Bominaco, l’oratorio di San Pellegrino e l’abbazia di Santa Maria Assunta.

In copertina: Bominaco, frazione di Caporciano (Aq), dettaglio degli affreschi nell’oratorio di San Pellegrino ‐ Foto Abruzzo storie e passioni

Introduzione

Il presente articolo si inserisce in un più ampio itinerario di studio dedicato all’analisi del patrimonio storico-artistico e paesaggistico dell’Abruzzo, prendendo in esame alcuni contesti di particolare rilevanza culturale. Tra questi si annoverano l’abbazia di San Clemente a Casauria, rilevante centro del monachesimo medievale abruzzese; il complesso ambientale di Popoli Terme, caratterizzato dall’interazione tra fenomeni naturali e insediamento umano; e il sito di San Pietro ad Oratorium a Capestrano, significativa testimonianza dell’architettura medievale dell’area.

Come abbiamo visto, tali emergenze si collocano all’interno di un territorio storicamente strutturato dalle direttrici della transumanza, i tratturi, che ancora attraversano l’altopiano di Navelli, ambito paesaggistico e produttivo legato in particolare alla coltivazione dello zafferano (Crocus sativus), tradizionalmente definito “oro rosso aquilano”.

Procedendo oltre l’abitato di Capestrano, noto per il rinvenimento nell’area di Ofena della statua dell’iconico Guerriero italico, e attraversando l’altopiano di Navelli, si raggiunge il complesso monumentale di Bominaco, frazione del comune di Caporciano. Il sito conserva due edifici di primaria importanza: la chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta e l’oratorio di San Pellegrino, entrambi riconducibili all’antico insediamento monastico benedettino.

Prima di affrontare l’analisi dell’oratorio di San Pellegrino e del suo ciclo pittorico, unanimemente considerato tra i più significativi esempi di pittura medievale in ambito regionale, appare metodologicamente opportuno soffermarsi sulla chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta, fulcro liturgico, istituzionale e simbolico del complesso monastico di Bominaco.

Prima parte

L’Abbazia di Carlo Magno. Tra mito fondativo, potere e spiritualità.

La chiesa di Santa Maria Assunta, cuore di un antico complesso monastico elevato ad abbazia nel XII secolo, sorge a circa mille metri di altitudine, sull’altopiano di Navelli, crocevia millenario delle vie tratturali, arterie vitali dell’economia pastorale abruzzese fondata sulla transumanza e sul commercio della lana e delle spezie. Nello stesso periodo venne edificato il Castello di Bominaco, con funzioni di controllo e difesa sulle rotte tra pianura e montagna. Il primo documento che menziona la chiesa risale al 1014; l’oratorio adiacente fu invece costruito in una fase successiva, nella seconda metà del XIII secolo, quando il complesso abbaziale era già pienamente operativo. Nel XVI secolo i benedettini persero l’autonomia del monastero, in seguito a tale evento lo abbandonarono definitivamente.

La chiesa abbaziale presenta una pianta a tre navate, scandite da dodici colonne, e si conclude con tre absidi. Gli arredi liturgici sono stati in parte ricostruiti nella prima metà del Novecento utilizzando frammenti originali. L’ambone reca un’epigrafe datata 1180, che cita papa Alessandro III, il re Guglielmo di Sicilia e l’abate Giovanni. Il testo celebra l’“opera eccelsa” dedicata alla Madre di Cristo e invita i fedeli a pregare l’Ave Maria. Allo stesso anno risale anche la cattedra abbaziale, emblema dell’autorità spirituale e temporale dell’abate, recante una dedica a Cristo.

Il cero pasquale, sostenuto da un leone scolpito, è sormontato da un capitello finemente decorato. Ciborio, altare e cero furono commissionati nel 1223 dall’abate Berardo. Il rinvenimento dei frammenti originali del ciborio all’interno della chiesa suggerisce che il complesso di Bominaco, analogamente a San Clemente a Casauria, attraversò un prolungato periodo di abbandono.

Le origini e il culto di San Pellegrino

Secondo la tradizione, la prima chiesa di Bominaco fu costruita nell’VIII secolo sul luogo dove sarebbe stato sepolto San Pellegrino, un predicatore martirizzato trafitto da lance. Non esiste, tuttavia, un chronicon bominacese, come quello di Casauria, dove Johannes e maestro Rustico narrarono le vicende dell’abbazia. Le informazioni storiche sul complesso monastico di Bominaco sono dunque frammentarie.

Come abbiamo visto, la tradizione assegna la fondazione dell’abbazia di Casauria all’imperatore Ludovico II, pronipote di Carlo Magno, così come scolpito sul monumentale portale istoriato, in cui è evidenziato il viaggio dell’urna contenente le reliquie di San Clemente papa, da Roma al Paradisi Floridus Ortus dell’allora Insula di Casauria sul fiume Pescara.

Salendo poi in direzione dell’altopiano di Navelli, al termine di una strada boscosa nei pressi di Capestrano, abbiamo letto scolpito sull’architrave del portale della chiesa abbaziale di San Pietro ad Oratorium: “A rege Desiderio fundata”, il rimando della tradizione fondativa dell’edificio di culto alla volontà dell’ultimo sovrano longobardo a cingersi la Corona Ferrea.

Dopo i riferimenti a Ludovico II e allo stesso Desiderio, la figura destinata a legare in modo duraturo il proprio nome al complesso monastico di Bominaco è quella di Carlo Magno, al quale la tradizione assegna la concessione di vasti possedimenti territoriali ai monaci benedettini provenienti dall’abbazia di Santa Maria di Farfa.

È tuttavia necessario precisare come la vicenda fondativa dell’abbazia di Bominaco si presenti, alla luce delle fonti, ben più articolata rispetto a quanto suggerito dalla tradizione. Il richiamo a una fondazione di matrice imperiale, attestato dall’iscrizione sulla facciata dell’oratorio di San Pellegrino, risponde verosimilmente a un’esigenza di legittimazione e di autocelebrazione istituzionale, analoga a quella riscontrabile in altri contesti monastici abruzzesi, quali appunto San Clemente a Casauria e San Pietro ad Oratorium. In controtendenza rispetto a tale strategia simbolica si colloca l’abbazia di San Giovanni in Venere, il cui portale di facciata, noto come Portale della Luna, non reca dediche solenni a sovrani, papi o imperatori, ma propone un ciclo iconografico incentrato su episodi della vita di San Giovanni Battista. Per un approfondimento sul tema si veda l’articolo Fossacesia, abbazia di San Giovanni in Venere e il monachesimo in Abruzzo.

La documentazione relativa all’abbazia di Bominaco, seppur limitata, è stata oggetto di studio già da parte di Anton Ludovico Antinori, in tempi recenti è stata ricostruita e sistematizzata nel volume L’Abbazia di Bominaco nel Medioevo abruzzese (V. Lucherini, Campisano Editore, 2016). In tale studio vengono esaminati, tra l’altro, i passaggi di proprietà del complesso, alcuni atti notarili datati rispettivamente al 1093 e al 1321, nonché il ruolo di figure di rilievo quali il conte dei Marsi Oderisio I (995-1012), già beneficiario dell’abbazia e probabilmente promotore di ulteriori ampliamenti, e il conte Ugo di Gerberto, condottiero normanno noto con il soprannome di Malmozzetto.

Quest’ultimo personaggio compare ripetutamente nelle fonti medievali abruzzesi. Nell’articolo su San Clemente a Casauria lo abbiamo conosciuto come usurpatore del cenobio e responsabile del rapimento dell’abate Trasmondo. Nel contesto bominacense, tuttavia, Ugo di Gerberto emerge in una veste differente: pentito e devoto, risulta donatore del complesso abbaziale di Bominaco – del quale si era precedentemente impossessato – alla diocesi di Valva e alla chiesa di San Pelino a Corfinio.

Nel tentativo di assicurarsi la salvezza dell’anima, Malmozzetto aveva già effettuato, tra il 1092 e il 1093, una significativa donazione alla chiesa di San Pelino in Valva, cedendo il borgo fortificato di Collis Petri, identificabile con l’attuale Collepietro, località non distante da Bominaco. Secondo il racconto di Johannes e del maestro Rustico nel Chronicon Casauriense, il condottiero normanno trovò comunque la morte nel 1097, attirato in un tranello orchestrato nel castello di Prezza, con la complicità di una figura femminile.

Alla luce di tali elementi, appare evidente come la storia dell’abbazia di Bominaco si configuri come un processo complesso, ben lontano dalla lettura semplificata offerta dalla sola iscrizione dedicatoria sulla facciata dell’oratorio di San Pellegrino. Inoltre, nel periodo considerato, il territorio abruzzese risultava articolato in sei distretti castellani – reatino, forconese, valvense, teatino, pennese e marsicano – tutti variamente coinvolti nelle dinamiche di conflitto tra papato e impero, nonché nelle tensioni tra diocesi, vescovi e istituzioni monastiche, comprese quelle di Bominaco.

Galleria fotografica relativa alla prima parte

Bominaco, sentieri per passeggiate, escursioni, trekking. Vista panoramica sull’altopiano di Navelli ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta, nell’ordine: facciata; vista laterale del complesso abbaziale e absidi

Ambone

Cero pasquale

Dettaglio della cattedra abbaziale

Seconda parte

L’oratorio, gli affreschi e il Calendario Bominacese.

“A rege Carulo fundata, abatem Teodinum renovata” –  Fondata da Carlo Magno e restaurata dall’abate Teodino. Le forme attuali dell’oratorio di San Pellegrino sono il risultato di un rifacimento eseguito nel 1263. La dedica al “fondatore” e al “rinnovatore” è scolpita non sul portale, come a San Pietro ad Oratorium, ma sull’architrave che sovrasta il piccolo rosone, collocato sull’ingresso posteriore dell’oratorio, quello da dove i monaci provenienti dalla vicina abbazia accedevano nell’area sacra. Un semplice campanile a vela completa la facciata insieme al portale sormontato da una lunetta. Come in una mappa la dedicatio la ritroveremo anche all’interno dell’oratorio, scolpito su uno dei plutei.

La facciata principale presenta un ingresso riservato ai fedeli protetto da un piccolo portico costruito tra il Cinquecento il Seicento, le cui colonne probabilmente provengono da un antico tempio pagano che sorgeva nei pressi, forse da Peltuinum, antica città attraversata dal Tratturo Magno (per un approfondimento si veda l’articolo “Autunno abruzzese, gli antichi tratturi”)l.

Bominaco ci sorprende non appena varchiamo l’ingresso dell’oratorio. L’interno ad aula unica, divisa in quattro campate, delle quali la prima è separata da due plutei, presenta uno straordinario ciclo di affreschi duecenteschi, un vero e proprio vortice di colori e figure che coprono le aree parietali e le volte ogivali dei tre archi.

Sorprende tale ricchezza decorativa e iconografica in questo piccolo e solitario oratorio montano che domina l’altopiano aquilano dello zafferano e delle antiche vie della lana e della seta; un apparato figurativo che serviva anche a insegnare a pastori, viandanti, pellegrini, fedeli e transumanti di un tempo antico la Parola di Dio tratta dai Vangeli. Su queste pareti affrescate, il popolo dei fedeli, composto soprattutto da gente umile che non sapeva leggere e scrivere, poteva accedere alla conoscenza delle Sacre Scritture, seguire così la “retta via” e conseguire la salvezza dell’anima. Una pedagogia benedettina sorta nel IX secolo, quando il monaco Oscar di Brema realizzò la Biblia pauperum, una Bibbia per i poveri, ovvero per gli illetterati, composta appunto da figure.

Sul margine di un pluteo è scolpita la data di dedicazione dell’oratorio (1263), insieme al “fondatore”, come abbiamo visto Carlo Magno, e al “rinnovatore”, il pio abate Trasmondo. La funzione dei plutei, ovvero la separazione tra l’area riservata ai fedeli e lo spazio sacro, è la stessa delle due straordinarie iconostasi abruzzesi che abbiamo ammirato nella Marsica: in marmo e cosmatesche a San Pietro in Albe; e, ancora più antica, quella in legno di quercia di Santa Maria in Valle Porclaneta a Rosciolo dei Marsi. L’impronta della scuola marsicana è ravvisabile nello stile scultoreo dei plutei di Bominaco, caratterizzati da figure di animali fantastici del bestiario medievale: un drago o forse una pistrice e un grifone. Come in un viaggio nel tempo, questa atmosfera favoleggiante ci rimanda al periodo romanico, ben rappresentato in Abruzzo dai magister scalpellini Nicodemo, Roberto e Ruggero (articolo I libri di pietra di Nicodemo, Roberto e Ruggero).

Osservando il monumentale ciclo di affreschi la prima figura che attira l’attenzione del visitatore è quella gigantesca di San Cristoforo, che crea l’illusione di una controfacciata altissima, come quella di una cattedrale gotica. Cristoforo significa in greco colui che “porta Cristo”. Nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine è raccontata la leggenda di San Cristoforo, protettore dei pellegrini. Il suo nome prima della conversione e del battesimo era Reprobus, un omone alto e grosso, burbero e solitario, originario del medioriente, tra la Siria e la Palestina. Il suo lavoro consisteva nell’aiutare i viandanti ad attraversare un fiume nella regione della Licia, l’attuale sud della Turchia, di fronte all’isola di Cipro, altre fonti parlano del fiume Giordano.

Un giorno un ragazzino si presentò a Reprobus chiedendo il passaggio sull’altra riva del fiume. Preso in braccio il ragazzino, Reprobus rimase stupito dallo sforzo necessario per trasportarlo. Quando esausto raggiunse l’altra riva il giovinetto gli rivelò di essere in realtà Cristo e di aver trasportato insieme a lui anche il peso del mondo. Reprobus si convertì al cristianesimo e fu battezzato col nome di Cristoforo, ma arruolatosi con l’esercito imperiale e rivelata la sua conversione, subì il martirio con la decapitazione.

Nella iconografia tradizionale San Cristoforo viene rappresentato gigantesco con in braccio Gesù Bambino, così come vediamo qui a Bominaco. Iconografie simili in Abruzzo le troviamo tra gli affreschi del portico della Collegiata di Santa Maria a Guardiagrele, opera quattrocentesca (1473) di Andrea de’ Litio e, seppur oggi rimangono solo poche tracce visibili solo a un occhio attento, il santo patrono dei viandanti e dei pellegrini è affrescato anche sulla facciata duecentesca del Duomo di Atri, ma anche, ben evidente, su una colonna della suggestiva chiesa abbaziale intitolata a Tommaso Becket, a Caramanico Terme e sulla facciata della chiesa di San Rocco a Scanno, immortalata nel 1951 da Henri Cartier-Bresson in un iconico scatto che abbiamo raccontato in questo blog nell’articolo “L’Abruzzo di Henri Cartier-Bresson”.

Per un approfondimento si rimanda agli articoli dedicati, in questa sede propongo comparazioni fotografiche e spunti di studio; come la scena della Visitazione di Bominaco, rappresentata in un pannello del registro superiore, che mio avviso ricalca elementi stilistici della Visitazione scolpita sul Portale della Luna dell’abbazia di San Giovanni in Venere a Fossacesia. L’apparato decorativo e la raffigurazione di alcune scene, in particolare quelle in cui appaiono i pastori e i profeti, inoltre, evidenziano motivi stilistici e influssi riscontrabili nel Duomo di Monreale, nella basilica dei Santi Quattro Coronati a Roma e nelle composizioni musive bizantine di Ravenna, in particolare quelle nel Mausoleo di Galla Placidia e Santa Apollinare in Classe.

Gli affreschi dell’oratorio narrano episodi della vita di Cristo e del Giudizio Universale, intrecciando citazioni bibliche e raffigurazioni di santi. Un ruolo centrale è riservato alle storie di San Pellegrino, martire avvolto da un alone di mistero. Secondo la tradizione, alimentata dai racconti popolari e dagli episodi della sua vita dipinti sulle pareti dell’oratorio, il santo sarebbe giunto in Abruzzo dalla lontana Siria. I monaci di Bominaco sostenevano con fermezza che proprio qui fosse avvenuta la sua sepoltura, come ricorda l’iscrizione scolpita su una pietra nei pressi dell’altare: «Credite quia hic est corpus Beati Pellegrini».

Il Calendario Bominacese

Bominaco riserva ulteriori livelli di lettura. Sulle pareti della terza campata dell’oratorio è affrescato un calendario medievale completo di festività religiose, simboli delle attività agricole e segni zodiacali. La presenza di un ciclo calendariale di questo tipo, all’interno di una piccola chiesa appenninica immersa tra montagne e altipiani, solleva interrogativi che rimandano a una visione del tempo profondamente diversa da quella moderna. L’almanacco, nella sua forma storica, è infatti un calendario annuale a carattere informativo e simbolico, che intreccia dati astronomici legati ai cicli del sole e della luna ed elementi astrologici, come i segni zodiacali. Accanto a questi compaiono indicazioni fondamentali per la vita agricola, dalla semina al raccolto, riferimenti meteorologici, proverbi di origine orale e il calendario delle ricorrenze, delle fiere e dei mercati.

Le sue origini risalgono al Medioevo, quando i monaci benedettini facevano uso sistematico dei calendari per organizzare il lavoro quotidiano e garantire il sostentamento delle abbazie. L’almanacco rappresentò uno strumento essenziale di diffusione del sapere e contribuì in modo significativo ai processi di alfabetizzazione. Un valore storico e culturale riconosciuto anche dall’UNESCO, che ha inserito gli almanacchi italiani – in particolare quelli di “Barbanera” – nel programma Memory of the World.

Nel caso di Bominaco, i monaci, o più probabilmente l’abate che commissionò gli affreschi, decisero di trasporre l’intero ciclo dei dodici mesi direttamente sulle pareti dell’oratorio. Il calendario è collocato in un’area ben delimitata, separata dai plutei e riservata al clero durante le celebrazioni liturgiche. Questa scelta solleva un interrogativo: se lo spazio non era accessibile ai fedeli, a chi era destinata la lettura delle immagini?

È plausibile che i due plutei divisori, attribuibili alla scuola marsicana, non occupassero in origine la posizione attuale, ma fossero collocati più avanti, consentendo una maggiore visibilità del ciclo figurativo. In alternativa, il Calendario di Bominaco potrebbe essere stato concepito esclusivamente come strumento di consultazione per la comunità monastica. Le festività riportate, infatti, corrispondono a quelle anticamente celebrate nella diocesi di Valva, alla quale il complesso abbaziale di Bominaco fu assegnato dopo la prima dipendenza dall’abbazia di Farfa, non senza attriti e resistenze da parte dei monaci e dell’abate.

Il calendario si apre con il mese di gennaio e il segno dell’Acquario. Una sapienza antica, che coniuga tempo liturgico, ciclo naturale e ordine cosmico. La scena, come da tradizione iconografica legata ai manoscritti medievali, è dedicata al riposo invernale: la figura seduta accanto al focolare incarna il mensis Ianuarius, avvolto in un gesto domestico e contemplativo, di attesa e cambiamento. Il fuoco, fonte di calore ma anche simbolo di custodia e di passaggio, e soglia tra l’anno concluso e quello che nasce. In questo e negli altri mesi, il tempo si rinnova secondo un ritmo circolare, armonico, profondamente legato alla visione che i benedettini avevano del creato e del mondo contadino.

Marzo, ad esempio, si lega ad una iconografia di ascendenza classica, che rimanda al celebre modello dello Spinario, il giovane intento a togliersi una spina dal piede. Nel calendario bominacense, la spina assume un valore simbolico: rappresenta le fatiche dell’inverno, il tempo della scarsità e delle riserve alimentari che finalmente volge al termine. Il gesto di togliere la spina allude così al superamento delle difficoltà invernali e apre alla primavera, portando con sé l’auspicio della fertilità della terra e del risveglio della natura.
Un’immagine di passaggio e di speranza, che traduce in pittura il ritmo ciclico delle stagioni.

Oggetto di studio da parte degli storici dell’arte di ogni epoca e dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, questi affreschi sono riconducibili a un articolato ambito pittorico abruzzese di matrice bizantineggiante. Un linguaggio figurativo che si irradia da Bominaco verso altri importanti complessi monumentali della regione: dalla chiesa di Santa Maria ad Cryptas a Fossa, attraversa la Maiella lasciando testimonianze nella chiesa abbaziale di San Tommaso Becket a Caramanico Terme, lambisce l’abbazia di San Giovanni in Venere e si conclude nel Teramano, nella chiesa di Santa Maria di Ronzano.

Le fonti attribuiscono il ciclo pittorico di Bominaco all’opera di tre differenti maestranze, convenzionalmente identificate come il Maestro dell’Infanzia di Cristo, il Maestro della Passione e il Maestro del Calendario. A quest’ultimo si deve la raffigurazione dei dodici mesi, il celebre almanacco medievale: sei mesi sono dipinti su una parete e sei su quella opposta, accompagnati da un ricco repertorio iconografico popolato da dame e cavalieri, monaci e contadini, oggetti d’uso quotidiano, fiori, animali, segni zodiacali e, come abbiamo visto, scene legate alle attività agricole e ai cicli lunari.

L’Oratorio di San Pellegrino è spesso definito la “Cappella Sistina d’Abruzzo”: un luogo imprescindibile per chiunque voglia comprendere la profondità artistica e spirituale di questa terra. Nelle prossime tappe del nostro percorso continueremo a cercare emozioni “d’occhio e di cuore”, salendo ancora di quota, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, in direzione di Campo Imperatore. Ci attendono le atmosfere sospese del borgo mediceo di Santo Stefano di Sessanio e il vicino Castello di Rocca Calascio, inserito tra i quindici castelli più belli del mondo secondo una classifica della rivista National Geographic.

Copyright – Riproduzione Riservata –  derocco.leo@gmail.com – Leo Domenico De Rocco ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica

Bominaco – Oratorio di San Pellegrino, nell’ordine: facciata posteriore; rosone con scritta dedicatoria; facciata principale – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

I tre San Cristoforo abruzzesi, nell’ordine: Guardiagrele, 1475, opera di Andrea de’ Litio; chiesa abbaziale di San Tommaso Becket Caramanico e il gigantesco San Cristoforo di Bominaco – Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

In alto la scena della Visitazione di Bominaco, in basso quella di San Giovanni in Venere a Fossacesia – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Bominaco, dettaglio dell’Annuncio ai pastori (in alto) e il Riposo di Dio, Duomo di Monreale – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

“Almanacco del giorno dopo” era il titolo di un popolare programma della Rai andato in onda dal 1976 fino alla metà degli anni Novanta. L’iconica sigla era composta da una melodia rinascimentale eseguita mentre scorrevano sui lati di un prisma le immagini dei dodici mesi dell’anno, tratte dai disegni seicenteschi dell’incisore bolognese Giuseppe Maria Mitelli (Bologna, 1634 – 1718).

Calendario Bominacese, dettaglio dei mesi marzo e aprile.

Bominaco, Maestro del Calendario – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Controfacciata

Area centrale e plutei

Area centrale Decorazioni della volta

I profeti Samuele e Salomone

L’Arcangelo Michele in abiti bizantini pesa le anime

Sulla volta sono raffigurati Santi e Profeti

Bominaco, storie di San Pellegrino – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Cristo alla colonna

Lavanda dei piedi, Gesù lava i piedi a Pietro alla presenza di altri cinque apostoli.

A destra: Cristo in trono tra Santi; in alto: nascita di Gesù e Annuncio ai pastori

San Martino dona il suo mantello al povero

Inferno

Bominaco, area presbiteriale, vista dall’ingresso riservato ai monaci – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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