British Museum Londra

Frammento di un Polittico, La Vergine Annunciata, 1445, Andrea de Litio – Metropolitan Museum New York

Madonna con Bambino e Santi – trittico, tempera a foglia oro su tavola, 1444, Andrea De Litio – The Walters Art Museum, Baltimora USA




Mutignano, chiesa di San Silvestro papa – dettaglio della pala d’altare di Andrea de Litio: papa Silvestro I con il Triregno – Foto Leo De Rocco – le altre scene rappresentano: battesimo dell’Imperatore Costantino; Silvestro I e il drago.




Mutignano – Chiesa di San Silvestro papa. I battenti del portale furono donati dai Duchi Acquaviva. Mutignano (e quasi tutta la provincia teramama) faceva parte, dalla fine del ‘300 fino alla prima metà del ‘700, del Ducato degli Acquaviva la cui capitale era Atri – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni



Colline tra Atri, tra Mutignano e Pineto – Le montagne al confine con le Marche: i Monti Gemelli, (montagna dei Fiori e montagna di Campli) viste da Atri ‐ Foto Leo De Rocco

Ritratto di Giovan Francesco Acquaviva duca di Atri, 1552, Tiziano (attr.), Gallerie d’Arte Kassel Museum (Germania)

Madonna in terracotta policroma e dorata, arte rinascimentale, bottega di Silvestro dell’Aquila, proveniente dal Palazzo dei Duchi d’Acquaviva di Atri – Davis Museum Massachusetts


Londra, Trafalgar Square, Colonna dedicata all’ammiraglio Horatio Nelson – Foto Leo De Rocco – a destra: Lady Hamilton ritratta come Medea, George Romney, 1786, Norton Simon Museum, Pasadena USA.


Frontespizio di un antico libro con le monete più antiche del mondo coniate ad Atri – foto Leo De Rocco – a destra: antiche monete coniate ad Hatria, III sec.a.C. – Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo Chieti – Foto Leo De Rocco

Parco Marino Torre del Cerrano – Pineto – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni






Atri – Chiesa di Santa Chiara – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni





Museo Capitolare di Atri – Polittico, sec. XV, legno scolpito, intagliato, policromato, dorato – Madonna con Bambino, maiolica invetriata, 1470 – Luca della Robbia (attribuito) – Croce reliquiario in cristallo di rocca e argento dorato, sec. XIII, dettaglio – Dettaglio del Messale miniato dei Duchi d’Acquaviva, XV sec. – Foto Leo De Rocco





Alcune opere esposte al Museo Capitolare di Atri ‐ Foto pagina ufficiale FB Museo Capitolare di Atri – In particolare si evidenzia le due tele attribuite a Pedro de Aponte



Atri, portale della chiesa di Sant’Agostino uno dei più importanti esempi del periodo tardo romanico abruzzese – Foto Leo De Rocco



Città del Vaticano, Basilica di San Pietro, baldacchino del Bernini – Foto di Rino Lapenna per Sindrome di Stendhal, WordPress – a destra: Atri, chiesa di Santa Reparata, baldacchino di Carlo Riccione – foto Leo De Roco per Abruzzo storie e passioni

Pescina, il portale romanico della chiesa di Sant’Antonio da Padova con le decorazioni eseguite nel 1640 da Giovanni Canale – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Seconda parte
Il Duomo di Atri
La prima menzione di Sancta Maria de Atria – capolavoro architettonico costruito in diverse fasi da maestranze riconducibili alla cosiddetta “Scuola di Atri”, definizione coniata dallo storico Ignazio Carlo Gavini – risale al 1140. La chiesa è documentata come dipendente della diocesi di Penne in una bolla di papa Innocenzo II, anche se è probabile che il nucleo originario dell’edificio sia ancora più antico, forse del secolo precedente. Una prima fase di lavori si concluse nel 1223, sotto l’abate Rogerio: il primo ottobre di quell’anno la chiesa venne solennemente consacrata, insieme a nove altari. L’elevazione a cattedrale arriverà il primo aprile 1251, circostanza che fa supporre nuovi lavori di ampliamento, probabilmente derivanti dalla necessità di rinforzare le colonne, rimodellate nella forma più stabile ottagonale che osserviamo oggi.
Durante i restauri condotti dal 1954 e il 1964 dall’architetto Guglielmo Matthiae vennero alla luce un pavimento musivo romano, i resti perimetrali di un’abside semi circolare e, sul lato sinistro, le tracce di altre due absidi più piccole, i cui resti sono oggi visibili. Dunque, la chiesa nella prima fase di ampliamento (1223) si presentava a cinque navate, con altrettante absidi – due absidiole laterali e un’abside maggiore centrale – tutte rimosse durante ulteriori lavori intervenuti dopo l’elevazione a cattedrale, conclusi tra il 1284 e il 1305. La facciata in pietra d’Istria, un tempo sormontata da una cuspide crollata nel terremoto del 1563, fu completata tra il 1264 e gli inizi del Trecento. Le decorazioni del portale maggiore furono realizzate da Rainaldo d’Atri e Raimondo di Poggio, autori anche dei portali laterali.
Il portale principale – uno dei simboli del gotico abruzzese – accoglie nella lunetta un affresco raffigurante l’Assunzione di Maria. Il rosone è composto da dodici raggi ed è sovrastato dalla statua della Madonna in trono con Bambino risalente al XIII secolo. A destra del portale si scorgono i resti di un grande affresco, forse databile al XIII secolo, raffigurante San Cristoforo, patrono dei viaggiatori e dei pellegrini. Una iconografia diffusa nella regione, la ritroviamo sulla facciata laterale della Collegiata di Guardiagrele (come abbiamo visto opera datata e firmata da Andrea de Litio); sulla controfacciata dell’oratorio di San Pellegrino a Bominaco; a Scanno, sulla facciata della chiesa di San Rocco, resa celebre da un iconico scatto di Henri Cartier- Bresson; e su una colonna della navata centrale della chiesa abbaziale di San Tommaso Becket a Caramanico.
Sul lato meridionale si aprono tre portali. Il primo, realizzato nel 1305 da Rainaldo d’Atri e firmato “Raynaldus”, è una Porta Santa, aperta ai fedeli per otto giorni l’anno il 14 agosto. Oltre alle tre romane, le altre Porte Sante si trovano: due in Abruzzo – quella celebre di Collemaggio, legata alla Perdonanza Celestiniana, e questa di Atri – e due all’estero, a Santiago di Compostela e a Quebec.
La presenza della Porta Santa ad Atri, documentata nel Quattrocento, è forse legata all’insediamento celestiniano intitolato a San Pietro Confessore, attestato nel 1320. Sopra il portale si conserva un affresco con l’Incoronazione di Maria, realizzato tra il 1200 e il 1300 dal “Maestro delle lunette di Atri” (definizione introdotta dallo storico dell’arte Ferdinando Bologna), autore nel 1305, quando terminarono i lavori dei tre portali, degli affreschi a tema mariano delle lunette.
Il secondo portale è datato 1288 ed è attribuito a Raimondo del Poggio in base allo stile, poiché la firma “RAY” non è completa. Gli elementi più importanti sono: l’Agnello crucifero, riferito a Gesù; lo stemma degli Angioini e l’affresco della lunetta con la Madonna in Maestà tra angeli e santi. Il terzo portale, aperto solo in casi eccezionali, è firmato da Raimondo del Poggio (“RAYM”) nel 1302. L’affresco, il meglio conservato tra i tre, rappresenta la Madonna con Bambino tra i Santi Pietro e Paolo.
Il campanile quadrangolare, con i suoi 64 metri, è il secondo più alto d’Abruzzo, dopo quello di Sulmona (65,5 m). Nelle giornate limpide dalla sua cima si scorgono le Alpi Dinariche. La costruzione iniziò nel 1267 e proseguì fino al 1305; la torre campanaria fu completata nel 1502 con la cupside ottagonale progettata dall’architetto lombardo Antonio da Lodi, lo stesso che lavorò alle torri campanarie di Chieti, Teramo, Loreto Aprutino, Corropoli e Penne. Le maestranze lombarde giunsero in Abruzzo dopo il terremoto del 1456.
Nel chiostro e presso l’ingresso della cisterna di epoca romana – oggi cripta della cattedrale – sono esposti materiali lapidei di diversa datazione, alcuni del IX secolo, altri ancora più antichi, come i frammenti musivi delle terme romane. Molti di questi reperti sono ciò che resta degli arredi sacri e delle decorazioni utilizzate nel corso dei secoli durante le diverse fasi di costruzione, restauro e ampliamento riferite al Duomo, ma in alcuni casi anche ad altre chiese di Atri.
Andrea de Litio magister
“Andreas de Litio fecit hoc opus 1473”, così si firma l’artista sul San Cristoforo di Guardiagrele, la sua unica opera firmata e datata. Tuttavia la sua biografia rimane per molti aspetti sfuggente e ancora oggi molti studiosi cercano di ricostruire date e attribuzioni. Il prof. Ferdinando Bologna lo colloca nel “gruppo acutissimo dei fiorentini”.
Nato tra il 1415 e il 1420 – secondo alcune fonti a Lecce dei Marsi, secondo altre a Guardiagrele – Andrea de Litio mosse i primi passi nel mondo dell’arte nella bottega aquilana del Maestro di Beffi (XIV sec. – XV sec.) pittore, miniaturista e scultore, talvolta riportato come Maestro di San Silvestro, forse identificabile con Leonardo da Teramo.
Successivamente si formò nella Firenze del primo Rinascimento, dove frequentò la cerchia di Masolino da Panicale e degli eredi del Masaccio, ritrovando anche un altro artista suo conterraneo, Giovenale da Celano. Viaggiò poi nelle corti di Ferrara e Mantova, quindi a Venezia dove, con ogni probabilità, conobbe l’opera di Jacopo Bellini. In Umbria, già con il titolo di magister, contribuì nel 1442 alla realizzazione degli affreschi nel coro della chiesa di Sant’Agostino di Norcia, oggi quasi completamente perduti, eccetto la Madonna del Riscatto.
Le sue prime opere, tuttavia, le realizzò in Abruzzo: una Madonna con Bambino (1439) destinata alla chiesa di Santa Maria a Cese (Avezzano), in parte distrutta dal terremoto del 1915, oggi conservata in frammento nel Museo di Arte Sacra della Marsica (Celano); e una Madonna con Bambino affrescata nel 1440 sulla volta della navata destra della chiesa di San Giovanni Battista a Celano, tra il ciclo di affreschi attribuiti al Maestro di Beffi.
La fama del magister giunse anche nella Roma pontificia, un dipinto raffigurante San Pietro da lui realizzato nel 1445 è oggi disperso. Nello stesso anno Andrea raggiunge Atri, alla corte dei duchi Acquaviva. Non a caso lo stemma della famiglia ducale – scudo e leone rampante – campeggia sulla colonna del presbiterio del Duomo e annuncia il monumentale ciclo di affreschi che esamineremo più avanti.
La prima commissione atriana fu un affresco raffigurante la Madonna con Bambino tra angeli (Madonna di Loreto) e i santi Rocco e Sebastiano, realizzato per la controfacciata della chiesa di San Nicola – una delle chiese più antiche di Atri – tra il 1445 e il 1460, gli stessi anni in cui aprì bottega in città, acquistò una casa e una tenuta con vigneto nei pressi di Mutignano.
Nel 1450 fu chiamato a Sulmona dai frati francescani per affrescare il presbiterio della chiesa di San Francesco alla Scarpa con un ciclo dedicato alla vita di Cristo e di San Francesco, opere purtroppo danneggiate e distrutte dai terremoti del 1456 e del 1461. Nel 1451 Andrea è a L’Aquila, dove dipinge la Madonna del Latte per la chiesa di Sant’Amico; nello stesso anno torna a Firenze dove realizza una Madonna con Bambino per la basilica di Santa Maria Novella (oggi in collezione privata).
Intanto da Atri gli giungono nuove commissioni: una Madonna con Bambino per la famiglia Arlini e una Madonna delle Grazie per il duca d’Atri Giosia I d’Acquaviva. Nel 1460 realizza per il Duomo due affreschi a tema lauretano: la Madonna di Loreto (su una colonna, da alcuni attribuita alla sua bottega) e la Madonna d’Alto Mare (su una parete). Quest’ultima fu particolarmente apprezzata dall’allora vescovo Antonio Probi, al punto che nello stesso anno gli affida l’incarico che consacrerà il suo nome: il ciclo di affreschi del Coro dei Canonici del Duomo, che Andrea realizzerà in due fasi: 1460–1470 e 1480–1481. In questo arco di tempo lavorò anche a Chieti, Moscufo, Isola del Gran Sasso, Guardiagrele e L’Aquila.
Nel 1481 vendette tutte le sue proprietà, tranne il vigneto di Mutignano, e lasciò Atri. Forse si stabilì a Chieti, oppure tornò nella Marsica, morì nel 1492, lo stesso anno della scomparsa di Piero della Francesca, al lui dedicò una citazione: lo straordinario gioco di prospettive “a conchiglia” dipinto nei sottarchi e sugli ottagoni del coro del Duomo di Atri, un raffinato omaggio che richiama la celebre Pala di Brera.
Gli affreschi del Coro dei Canonici
Come in un grande poema visivo, il ciclo di affreschi narra gli episodi principali della vita di Maria e di Gesù. Sulla volta, nelle quattro vele, Andrea colloca i quattro Evangelisti con i loro simboli – l’aquila, il leone, il toro e l’angelo – affiancati dai quattro Dottori della Chiesa (indicati nelle didascalie della galleria fotografica).
Negli spicchi laterali compaiono le Virtù Cardinali e Teologali, sotto ciascuna, entro medaglioni, sono raffigurati personaggi che potrebbero appartenere alla corte ducale di Atri, scelti da Andrea – o dal committente – per incarnare le Virtù. Sull’arco trionfale, sui sottarchi e sulle semicolonne ottagonali sono infine rappresentati santi e sante, tra cui Santa Reparata, patrona di Atri, con il modellino della città ducale.
Gli episodi illustrati seguono un ordine narrativo preciso. Nei tre lunettoni troviamo: Cacciata di Gioacchino dal Tempio – Gioacchino nel deserto – Gioacchino incontra Anna alla Porta Aurea. Seguono tre registri di scene:
▪︎ Primo registro: Nascita della Vergine Maria – Presentazione di Maria al Tempio – Maria nel Tempio – Gli angeli apparecchiano la mensa ‐ Sposalizio di Maria e Giuseppe – Annunciazione – Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta – Natività e Adorazione dei Magi.
▪︎ Secondo registro: Fuga in Egitto – Strage degli Innocenti – Gesù nel Tempio – Disputa di Gesù tra i Dottori – Nozze di Cana – Battesimo di Cristo.
▪︎ Terzo registro: Annunciazione della morte alla Madonna ‐ Maria saluta gli Apostoli – Dormitio Virginis (frammento) ‐ Cristo nel Sepolcro con l’Eucarestia ‐ Sepoltura della Vergine Maria – Cristo incorona la Madonna in trono.
Oltre al valore artistico e religioso, questi affreschi sono una sorta mappa visiva della storia di Atri e del suo passato ducale. Nei dettagli compaiono lo stemma degli Acquaviva e riferimenti alla storia e alle tradizioni locali.
Nella scena della Natività, in cui appare una curiosa civetta appollaiata sulla capanna, un gruppo di giovani che suonano e danzano nella notte rievoca la festa atriana della Notte dei Faugni, celebrata ancora oggi l’8 dicembre e raccontata in questo blog in un articolo dedicato. In un’altra scena si intravedono le colline argillose dei calanchi di Atri dove, un tempo, i frati domenicani raccoglievano le radici della liquirizia. Anche questa storia è narrata in questo blog: “Il mare pietrificato. I Calanchi di Atri e la storia della liquirizia”.
In un altro dettaglio alcune donne del popolo trasportano canestri sul capo, tipica usanza abruzzese e del centro-sud diffusa fino alla metà del Novecento. Talvolta furono immortalate anche da artisti come Michetti, Celommi, Barbella e i pittori scandinavi e danesi della “Scuola di Civita d’Antino”. Oltre ai canestri, riempiti di prodotti agricoli o pagnotte appena sfornate, trasportavano conche di rame colme d’acqua raccolta nelle fontane pubbliche.
Tra le scene più sorprendenti spicca il banchetto delle Nozze di Cana che sembra sospeso nel vuoto. Secondo alcuni una dimenticanza di Andrea, ma è chiaro che si tratta di una scelta simbolica: il tavolo in perfetto equilibrio anticipa il miracolo che sta per compiersi, la tramutazione dell’acqua in vino, metafora dell’armonia che si instaura tra sposi e invitati.
Il duca Andrea Matteo e la duchessa Isabella Piccolomini
Tra i personaggi affrescati Andrea de Litio inserisce i protagonisti della vita atriana, individuati in figure di rilievo: papa Gregorio Magno sarebbe il ritratto del vescovo Probi; il San Luca che dipinge la Madonna è forse l’autoritratto dello stesso de Litio; infine il ritratto del gentiluomo potrebbe corrispondere al giovane duca d’Acquaviva Andrea Matteo III.
Condottiero, ma anche poeta e umanista, Andrea Matteo (Atri, 1458 – Conversano, 1529) settimo duca di Atri, è stato docente dell’Accademia Pontaniana, una delle prime accademie delle arti, scienze e lettere d’Europa, fondata nel 1458 nel Regno di Napoli.
Amico del poeta Jacopo Sannazaro e dell’umanista Giovanni Pontano, amava circondarsi di letterari e riunirli nel Palazzo Acquaviva d’Atri a Napoli. Era figlio di Caterina Orsini del Balzo dei principi di Taranto e di Giulio Antonio I d’Acquaviva (Atri, 1428 – Minervino di Lecce, 1481), duca di Atri e di Teramo, ma anche di Castrum San Flaviano, la piccola roccaforte che rifondò dopo la Battaglia del Tordino, creando nel 1472 un nuovo assetto urbano, che evoca le architetture rinascimentali della “città ideale”: Giulianova.
Sulla parete della controfacciata del Duomo si trova l’altare a lui intitolato. Anche in questo caso, come per le firme sui portali, si pone un enigma: secondo alcune fonti quello che vediamo oggi non è l’altare originario, realizzato da Paolo De Garviis per Isabella Piccolomini. La storia si intreccia con la famosa Congiura dei Baroni, che portò il marito Andrea in carcere e i tumulti che seguirono avrebbero causato la morte della duchessa nel 1504, si racconta di crepacuore, oltre alla distruzione dell’altare di famiglia. L’attuale altare sarebbe stato ricostruito dopo il 1506 per volontà del duca, nel frattempo liberato a seguito della grazia concessa da Ferrante d’Aragona.
Per il prof. Ferdinando Bologna, le due tele attribuite a Pedro de Aponte – come abbiamo visto nella precedente galleria fotografica oggi custodite nel Museo Capitolare – in origine occupavano lo spazio di questo altare, probabilmente sormontato anche da un affresco nella lunetta, di cui non si ha più traccia. In particolare, scrive Bologna, la tela della Flagellazione di Gesù sarebbe stata scelta dal duca Andrea per ricordare gli anni di prigionia a Napoli e, aggiungo, anche per esprimere la sofferenza derivante dalla perdita dell’amata Isabella.
Gli arredi sacri e le lumache di Atri
Se il capolavoro di Andrea de Litio attira gli sguardi dei turisti e degli studiosi, il Duomo di Atri – dichiarato monumento nazionale nel 1899 – conserva altri tesori degni di nota. Oltre all’altare ducale, come abbiamo visto ricco di aneddoti, l’altare maggiore è un prezioso gioiello: la datazione lo colloca addirittura al primo periodo di costruzione della chiesa e la raffinata eleganza delle sue forme – scolpite in un unico blocco dal magister Raulino (la sua firma si trova sul fianco destro dell’altare), con inserti in polvere di marmo rosso e verde – ricordano gli stessi motivi stilistici mediorientali dell’altare dell’abbazia di San Clemente al Vomano (articolo: “Abbazia di San Clemente a Casauria e Abbazia di San Clemente al Vomano “).
Curiosa la storia dell’acquasantiera cinquecentesca, collocata a ridosso di una colonna della navata centrale: raffigura una donna atriana scalza e in abito tradizionale. Secondo la tradizione popolare, la figura teneva in mano un fiore e il volto era più definito, ma il vescovo dell’epoca giudicò l’insieme troppo “sensuale” e ne fece rimuovere i dettagli; da qui il soprannome “la trucculette”, che nel dialetto locale significa donna di bassa statura.
Vicino alla controfacciata, nella navata sinistra, si trova l’altare Arlini (1618), in legno dorato, conmissionato da una nobile famiglia milanese, dedita al commercio della lana e della seta, stabilitasi ad Atri nel XVI secolo. Lo stemma mostra il celebre “Biscione” dei Visconti e degli Sforza. La tela raffigura la Liberazione delle Anime Sante del Purgatorio in tre piani di lettura: l’inferno e il purgatorio, i santi Gregorio Magno, Leonardo (a sinistra), Carlo Borromeo e Francesco, infine in alto l’Incoronazione di Maria.
Accanto si innalza il battistero rinascimentale (1503), uno dei primi esempi in Abruzzo, se consideriamo che nello stesso periodo Silvestro dell’Aquila stava ultimando uno dei monumenti più importanti della regione: il Mausoleo di San Bernardino a L’Aquila (1505). L’autore, il lombardo Paolo De Garviis, lo scolpì con decorazioni a intaglio e floreali, in particolare sul fonte battesimale e sulle colonne del tabernacolo. All’interno è conservata una vaschetta romanica con quattro leoni scolpiti.
Tra le decorazioni si nota una piccola lumaca. Non è la sola, qui ad Atri l’avevamo già notata sul portale della chiesa di Sant’Agostino che, a mio avviso, riprende la forma stilistica del gotico veneziano del portale della chiesa di San Gregorio a Venezia, anche questa sconsacrata e adibita a luogo per mostre ed eventi.
Il portale fu realizzato da Matteo da Napoli, soprannominato dagli atriani “la ciammaica” – la lumaca – per la lentezza con cui lavorava. Si racconta che raccogliendo l’ironia degli atriani abbia voluto firmare la sua opera con una lumaca. Nella foto del portale (vedi galleria fotografica) divertitevi a scoprire dove si trova. Ma se non la vedete, saranno gli stessi atriani ad indicarvela: “l’hai vista la lumaca?”, chiedono ai turisti sorridendo.
La lumaca simboleggia l’ascesa terrena verso la parola di Dio, che non di rado è lenta, piena di ostacoli e tentazioni. Infatti, sempre in Abruzzo, un’altra lumaca si trova sul cero pasquale di Santa Maria in Arabona, a Manoppello; appare scolpita tra tralci di vite, che simboleggiano lo scorrere dell’esistenza. Su questo argomento rimando all’articolo: “Giulianova, il misterioso portale di Santa Maria a Mare”.
Restando sulla navata sinistra troviamo infine la Cappella del Sacramento, contraddistinta da tabernacolo ligneo dorato del tardo Seicento – realizzato da artigiani di Rivisondoli – e la Cappella de’ Corvi (1577), famiglia imparentata con gli Acquaviva. Apre la navata di destra l’altare di San Nicola, che accoglie una tela ottocentesca raffigurante la Madonna con Bambino in trono tra San Nicola e San Omobono, in basso la veduta della città di Atri.
L’apparato decorativo e la Scuola di Atri
L’apparato decorativo un tempo ricopriva interamente pareti e colonne, gli affreschi superstiti, circa cinquanta, risalgono al periodo compreso tra il XIII e il XV secolo e sono riconducibili soprattutto a due artisti e alle rispettive botteghe: Luca d’Atri (che alcuni identificano nel Maestro di Offida) e Antonio d’Atri. Anche se non mancano alcuni contributi dello stesso Andrea de’ Litio. Come per i portali, anche qui prende forma una peculiare Scuola di Atri.
Gli affreschi più antichi si trovano vicino al presbiterio dove, come abbiamo visto, anticamente c’erano cinque absidi (due per lato e uno centrale). Sulla parete di sinistra spicca un affresco recante una rara iconografia medievale: L’incontro dei tre vivi e dei tre morti, secondo alcuni datato alla prima metà del Duecento, secondo altri tra il 1260 e il 1270. Non poteva mancare anche in questo caso un rebus: sono raffigurati tre cavalieri, con i rispettivi tre stallieri e tre cavalli, mentre sostano durante una battuta di caccia. Ma i morti che ammoniscono i cavalieri – circa la caducità della vita e il comune destino finale dell’esistenza che accomuna i ricchi e i poveri – sono due e non tre. Inoltre appare un quarto personaggio, forse rappresenta la prima fase della dipartita, prima dell’apparizione dei due scheletri nella scena successiva. Quale che sia l’interpretazione corretta, questa di Atri è probabilmente la prima iconografia sul tema.
Sulla parete di destra, vicino all’ingresso laterale, un affresco del XIII secolo raffigura San Giacomo e una santa – forse Santa Reparata, patrona di Atri dal 1352 – con un’interessante cornice superiore che crea un effetto prospettico, inusuale per un’opera duecentesca. Sulla controfacciata troviamo gli affreschi della prima metà del Trecento, attribuiti a Luca d’Atri: Cristo nell’Orto dei Getsemani; Cristo nella mandorla circondato da San Matteo e la Vergine annunciata (a sinistra), San Giovanni e San Michele Arcangelo (a destra); l’Annunciazione; Santa Lucia; Madonna del Latte; San Nicola da Tolentino; Crocifissione.
Sulla parete di destra appaiono tre affreschi mariani che raffigurano la Madonna con Bambino tra: San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista e un santo prelato; Sant’Antonio e Santa Caterina d’Alessandria; Ludovico da Tolosa e S.Amico.
Gli altri affreschi, distribuiti sulle colonne delle navate e sulle pareti laterali, testimoniano lo stile e il percorso artistico delle botteghe dei due artisti della Scuola di Atri, fino a ricongiungersi con il capolavoro del magister Andrea de’ Litio, annunciato dalla sua Madonna d’alto Mare affrescata sulla parete di sinistra, in prossimità del presbiterio.
Dalla Madonna d’Alto Mare ai fondali musivi di Adriano
Dall’alto mare delitiano ai fondali marini romani. Basta voltarsi e volgere lo sguardo poco più in basso, ed ecco apparire pesci e delfini, che magicamente ci riportano all’inizio di questo viaggio dedicato alla storica città ducale abruzzese.
Ai piedi degli affreschi quattrocenteschi, in particolare sotto al pavimento dell’altare del maestro Raulino, attraverso ampie vetrate calpestabili sono visibili i resti dei mosaici di epoca romana che raffigurano un fondale marino. Il pavimento musivo risale alla stessa epoca dell’imperatore Adriano. Prima della costruzione della Basilica di Santa Maria Assunta sulla stessa area sorgeva un tempio dedicato a Ercole, successivamente i romani costruirono una domus e le terme.
Si rivela così ai nostri occhi un incontro apparentemente impossibile tra due mondi lontani: l’arte sacra di Andrea de’ Litio dialoga con i mosaici di epoca adrianea. Un affascinante scenario, che insieme agli altri tesori d’arte custoditi dall’antica Hatria Picenum fa di Atri una tappa fondamentale per chi visita l’Abruzzo.
Leo Domenico De Rocco – Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo – derocco.leo@gmail.com – Copyright ‐ Riproduzione riservata – Note e fonti dopo la galleria fotografica.
Galleria fotografica


Atri – Il Duomo avvolto nella nebbia, nel periodo in cui si tiene la Festa dei Faugni. Un altro scatto con la bella facciata durante una giornata tersa – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni









Duomo di Atri, portali – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Atri – Duomo, chiostro e pozzo cinquecentesco – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni ‐ Video della cripta 👇

Navata centrale

Volta e presbiterio

Arco trionfale e stemma dei Duchi Acquaviva


Nella scena della Visitazione, in secondo piano a sinistra, si riconoscono i calanchi di Atri – in quella della Natività, in lontananza i giovani che ballano ricordano la festa della “Notte dei Faugni” – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Dettaglio della lunettone in cui è rappresentato l’incontro tra Anna e Gioacchino alla Porta Aurea, scene di vita quotidiana con le donne recanti canestri sul capo – Foto Leo De Rocco

Duomo di Atri – dettaglio delle Nozze di Cana, con il tavolo apparentemente “sospeso nel vuoto” – Foto Leo De Rocco


La foto del San Luca che scattai per questo reportage sulla prima pagina del mensile “Medioevo Dossier” (per gentile concessione di Abruzzo storie e passioni)




Sulla volta gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa, nell’ordine: San Luca e Sant’Ambrogio; San Matteo e San Girolamo; San Giovanni e Sant’Agostino; San Marco e San Gregorio Magno.



Arcate e sottarchi con Sante, Santi e, racchiusi negli ovali, personaggi della nobiltà.




Virtù teologali

Natività



Strage di Erode




Affreschi di Andrea de Litio nel Duomo di Atri – Foto Leo De Rocco – Vita di Maria di Nazareth


Affreschi di Andrea de Litio nel Duomo di Atri – Incoronazione di Maria – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Chiesa di Santa Maria in Lago, Moscufo (Pe) – Madonna con Bambino, Andrea de Litio, 1465c. dettaglio – Forse faceva parte di un trittico andato in parte disperso. La tavola ha subìto rimaneggiamenti in passato.

Il San Cristoforo (1475) di Andrea de’ Litio affrescato sulla parete esterna del porticato di Santa Maria Maggiore a Guardiagrele

Andrea De Litio, Madonna Cese, 1439c – Museo Arte Sacra della Marsica, Castello Piccolomini, Celano – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Battistero, 1503, Paolo de Garvis, dettaglio della lumaca – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Altare Duchi d’Acquaviva, 1503, tela del ‘600

Altare Arlini, 1618 , la pala d’altare, con la Liberazione delle Anime dal Purgatorio, è di Scuola napoletana.

Tabernacolo in legno intagliato e dorato, Cappella del Sacramento, seconda metà del ‘600, artigiani di Rivisondoli.

Acquasantiera cinquecentesca chiama “Trucculette” – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Trova la lumaca – Dettaglio del portale della Chiesa di Sant’Agostino, Atri – foto Leo De Rocco













Atri – Duomo, apparato pittorico pareti e colonne – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni ‐ In particolare si evidenzia l’ultima foto, relativa ad una Madonna con Bambino dipinta da Andrea de Litio nel 1465 su una colonna della navata centrale.


Trinità con tre volti, Antonio Martini da Atri – Duomo di Atri – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni ‐ Molti affreschi furono ricoperti con la calce nel 1656, grazie a questa intervento, non di rimozione, è stato possibile riscoprirli. In particolare la iconografia relativa a questa Trinità fu vietata da papa Urbano VIII.

Madonna d’alto Mare (Madonna di Loreto), Andrea de Litio (parete navata di sinistra)


Duomo di Atri – resti dei mosaici delle terme romane – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Appendice

Francobollo del 1977 dedicato a Andrea de Litio e ai suoi affreschi nel Duomo di Atri – Collezione privata
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Articolo aggiornato a luglio 2022
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