▪︎ Copertina: Moscufo, chiesa di Santa Maria del Lago, dettaglio del capitello scolpito da Nicodemo, XII sec. ▪︎ Sotto: paesaggio tra le colline di Cugnoli, Moscufo, Alanno e Pietranico ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni




Introduzione
Viaggio nell’Abruzzo medievale
Il nostro itinerario tra arte, storia e paesaggio approda oggi tra le colline pescaresi, a Cugnoli, dove il magister Nicodemo idealmente ci attende per accompagnarci alla scoperta dell’ultimo dei suoi amboni.
Un’opera che invita a un confronto con gli altri pulpiti da lui realizzati per l’abbazia di Santa Maria del Lago a Moscufo e per la chiesa abbaziale di Santa Maria in Valle Porclaneta, a Rosciolo dei Marsi. Quest’ultimo fu scolpito insieme a Roberto, e forse anche a Ruggero, autori di uno dei massimi capolavori del romanico abruzzese: il ciborio dell’abbazia di San Clemente al Vomano.
In questo percorso abbiamo già visitato le due abbazie dedicate a San Clemente papa, oggetto dell’articolo “Abbazie di San Clemente a Casauria e San Clemente al Vomano”. In precedenza, con “I Gioielli del Velino”, ci eravamo spinti nella Marsica, nei pressi di Rosciolo dei Marsi, punto di partenza di questo viaggio: tra i boschi del Monte Velino, nella chiesa abbaziale di Santa Maria in Valle Porclaneta, autentico scrigno di capolavori medievali.
A pochi chilometri da Rosciolo, su uno dei tre colli che dominano l’antica area archeologica di Alba Fucens, abbiamo poi cercato le atmosfere medievali tra gli arredi sacri di ascendenza cosmatesca della chiesa di San Pietro a Massa d’Albe, per osservare come, a distanza di pochi decenni, le forme plastiche assumano una funzione prevalentemente decorativa, svincolata da un simbolismo escatologico e talvolta enigmatico.
Dopo le tappe di Rosciolo dei Marsi, Guardia al Vomano e Moscufo, è ora tempo di tracciare un bilancio. A Cugnoli, l’ultimo ambone di questa peculiare stagione del romanico che ha attraversato la storia dell’arte come una luminosa meteora, chiude il cerchio attorno alle figure di Nicodemo, Roberto e Ruggero: i tre magistri che tra le colline e le montagne della regione hanno lasciato un’impronta originale e duratura nell’arte medievale italiana.
In questo contributo conclusivo, ripercorrendo sinteticamente le tappe del nostro itinerario, proporrò nuovi spunti di riflessione, in particolare sul rapporto tra le opere analizzate e l’influenza politica e culturale normanna del Regno di Sicilia e su alcuni elementi iconografici prodotti dalla bottega di Nicodemo.
L’Abruzzo e il Regno di Sicilia
L’ambone di Cugnoli è conservato nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano Primo Martire, nel cuore del centro storico medievale, recentemente interessato da significativi interventi di restauro e valorizzazione promossi dall’amministrazione comunale. Nicodemo lo scolpì nel 1166, anno in cui Guglielmo II salì sul trono del Regno di Sicilia, entità politica che, a partire dal 1130, aveva progressivamente incluso anche i territori dell’Abruzzo.
Nello stesso periodo, ci informa lo storico Anton Ludovico Antinori nei suoi Annali degli Abruzzi (1784), si registrarono le prime notizie sulla storia di Cugnoli, quando le sue pertinenze territoriali furono discusse nella non lontana abbazia di San Clemente a Casauria, sotto il cui controllo ricadeva un vasto territorio. Non senza problemi, in quanto alcune fonti attestano la presenza di un monastero intitolato a San Pietro, ubicato a un paio di chilometri dal centro storico di Cugnoli, i cui resti e l’esatta ubicazione non sono stati mai individuati con esattezza.
Mentre Nicodemo con stucco e scalpellino lavorava la pietra e il gesso per creare l’ambone – forse destinato proprio al citato monastero – da Cugnoli, scrive Antinori, partirono alcuni cittadini diretti in Sicilia per prestare servizio come “cavalieri e servitori” alla corte del nuovo sovrano normanno Guglielmo II, la cui immagine comnemorativa è scolpita, non a caso, su una delle formelle in bronzo che come un mosaico compongono i battenti del portale imperiale dell’abbazia casauriense.
I Normanni e l’albero della vita di Nicodemo
Giunti al cospetto dell’ambone cugnolese, suscita curiosità la grande palma di pietra, sotto la quale un uomo è seduto e ascolta assorto le Sacre Scritture lette dall’orante dall’alto della tribuna. Cosa ci fa una palma tra le colline abruzzesi a ridosso del massiccio montuoso della Maiella? Questa palma-leggìo, adottata da Nicodemo a Cugnoli in modo più esplicito rispetto ai palmizi presenti sui precedenti amboni di Moscufo e di Rosciolo dei Marsi, rimanda certamente alla Terra Santa e al simbolismo biblico. Tuttavia, a mio avviso, essa può essere letta anche come una raffinata allusione al casato degli Altavilla, la dinastia normanna di Sicilia cui apparteneva Guglielmo II e, prima di lui, Guglielmo I e il “vittoriosissimo” Ruggero II, primo sovrano dell’isola dopo la dominazione araba. In questa prospettiva, l’elemento vegetale assume una valenza che trascende il dato simbolico-religioso, inserendosi in un più ampio orizzonte politico e culturale.
Circa vent’anni prima della realizzazione dell’ambone di Cugnoli, Ruggero II promosse la costruzione, o più verosimilmente l’ampliamento, di una fortificazione destinata a divenire uno dei simboli più noti dell’Abruzzo: il castello di Rocca Calascio. Oggi luogo iconico e fortemente connotato in senso turistico, nonché celebre set cinematografico, basti ricordare Ladyhawke (1985), ma all’epoca parte integrante di un articolato sistema difensivo, probabilmente non ancora definito nelle forme architettoniche odierne.
L’intervento del Normanno si colloca nel contesto della sua visita in Abruzzo effettuata nel 1140, momento cruciale di ricognizione e consolidamento del potere sui territori acquisiti nella regione più a nord del suo regno. Ruggero II intendeva infatti verificare lo stato delle nuove acquisizioni e ribadire simbolicamente la propria autorità; in questo quadro, la tappa principale del suo itinerario non poteva che essere la potente abbazia di San Clemente a Casauria, fulcro religioso, politico ed economico dell’area.
All’arrivo del serenissimo e vittoriosissimo re Ruggero, annotarono gli amanuensi Johannes Berardi e il maestro Rusticus sulle pergamene del Chronicon Casauriense, oggi conservato presso la Bibliothèque nationale de France. I due monaci scrivevano dal loro scriptorium sull’Insula Piscaria, quando l’abbazia, secondo la tradizione monastica casauriense – talvolta enfatizzata e non sempre corrispondente a fatti storici documentati – non sorgeva sulla terraferma come appare oggi, ma su un isolotto circondato dalle acque del fiume Pescara, evocato poeticamente come Paradisi floridus hortis. Per un approfondimento sul tema si rimanda all’articolo “Abbazie di San Clemente a Casauria e San Clemente al Vomano”.

Cugnoli, chiesa di Santo Stefano, ambone di Nicodemo, XII sec., dettaglio della palma-leggío ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Palme e leoni, simboli e iconografie nel Regno di Sicilia. Dall’ambone di Nicodemo alla Casula di Lanciano.
La palma figura tra i simboli più eloquenti del potere dei sovrani normanni e ricorre diffusamente nel patrimonio artistico della Sicilia. La si ritrova ricamata nei tessuti, raffigurata nei mosaici, scolpita nei chiostri e nei palazzi reali della Trinacria, spesso associata al leone, altro emblema ricorrente della dinastia. Emblematica in tal senso è la decorazione musiva della Sala di re Ruggero a Palermo, realizzata da maestranze di matrice persiana, così come il celebre mantello indossato dal sovrano durante la cerimonia di incoronazione.
Quest’ultimo costituisce un raffinato manufatto di alta sartoria regia: uno sciamito di seta rossa impreziosito da perle e smalti cloisonné, foderato in lino rosa e decorato da ricami in fili d’oro che delineano la palma, l’albero della vita, simbolo di fertilità, longevità e vittoria, affiancata da due leoni, immagini di forza e dominio. Un programma iconografico che si configura come autentico emblema del casato degli Altavilla.
Realizzato circa trent’anni prima dell’ambone di Cugnoli, il mantello fu confezionato dalle Nobiles Officinae palermitane, i cosiddetti Tiraz, laboratori di ispirazione medio-orientale al servizio della corte normanna. A mio avviso è plausibile che dalla medesima tradizione sartoriale provenga anche la cosiddetta Casula di Lanciano, paramento liturgico medievale, secondo alcune fonti risalente al XIII, rinvenuto alcuni anni fa murato in una nicchia di una torre medievale del centro frentano. Anche questo manufatto è realizzato in seta e lino, è ricamato con fili d’oro e, analogamente al mantello di Ruggero II, reca una citazione in lingua araba, in questo caso una dedica ad Allah. Per un’analisi approfondita del manufatto si rimanda all’articolo “Lanciano da scoprire”, pubblicato su questo blog.
Palme e leoni, elementi figurativi ricorrenti anche nel romanico abruzzese, sembrano dunque costituire una costante dell’immaginario simbolico degli Altavilla. Emblematico è il chiostrino del Duomo di Monreale, dove una fontana presenta un fusto a forma di palma, dalla cui sommità l’acqua sgorga attraverso le fauci di dodici leoni scolpiti. La tradizione vuole che Guglielmo II d’Altavilla, durante le giornate estive, amasse ristorarsi presso questa fontana sorseggiando lo sherbet, bevanda antenata della granita siciliana.
Al di là del racconto leggendario, proprio a lui si deve l’edificazione, nel 1172, del Duomo di Monreale, oggi riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità UNESCO. In uno dei mosaici bizantini che ne decorano l’interno, il sovrano è raffigurato mentre offre il modellino della chiesa alla Vergine Maria, secondo un’iconografia ampiamente attestata nel mondo bizantino. La stessa formula figurativa ricorre nella Basilica di Santa Sofia a Istanbul e nella lunetta scolpita del portale dell’abbazia di San Clemente a Casauria, dove l’abate Leonate, in abiti cardinalizi, compie la donatio a San Clemente papa in trono.
Un’ulteriore tradizione leggendaria accompagna la fondazione del complesso monrealese. Si narra che Guglielmo, detto il Buono, addormentatosi all’ombra di un carrubo, ebbe in sogno un’apparizione della Vergine Maria, che gli rivelò l’esistenza di un tesoro di monete d’oro nascosto tra le radici dell’albero, destinato a finanziare la costruzione di una chiesa in suo onore. Il sovrano obbedì.
Anche in Abruzzo il motivo del sogno o dell’apparizione mariana accompagna la nascita di importanti luoghi di culto. È il caso di Pietro Angelerio da Morrone, futuro papa Celestino V, che fondò la Basilica di Collemaggio a seguito di una visione. Ma analoghi episodi si collocano anche tra le colline non lontane da Cugnoli, tra Pietranico e Alanno, dove, in un contesto segnato dalla siccità, i destinatari dell’apparizione non furono sovrani o prelati, bensì giovani e umili contadini, interpreti di una religiosità profondamente radicata nel territorio che porterà alla edificazione di due oratori mariani.
Nicodemo magister
Gli amboni e i cibori realizzati da Nicodemo, Roberto e Ruggero si presentano come veri e propri libri scolpiti in pietra, gesso e stucco, nei quali il racconto prende forma attraverso immagini e simboli. Sulle loro superfici si susseguono i segni del Tetramorfo, le figure degli Evangelisti, santi e profeti, passi delle Sacre Scritture che annunciano la Parola di Dio, ma anche simbologie meno immediate e motivi geometrici. Questi ultimi sembrano rimandare alla diffusione del sapere matematico nel Regno normanno di Sicilia, veicolato anche attraverso la mediazione della cultura araba assimilata dai Normanni.
All’interno di questo ricco repertorio iconografico, l’opera di Nicodemo si distingue per la forza narrativa di alcune scene di evidente impatto visivo. Emblematica è la figura del serpente dalla testa leonina che divora un uomo, mentre sulle arcate un lupo e un’aquila assalgono un’altra vittima: il primo stringendole il ginocchio, il rapace affondando il becco nel fianco. Un’immagine che richiama antichi modelli mitologici e rimanda, per intensità drammatica, all’aquila Aithon, strumento del castigo inflitto da Zeus a Prometeo, qui rielaborata in chiave cristiana come allegoria della lotta tra peccato e redenzione.
Più enigmatica, invece, è la figura dell’uomo nudo che si arrampica lungo il tronco di una palma trasformata in candelabro-leggío. Forse sta fuggendo da una minaccia invisibile, oppure compie un gesto funzionale alla liturgia: sale ad accendere simbolicamente le candele che illuminano il leggio sorretto dall’angelo di Matteo, prima della proclamazione solenne dell’Exultet dal pulpito. L’ambiguità dell’immagine è probabilmente voluta e apre a una lettura simbolica più ampia.
In questa prospettiva, sembra suggerire Nicodemo, l’acrobata che sale lungo la palma diventa il simbolo dell’ascesa dell’uomo verso la luce, la Parola di Dio: un cammino lento, faticoso, segnato da cadute e tentazioni. Ai piedi della palma, la figura seduta che si toglie una spina dal piede richiama lo Spinario di tradizione ellenistica, che evoca la fragilità della condizione umana.
Il programma figurativo dell’ambone di Nicodemo suggerisce che la via della redenzione passa attraverso l’ascolto e l’adesione alla Parola di Dio annunciata dai quattro Evangelisti, tra angeli con le braccia levate, intrecci vegetali, motivi geometrici, scene bibliche, uomini in lotta tra bene e male, piccoli mostri alati e animali fantastici: un racconto complesso e dinamico. A questo intreccio di immagini e significati si aggiunge la storia movimentata che accompagna l’ambone di Cugnoli, l’ultimo grande libro di pietra di Nicodemo.
Il messaggio lasciato da Nicodemo a Moscufo e a Cugnoli
In un’epoca priva di tecnologia, immagini digitali e social media, i bambini che si avvicinavano all’ambone di Cugnoli restavano incantati nel tentativo di individuare figure di uomini, mostri e animali scolpite nella pietra. Figure che, nell’ambone gemello di Santa Maria del Lago a Moscufo, apparivano invece interamente policrome. Tenui tracce di verde, rosso e rosa. ritenute da alcuni il risultato di interventi successivi, sono ancora oggi visibili nel libro di pietra di Moscufo, realizzato circa sette anni prima dell’ambone cugnolese. Si tratta della seconda opera con cui Nicodemo esordì come magister, articolata in un ricco repertorio iconografico che alterna scene sacre e animali reali o fantastici, tratti dal bestiario medievale: Giona inghiottito dalla balena; Davide contro il leone e l’orso; uomini imprigionati tra rami e rovi, assediati da fiere feroci.
Le epigrafi attestano che entrambi gli amboni furono commissionati da Rainaldus, forse si tratta di Rainaldo II di Colledimezzo (Aq), abate di Montecassino dal 1137 al 1166. È plausibile che, colpito dalla qualità dell’ambone di Moscufo, l’abate ne abbia voluto uno simile a Cugnoli, con precise indicazioni iconografiche, inclusa la presenza della palma. Nicodemo eseguì la richiesta, ma, come in un raffinato esercizio di variazione, introdusse alcune significative differenze.
Emblematico è il caso dell’uomo minacciato dal mostro, una creatura che richiama la Tarasca, essere ibrido metà bestia e metà pesce, sconfitta secondo la tradizione provenzale da Maria e Marta di Betania. A Moscufo, Nicodemo colloca la scena non sull’ambone, come avverrà a Cugnoli, ma su un capitello: l’uomo, aggrappato alla colonna, tenta disperatamente di salvarsi, stringendo il pilastro della casa di Dio, chiaro simbolo di redenzione.
Sette anni dopo, a Cugnoli, la stessa figura appare invecchiata, con il corpo ormai quasi interamente divorato dal mostro e apparentemente priva di appigli salvifici, poiché collocata sull’ambone e non su una colonna. Una scelta che solleva interrogativi. A mio avviso, la figura tanto cara a Nicodemo non si trovava originariamente nella posizione attuale, è verosimile che anche a Cugnoli fosse scolpita su un capitello, come a Moscufo, e solo in un secondo momento trasferita sull’ambone.
L’assenza delle braccia, probabilmente perdute nel corso di lavori che interessarono la parrocchiale di Cugnoli, e la scomparsa di tracce significative dell’antico cenobio locale impediscono oggi di giungere a una conclusione definitiva. Resta tuttavia un dato architettonico rilevante: se l’uomo-Tarasca era effettivamente collocato su una colonna, la chiesa di riferimento non poteva essere l’attuale Santo Stefano, edificio a navata unica e privo di sostegni colonnari, a meno di ipotizzare una diversa configurazione architettonica originaria dell’edificio.
Nella seguente galleria fotografica propongo un confronto diretto tra le due versioni nicodemiane della scena: quella di Moscufo, collocata su colonna, e quella di Cugnoli, oggi inserita nell’ambone ma, con ogni probabilità, trasferita in epoca successiva. forse nel XVI secolo, dalla sua collocazione originaria.



La premiata ditta Nicodemo, Roberto e Ruggero
Mentre viaggio tra queste colline alla ricerca dei loro tesori d’arte, provo a immaginare Nicodemo, Roberto e Ruggero nel XII secolo, intenti ad attraversare il paesaggio abruzzese lungo i millenari tratturi, solcati da pastori transumanti, pellegrini e viandanti. Con sé portavano scalpelli, spatole e formelle lignee per il gesso, da impastare con finissimo marmo tritato, oltre a vasi di pigmenti, colori e matite per i disegni preparatori.
Nicodemo e Roberto erano magistri, titolari di bottega. Viaggiavano accompagnati da aiutanti e allievi, probabilmente alcuni provenienti dalla Puglia bizantina, dalla Sicilia normanna o dalla Spagna moresca, portatori di un repertorio stilistico arabeggiante fatto di palme, leoni e motivi ornamentali particolarmente apprezzati in ambito normanno. Non si può escludere, tuttavia, che fossero gli stessi maestri ad aver soggiornato in quelle regioni, assimilando linguaggi artistici differenti, o che addirittura fossero originari del Mezzogiorno.
In ogni caso, i tre fondarono in Abruzzo una scuola artistica autonoma e originale, che si distinse dalla prima esperienza plastica e figurativa maturata nel cantiere dell’abbazia di San Liberatore a Maiella, a Serramonacesca, dove apparve per la prima volta nella regione un linguaggio decorativo incentrato su sculture ornamentali: fiori, girali vegetali, palmette, motivi intrecciati e i celebri Nodi di San Benedetto. Per un approfondimento su questo tema si rimanda all’articolo: “Serramonacesca, l’abbazia benedettina di San Liberatore a Maiella e le sorgenti dell’Alento”.
Come già osservato, le prime opere mature di questa originale scuola si incontrano nell’area montana aquilana, nella chiesa abbaziale di Santa Maria in Valle Porclaneta, a Rosciolo dei Marsi. Qui il ciborio e l’ambone furono realizzati principalmente da Roberto insieme a Nicodemo, forse con il contributo di Ruggero, il cui nome compare unicamente nell’epigrafe di San Clemente al Vomano.
L’epigrafe di Rosciolo recita: «Robertus, dotato di grande e versatile ingegno, e Nicodemus terminarono quest’opera nell’anno millecentocinquanta, il sei ottobre». È dunque Roberto il magister attivo a Santa Maria in Valle Porclaneta, mentre Nicodemo appare come collaboratore. Alcuni studiosi ottocenteschi hanno ipotizzato che anche Nicodemo, talvolta indicato come “Nicodemus da Guardiagrele”, fosse figlio di Ruggero; tuttavia, la sua origine, così come quella di Roberto e dello stesso Ruggero, rimane incerta. L’unico dato certo è che Ruggero sia il padre di Roberto, come attestato dall’epigrafe del ciborio di San Clemente al Vomano; della loro provenienza geografica, invece, non ci sono prove documentali.
Varcato l’ingresso dell’abbazia di San Clemente al Vomano, lo sguardo è immediatamente attratto dall’arredo sacro più distante lungo la navata: il ciborio, che domina il presbiterio. Collocato in cima a una scalinata, come a Casauria e a Rosciolo, appare quasi sospeso, evocando una solennità che ricorda la vittoria alata della Nike del Louvre. A rendere ancora più sorprendente questo effetto contribuisce l’invenzione di Roberto e Ruggero, che fanno poggiare la grande cupola moresca di forma ottagonale – simbolo dell’ottavo giorno, l’avvento di Cristo – su otto minuscole teste di leoni, due per lato. Ancora leoni sui capelli dei pilastrini che reggono il ciborio. uno emerge tra le consuete palme per afferrare l’uomo che si tira la barba, una scena carica di tensione simbolica e narrativa.
Il ciborio dell’abbazia di San Clemente al Vomano (ca. 1150) si presenta come un autentico libro di pietra. Sulle sue superfici si dispiega un repertorio figurativo sorprendente: uomini che scagliano frecce, altri che suonano il corno – scene probabilmente derivate da iconografie celtiche o germaniche – figure umane dai tratti scimmieschi e animali che mordono orecchie e gambe a prigionieri smarriti in una sorta di selva oscura.
Su questo straordinario apparato iconografico, firmato con l’orgogliosa iscrizione pluribus expertus fuit iccum patre Robertus Roggerio duras reddentes arte figuras («Roberto, esperto in molte cose, con suo padre Ruggero, ha trasformato la durezza della pietra in arte»), si forma e studia Nicodemo, probabilmente più giovane di Roberto e desideroso di affermare una propria autonomia espressiva.
Sarà così che, nei cantieri di Moscufo e Cugnoli, proporrà una diversa interpretazione iconografica: alla Salomè danzante davanti a Erode scolpita da Roberto a Rosciolo, egli contrapporrà le scene di Davide che affronta il leone e l’orso. Un ideale confronto tra maestri che sembra trovare il consenso dell’abate Rainaldus II da Montecassino. Ma è probabile che Nicodemo abbia realizzato il suo primo ambone già l’anno dopo Santa Maria in Valle Porclaneta, per un’abbazia ubicata nei pressi di San Martino sulla Marrucina e andata distrutta in un periodo imprecisato. Lo proverebbe una epigrafe ritrovata nel 1919 dopo il crollo della chiesa di San Cristinziano.
La chiesa di Santo Stefano Primo Martire e l’ambone nascosto
ANNI DOMINI MILLESIMO CENTESIMO SECSAGESIMO SECTO INDICTIONE QUARTA DECIMA ABBAS RAINALDUS HOC OPUS FIERI FECIT (iscrizione sull’ambone di Cugnoli)
Quando Nicodemo scolpì l’ambone di Cugnoli, non poteva immaginare che, stando ad alcune ipotesi, nella prima metà del Cinquecento la sua opera sarebbe stata smontata, caricata su un carro e ricomposta nella chiesa di Santo Stefano Primo Martire. Un rimontaggio che, come si è visto, non sembra rispettare la disposizione originaria e solleva più di un interrogativo.
Sebbene non esistano oggi prove documentarie che attestino con certezza la provenienza dell’ambone cugnolese da un’abbazia locale, né che esso fosse stato concepito fin dall’origine per la chiesa di Santo Stefano, la sua conservazione a Cugnoli rappresenta comunque un dato di straordinaria importanza. Lo stesso pulpito rimase celato per secoli sotto strati di stucchi e intonaci, fino agli inizi del Novecento. Fu nel 1905 che i fratelli Domenico e Stefano Tinozzi lo individuarono e lo liberarono, restituendolo alla vista e allo studio. La scoperta, avvenuta in un’epoca segnata dagli ultimi viaggi dei cosiddetti Grand Tour, attirò a Cugnoli Johan Ludvig Heiberg (1854-1928), storico danese e professore di filologia all’Università di Copenaghen, inviato in Abruzzo dall’imperatore Guglielmo II per approfondire le ricerche sull’arte normanna.
Come ricorda la studiosa cugnolese Simona Manzoli nel saggio Presenze confraternali e inediti cinquecenteschi. Nuove evidenze per una rilettura della Chiesa di Santo Stefano Primo Martire a Cugnoli, Heiberg fu “il primo a riscontrare l’esistenza di un gruppo di tre pulpiti riconducibili a un’unica bottega”, aprendo così la strada a una nuova lettura critica dell’opera e del contesto artistico in cui essa si colloca.
La vicenda dell’ambone rinvenuto sotto spessi strati di intonaco merita un ulteriore approfondimento critico. Nella stessa chiesa, infatti, nel corso di interventi edilizi, è emersa murata all’interno di una parete della sagrestia una scultura raffigurante il Cristo Pantocratore, che alcuni studiosi datano al XII secolo (si veda la galleria fotografica), mentre altri ne mettono in dubbio l’autenticità, definendola un “falso”.
Al di là delle singole attribuzioni cronologiche, questo rinvenimento, insieme al Toro di Luca scolpito sulla facciata della chiesa, al leone stiloforo collocato in prossimità dell’ambone e ai numerosi materiali romanici di reimpiego presenti nel campanile, contribuisce a rafforzare l’ipotesi avanzata dalla storica Simona Manzoli. Secondo tale lettura, la chiesa di Santo Stefano Primo Martire avrebbe conosciuto una fase edificatoria primaria riconducibile al XII secolo, caratterizzata da un assetto architettonico differente rispetto a quello attuale.
In questo contesto appare plausibile ipotizzare un intervento di rinnovamento o di restauro, collocabile verosimilmente tra la fine del XVI secolo e il secolo successivo, volto a occultare – in conformità a mutate esigenze liturgiche e a nuovi orientamenti stilistici – arredi sacri di età medievale. Tra questi andrebbe incluso anche l’ambone attribuito a Nicodemo.
Risulta pertanto plausibile che l’ambone di Cugnoli sia stato concepito e realizzato da Nicodemo specificamente per la chiesa di Santo Stefano Primo Martire, piuttosto che trasferito nel corso del Cinquecento dalla mai documentata abbazia di San Pietro. A sostegno di questa interpretazione – come già anticipato nel paragrafo Il messaggio lasciato da Nicodemo a Moscufo e a Cugnoli – e in continuità con le osservazioni avanzate da Simona Manzoli, assume particolare rilievo la presenza di un motivo iconografico ricorrente nella produzione dello scultore.
Tale elemento, attestato con chiarezza a Moscufo su una colonna, ricompare anche a Cugnoli, sebbene in una collocazione atipica. Questa incongruenza appare, a mio avviso, indicativa dei rimaneggiamenti cui l’ambone cugnolese è stato sottoposto nel corso dei secoli e costituisce un significativo indizio per ipotizzare una differente configurazione architettonica originaria dell’edificio sacro che lo custodisce.
Una chiesa “poliedrica”
Se Nicodemo fosse realmente tra noi nella chiesa di Santo Stefano Primo Martire, la prima cosa che noterebbe sarebbe l’assenza della scala del suo ambone, da lui progettata per consentire l’accesso ai lettori oranti e impreziosita da balaustre modellate in stucco. Una mancanza che solleva inevitabilmente un interrogativo: che fine ha fatto?
Noterebbe poi come il suo ambone sia chiamato a un improbabile dialogo stilistico con due raffinate sculture lignee policrome del Quattrocento, raffiguranti l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele alla Vergine Maria. Nei panneggi mossi e nelle dorature di queste figure si avvertono già i primi influssi rinascimentali, lontani dall’austero linguaggio romanico di Nicodemo.
Un confronto analogo si riscontra anche a Moscufo, dove l’ambone gemello, o quasi, dialoga con una tavola dipinta da Andrea de Litio nel 1465, raffigurante la Madonna con il Bambino, opera riconducibile a un linguaggio tardo gotico-rinascimentale. Sulla figura dell’artista si rimanda all’articolo “Atri, tra Adriano e Andrea de Litio”.
A Cugnoli, don Augusto è una vera istituzione: parroco della chiesa di Santo Stefano da quasi mezzo secolo, custodisce la memoria viva del luogo. Racconta che anni fa, in una notte d’inverno, fu svegliato dai Carabinieri: il gruppo scultoreo dell’Annunciazione era stato appena trafugato. Il furto, per fortuna, si rivelò maldestro: la statua della Vergine fu ritrovata poco lontano dal paese, mentre l’angelo annunciante prese il volo verso il vicino centro di Pescosansonesco, dove venne rinvenuto sotto la neve, “accanto a un biancospino”, precisa don Augusto, pianta il cui fiore bianco simboleggia, secondo la tradizione, la purezza di Maria, mentre le bacche rosse alludono al sangue di Cristo.
Oggi il gruppo scultoreo è protetto da un sofisticato sistema di allarme e da un’attenta vigilanza. Le statue erano state scoperte quasi per caso nella cantoria della chiesa e furono in seguito oggetto di un restauro discutibile: il braccio mancante dell’angelo venne ricostruito da un falegname locale, mentre le ali furono ridipinte da un imbianchino.
Ancora più complesso risulta il dialogo dell’ambone con la vicina statua tardo-rinascimentale della Madonna con Bambino e con una pala d’altare di gusto barocco. Qui, lo stile seicentesco, insieme alla sovrastante finta finestra in trompe-l’œil – espediente decorativo molto diffuso tra Sei e Settecento – trasforma il romanico di Nicodemo in un ricordo lontano. Finte architetture e marmi dipinti che richiamano quelli osservabili negli oratori di Santa Maria della Croce e di Santa Maria delle Grazie, due preziosi esempi del Barocco abruzzese nei vicini centri di Pietranico e Alanno.
Al di là di questi complessi dialoghi stilistici, entrare nella chiesa di Santo Stefano a Cugnoli equivale a varcare la soglia di un museo stratificato, in cui opere di epoche e linguaggi diversi accompagnano il visitatore in un affascinante viaggio attraverso la storia dell’arte. Un percorso che don Augusto, accogliendomi, sintetizza con una definizione efficace: «Vedi, questa è una chiesa poliedrica».
Conclusioni
La firma nella pietra che diventa capolavoro
Nel corso di poco più di due decenni, approssimativamente compresi tra il 1140 e il 1166, sotto l’abbaziato di Rainaldo II di Montecassino e nel contesto politico del Regno normanno di Sicilia, la bottega composta da Roberto, Ruggero e Nicodemo realizzò alcuni tra i più significativi e raffinati arredi liturgici del Romanico italiano. La successione cronologica delle opere consente di ricostruire con particolare chiarezza l’evoluzione stilistica e concettuale di questa officina scultorea: dai primi e già notevoli esiti plastici del ciborio dell’abbazia di San Clemente al Vomano (ca. 1140–1150), al raggiungimento di una piena maturità espressiva nell’ambone e nel ciborio di Santa Maria in Valle Porclaneta a Rosciolo (ca. 1150), fino alla fase conclusiva, caratterizzata da una maggiore autonomia creativa, rappresentata dai due amboni firmati da Nicodemo, quello di Moscufo, datato al 1159 (o 1157), e quello di Cugnoli, realizzato nel 1166 e ultima opera a lui finora documentata.
Il repertorio iconografico biblico e il complesso sistema simbolico medievale scolpiti in questi veri e propri libri di pietra trascendono la loro funzione liturgica, configurandosi come autentiche dichiarazioni artistiche e culturali. Tali opere testimoniano non solo l’elevato livello tecnico e formale raggiunto dalla bottega, ma anche l’esistenza di una consapevole identità stilistica, espressione di una scuola scultorea di eccezionale rilievo attiva in Abruzzo nel pieno XII secolo.
Permangono tuttavia questioni aperte, in particolare riguardo alla collocazione originaria dell’ambone di Cugnoli, che rendono auspicabile l’avvio di un’indagine sistematica e interdisciplinare. Tale ricerca dovrebbe mirare sia alla puntuale individuazione dell’antico cenobio di San Pietro nel territorio cugnolese, sia a una rilettura complessiva delle vicende storiche e delle fasi edilizie della chiesa di Santo Stefano Primo Martire. Queste linee di studio andrebbero inoltre affiancate da approfondimenti sull’epigrafe attualmente conservata a San Martino sulla Marrucina, documento di particolare rilevanza in quanto attestante, per la prima volta, il nome di Nicodemo. Un percorso di ricerca integrato potrebbe contribuire in modo decisivo a chiarire ulteriormente una vicenda artistica di straordinaria importanza nel panorama del Romanico italiano.
Leo Domenico De Rocco – Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo
Copyright – Riproduzione riservata – derocco.leo@gmail.com ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica
Galleria fotografica
Cugnoli











Cugnoli, centro storico, chiesa di Santo Stefano Martire, sec. XIII e ambone di Nicodemo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni









Cugnoli, chiesa di Santo Stefano, ambone di Nicodemo, 1166 – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni



Abbazia di San Clemente a Casauria, dettaglio dei battenti con l’immagine del re di Sicilia Guglielmo II d’Altavilla – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Castello di Rocca Calascio – Foto Franco Nicolli – a destra, in versione estiva, il dettaglio di una torre – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Mantello di re Ruggero II – Kunsthistorisches Museum Vienna, dettaglio: palma e leone, simbolo del casato degli Altavilla – A destra: dettaglio della Casula di Lanciano, custodita nel Museo Diocesano – Foto Leo De Rocco – Si noti il clipeo arabo (in basso a sinistra) con la scritta “Allah” riportata sul tessuto originario, in seta e lino; le figure sono invece toppe aggiunte successivamente, a mio avviso probabilmente nel ‘300 in Germania.



Chiostro del Duomo di Monreale, fontana a forma di palma nel “chiostrino” – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni




Duomo di Monreale – Facciata, interno, tomba di Guglielmo II d’Altavilla, portale bronzeo realizzato nel 1185 da Bonanno Pisano, formato da 46 pannelli che narrano episodi dell’Antico e Nuovo Testamento – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


A sinistra: Palermo, Palazzo dei Normanni – A destra: Istanbul, Basilica di Santa Sofia, Costantino e Giustiniano donano il modellino della città e della Basilica alla Vergine Maria – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Moscufo


























Moscufo, abbazia di Santa Maria del Lago, ambone di Nicodemo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Guardia al Vomano


























Guardia Vomano, Abbazia di San Clemente al Vomano – Ciborio di Roberto e Ruggero – Foto e video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni



Guardia Vomano, Abbazia di San Clemente al Vomano, dettaglio dei capitelli – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Rosciolo dei Marsi








Rosciolo dei Marsi, l’ambone e il ciborio di Santa Maria in Valle Porclaneta, dettaglio – Foto e video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Cugnoli, chiesa di Santo Stefano, Annunciazione, legno scolpito policromato e dorato, XV sec. – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Moscufo, Abbazia Madonna del Lago, Madonna con Bambino, XV sec. Andrea de’ Litio – Foto Leo De Rocco



Cugnoli, chiesa di Santo Stefano, Madonna con Bambino, XVI sec. – pala d’altare. Madonna con bambino tra San Pietro e Sant’Andrea – Madonna addolorata tra i santi Stefano e Paolo – Foto Leo De Rocco



Cugnoli, chiesa di Santo Stefano, don Augusto mi mostra il Cristo Pantocratore, secondo alcuni attribuito al XII sec. – Foto Leo De Rocco

Cugnoli, chiesa di Santo Stefano Protomartire – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Cronologia:
▪︎ 1140-1150, ciborio, abbazia di San Clemente al Vomano, Roberto e Ruggero.
▪︎ 1150-1152, ciborio e ambone, chiesa abbaziale di Santa Maria in Valle Porclaneta: Roberto, Nicodemo e Ruggero.
▪︎ 1159, ambone, chiesa abbaziale di Santa Maria al Lago: Nicodemo.
▪︎ 1166: ambone, chiesa di Santo Stefano Primo Martire: Nicodemo.
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Copyright – Riproduzione riservata – derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici – Fonti: “Ruggero II, il conquistatore normanno che conquistò il Regno di Sicilia” di Glauco Maria Cantarella, Salerno Editrice, 2020 – “Presenze confraternali e inediti cinquecenteschi. Nuove evidenze per una rilettura della Chiesa di Santo Stefano Primo Martire a Cugnoli”, pubblicazione di Simona Manzoli in Predella 2024 n.55. Note: 1) Il Castello di Rocca Calascio è stato la location per numerosi film, tra questi: “Amici miei” (1982); “Ladyhawke” (1985) e “The American” (2010). Ringrazio: don Augusto, parroco della chiesa di Santo Stefano Protomartire di Cugnoli; don Adriano, vice parroco dell’abbazia di San Clemente al Vomano e Simona Manzoli, storica dell’arte, per la organizzazione dei sopralluoghi a Cugnoli.
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