I San Sebastiano abruzzesi. Scultura e devozione nel Rinascimento

Ho visto un angelo nel marmo ed ho scolpito fino a liberarlo. Michelangelo (1)

Statua di San Sebastiano, 1512, Saturnino Gatti, MuNDA L’Aquila – Foto Abruzzo storie e passioni

Prima parte

Scandalo a Parigi

Se vi capita di visitare la casa natale di Gabriele d’Annunzio, com’è noto in corso Manthonè a Pescara, noterete, appesa a una parete della prima sala espositiva al primo piano, una vecchia stampa litografica raffigurante San Sebastiano. L’opera non è accompagnata da indicazioni esplicative: una presenza muta che suscita inevitabilmente una domanda. Che cosa ci fa lì?

La risposta conduce a Parigi, al 22 maggio 1911, quando al Théâtre du Châtelet andò in scena la prima de Le Martyre de Saint Sébastien. Lo spettacolo riuniva alcune tra le figure più rilevanti della scena artistica europea, un cast strepitoso: il testo era di Gabriele d’Annunzio, le musiche di Claude Debussy, le scene di Léon Bakst, la coreografia di Michail Fokin, le luci di Mariano Fortuny. San Sebastiano, sorprendentemente, fu interpretato da una donna, la celebre ballerina Ida Rubinstein.

Il travestimento scenico non era, in sé, una novità. Sarah Bernhardt, la celebre voix d’or, aveva costruito parte della propria popolarità interpretando ruoli maschili: solo undici anni prima del dramma dannunziano aveva riscosso un successo clamoroso nei panni di Napoleone II, “l’Aquilotto”, figlio infelice di Napoleone Bonaparte. Ma Le Martyre presentava una differenza sostanziale: il protagonista non era un eroe storico, bensì un santo. E quello che oggi definiremmo uno spettacolo queer ante litteram suscitò scandalo, irritò i benpensanti e provocò la dura reazione del clero francese, che condannò l’opera come blasfema.

Negli stessi anni del suo soggiorno parigino, d’Annunzio intrecciò una relazione intensa e complice con la pittrice americana Romaine Brooks, conosciuta a Firenze nel 1909. Figura centrale nei circoli artistici e intellettuali dell’epoca, la Brooks era legata, come in un gioco di triangoli amorosi, a personalità come la stessa Ida Rubinstein e l’eccentrica marchesa Casati, amante e musa del Vate. Un intreccio umano e artistico che contribuisce a spiegare la modernità inquieta, ambigua e provocatoria del San Sebastiano dannunziano.

È probabile che fu proprio Romaine Brooks a suggerire a d’Annunzio il nome di Ida Rubinstein per l’interpretazione del santo trafitto dalle frecce, salvo poi pentirsene, mossa dalla gelosia. Il dissenso si tradusse presto in scherno: la pittrice arrivò a ritrarre il poeta come «un giullare, piccolo di statura e goffo», mentre scaglia una freccia contro il corpo nudo della Rubinstein–San Sebastiano, legata a un albero. Un’immagine crudele, ma rivelatrice delle tensioni emotive e simboliche che circondavano la figura del martire andato in scena a Parigi.

Il Perugino e d’Annunzio

Sempre a Parigi, Romaine Brooks donò a d’Annunzio un proprio dipinto giovanile, copia fedele del Fanciullo Braccesi (o Ritratto di giovane), realizzato dal Perugino nel 1495. Il regalo fu talmente apprezzato dal Vate da essere portato con sé al Vittoriale, da dove però, anni dopo, scomparve misteriosamente. Come in un racconto giallo, l’opera riemerse solo di recente grazie a una vecchia intervista del 1970, nella quale “Cinerina” – così d’Annunzio chiamava la Brooks – ormai quasi centenaria, rivelò l’esistenza di quel dono.

Pietro Vannucci, detto il Perugino, maestro di Raffaello e dell’abruzzese Francesco da Montereale (Montereale, 1466 – L’Aquila, 1541), è anche autore di un celebre affresco di San Sebastiano le cui fattezze rientrano pienamente, insieme al Ritratto di giovane, nei canoni estetici del Rinascimento tanto cari a d’Annunzio. L’iconografia del martire – un giovinetto seminudo, legato e trafitto dalle frecce – esercitò su di lui un fascino profondo, al punto che lo scrittore pescarese arrivò a dichiarare in un’intervista:
«Il mio culto per San Sebastiano, pel saettato atleta di Cristo, è antichissimo. Risale al periodo umanistico della mia prima giovinezza.»

In effetti, l’“atleta saettato” divenne una vera ossessione. D’Annunzio stesso raccontò le sensazioni provate quando, giunto a Venezia a bordo della Lady Clara, la barca a vela dell’amico Adolfo de Bosis, partita da Ortona per una crociera lungo l’Adriatico, vide per la prima volta il San Sebastiano di Andrea Mantegna.

Nella sua dimora monumentale sul lago di Garda, il Vittoriale, d’Annunzio si circondò di numerose immagini del santo: statue lignee, in bronzo e in marmo, a testimonianza di un autentico culto privato. In una delle stanze più intime, quella detta del Lebbroso, collocò una statua lignea di San Sebastiano accanto alle fotografie di due donne che segnarono profondamente la sua vita: la madre, Luisa de Benedictis, e la “divina” Eleonora Duse.

Un nuovo divo iconografico

La ricerca iconografica condotta da Gabriele d’Annunzio per la realizzazione del Martyre parigino si fondò su una profonda conoscenza delle modalità con cui San Sebastiano era stato rappresentato a partire dal Rinascimento. Prima di questa svolta cruciale nella storia dell’arte, il santo appariva generalmente come un uomo maturo, talvolta anziano, e soprattutto vestito, lontano da ogni ambiguità sensuale. Con il Rinascimento, invece, l’immagine di Sebastiano si trasforma radicalmente: il martire diventa giovane, seminudo, talora efebico, talora atletico; il volto, spesso rivolto verso l’alto, si carica di un’espressione estasiata e languida. Nasce così una nuova tipologia figurativa, quella di un santo che assume i tratti di un vero e proprio divo iconografico, capace di coniugare bellezza formale, tensione spirituale e seduzione visiva.

È anche alla luce di questa tradizione che d’Annunzio scelse Ida Rubinstein per incarnare il suo San Sebastiano, operando un consapevole rovesciamento dei ruoli teatrali. Se nell’antichità greca erano stati gli uomini a interpretare personaggi femminili – come Medea o Fedra – poiché alle donne era interdetto il palcoscenico, nel Martyre dannunziano è una donna a dare corpo a un martire maschile, icona di un nuovo immaginario estetico e simbolico.

Seconda parte

I San Sebastiano abruzzesi

La nuova iconografia rinascimentale di San Sebastiano prende forma nella bottega di Andrea del Verrocchio (Firenze, 1435 – Venezia, 1488), la cui celebre scuola esercitò un’influenza profonda anche su due artisti abruzzesi: Silvestro dell’Aquila e Saturnino Gatti. A loro si devono due pregevoli statue lignee che recepiscono pienamente i nuovi canoni figurativi del santo, rielaborandoli in una declinazione autonoma e locale.

Per comprendere meglio l’evoluzione dello stile e delle forme plastiche, propongo nella galleria fotografica alcune comparazioni visive. La prima mette a confronto due sculture che, a mio avviso, presentano significative affinità stilistiche: il San Giovanni Evangelista di Silvestro dell’Aquila e il San Giovanni Battista realizzato dal fiorentino Benedetto da Maiano. Il dialogo tra le due opere consente di cogliere consonanze formali e soluzioni espressive riconducibili a un comune orizzonte stilistico.

Il secondo raffronto riguarda l’intensa espressione dell’Alessandro Magno morente, scolpita in un busto marmoreo di età ellenistica (I secolo a.C.), accostata a quella estatica e mistica del San Sebastiano abruzzese scolpito da Saturnino Gatti. È plausibile che Saturnino abbia avuto modo di vedere questa scultura classica durante la sua permanenza a Firenze, traendone ispirazione per la resa del volto del martire. Nel suo tempo, l’“Alessandro morente” era infatti già noto nella città del Giglio: lo troviamo menzionato nella collezione del cardinale Rodolfo Pio da Carpi (Carpi, 1500 – Roma, 1564) e, successivamente, in quella del granduca Cosimo I de’ Medici. A mio avviso è verosimile che nella ricerca stilistica per la rappresentazione del suo San Sebastiano, Saturnino abbia assunto a modello anche questa scultura classica, perfettamente rispondente ai nuovi requisiti iconografici.

Del resto, nelle scuole d’arte dell’epoca – fiorentine e non – l’allievo veniva inviato dal maestro di bottega presso chiese e palazzi per apprendere l’arte del disegno, prendendo a modello le sculture degli antichi maestri. È il principio della cosiddetta imitatio antiquitatis, che proprio in quegli anni ricevette un nuovo impulso a seguito della scoperta, avvenuta intorno al 1480, delle decorazioni a grottesche nella Domus Aurea di Nerone. Alla fine degli anni Ottanta del Quattrocento non era raro imbattersi in un giovanissimo Michelangelo seduto all’interno di una chiesa di Firenze, intento a disegnare copiando modelli classici.

Come due vere e proprie star, i San Sebastiano abruzzesi di Silvestro dell’Aquila e Saturnino Gatti sono stati spesso protagonisti di mostre nazionali e internazionali, in particolare l’opera di Saturnino. «Quando devo dire quello che mi piace di più al mondo dico Saturnino Gatti, perché è grande come Raffaello ma sconosciuto al mondo. È un genio», dichiarò Vittorio Sgarbi in occasione della presentazione di Expo Italia 2015. In quella circostanza, tra le eccellenze italiane esposte, comparve anche un altro San Sebastiano abruzzese: quello di Lucoli (AQ), attribuito a Giovanni di Biasuccio (Rocca di Mezzo, 1435 – L’Aquila, 1500).

Silvestro dell’Aquila

Silvestro dell’Aquila, pseudonimo di Silvestro di Giacomo (Sulmona, ca. 1446 – L’Aquila, 1504), fu scultore, architetto e pittore, sebbene di quest’ultima attività non siano oggi note opere certe. Il patronimico “di Giacomo” rimanda al padre, Giacomo di Paolo, orafo sulmonese, autore di un reliquiario in argento dorato per la chiesa di San Franco ad Assergi.

Silvestro si trasferì a L’Aquila insieme a suo padre, aprendo in città la bottega orafa di famiglia. I suoi primi contatti con il mondo dell’arte avvennero dunque attraverso le raffinate creazioni orafe paterne. È probabile che proprio l’oreficeria abruzzese del Quattrocento abbia inciso in modo significativo sul suo stile, riconoscibile soprattutto nella cura decorativa delle sculture, impreziosite da motivi delicati che richiamano, ancora una volta, il gusto per le grottesche.

Silvestro dell’Aquila è considerato il più importante scultore del Rinascimento abruzzese. Le sue opere più celebri si conservano nella basilica di San Bernardino all’Aquila, vero fulcro della sua attività matura. Il mausoleo di San Bernardino fu realizzato tra il 1497 e il 1505 su commissione di Jacopo Notar Nanni, amico del santo e facoltoso mercante di lana, seta e zafferano, originario di Civitaretenga, borgo arroccato sull’altopiano di Navelli, anticamente attraversato dai tratturi e animato dai floridi traffici legati alla transumanza. Non a caso, sul lato destro del mausoleo compare la torre medievale di Civitaretenga, emblema del committente, crollata nel terremoto del 2009 e oggi in fase di ricostruzione.

Il monumento, realizzato in pietra con rivestimento marmoreo, ha la forma di un grande cubo, coronato da un arco lunettato e scandito da nicchie contenenti statue di santi. Sul fronte principale sono raffigurati San Bernardino, Jacopo Notar Nanni, la Vergine con il Bambino e San Giovanni da Capestrano con il vessillo. Sul retro compaiono Cristo con gli strumenti della Passione, Santa Caterina d’Alessandria, San Francesco, Sant’Antonio e un San Sebastiano scolpito con forme più muscolose rispetto alla precedente versione lignea, realizzata da Silvestro circa quindici anni prima. I capelli sono ora più lunghi e, soprattutto, il santo non è sanguinante: il corpo non è ancora raggiunto dalle frecce, in un momento iconograficamente sospeso che accentua la tensione narrativa.

La facciata della basilica di San Bernardino fu progettata da Nicola Filotesio, detto Cola dell’Amatrice (Amatrice, 1480 – Ascoli Piceno, 1547). All’interno si conservano altre opere di grande rilievo, tra cui il mausoleo di Maria Pereyra Camponeschi, moglie del condottiero e conte Pietro Lalle Camponeschi, anch’esso opera di Silvestro dell’Aquila, e una splendida pala d’altare in terracotta invetriata, realizzata nel 1495 da Andrea della Robbia.

In realtà, il vero nome dell’artista è Silvestro Aquilano, così come egli stesso si firma – Opus Silvestri Aquilani – sul monumento funebre, nel Duomo dell’Aquila, da lui realizzato per il cardinale Amico Agnifili (Rocca di Mezzo, 1398 – L’Aquila, 1476). Uomo colto e raffinato, Agnifili studiò a Roma e a Bologna, divenendo professore universitario in quest’ultima città, dove ebbe tra i suoi allievi il veneziano Pietro Barbo, futuro papa Paolo II, fondatore di Palazzo Venezia a Roma.

Il cardinale Agnifili, insieme al già citato Pietro Lalle Camponeschi, viceré degli Abruzzi dal 1460, fece dell’Aquila una città vivace e dinamica, profondamente immersa nella cultura umanistica. Fu lui a invitare in città Adamo da Rottweil, allievo di Johannes Gutenberg, l’inventore della stampa moderna. Nel 1481 Rottweil aprì all’Aquila la prima tipografia del Regno di Napoli, la terza in Italia dopo Venezia (1469) e Foligno (1470). È in questo ricco e fertile contesto storico e culturale che si colloca l’attività artistica di Silvestro dell’Aquila. Il culto e la presenza di San Bernardino da Siena in città risultano così strettamente legati alla figura del cardinale e vescovo abruzzese Agnifili.

Quando papa Eugenio IV lo nominò legato pontificio presso l’Imperatore Sigismondo questi, dopo l’incoronazione avvenuta a Roma nel 1433, incontrò Agnifili nella sua veste di vescovo dell’Aquila accompagnato per l’occasione da Bernardino da Siena. Quella era la prima volta che il santo senese metteva piede a L’Aquila.

Scolpito nel 1478, l’espressione del San Sebastiano di Silvestro dell’Aquila è ricca di pathos e di intenso realismo, con un velo di sofferenza maggiore rispetto al San Sebastiano di Saturnino, che invece risulta più estasiato. Alcune fonti riportano che Silvestro lo scolpì a titolo di ex voto, dopo una epidemia di peste che colpì L’Aquila. San Sebastiano è considerato protettore contro la epidemie, per via della sua sopravvivenza alle frecce.

Sempre per ex voto, venti anni prima del San Sebastiano di Silvestro, Andrea Mantegna realizzò il primo dei suoi tre dipinti dedicati a San Sebastiano (vedi galleria fotografica), quello che turbò Gabriele d’Annunzio – “durante la mia prima giovinezza” – Nella bottega che Silvestro aprì a L’Aquila nel 1471 lavorò anche Saturnino Gatti, tra i suoi collaboratori ritroviamo il citato Giovanni di Biasuccio.

Saturnino Gatti

Il San Sebastiano di Saturnino Gatti (San Vittorino, AQ, 1459 – L’Aquila, 1518 ca.) si impone come una delle più importanti testimonianze della scultura lignea rinascimentale in Abruzzo. Intagliata in legno di faggio, la figura del martire conserva ancora, nella memoria della materia, l’eleganza cromatica originaria: il perizoma era dipinto blu lapislazzuli, pigmento prezioso che alludeva tanto alla sacralità del soggetto quanto alla devozione del committente. La statua fu commissionata il 21 marzo 1517 dalla Congregazione di San Sebastiano dell’Aquila, che immaginava un complesso più articolato, arricchito dalla presenza di due angeli. La morte prematura dell’artista interruppe però il progetto, lasciando l’opera incompiuta rispetto al disegno originario.

Saturnino Gatti, figura poliedrica del Rinascimento abruzzese, fu non solo scultore, ma anche pittore e miniaturista di straordinaria raffinatezza. Tra le sue opere pittoriche più rilevanti si annovera la Pala del Rosario (1511), oggi conservata al Museo Nazionale d’Abruzzo – MuNDA dell’Aquila, in cui l’iconografia della scena sacra si intreccia a una vibrante cromaticità. Ancora più eloquente è il monumentale ciclo di affreschi della chiesa di San Panfilo a Tornimparte, autentico manifesto della sua poetica figurativa. Per un’analisi più approfondita della sua attività pittorica e miniatoria, nonché della sua vicenda biografica complessiva, si rimanda all’articolo dedicato in questo blog: “Saturnino Gatti, il Rinascimento abruzzese”.

Di particolare interesse è anche il gruppo scultoreo della Sacra Famiglia in terracotta policroma (1512, MuNDA L’Aquila), opera a lungo oggetto di attribuzioni oscillanti tra lo stesso Gatti e Giovanni Antonio da Lucoli, a testimonianza di un contesto artistico vivace e interconnesso. Ugualmente significativa è la Madonna di Collemaggio (1506), anch’essa in terracotta policroma, commissionata a Saturnino per commemorare un evento prodigioso legato alla predicazione di San Bernardino da Siena: durante un sermone dedicato alla Vergine, una stella sarebbe apparsa sul capo del frate francescano, segno celeste di approvazione e grazia. Custodita nella basilica di Collemaggio, l’opera traduce in forma plastica il racconto del miracolo, trasformando la memoria di un evento effimero in immagine duratura e carica di devozione.

Tra le opere scultoree di maggiore rilievo si annovera anche la statua di Sant’Antonio abate (1512), segnata in modo drammatico dagli eventi sismici del 2009. Gravemente compromessa e inizialmente giudicata “irrecuperabile”, la scultura è divenuta emblema di una rinascita possibile. Grazie a un complesso e rigoroso intervento di restauro, condotto sotto la direzione del Polo Museale d’Abruzzo, l’opera è stata restituita alla sua integrità. Oggi Sant’Antonio abate è nuovamente visibile al MuNDA, collocato nella stessa sala che accoglie quelli che possono essere considerati i due autentici “divi” del museo: i San Sebastiano abruzzesi, presenze magnetiche e identitarie del percorso espositivo.

Il cofanetto porta braghe

A chiudere idealmente l’articolo e la galleria fotografica è un oggetto singolare, sospeso tra devozione, curiosità e raffinata maestria artigianale: un reliquiario-cofanetto che, con ogni probabilità, avrebbe esercitato un fascino irresistibile su Gabriele d’Annunzio, cultore dichiarato dell’“atleta saettato” e collezionista instancabile di simboli, reliquie e suggestioni erotico-sacrali da destinare al Vittoriale.

Esempio significativo dell’arte orafa abruzzese, il cofanetto fu realizzato nella prima metà del XV secolo dal maestro Giovanni D’Angelo da Penne. Il manufatto, in argento dorato, si distingue per l’uso di smalti champlevés, cristallo di rocca e per la lavorazione a sbalzo su lamina d’argento. Le superfici narrano un articolato programma iconografico: sui lati compaiono il Redentore, gli Evangelisti e due santi, mentre sul coperchio esagonale sono raffigurati l’Annunciazione, Maria Maddalena e due sante, in un equilibrio armonico tra solennità teologica e intimità devozionale.

La destinazione del cofanetto ne accresce ulteriormente l’aura di eccezionalità: esso era infatti concepito per custodire una reliquia quanto mai insolita, le braghe di San Sebastiano. Un oggetto che, nella sua apparente eccentricità, rivela tutta la complessità del rapporto medievale e rinascimentale con il sacro, dove il corpo del santo, anche nei suoi aspetti più concreti e quotidiani, diventa veicolo di fede, protezione e memoria.

Icona senza tempo

Osservando oggi i San Sebastiano abruzzesi di Silvestro dell’Aquila e Saturnino Gatti, insieme alle vicende parigine di d’Annunzio e Rubinstein, emerge un filo sottile che attraversa secoli e culture: la tensione tra sacro e bellezza, tra devozione e estetica. Il martire trafitto dalle frecce diventa, nel Rinascimento e oltre, icona universale di fascino, forza e vulnerabilità, capace di dialogare con artisti, scrittori e pubblico in modi sempre nuovi.

In fondo, che si tratti di legno o marmo, di teatro o reliquario, di una stampa nella casa natale del Vate o di una statua di un monumento, San Sebastiano continua a sorprendere e a coinvolgere: simbolo di un ideale estetico che non conosce confini e di un culto che unisce religione, arte e narrazione. Forse è proprio questo il segreto del suo fascino duraturo.

Copyright ‐ Riproduzione riservata ‐ derocco.leo@gmail.com ‐ Leo Domenico De Rocco ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica

Il San Sebastiano di Saturnino Gatti (MuNDA L’Aquila) e nella casa natale di Gabriele d’Annunzio a Pescara – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Disegno di Léon Bakst per Le Martyre de Saint Sebastian di Gabriele D’Annunzio, 1911 – a destra: La locandina originale della prima italiana  – Museo del Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera – Foto Leo De Rocco

Gabriele d’Annunzio ritratto da Romaine Brooks nell’estate 1912, Musée d’Art Moderne Grand Duc-Jane, Luxemburg, mostra “La divina Marchesa”, Venezia – Foto Leo De Rocco – a destra: Sarah Bernhardt in divisa militare interpreta Napoleone II ne “L’Aiglon” di Edmond Rostand, 1900.

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La marchesa Luisa Casati in una foto di Man Ray, 1922 – Mostra “La Divina Marchesa”, Palazzo Fortuny, Venezia – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

La marchesa Casati con penne di pavone, dettaglio, Giovanni Boldini 1911 – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea Roma – Foto Leo De Rocco

Pietro Vannucci, detto il Perugino, ritratto di giovane, 1495-1497 – Galleria degli Uffizi, Firenze – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Pietro Vannucci detto Perugino, autoritratto, 1495-97 – Firenze, Gallerie degli Uffizi – Foto Leo De Rocco – a destra: Pietro Perugino, San Sebastiano tra i Santi Rocco e Pietro, Chiesa di Santa Maria Assunta, Cerqueto (Pg)

Andrea Mantegna, San Sebastiano, 1506, Ca’ d’Oro, Venezia – Foto Manuela Moschin (copyright) – a destra: San Sebastiano, dettaglio del Polittico di San Lorenzo in Pianella – Bernardino di Cola del Merlo e Sebastiano da Casentino, 1487 – Museo Nazionale d’Abruzzo MuNDA L’Aquila – Foto Leo De Rocco 

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Vittoriale degli Italiani, il San Sebastiano della Stanza del Lebbroso – Foto di Marco Beck Peccoz, dal sito ufficiale del Vittoriale.

San Giovanni Battista, copia dall’originale nel Palazzo Vecchio a Firenze di Benedetto da Maiano seconda metà XV sec. –  Foto Fabrizio Rossi per Abruzzo storie e passioni – a destra: San Giovanni Evangelista, Silvestro dell’Aquila (attribuito) seconda metà XV sec. – Collezione privata

Andrea del Verrocchio, dettaglio del David, 1472-1475 – Museo del Bargello, Firenze – a destra: Silvestro dell’Aquila – San Sebastiano, 1478, dettaglio – Foto Leo De Rocco

San Sebastiano, 1478, Silvestro dell’Aquila – MuNDA L’Aquila – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Busto in terracotta policroma e dorata opera di Silvestro dell’Aquila, 1495, proveniente dal palazzo dei Duchi di Acquaviva Atri, oggi al Davis Museum Massachusetts – Madonna in trono con Bambino, Silvestro dell’Aquila, 1490, Basilica di San Bernardino da Siena L’Aquila – Foto Leo De Rocco

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La statua di San Sebastiano è le altre statue di santi nel Mausoleo di San Bernardino da Siena – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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Mausoleo di Maria Pereyra Camponeschi, 1488, Silvestro dell’Aquila e la Pala d’altare in terracotta invetriata, 1495, Andrea della Robbia.- Basilica di San Bernardino, L’Aquila – Foto Leo De Rocco

Madonna in Trono con Bambino e San Pietro Celestino. Statue in pietra attribuite a Silvestro dell’Aquila, realizzate nella seconda metà del Quattrocento, inizialmente collocate sulla facciata dell Basilica di Collemaggio a L’Aquila – MuNDA L’Aquila – Foto Abruzzo storie e passioni

Saturnino Gatti

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Confronto tra il San Sebastiano di Saturnino Gatti, MuNDA L’Aquila, e l’Alessandro morente, I sec. a.C., Galleria degli Uffizi, Firenze – Foto Leo De Rocco – A mio avviso modello iconografico utilizzato da Saturnino Gatti

Ancora dettagli del San Sebastiano di Saturnino Gatti

Natività, terracotta policroma, XVI sec. – MuNDA – Foto Leo De Rocco – L’opera indicata come Presepe di Tione e datata al 1512, proveniene dalla chiesa di Santa Maria del Ponte, presenta alterne attribuzioni: Saturnino Gatti e, più recentemente, Giovanni Antonio da Lucoli.

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Madonna con Bambino, terracotta, XV sec. Bottega di Saturnino Gatti (attribuito) – Collegiata San Michele Arcangelo, Città Sant’Angelo – Foto Leo De Rocco 

Madonna con Bambino, 1506, Saturnino Gatti (attribuito)- Basilica di Collemaggio L’Aquila – Foto Leo De Rocco – La storia della Madonna di Collemaggio è legata a San Bernardino da Siena, le cui spoglie si conservano nella basilica aquilana a lui dedicata. L’opera fu commissionata a Saturnino Gatti per celebrare un evento prodigioso avvenuto a Collemaggio nella prima metà del ‘400: durante una predica a tema mariano apparve una stella sul capo del frate e teologo francescano Bernardino da Siena.

La statua di Sant’Antonio Abate di Saturnino Gatti dopo il terremoto del 2009 – Foto Direzione Regionale Musei Abruzzo

Sant’Antonio Abate, 1512, Saturnino Gatti – MuNDA L’Aquila – Foto Leo De Rocco – La statua originariamente era conservata nella chiesa di Santa Maria del Ponte, Tione (Aq).

San Sebastiano, Giovanni di Biasuccio, 1517 – Chiesa di San Sebastiano, Lucoli Collimento – Foto Sailko/Francesco Bini – a destra: Giovanni di Biasuccio, Madonna in trono con il Bambino, seconda metà del XV secolo – MuNDA L’Aquila – Foto Leo De Rocco 

Antico reliquiario in argento lavorato – Museo Nazionale d’Abruzzo MuNDA L’Aquila – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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Copyright – Riproduzione riservata – derocco.leo@gmail.com ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo – Fonti: 1) Saturnino Gatti, pittore e scultore nel Rinascimento aquilano, 2015, di Ferdinando Bologna, edito da TEXTUS; 2) Percorso museale Museo Nazionale d’Abruzzo MuNDA L’Aquila.

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