L’Abruzzo è una regione dove la natura è stata rispettata meglio che in altre. La gente di questa terra ci ha saputo convivere quasi come in un vincolo di pari dignità fra l’uomo e gli altri abitatori dei pascoli, delle foreste, dei fiumi. Ora questa terra, così com’è e come doveva essere dai tempi lontani, al nostro sguardo di cittadini della “società avanzata” pare che raffiori dal passato per sorprenderci ed ammonirci.
Così Ermanno Olmi, indimenticabile maestro del cinema e narratore sensibile dei mondi contadini, descriveva una terra in cui l’uomo ha saputo convivere con pascoli, foreste e fiumi secondo un patto silenzioso di pari dignità. Un equilibrio antico che oggi, agli occhi frettolosi della società moderna, riaffiora dal passato come una lezione inattesa, capace di sorprendere e ammonire. È lo stesso sentimento che si avverte quando l’autunno illumina i boschi abruzzesi di toni ambrati e gli antichi tratturi tornano a raccontare storie di passi lenti, di tradizioni e luoghi identitari.
Nell’immaginario comune l’Abruzzo è terra di montagne, custode delle vette più alte dell’Appennino, e dimora dell’ancestrale figura del pastore. Nelle storie narrate finora abbiamo spesso evocato la transumanza, come un filo discreto ma costante. Eppure, nel nostro blog fatto di passioni, di sguardi e di emozioni sull’Abruzzo di ieri e di oggi mancava un racconto monografico, interamente dedicato a ciò che per secoli ha rappresentato uno dei pilastri fondamentali del sistema economico e sociale regionale.
L’argomento è complesso e richiede uno sguardo attento, uno studio ampio e stratificato. L’occasione giusta si è presentata grazie a una interessante iniziativa promossa dall’Università dell’Aquila, non a caso nel mese di settembre: il tempo in cui, secondo la tradizione antica, aveva inizio la transumanza.
Dopo il viaggio estivo lungo la Costa dei Trabocchi – un reportage articolato in sette puntate, da Ortona a Vasto, attraversando San Vito Chietino, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Torino di Sangro, Pollutri e Casalbordino – con questo articolo torniamo a percorrere i solchi tracciati per millenni da uomini e greggi all’inizio dell’autunno.
Un cammino che ci permetterà, anche grazie al contributo dei docenti dell’Università dell’Aquila, di esplorare il tessuto produttivo ed economico, i fattori climatici, la storia, l’archeologia, la geologia e la botanica di un territorio unico. E allora non resta che mettersi in cammino, lasciandosi guidare dal ritmo antico delle stagioni e delle parole: «Settembre, andiamo. È tempo di migrare!»
Trekking sul Tratturo Magno organizzato dall’Università dell’Aquila – video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Gabriele d’Annunzio celebrò l’arrivo dell’autunno cantando un Abruzzo arcaico e malinconico, talvolta velato di un romanticismo sottile, perfettamente in sintonia con i temi a lui più cari del Decadentismo. Basti pensare a La pioggia nel pineto, la celebre lirica composta sul finire dell’estate del 1902, dopo una passeggiata in un bosco di pini marittimi, in compagnia di Eleonora Duse.
Sorpreso da un temporale che già annunciava il mutare della stagione, il poeta invitò la sua compagna ad ascoltare il linguaggio segreto della pioggia: Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove sui pini scagliosi ed irti, piove sui mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti, piove sui nostri volti.
Le gocce, cadendo come note di una partitura invisibile, riempivano il bosco di suoni molteplici e armoniosi, capaci di suscitare sensazioni intime e profonde. In quel dialogo tra acqua, alberi e silenzi, d’Annunzio celebrava la metamorfosi della natura e, insieme, l’abbandono dell’uomo a un tempo più lento, in ascolto del mondo.
L’autunno è la stagione del rinnovamento, simbolo dell’eterno ciclo naturale di tutte le cose. Anche I Pastori è una delle sue composizioni poetiche più conosciute; molti ricorderanno le strofe apprese a scuola fin da bambini: Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare: scendono all’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti […] E van pel tratturo al piano, quasi per un erbal fiume silente, su le vestigia degli antichi padri… Ah perché non son io cò i miei pastori?
In queste rime d’Annunzio evoca l’antico rito della transumanza: la migrazione autunnale di pastori e greggi, che da tempi immemorabili lasciavano i pascoli dell’Appennino abruzzese per dirigersi verso il litorale adriatico. Il percorso più celebre, il Tratturo Magno – detto anche “del Re” o “Regio Tratturo” – è il più lungo e conosciuto di tutti. Il suo cammino prendeva le mosse dalla basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila, risaliva verso l’altopiano di Navelli, passando per l’antica Peltuinum, e attraversava lo snodo strategico della Torre di Forca di Penne, tra Ofena e Capestrano. Da lì scendeva lungo la Val Pescara fino al mare, tra Casalbordino e Torino di Sangro, per poi proseguire verso sud, attraversando Molise e Puglia, tracciando un percorso che per secoli ha segnato il ritmo della vita e delle stagioni.
Un’autostrada antica lunga di tremila chilometri
La transumanza, dal latino trans e humus – attraversare la terra – era un rito antico scandito dalle stagioni: iniziava a settembre e si concludeva a maggio, seguendo il respiro lento del clima e degli animali. Per secoli le vie armentizie, una fitta rete di oltre tremila chilometri, hanno inciso il paesaggio dell’Italia centro-meridionale come una vera infrastruttura della vita. I tratturi principali, larghi sessanta trapassi, circa centodieci metri, non erano semplici sentieri, ma grandi corridoi verdi su cui si reggeva la principale attività economica di intere regioni.
I tratturi abruzzesi, tuttavia, non si esaurivano nell’immagine lirica, spesso evocata da d’Annunzio, della discesa dalla montagna “madre”, la Maiella, verso il mare. Accanto a questi assi viari, esisteva una trama più complessa fatta di percorsi interni e collegamenti con le pianure laziali, che coinvolgevano anche il territorio teramano e quello aquilano. Un sistema ramificato, punteggiato da aree di sosta per uomini e animali e da ampi spazi destinati al pascolo, dove il viaggio diventava permanenza e attesa.
Come vedremo, i tratturi non erano vie di semplice andata e ritorno, ma una rete articolata e gerarchica: i grandi Tratturi Regi, dorsali principali del movimento; i tratturelli e i bracci, brevi collegamenti interni che si innestavano su di essi; e i riposi, luoghi fondamentali per la sosta delle greggi e per la vita quotidiana di pastori, massari, casari. Alcuni percorsi raggiungevano lunghezze importanti: il Tratturo Magno, che univa L’Aquila a Foggia, con i suoi 244 chilometri era il più esteso; seguivano il Pescasseroli–Candela (211 km), il Celano–Foggia (207 km), il Castel di Sangro–Lucera (127 km) e il Centurelle–Montesecco, lungo 120 chilometri.
Oltre alla sua struttura organizzativa, anche un’altra accezione della transumanza, spesso ridotta a semplice “migrazione di pastori e animali”, merita di essere chiarita e approfondita. Le vie tratturali non si limitavano infatti a consentire lo spostamento stagionale delle greggi e lo svolgimento delle pratiche pastorali, ma costituivano autentiche arterie di comunicazione, decisive per i traffici commerciali. Lungo questi corridoi naturali viaggiavano tessuti, innanzitutto la lana, ma anche la seta; spezie preziose come lo zafferano; manufatti artigianali, gioielli e oggetti d’uso quotidiano, in un continuo scambio che univa territori e comunità lontane.
Durante le soste, nei tempi sospesi del cammino, i pastori transumanti intagliavano il legno, dando forma a piccole sculture e oggetti carichi di significato. Erano manufatti destinati all’uso personale o alla decorazione, pensati come doni per le madri, le mogli, le fidanzate al ritorno dalla transumanza, ma anche come beni da vendere o da scambiare lungo i tratturi, in una pratica di baratto che accompagnava il viaggio.
In questo contesto di scambi e contaminazioni culturali si diffuse anche la Presentosa, iconico monile in filigrana d’oro e simbolo dell’arte orafa abruzzese. Dalle antiche botteghe di Pescocostanzo, Sulmona, Guardiagrele e Scanno, questo gioiello raggiunse le regioni del Sud Italia, la Campania e soprattutto la Puglia, proprio grazie ai percorsi della transumanza, che ne favorirono la circolazione e l’affermazione. Sull’argomento rimando all’articolo “Arte orafa abruzzese, Nicola da Guardiagrele, il corallo di Giulianova e l’oro di Scanno ”, in questo blog.
Al centro di questo mondo in movimento, si staglia la figura del pastore, vero protagonista della transumanza. In lui si concentrano gli elementi fondanti dell’antica civiltà contadina: il lavoro, la resistenza, il rapporto intimo con la natura. La sua era una vita dura e spesso solitaria, esposta alle intemperie e ai pericoli del cammino, segnata da lunghi viaggi tra montagne, valli e boschi, lontano per mesi dagli affetti e dalla casa.
Soggetto non di rado alle ingiustizie dei padroni, baroni o grandi armatori di greggi, il pastore custodiva tuttavia un profondo senso di dignità, radicato nella consapevolezza del proprio ruolo. Fin dall’infanzia apprendeva un sapere antico, trasmesso oralmente di generazione in generazione: una conoscenza empirica del mondo agro-pastorale che nasceva dall’esperienza diretta e dall’osservazione. Conosceva la terra e i suoi ritmi, leggeva le stelle e la luna, riconosceva le piante e gli animali. Un patrimonio di saperi silenziosi che faceva di lui non solo un lavoratore, ma il depositario di un equilibrio millenario tra uomo e natura.
I Medici e le Terre della Baronia
Sui tratturi presero forma paesi e città, castelli, chiese e abbazie; nacquero feste, fiere e riti popolari, persino canzoni e favole. Un patrimonio materiale e immateriale che, lungo quei solchi erbosi, ha contribuito a plasmare l’identità delle comunità, non solo in senso locale, ma su scala territoriale più ampia. Pescocostanzo, Scanno, Castel del Monte, Calascio e molti altri borghi abruzzesi, oggi mete turistiche, affondano le proprie radici in antichi insediamenti modellati dall’economia pastorale. La loro forma, il tessuto urbano, le tradizioni che ancora li raccontano sono il riflesso di una civiltà del cammino e della stagionalità.
Emblematica è Peltuinum, fondata nel I secolo a.C. dai Vestini in prossimità di quella che in età romana diventerà la Via Claudia Nova, oggi ricalcata dalla Strada Statale 17, tra i territori di Prata d’Ansidonia e San Pio delle Camere. Qui il Tratturo Magno attraversa l’antica città come una linea di continuità, che unisce l’età preromana, il mondo romano e la lunga stagione della transumanza.
Non stupisce, allora, che anche i Medici, divenuti duchi e granduchi, mecenati raffinati e cultori del bello, abbiano saputo riconoscere, con l’istinto dei banchieri esperti, le opportunità offerte da questo sistema. Sui tratturi abruzzesi, percorsi da migliaia di uomini e milioni di animali, tra merci in viaggio e scambi incessanti, non transitavano solo greggi, ma anche enormi flussi di denaro. Milioni di ducati seguirono quelle stesse vie erbose, proprio come era accaduto secoli prima, nel III secolo a.C., quando i Romani avevano intuito, osservando i Sanniti, le straordinarie potenzialità economiche e sociali della transumanza.
Tra Cinquecento e Seicento, lo sviluppo dei commerci della lana, della seta e dello zafferano favorì un radicamento sempre più stabile dei Medici in alcune aree strategiche dell’Abruzzo. In particolare nella cosiddetta Terra della Baronia, che già dal Medioevo comprendeva il versante meridionale del Gran Sasso: Carapelle Calvisio, Castelvecchio Calvisio, Rocca Calascio, ma anche Capestrano e Santo Stefano di Sessanio. Un territorio aspro e centrale al tempo stesso, crocevia di traffici e interessi economici di vasta portata.
I Medici seppero inoltre valorizzare l’antica Via degli Abruzzi, l’asse viario che fin dal Medioevo collegava Firenze al Regno di Napoli attraversando Arezzo, Spoleto e L’Aquila. Da qui il percorso proseguiva lungo la Via Claudia Nova, lambiva la Piana di Navelli e incrociava il Tratturo Regio L’Aquila–Foggia, dirigendosi poi verso Sulmona e Castel di Sangro. Una rete di strade e tratturi che permetteva la circolazione continua di uomini, merci e capitali tra il centro e il sud della penisola.
Ai titoli di duchi, granduchi e signori di Firenze, la famiglia Medici affiancò anche dignità nobiliari legate ai territori abruzzesi. Ferdinando I de’ Medici, figlio di Cosimo I e primo granduca di Toscana, fu anche principe di Capestrano. Alessandro de’ Medici, detto “il Moro”, marito di Margherita d’Austria, primo duca di Firenze, portò invece il titolo di duca di Penne. Segni evidenti di un legame che non era soltanto economico, ma anche politico e simbolico.
A restituire il clima di quei traffici è un episodio riportato dalla scrittrice avezzanese Veneranda Rubeo nel volume Covella, contessa di Celano, sulla storia di una nobildonna nella Marsica del Quattrocento (Edizioni Kierke 2015), in cui viene ricostruita con rigore e ampia documentazione la biografia della contessa e del suo antico casato marsicano. L’autrice racconta un furto avvenuto nel territorio aquilano nel 1467: due casse di drappi di seta pregiata, per un valore complessivo di 940 ducati (1).
Quel carico prezioso viaggiava lungo la Via degli Abruzzi e i tratturi ed era destinato a Filippo Strozzi, potente banchiere fiorentino, secondo per ricchezza soltanto ai Medici. Già agli inizi del Quattrocento, infatti, i rapporti commerciali tra Firenze e l’Abruzzo erano intensi e strutturati, fondati soprattutto sul commercio della lana e della seta. La lana abruzzese, una volta giunta a Firenze, veniva poi redistribuita e venduta nelle principali corti d’Europa, trasformando i pascoli appenninici in una risorsa strategica per l’economia continentale.
Nel suo volume, Veneranda Rubeo documenta come, nella seconda metà del Trecento, a Celano si affermò la produzione di un nuovo tessuto, il cosiddetto guarnello, un intreccio di lana e cotone che, al pari della seta, divenne oggetto di intensi scambi commerciali tra i grandi mercanti e le terre aquilane. Sempre a Celano, nelle aree della Gualchiera e del Mulino Vecchio, la presenza di abbondanti sorgenti d’acqua favorì la nascita di edifici destinati alla lavorazione della lana, della seta e persino della carta. In questi cicli produttivi, i tratturi costituivano un’infrastruttura essenziale, vere arterie economiche al servizio della manifattura.
Accanto ai celebri Medici, anche altre importanti famiglie notabili, tra Quattrocento e Cinquecento, si insediarono in Abruzzo per intercettare e sfruttare i traffici generati lungo i tratturi. È il caso dei Ciavolich, originari della Bulgaria e oggi noti in regione per le attività vinicole, che giunsero nel XVI secolo a Miglianico per avviare il commercio della lana; oppure dei milanesi Arlini, che nello stesso periodo si stabilirono ad Atri, attratti dalla fiorente lavorazione della seta.
Proprio ad Atri sorse una delle prime filande abruzzesi, edificata tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Qui, in un contesto produttivo ormai di tipo neo-industriale, si lavoravano seta, cotone e lana, quest’ultima conferita dai pastori al termine della transumanza. Prima dell’avvento delle filande, la trasformazione dei tessuti avveniva nelle case, su antichi telai domestici, spesso realizzati in legno di ulivo. La materia prima, costante e abbondante, era assicurata da quel sistema millenario di percorsi e scambi che trovava nei tratturi il suo perno vitale.
La Coperta Abruzzese
Tra i fili invisibili che legavano l’Abruzzo alla grande economia pastorale preindustriale, si tessono anche le storie di una cultura materiale profondamente radicata nella montagna. Non era soltanto il latte, il formaggio a caratterizzare l’economia agropastorale, ma anche la lana. Nei borghi incastonati tra Majella e Sirente-Velino, la lana delle pecore transumanti non tornava soltanto in città sotto forma di tessuti grezzi, ma diventava opera d’arte quotidiana nelle mani delle donne che, mentre i pastori scendevano per mesi verso il Tavoliere, sedevano ai telai per intrecciare trame e colori.
Così nacque e si consolidò la Coperta Abruzzese, un manufatto di pura lana vergine che ha iniziato ad affermarsi nell’Ottocento in luoghi come Taranta Peligna, Fara San Martino e altri centri dell’alto Chietino, dove l’abbondanza di acqua pura, tinture vegetali e legname favoriva la trasformazione della lana grezza in tessuti robusti, colorati e riccamente decorati.
Questi manufatti non erano semplici oggetti di utilità domestica: erano simboli di identità e memoria familiare, spesso parte integrante della dote nuziale e, nelle case abruzzesi, testimoni silenziosi di affetti e legami. Le trame geometriche, floreali o figurative, i vivaci colori e le frange tessute a mano, sono testimonianza di una tradizione artigianale che ha saputo valorizzare materia e memoria, collegando l’esperienza pastorale alla cultura dell’Abruzzo montano.
Grazie alla transumanza nacquero anche lavorazioni di tessuti pregiati in seta, merletti, velluti e damascati, con finalità decorative e ornamentali, che portarono nel tempo a formare veri e propri centri di arte artigianale del settore, anche quando, in epoca moderna, la transumanza non era più diffusa.
Negli anni Sessanta del Novecento una delle rarissime manifatture di arazzeria attive in Italia, e l’unica a utilizzare la tecnica del “basso liccio”, era la storica Arazzeria Pennese, fondata nel 1965 e attiva fino al 1998. La tessitura di un arazzo a “basso liccio” (telaio a pedali) con l’utilizzo di lane colorate, dette “mazzette” e le scelte cromatiche eseguite dall’artista, fecero dell’Arazzeria Pennese un laboratorio artigianale e artistico conosciuto in tutto il mondo.
Giuseppe Lisio, maestro di tessitura
L’abruzzese Giuseppe Lisio, nato nel 1870 in un paesino tra le colline chietine, a Terranova di Roccamontepiano, è stato un grande stilista dei tessuti, conosciuto a livello internazionale. La sua passione per la lavorazione delle stoffe nacque dagli insegnamenti di sua nonna, ripresi dalle laboriose donne abruzzesi che fin dall’antichità creavano splendidi corredi nuziali, e da una zia tessitrice, anche lei roccolana, titolare di un negozio di stoffe a Roma.
Lisio aprirà nel 1906 il primo negozio con annessa manifattura a Firenze e Oltrarno, seguiranno altre filiali a Roma, Milano (Palazzo Borromeo), fino a Parigi. La sua collezione prese forma attraverso lo studio e la rivisitazione del Rinascimento, epoca della tessitura di preziose stoffe in seta soprattutto per la corte dei Medici.
Amico di Gabriele d’Annunzio, Giuseppe Lisio dedicherà allo scrittore pescarese un originale tessuto, assemblando velluto e seta, in occasione della stesura del libretto per l’opera lirica Parisina di Pietro Mascagni, scritto da d’Annunzio nel 1913.
L’eredità artistica e la creatività di “Mastro Lisio” la ritroviamo anche nel cinema internazionale, nello specifico negli arredi, tappezzerie e tessuti per le scenografie e i costumi di celebri film, e nelle case di alta moda, con la fornitura di velluti alle maison Versace, Valentino e Gucci.
Fiere e Abbazie
La conoscenza dei commerci della lana e dei suoi potenziali economici giunsero alla corte dei citati Medici grazie anche alle fiere commerciali abruzzesi, già diffuse nel Medioevo. Durante il loro svolgimento venivano promosse le merci con agevolazioni fiscali, franchigie, favoriti i traffici e i rapporti commerciali anche con mercanti stranieri.
Anche l’arte e l’architettura risentirono profondamente dell’esperienza della transumanza. Lungo i percorsi dei tratturi sorsero abbazie e antiche chiese che ancora oggi ammiriamo, concepite come luoghi di sosta e di preghiera per pastori e viandanti. La chiesa di Santa Maria de’ Centurelli, nel territorio di Caporciano, fu edificata in un punto strategico: là dove il Tratturo Regio L’Aquila–Foggia si dirama dando origine al tratturo Centurelle–Montesecco, a conferma del ruolo spirituale e logistico di questi snodi.
Sui tratturi non si incontravano soltanto pastori e greggi, ma anche artigiani, orafi, viandanti, pellegrini e artisti. Roberto, Ruggero e Nicodemo, maestri dell’arte romanica abruzzese, operarono tra le colline di Cugnoli e Moscufo, nella valle del Vomano e tra i boschi del monte Velino, lasciando una testimonianza originale dell’arte medievale. Le loro opere, disseminate lungo questi percorsi, costituiscono una sorta di racconto inciso nella pietra, un vero e proprio “libro” aperto sul Medioevo appenninico. Sull’argomento rimando all’articolo: “I libri di pietra di Nicodemo, Roberto e Ruggero”.
Ma le maestranze giungevano anche da terre lontane. Artisti provenienti dalla Borgogna, insieme a quelli della Puglia di tradizione bizantina, raggiunsero Casauria percorrendo il tratturo Centurelle–Montesecco. Qui realizzarono lo straordinario portale in marmo e bronzo e la facciata dell’abbazia di San Clemente a Casauria. Il portale minore è sormontato dalla statua di San Michele Arcangelo, protettore dei viandanti e dei pastori transumanti, figura simbolica di un cammino che univa fede e fatica. È probabile che gli abati del cenobio abbiano voluto predisporre, per pastori e pellegrini, spazi dedicati al riposo e alla preghiera, trasformando l’abbazia in un punto di riferimento lungo la rete tratturale.
Accanto ai luoghi di culto sorsero anche edifici destinati al ricovero e alla sosta, con funzioni analoghe a quelle degli antichi ospedali. Il monastero di San Pietro a Roccamontepiano, edificato prima dell’anno Mille lungo il citato tratturo Centurelle, nacque proprio come struttura di accoglienza e assistenza per i viandanti. In seguito, l’edificio fu trasformato in monastero da Celestino V, suggellando ulteriormente il legame tra spiritualità, viaggio e transumanza.
Il culto di San Michele Arcangelo
La transumanza fu anche, e forse soprattutto, una straordinaria occasione di socializzazione e di incontro tra culture diverse. I tratturi abruzzesi, nel loro lungo percorso verso sud, incrociavano la Via Francigena, la grande arteria del pellegrinaggio medievale che partiva da Canterbury, attraversava l’Europa centrale e conduceva a Roma, per poi proseguire verso le pianure del Tavoliere pugliese e il promontorio del Gargano. Su queste vie si incontravano pastori, viandanti e pellegrini diretti al santuario della “Basilica Celeste” di San Michele Arcangelo, la celebre grotta di Monte Sant’Angelo, nel Foggiano.
San Michele Arcangelo divenne così il santo protettore dei transumanti e dei viandanti, erede cristiano di antiche figure tutelari come Mercurio ed Ercole. Non lontano da Pescocostanzo, sulle pendici del monte Pizzalto, lungo il tratturo Celano–Foggia, si apre una grotta dedicata proprio all’Arcangelo. Analogamente, a Lettomanoppello, il culto micaelico, anch’esso legato a una grotta, affonda le sue radici in riti devozionali contadini e pastorali di remotissima memoria.
Il culto di San Michele giunse sul promontorio garganico da Costantinopoli tra il 490 e il 493, portando con sé suggestioni e modelli dell’Oriente bizantino, il cui stile caratterizzò l’edificio originario del santuario, individuato grazie agli scavi archeologici condotti negli ultimi decenni del Novecento. Bizantine sono anche le celebri porte di bronzo, donate nel 1076 da un nobile amalfitano. Segni tangibili di una devozione che, lungo i tratturi, univa l’Appennino all’Adriatico e al Mediterraneo orientale, intrecciando fede, viaggio e identità condivise.
La tradizione popolare, tra storia e leggenda, racconta le apparizioni dell’Arcangelo. In particolare si narra che un pastore del luogo, stanco per le continue fughe del suo toro, decise di scagliare contro l’animale – nel mentre rifugiatosi in una grotta nei pressi del monte sopra Siponto (l’attuale Manfredonia) – una freccia avvelenata.
Ma l’Arcangelo Michele, patrono e custode di quella grotta, salvò il toro facendo tornare al mittente la freccia. Il pastore che osò violare la sacra grotta rimase così ferito a un occhio dalla sua stessa freccia. Il fatto fu rivelato dallo stesso Arcangelo Michele durante la sua prima apparizione al vescovo di Siponto, Lorenzo Maiorano.
Gli abitanti di Siponto gridarono al miracolo e iniziarono il pellegrinaggio alla grotta di Monte Sant’Angelo. La devozione si rafforzò durante l’assedio di Odoacre, quando il vescovo e i fedeli riuniti in preghiera chiesero l’intervento dell’Arcangelo Michele, che apparve durante la battaglia per annunciare al vescovo la vittoria dei Longobardi, grazie a una tempesta di grandine e sabbia rivelatasi fatale per le truppe di Odoacre.
Il vescovo decise allora di recarsi in processione alla grotta di San Michele per consacrarla, ma ancora una volta l’Arcangelo Michele gli apparve per dirgli: “Io che l’ho fondata, io stesso l’ho consacrata. Questa grotta è sotto la mia protezione”. Nel mentre sull’altare apparve un panno rosso con sopra una croce di cristallo e su una parete l’orma di un piede impressa nella roccia.
Era il 29 settembre dell’anno 493 e da allora si festeggia San Michele Arcangelo, la cui grotta-basilica, detta “Celeste”, è l’unica non consacrata da mani umane. Il 29 settembre è anche il giorno in cui inizia la transumanza. Nel 663, saranno i Longobardi ad attribuire la loro vittoria sui Saraceni, dopo la battaglia dell’8 maggio, all’intervento miracoloso dell’Arcangelo Michele. E da allora quel giorno segna simbolicamente la fine della transumanza.
I duchi longobardi di Benevento elessero dunque l’Arcangelo Michele a loro Santo protettore e in nome dell’ Instrumentum Regni contribuirono a diffondere il culto micaelico in tutta Italia, ma anche fuori confine. Mont Saint Michel era noto alla fine del Medioevo come “Mont Gargan”.
Percorsi legati alla fede ma, come per i tratturi, anche funzionali per l’economia. Il sale, ad esempio, era considerato durante l’antichità un bene prezioso; non era usato per condire gli alimenti ma per conservarli. Le saline pugliesi di Manfredonia erano conosciute già dai romani i quali, tra Roma e l’Adriatico, nella zona di Martinsicuro sulla costa abruzzese – Castrum Truentinum, rientrante nel Regio V Picenum – costruirono la consolare Via Salaria, in realtà disegnata su un tracciato ancora più antico costruito dai Sabini. L’antica consolare prese il nome dai commerci del sale tra il Tirreno e l’Adriatico.
Lana color celeste, rosa e rosso fuoco
L’origine della transumanza si perde nella notte dei tempi, bisogna risalire alle prime popolazioni Italiche, in particolare ai Sanniti. Virgilio e Plinio il Giovane riportarono nelle loro opere letterarie i movimenti territoriali dei pastori e degli allevamenti. Quintiliano nella sua opera maggiore, Institutio oratoria (90-96 d.C.), descrive le aree solcate dai tratturi abruzzesi come riccamente abitate da uomini e donne che usavano tingere la lana con colori dal celeste al rosa, fino al rosso fuoco, utilizzando un lichene che veniva raccolto nella zona tra Avezzano, Celano e Massa d’Albe (2).
In un precedente articolo abbiamo scoperto che Vasto, dai romani chiamata Histonium, all’epoca dei popoli Italici, in questo caso i Frentani, si chiamava “Histon”, che significa telaio, tessuto; probabilmente in riferimento alla diffusione nel territorio della lavorazione della lana, con il relativo commercio tra i Frentani e le colonie della Magna Grecia.
Cristo non era ancora nato e si racconta che le cose andavano già in questo modo.
Lo scrittore marsicano Ignazio Silone scrisse che la transumanza iniziò prima di Cristo. Di seguito propongo un brano tratto dalla sua opera più famosa, Fontamara: Nel mese di maggio, dopo la Fiera di Foggia, un interminabile fiume di pecore vengono ogni anno a passare l’estate sulle nostre montagne, fino a ottobre. Cristo non era ancora nato e si racconta che le cose andavano già in questo modo.
Furono i romani, all’indomani della conquista dei territori e delle città italiche, quindi nell’ambito della loro prima espansione territoriale, ad inaugurare una forma di regolamentazione, per così dire “statale”, dei tratturi, anche attraverso la tassazione: i pastori dovevano pagare il “vettigale” in base al numero di ovini.
Data l’importanza di queste vie di comunicazione nella economia e nella vita sociale, i romani le delimitarono con cippi in pietra, così come facevano sulle grandi reti viarie da loro costruite, come la Tiburtina Valeria, che incrociavano e spesso si sovrapponevano ai tratturi.
Nei pressi della stazione ferroviaria di Chieti Scalo è conservato un cippo miliare, dai teatini chiamato la “Colonnetta”, posizionato dai romani tra il 48 e il 49 d.C., sotto l’imperatore Claudio, ricordato in Abruzzo anche per i famosi cunicoli del Fucino.
Con la fine dell’Impero romano la transumanza subisce una brusca frenata. Dal V-VI sec. a causa del conseguente disordine politico risultava troppo pericoloso, se non impossibile, attraversate territori interessati da guerre e invasioni: dalla Guerra greco-gotica alle invasioni longobarde e saracene.
La ripresa della transumanza si registra dall’epoca sveva e normanna in poi. Interventi di tipo regolamentare furono promossi dai sovrani del Regno di Sicilia, Federico II, Guglielmo I e Guglielmo II, successivamente dagli angioini e dagli aragonesi. In particolare sotto il regno di Alfonso II d’Aragona, nel 1447, fu istituita nella città di arrivo del Regio Tratturo, Foggia, la “Grande Dogana”, seguirà nel 1532 la “Doganella d’Abruzzo”. Entrambe con funzioni e competenze nella amministrazione, tasse, regolamentazione dei pascoli, nonché compiti di giurisdizione.
La fine di un’epoca millenaria
Le attività legate alla transumanza classica iniziarono a declinare con l’avvento dell’industrializzazione e la costruzione di nuove vie di comunicazione. Un primo colpo decisivo giunse nel maggio del 1806, quando Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, abolì la Grande Dogana di Foggia, l’istituzione che per secoli aveva regolato e tutelato i flussi della pastorizia transumante.
Pochi decenni dopo, nel 1839, con l’inaugurazione della prima tratta ferroviaria italiana, la Napoli–Portici, si aprì ufficialmente l’era moderna. Le rotte lente e millenarie dei tratturi vennero progressivamente sostituite da binari, strade e nuovi modelli produttivi. Il colpo più duro arrivò però nell’agosto del 1863, quando il neonato Stato unitario promulgò la controversa Legge Pica contro il brigantaggio, diffuso tra Abruzzo, Lazio e Mezzogiorno. In nome di presunti “motivi di ordine pubblico”, la transumanza venne vietata, provocando gravi danni all’economia abruzzese e a quella delle altre regioni coinvolte.
In quegli stessi anni, molte delle chiese che oggi visitiamo per ammirarne il patrimonio artistico furono abbandonate, quando non addirittura trasformate in ricoveri per animali. A restituire il clima di quel tempo è Gian Luigi Piccioli (1932-2013), scrittore e saggista nato a Firenze ma di origini navellesi, nel suo libro Epistolario collettivo. In un passaggio particolarmente eloquente, osserva:
La piana è disseminata di graziose chiesuole, costruite tutte intorno all’XI sec.; sono abbandonate e i pastori vi ricoverano le greggi. I muri interni delle chiese sono affrescati e nella penombra si ha l’impressione che le pecore escano dagli affreschi. Strano che lo stato non provveda a restaurare questi tesori (3).
Anche Gabriele d’Annunzio si fece voce di questa stagione di degrado, denunciando le condizioni in cui versava l’abbazia di San Clemente a Casauria, all’epoca ridotta a stalla e avviata verso una rovina che appariva ormai inevitabile. La sua distruzione fu scongiurata grazie all’intervento di Pier Luigi Calore, che ne avviò il recupero, restituendo dignità a uno dei più importanti monumenti medievali d’Abruzzo. Per la ricostruzione dettagliata delle vicende storiche dell’abbazia si rimanda all’articolo a essa dedicato (Le Abbazie abruzzesi dedicate a San Clemente papa: Casauria e Guardia al Vomano).
La pervasiva diffusione urbana nelle reti della Transumanza
La stretta connessione tra rete stradale e vie tratturali, come abbiamo visto già presente ai tempi dei romani, è sancita in epoca moderna dall’intervento del legislatore. Un argomento questo ampiamente trattato – unitamente alle criticità sorte tra gli antichi tratturi, al progressivo processo di urbanizzazione del territorio e allo sviluppo dell’agricoltura – nel libro La pervasiva diffusione urbana nelle reti della Transumanza di Francesco Zullo, docente associato di Tecnica e Pianificazione Urbanistica all’Università dell’Aquila.
Zullo paragona “in scala ridotta e in chiave moderna” la rete dei tratturi alle “vie della seta”, in considerazione della loro importanza nello sviluppo economico e sociale del territorio, rilevando come una delle prime norme in materia, emanata nel 1908 (legge 20 dicembre, numero 746), considera i tratturi come “strade nazionali” e allo stesso tempo introduce vincoli di conservazione per i maggiori tratturi, in primis ovviamente il Regio Tratturo L’Aquila-Foggia; mentre i tratturi minori furono trasformati in strade. Circa trent’anni dopo, con la legge del 1° giugno 1939, i tratturi furono considerati Beni Archeologici.
Autunno abruzzese
Negli ultimi anni si assiste a un rinnovato interesse per la transumanza, per la sua storia e per le profonde ripercussioni che ebbe su ogni aspetto della vita di un tempo, ma anche per le questioni, oggi più che mai attuali, legate alla salvaguardia e alla tutela di questo patrimonio. Un riconoscimento importante è arrivato nel 2019, quando l’UNESCO ha inserito la transumanza nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, sancendone il valore universale e la necessità di una responsabilità condivisa nella sua conservazione.
L’autunno celebrato da Gabriele d’Annunzio è una delle stagioni predilette dagli appassionati di fotografia. Le tonalità morbide e avvolgenti del giallo, del marrone, del rosso e delle infinite sfumature di verde si fondono con una luce ambrata che, nei suoi giochi di chiaroscuro, restituisce immagini suggestive, talvolta poetiche, talvolta intimamente romantiche.
Sono gli stessi paesaggi che un tempo si offrivano allo sguardo dei pastori transumanti durante i lunghi viaggi stagionali: montagne e boschi, altipiani e colline, fino alle pianure e ai litorali. Oggi quelle antiche vie erbose sono diventate sentieri, accogliendo una nuova forma di turismo lento e consapevole: percorsi che collegano paesi, storie, tradizioni e sapori. L’antico nomadismo pastorale ha lasciato il posto a un turismo esperienziale e sostenibile, capace di restituire senso al cammino e valore al tempo.
L’Abruzzo si offre così come uno dei palcoscenici fotografici più affascinanti d’Italia, custode di un ecosistema unico e di straordinario pregio naturalistico. Un patrimonio che vive spesso in simbiosi con tradizioni popolari antiche, in molti casi ancora sorprendentemente vive anche tra le nuove generazioni. Parchi e riserve naturali, montane e marine, sono diventati veri e propri set a cielo aperto, complice anche la diffusione dei social network, attirando fotografi professionisti e amatoriali. Uno dei padri della fotografia moderna, Henri Cartier-Bresson, lo aveva intuito con straordinaria lucidità: le sue celebri immagini scattate a Scanno restano una testimonianza potente di questo dialogo tra paesaggio e umanità.
L’Abruzzo detiene oggi il primato europeo per estensione di aree naturalistiche protette, ma questo territorio, insieme magnifico e fragile, richiede uno sguardo attento e una cura costante. Tutelarlo, proteggerlo e valorizzarlo significa non solo preservare un ambiente di eccezionale bellezza, ma anche continuare a raccontare, attraverso i suoi sentieri e i suoi silenzi, una storia millenaria fatta di uomini, animali e cammini condivisi.
Copyright ‐ Riproduzione riservata ‐ derocco.leo@gmail.com – Leo Domenico De Rocco ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica






Sito archeologico di Peltuinum. L’antica città dei Vestini era attraversata dal Tratturo Magno e dalla Via Claudia Nova. In basso: Trekking sul Tratturo Magno tra Peltuinum, Santa Maria de’ Centurelle e Civitaretenga, organizzato a settembre 2023 dall’Università dell’Aquila – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni








Il Tratturo Centurelle-Montesecco nei pressi dell’Abbazia di San Clemente a Casauria, tra Castiglione a Casauria e Torre de’ Passeri – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Popoli, il Parco delle Sorgenti del Pescara e i boschi delle montagne di Pescocostanzo in una giornata di inizio autunno – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Il tratturo Centurelle-Montesecco – Foto di Antonio Corrado, per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni

Basilica di Collemaggio, L’Aquila – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Panorama nei pressi delle vie tratturali nella zona dell’altopiano di Navelli in una limpida giornata di settembre – Foto Leo De Rocco


Costa dei Trabocchi, il litorale tra Torino di Sangro e Casalbordino visto dalla Riserva Naturale della Lecceta. Il Tratturo Magno proveniente dall’Abruzzo interno vedeva il mare in questo tratto di costa. Il cippo celebrativo del Regio Tratturo tra le dune di Casalbordino – Foto e video Leo De Rocco

Un pastore sul promontorio di Punta Aderci a Vasto – Foto Francesco Di Fonzo, per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni



Piccole sculture realizzate dai pastori e le forbici per la tosatura con creative incisioni – Antiche forbici per la tosatura – Museo delle Genti d’Abruzzo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Gioiello “Presentosa”, Scanno primi del ‘900 – Foto Gino Di Paolo, per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni

Santo Stefano di Sessanio, Torre Medicea, XIV secolo ‐ Foto LyonCorso/Instagram




Ferdinando I de’ Medici, granduca di Toscana, principe di Capestrano – Scipione Pulzone, 1590 – Galleria degli Uffizi, Firenze – a destra: stemma della famiglia de’ Medici, Santo Stefano di Sessiano – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Filatrice di Civitaquana, 1930; e tessitrice di Castelli, 1925 – Museo delle Genti d’Abruzzo Museo delle Genti d’Abruzzo – Foto Paul Scheuermeier


Antichi filatoi – Castello medievale di Roccascalegna – Foto Leo De Rocco


Civitaretenga – Antico telaio, a destra lana tinta con lo zafferano di Navelli – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Antica filanda di Atri – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Arte della Seta, antico atelier di tessuti preziosi aperto a Firenze nel 1906 dall’abruzzese Giuseppe Lisio – a destra: Velluto “Parisina”, omaggio di Giuseppe Lisio a Gabriele d’Annunzio, in seta 100%, tessitura realizzata a fine ‘800 su telaio manuale – Foto archivio Fondazione Lisio Firenze



Manufatti in tessuto al Victoria & Albert Museum, Londra: in alto a sinistra: Manifattura abruzzese XIX sec. Antico tappeto XIX sec. Pescocostanzo – in alto a destra: ordito in lino ricoperto da trame di lana con piccoli inserti uncinati con fiori, uccellini e motivi geometrici. I colori sono broccati.- al centro: drappo in tessuto trasparente con ricami in filo bianco e seta colorata, nanifattura abruzzese del XVII sec. – Metropolitan Museum New York

Operaie al lavoro nell’antico laboratorio tessile del Lanificio Vincenzo Merlino a Taranta Peligna – Il paese di Taranta Peligna produce dal XIX sec. la tradizionale coperta abruzzese, un tempo elemento fondamentale nel corredo delle spose – Foto Archivio Lanificio Merlino



Statua di San Michele Arcangelo, proveniente dalla Grotta di Michele Arcangelo a Lettomanoppello – Museo delle Genti d’Abruzzo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


San Michele Arcangelo, legno policromo e dorato, sec. XIV, Collegiata di San Michele Arcangelo, Città Sant’Angelo – a destra: Abbazia di San Clemente a Casauria, Statua di San Michele Arcangelo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Roccamontepiano, Monastero di San Pietro – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Chiesa di Santa Maria de’ Centurelli, Caporciano (Aq) durante l’evento “Clima e Territorio. Alla riscoperta del Tratturo Magno” da Peltuinum a Civitaretenga, organizzato dall”Università dell’Aquila. Qui il Tratturo Magno, proveniente dalla Basilica di Collemaggio, si divide in un secondo percorso: il Centurelle-Montesecco – Foto Leo De Rocco

Chieti Scalo, la “Colonnetta”, cippo miliare romano, 48-49 d.C. – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni



Cippi del tratturo nella zona di Navelli (Aq) e uno dei due cippi celebrativi del Regio Tratturo sulla spiaggia dunale di Casalbordino – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Dune di Casalbordino nel pressi del Tratturo Magno, fine settembre – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Gregge di pecore attraversa il centro di Pescara, 1970.
Seconda parte: Autunno, tempo di foliage.



Capestrano – Sorgenti del fiume Tirino e sulla strada per San Pietro ad Oratorium, ottobre – Foto Leo De Rocco


Popoli – Riserva Sorgenti del Pescara, novembre – Foto Leo De Rocco



Pescocostanzo, ottobre – Foto Leo De Rocco




Altopiano delle Cinquemiglia, ottobre – Foto Leo De Rocco










Bosco di Sant’Antonio, ottobre – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Altre foto del foliage in Abruzzo, Bosco di Sant’Antonio, nelle pagine social di Abruzzo storie e passioni, foto Leo De Rocco ‐ Instagram ⤵️
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Copyright – Riproduzione riservata – derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici – Ringrazio: il prof. Francesco Zullo, professore associato di Tecnica e Pianificazione Urbanistica Università degli Studi dell’Aquila; il sindaco di Navelli dott. Settimio Santilli e lo storico navellese Mario Giampietri, per la documentazione storica messa a disposizione per le mie ricerche; il fotografo Gino Di Paolo; Antonio Corrado, tecnico del Turismo Regione Abruzzo; e Francesco Di Fonzo per le foto gentilmente concesse.
Fonti: Archivio Comune di Navelli; Archivio di Stato Chieti; Veneranda Rubeo “Covella, contessa di Celano, sulla storia di una nobildonna nella Marsica del Quattrocento” Edizioni Kierke 2015; Francesco Zullo “La pervasiva diffusione urbana nelle reti della Transumanza” Edizioni Aracne 2023; Museo delle Genti d’Abruzzo.
Inoltre ho attinto informazioni dagli appunti presi durante l’evento organizzato a settembre 2023 dall’Università degli Studi dell’Aquila: “Clima e Territorio. Alla riscoperta del Tratturo Magno, da Peltuinum a Civitaretenga” nel corso del quale i docenti dell’Ateneo aquilano hanno illustrato la storia, la geologia e la botanica del territorio.
Note: 1) Brano tratto dal libro di Veneranda Rubeo “Covella, contessa di Celano, sulla storia di una nobildonna nella Marsica del Quattrocento”; 2) cit.da “Cercando la storia, un’altra storia del Cristianesimo” di Angelo Filipponi; 3) Brano tratto dal libro di Gian Luigi Piccioli, “Epistolario collettivo”, edizione Bompiani, 1973.
In copertina: Il Tratturo Magno nei pressi della chiesa di Santa Maria de’ Centurelli – Foto Leo De Rocco – Tutte le foto presenti in questo articolo sono protette da Copyright. – Articolo aggiornato a settembre 2023 – derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici.
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