La storia di un antico presepe

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L’Aquila – Palazzo Antinori, XVIII sec. – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Prima parte

Il calore del Natale

A ceppo si faceva un presepino con la sua brava stella inargentata, con i Magi, con i pastori, per benino, e la campagna tutta infarinata.

La sera io recitavo un sermoncino con una voce da messa cantata, e per quel mio garbetto birichino buscavo baci e pezzi di schiacciata.

Poi verso tardi tu m’accompagnavi dalla nonna con dir “stanotte l’angelo ti porterà chissà che bei regali!” e mentre i sogni m’arridean soavi, tu piano piano mi venivi a metter confetti e soldarelli fra i guanciali.

Con questa versi, scritti nel 1879 e intitolato Il presepio alla nonna, un giovanissimo Gabriele d’Annunzio rievoca la stagione dei Natali d’infanzia, quando la semplicità dei gesti familiari bastava a rendere magico ogni momento.

All’epoca, e fino agli anni settanta del secolo successivo, nelle case era diffusa la consuetudine di far recitare ai bambini una filastrocca dedicata alla famiglia. Durante la cena o il pranzo di Natale, i più piccoli salivano su una sedia e, davanti alla famiglia riunita, recitavano con voce tremante la filastrocca natalizia.

In alcune zone del chietino, ma probabilmente anche in altre aree della regione, prima dell’inizio del pranzo di Natale i bambini nascondevano sotto il piatto del padre la letterina di Natale, decorata con disegni, poesie e affettuose dediche. Il destinatario, fingendo sorpresa, ricambiava l’affettuoso gesto infilando nella stessa busta qualche moneta, tra sorrisi e applausi.

In quei momenti di unione familiare, il cuore della festa era il focolare, dove si accedeva il ceppo (in dialetto abruzzese: lu tecchie), un grosso ciocco di legno che ardeva tutta la notte di Natale. L’usanza risale al Medioevo e custodisce il simbolo del fuoco domestico, che illumina, unisce e protegge; non a caso d’Annunzio lo cita come emblema della famiglia e della continuità delle tradizioni.

In questo articolo natalizio viaggeremo da L’Aquila a Lanciano, passando per Assisi e Napoli, per raccontare la storia della tradizione presepiale in Abruzzo e le usanze popolari legate al Natale. Scopriremo anche le curiose vicende di un raro presepe seicentesco, riemerso di recente da un vecchio baule.

Gli zampognari, i pifferari e la tradizione presepiale in Abruzzo.

Anticamente – e fino ai primi decenni del Novecento – in Abruzzo l’inizio delle festività natalizie veniva annunciato dal suono caldo e malinconico delle zampogne e dei pifferi.

Il giorno della Immacolata Concezione gli zampognari scendevano a valle dai paesini di montagna, vestiti con i costumi tradizionali: un cappello simile a quello dei briganti e una grande cappa nera, tessuta con la lana che i pastori transumanti portavano nelle filande o nelle case, dove le donne la lavorano su antichi telai in legno d’ulivo.

Queste piccole orchestre popolari, conposte da due a cinque elementi – tra cui spesso anche giovanissimi musicisti – si recavano ogni inverno fino nello Stato Pontificio, a Roma, dove eseguivano delicate sinfonie davanti alle immagini della Madonna poste nelle edicole votive. Le musiche e i costumi dei Pifferari abruzzesi – così li chiamavano i romani – divennero parte del paesaggio sonoro del Natale romano: venivano invitati anche nelle case delle famiglie più antiche della città, che per tradizione li accoglievano ogni anno.

Nell’Ottocento, le tipiche arie dei Pifferari, immortalati anche da pittori e disegnatori dell’epoca, catturarono l’attenzione del celebre compositore Hector Berlioz, che durante un suo viaggio in Italia ascoltò quelle musiche per le strade di Roma. Tornato a Parigi nel 1834, il musicista trascrisse le note in una sinfonia dedicata a Niccolò Paganini, dal titolo Sérénade de un montagnard de Abruzzes à sa maitresse (Serenata di un montanaro abruzzese alla sua signora). Per un  approfondimento si veda l’articolo “La Canzone popolare abruzzese”, in questo blog.

Oltre agli zampognari, in Abruzzo l’arrivo del Natale era segnato anche da un altro rito antichissimo. La sera tra il 7 e l’8 dicembre nei paesi era usanza illuminare la notte accendendo grandi falò, oppure grandi fasci di canne secche tenute unite da lacci vegetali: una tradizione che affonda le sue radici nei culti pagani del fuoco, simbolo di rinascita e di luce contro il buio delle notti invernali.

Questi riti si celebrano ancora oggi in diverse località della regione: il falò a Francavilla al Mare e Pescocostanzo, e soprattutto la Notte dei Faugni di Atri, che ogni anno richiama migliaia di visitatori, come raccontato in questo blog nell’articolo “Atri, la Notte dei Faugni”.

Il primo presepe

Sempre l’8 dicembre, secondo tradizione, nelle case si allestisce il presepe. Il primo della storia fu quello realizzato da San Francesco d’Assisi la notte di Natale del 1223 a Greccio, vicino Rieti. Fu Tommaso da Celano (Celano, 1200 – Tagliacozzo, 1260), discepolo e amico di Francesco, a raccontarne il miracolo nella Vitae.

In una grotta, San Francesco volle rappresentare la Natività nella sua più autentica semplicità: una mangiatoia colma di paglia, il bue e l’asinello, Maria e Giuseppe accanto al Bambino. La parola “presepe” deriva infatti dal latino praesepium, che significa “mangiatoia”.

La scena del presepe di Greccio fu poi affrescata da Giotto (o della sua scuola) nella Basilica Superiore di Assisi, tra le ventotto scene che narrano la vita del Santo. A raccontarla, ispirandosi a Tommaso da Celano, fu anche Bonaventura da Bagnoregio, nella Legenda maior (1263):

Come il beato Francesco, in memoria del Natale di Cristo, ordinò che si apprestasse il presepe, che si portasse il fieno, che si conducessero il bue e l’asino; e predicò sulla natività del Re povero; e, mentre il santo uomo teneva la sua orazione, un cavaliere scorse il vero Gesù Bambino in luogo di quello che il santo aveva portato.

Seguendo l’esempio di San Francesco, nelle umili case del popolo la Natività fu rappresentata ogni anno con semplicità:  una mangiatoia di legno, un po’ di paglia e alcune statuine, spesso scolpite dai pastori durante le soste lungo i tratturi.

Circa settant’anni dopo, nel 1290, papa Niccolò IV –  primo pontefice francescano –  commissionò allo scultore toscano Arnolfo di Cambio la prima scultura presepiale in marmo, destinata alla Sacra Grotta della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. In quella occasione furono aggiunti i Re Magi.

Solo nel Rinascimento, attorno al Cinquecento, il presepe iniziò ad apparire anche nei palazzi nobiliari, divenendo simbolo di tradizione e prestigio. Prima di allora era prerogativa delle famiglie contadine, dei pastori e degli artigiani.

Le famiglie aristocratiche possedevano statuine di grande pregio, tramandate di generazione in generazione, come accade nel Seicento, quando – come vedremo più avanti –  una nobile famiglia ereditò un prezioso presepe. Anche gli ordini religiosi e i nobili iniziarono a commissionare presepi monumentali a grandi artisti, tra cui l’abruzzese Saturnino Gatti, destinati, talvolta a titolo di ex voto, a ornare le chiese.

In Abruzzo il primo presepe documentato fu realizzato a Penne nel 1225, quando la città era sede della provincia francescana Pinnensis. È probabile che i discepoli di San Francesco presenti a Greccio due anni prima volessero ripetere l’evento anche in terra d’Abruzzo.

Nell’aquilano, il presepe vivente più antico d’Italia è quello di Rivisondoli, oggi famoso anche fuori regione. Il borgo ospita anche un Museo all’Arte Presiepale, dove si conservano opere artigianali realizzate da artigiani locali.

Degno di nota è la tradizione presepiale nella Valle Peligna. Qui Giuseppe Avolio (Pacentro, 1883 – 1962), conosciuto come “Maestro Peppino”, divenne celebre per le sue statuine in terracotta dette Mammoccije (pupazzi), destinate alle chiese di Pacentro e a collezioni private. Nella sua bottega, aperta agli inizi del Novecento, i giovani del paese imparavano a modellare la creta, ispirandosi alla vita quotidiana dei contadini e dei pastori, che l’artista osservava da ragazzo in Piazza Maggiore a Sulmona durante le fiere.

Con le sue figure vive, la luce dei falò e il suono lontano delle zampogne, l’Abruzzo cerca di conservare ancora oggi lo spirito autentico del Natale, quello che unisce fede, arte e memoria popolare.

Seconda parte

Il baule di velluto e il casato degli Antinori: prelati, vinattieri e mecenati.

“Il baule di velluto sta in buono stato, e con tutto il piacere lo rimanderò alla vostra signora madre” (1).

Così, nel giugno del 1839, Maria Maddalena Cerulli, vedova di Giuseppe Antinori, scriveva al nipote Luigi. Ma cosa conteneva di così prezioso quel baule di velluto da meritare tanta premura?

Giuseppe Antinori era il nipote di Anton Ludovico Antinori (L’Aquila 1704 – 1778), storico ed epigrafista, arcivescovo di Lanciano e poi di Acerenza e Matera, autore di numerosi volumi dedicati alla storia d’Abruzzo, dall’epoca romana fino alla seconda metà del Settecento. Tra le sue opere più note spiccano gli Annali degli Abruzzi, fonte imprescindibile per la storiografia regionale.

I suoi testi furono consultati anche dal grande storico tedesco Theodor Mommsen, Premio Nobel per la Letteratura nel 1902. Fu proprio Mommsen, studiando le fonti abruzzesi, a menzionare per la prima volta la Dea di Rapino, enigmatica statuina votiva in bronzo rinvenuta in una grotta della Maiella, oggi custodita al Museo Archeologico La Civitella di Chieti. Lo studioso portò inoltre all’attenzione internazionale un’altra scoperta straordinaria, avvenuta nel 1841 sempre nei pressi di Rapino: la Tabula Rapinensis, un’iscrizione bronzea in lingua marrucina oggi conservata in un museo di Mosca. Per un approfondimento si veda l’articolo “La Dea di Rapino”, in questo blog.

Gli Antinori, tra le famiglie più antiche e prestigiose d’Italia, sono originari della Toscana e conosciuti da secoli per la produzione di vini pregiati. Marchesi del vino fin dal 1385, rappresentano una delle più antiche dinastie enologiche italiane. Ma accanto al nettare di Bacco, gli Antinori furono anche raffinati mecenati e committenti di opere d’arte, sostenendo in particolare le botteghe rinascimentali dei della Robbia e di Domenico Bigordi, detto il Ghirlandaio.

Lunetta Antinori – terracotta invetriata policroma, raffigurante la Resurrezione, 1520, Giovanni della Robbia – Brooklyn Museum New York

Questa lunetta, composta da ventiquattro formelle in terracotta e da ventuno elementi che formano la ghirlanda, un tempo decorava l’ingresso di una delle residenze di campagna degli Antinori, la Villa delle Rose, situata nei dintorni di Firenze.

L’opera fu commissionata nel 1520 da Niccolò di Tommaso Antinori a Giovanni della Robbia, fratello di Girolamo, la cui figlia Costanza andò in sposa al maestro orafo abruzzese Ascanio de’ Mari, allievo prediletto di Benvenuto Cellini. Nativo di Tagliacozzo. Ascanio divenne un orafo molto stimato, tanto da essere nominato orafo ufficiale presso le corti di Francesco I ed Enrico II. Una straordinaria storia che abbiamo raccontato in questo blog nell’articolo “Ascanio da Tagliacozzo e Benvenuto Cellini”.

Gli Antinori in Abruzzo, insieme al baule.

Ma torniamo al misterioso baule di velluto e all’altro esponente della famiglia Antinori. Un ramo della casata si stabilì nel Regno di Napoli, che all’epoca comprendeva anche l’Abruzzo, ed è proprio qui che incrociamo Anton Ludovico Antinori, Fu lui, nel 1752, a commissionare la costruzione dell’elegante Palazzo Antinori all’Aquila, dimora nobiliare nella quale era custodito quel baule foderato di velluto citato nella lettera indirizzata a Luigi Antinori.

Grazie a un vecchio inventario rinvenuto da due ricercatori di Lanciano tra i documenti dell’Archivio Antinori, è stato finalmente possibile scoprire cosa conteneva quel baule tanto prezioso.

Al suo interno si trovavano centinaia di statuine, tutte finemente intagliate e rivestite con abiti seicenteschi: alcune rappresentavano figure della nobiltà, altre personaggi del popolo. Si trattava di un antico e raro presepe ligneo, straordinario per composizione e per qualità artigianale.

Le oltre cento figura che lo compongono, oggi note come Presepe Antinori, rappresentano una unicità nel panorama della tradizione presepiale italiana, generalmente associata alle celebri botteghe artigiane di Napoli (vedi galleria fotografica). L’arte del presepe, infatti, raggiunse il suo apice nel capoluogo partenopeo, dove la celebre via San Gregorio Armeno è ancora oggi il cuore pulsante di una tradizione artigiana secolare: abili mani modellano statuine che uniscono fede, arte, e teatro popolare.

Tuttavia, l’origine del Presepe Antinori rimane avvolta nel mistero. Secondo alcuni studiosi, le figure non sembrano provenire da una bottega napoletana. Altri ipotizzano che le statuine sono di derivazione ligure o toscana, altri ancora parlano di Emilia Romagna, terra d’origine del padre di Anton Ludovico.

Un tesoro ritrovato

Ritrovato a Lanciano – città d’arte e luogo del Miracolo Eucaristico, con la sua originale cattedrale poggiata su tre ponti, il raffinato Museo Diocesano, che conserva una rara casula medievale e le Croci processionali d’argento e smalti di Nicola da Guardiagrele, tra torri, vicoli i quartieri medievali – il Presepe Antinori è tornato alla luce (dopo un primo inventario eseguito negli anni Settanta del Novecento), grazie all’impegno di due studiosi lancianesi: Giacomo de Crecchio e suo figlio Gaetano.

In una fredda mattina di dicembre, immersa nell’atmosfera natalizia, decido di raggiungere Lanciano per incontrare Giacomo de Crecchio, studioso e scrittore, autore del volume I pastori che dormono. Il presepe Antinori in viaggio da L’Aquila a Lanciano (Editrice Carabba). Gli chiedo di raccontare ai lettori come avvenne il ritrovamento di quel misterioso baule di velluto. Il mio viaggio non poteva avvenire in un momento più propizio: proprio in quei giorni a Lanciano era in corso una mostra dedicata al Presepe Antinori.

Di epoca tardo seicentesca, questo presepe – spiega de Crecchio ad Abruzzo storie e passioni – deve la sua eccezionalità alle fattezze dei figuranti: non si tratta di gente del popolo, storpi, vaiasse di umidi rioni, straccioni e servi, ma di personaggi della ricca borghesia, finemente abbigliati, con capelli veri, occhi di cristallo, calzature e persino biancheria intima. Una riproduzione fedele – conclude lo studioso – di ciò che le famiglie nobili dell’epoca rappresentare nella loro immagine di Natività.

Statuine abbigliate con tessuti preziosi, scarpine di cuoio e collane di corallo.

Le statuine, interamente scolpite nel legno in ogni dettaglio anatomico, sono snodabili, in modo da poter assumere varie posture: una caratteristica che le rende simili a veri e propri manichini artistici. Questa particolare mi fa pensare che la rappresentazione della Natività non fosse l’unica scena per cui venivano utilizzate.

A mio avviso queste statuine – alcune alte fino a 84 centimetri – venivano impiegate anche per piccole rappresentazioni teatrali, animate come in uno spettacolo di marionette per intrattenere le nobles enfants della famiglia Antinori.

L’abbigliamento delle figure è sontuoso: tessuti (tutti cuciti a mano) in damasco, armesino e seta, decorati con fili d’argento, drappi dorati, merletti al tombolo, collanine di corallo, pietre dure e minuscole scarpine in cuoio amorevolmente infiocchettate, persino calzini e biancheria intima. Ogni volto è minuziosamente dipinto e reso ancora più realistico dai capelli veri e da accessori in argento, segno della straordinaria abilità degli artigiani che realizzarono questo presepe.

Il baule che conteneva queste meraviglie fu ritrovato dai de Crecchio nel 2010, all’interno del Convento di Sant’Angelo della Pace di Lanciano, non a caso dedicato a San Francesco d’Assisi. Dimenticato in un ripostiglio, tra un vecchio pianoforte e statue devozionali, il baule rivestito di velluto con borchie dorate rivelò, dopo anni di silenzio, il suo tesoro dimenticato.

Occorreva ripulire il pavimento dell’enorme stanzone, fare spazio per allineare uomini, donne, bambini ed animali, infine numerarli […] Le singole figure, tratte fuori dal chiuso, hanno provato le leggerezza del pennello per essere liberate dal velo della polvere, nell’attesa di essere studiate e fotografate e vi hanno svelato la provenienza da un tempo, più lontano di quello che ci aspettavamo. (2)

Come arrivò quel baule nella soffitta di un convento francescano di Lanciano?
La nobile famiglia Antinori, con Orazio capostipite, era originaria di Firenze. Suo figlio Giacinto si trasferì a Bologna tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento – proprio l’epoca del nostro presepe – e diede vita alla linea familiare abruzzese. A L’Aquila nacque il suo primogenito Anton Ludovico, l’epigrafista e arcivescovo di Lanciano.

Le prime tracce del presepe risalgono a un inventario redatto nel 1833 da un notaio aquilano all’interno del Palazzo Antinori. Nel documento si legge:

In ultimo siamo passati nella camera del quarto inferiore […] e da uno stipo sottoposto a suggello si sono rinvenuti 154 pezzi per uso di presepe, cioè 96 pastori diversi, compresi S.Giuseppe e la Madonna, e 48 pezzi di animali diversi. (3)

Dopo varie vicissitudini familiari, il Presepe Antinori giunse a Lanciano, nel Palazzo dei Maranca, nobile famiglia imparentata con gli Antinori. Fu la sua ultima residenza prima che le sorelle Marianna e Maria Assunta Stella, le discendenti dei Maranca, lo donarono ai Frati Minori di San Francesco.

Durante le ricerche per questo articolo, ho ritrovato una suggestiva descrizione di Ivo Palleri, tratta dal libro Abruzzo in famiglia (Edizioni Tracce, Pescara, 1991), dedicata proprio al palazzo dei Maranca e al Presepe Antinori:

Un’entrata luminosa, apparentemente spoglia in confronto con le stanze seguenti, introduceva nel salotto detto “delle conchiglie”, unico del suo genere, con quei mobili dalle stranissime forme marine, a riflessi argenteo-madreperlacei. Si passava quindi nel salottino di velluto verde, dominato da un bellissimo pianoforte verticale […] Ed ecco il primo salone, quello di peluche giallo, riccamente ornato di nappine, con poltrone e divani bassi e profondi; subito dopo l’ancor più sontuoso salone dorato, con la tappezzeria in damasco rosso e fiori d’oro ed il bellissimo lampadario di vetro commissionato a Murano dalla Regina Margherita, ma poi scartato perché troppo piccolo per le sale reali. Questo si apriva in alto con una pioggia di scintille iridescenti, moltiplicate all’infinito dalle grandi specchiere alle pareti. Più in fondo ancora, la sala della musica in damasco azzurro, con poltrone e divani disposti ad anfiteatro intorno ad un monumentale pianoforte a coda da concerto. Raccolti nel vano del suggestivo caminetto, alcuni pezzi pregiati di un artistico Presepio, degni del miglior Capodimonte. (4)

Le statuine lignee che compongono il Presepe Antinori sono state in parte restaurate. I manufatti possono essere sottoposti a delicati e lunghi processi di recupero, in particolare dai danni provocati dai tarli. solo a piccoli gruppi per volta. Non è quindi possibile per ora documentare l’intera composizione così come veniva allestita all’origine. Inoltre la statuina che rappresenta il protagonista del presepe, Gesù Bambino, risulta dispersa. Chissà dove sarà finita, forse durante tutti questi passaggi iniziati secoli fa qualcuno ha pensato di farne un prezioso dono.

Il calore del Natale

Il Presepe Antinori è un tesoro ritrovato, che unisce alla propria bellezza artigianale il fascino intatto della sua storia secolare.

Quel baule dimenticato, riemerso dopo decenni di silenzio, è arrivato fino a noi come in un viaggio nel tempo, attraversando città, paesi e regioni, passando di mano in mano, da una nobile dimora a un convento francescano, fino a riaprire oggi il suo racconto di fede e tradizione.

Come il caldo ceppo acceso la sera della Vigilia nel focolare, attorno al quale la famiglia si riunisce, il suo prezioso contenuto ha riscaldato per tante notti di Natale il cuore di grandi e piccini.

Copyright © Riproduzione Riservata – derocco.leo@gmail.com – Leo Domenico De Rocco – Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo – Note e fonti dopo la galleria fotografica

Lanciano, il Presepe Antinori – Foto Copyright Gaetano de Crecchio, per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni

Dettaglio di un antico presepe napoletano – XVIII sec. Museo di Capodimonte Napoli – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Presepe napoletano, sec. XVIII – Certosa di San Martino, Napoli – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Presepe in terracotta policroma, 1545, opera dei fratelli abruzzesi Giacomo e Raffaele da Montereale, Oratorio di Sant’Antonio, Calvi, Umbria – Foto copyright Riccardo Garzarelli per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni

Presepe in miniatura a Santo Stefano di Sessanio – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Suggestive piante di vischio tra le cime innevate delle montagne aquilane in una mattina tersa di dicembre – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Il pastore Benino nel presepe allestito nella chiesa della Madonna dei Sette Dolori a Pescara Colli – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Benino è il pastore più famoso del presepe. Secondo la tradizione popolare napoletana la magia del presepe inizia con il sogno di Benino, perciò nessuno deve svegliarlo. Per questo nell’allestimento del presepe Benino viene posto in primo piano oppure sopra un’altura.

Molti paesi abruzzesi innevati sembrano piccoli presepi, come Pietracamela (Te), in questo suggestivo scatto del fotografo Paolo Silvestri (paolosilvestriphoto Instagram)

Statua raffigurante un suonatore di zampogna sulla facciata della chiesa di Santa Maria Maggiore a Caramanico (Pe) ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Pifferai abruzzesiWilliam Turner (1775 – 1851) – Kelvingrove Art Gallery Museum Glasgow – Questo dipinto raffigura un paesaggio idilliaco italiano, elemento chiave il gruppo di musicisti abruzzesi con zampogna e pifferi.

Bartolomeo Pinelli – I Pifferari presso il Teatro Marcello, 1830 – Archivio Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Bartolomeo Pinelli, Zampognaro e suonatori di pifferi, 1834, collezione privata – Archivio Federico Zeri

Atri – La Notte dei Faugni – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Assisi, Basilica Superiore, Il Presepe di Greccio, Giotto (o la sua scuola), 1295 circa – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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Basilica di San Francesco d’Assisi – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Dettaglio del Trittico di Beffi – MuNDA L’Aquila – In primo piano la mangiatoia e il primo bagnetto di Gesù Bambino. In alto è raffigurato uno zampognaro – Leonardo Sabino da Teramo noto come Maestro di Beffi, inizi del XV secolo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Sulmona, piazza Maggiore – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Presepe di Giuseppe Avolio – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni – Museo delle Genti d’Abruzzo Pescara

Celano, San Giuseppe con Gesù Bambino – Ambito napoletano XVIII sec. – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Il presepe cinquecentesco di Saturnino Gatti, recentemente attribuito a Giovanni Antonio da Lucoli – Museo Nazionale d’Abruzzo MuNDA L’Aquila – Foto Leo De Rocco

Lanciano – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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Presepe Antinori – Foto Copyright Gaetano de Crecchio, per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni

Il Presepe Antinori in mostra a Lanciano – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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Fonti/Note: 1-2-3-4 dal volume I pastori che dormono. Il presepe Antinori in viaggio da L’Aquila a Lanciano, (Casa Editrice Carabba Lanciano) di Giacomo e Gaetano de Crecchio – Foto copertina: Presepe Antinori, foto di Gaetano de Crecchio/copyright

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English version

The old chest of velvet


“The chest of velvet is in good conditions and I will send it to your lady mother with pleasure”…(1) this is how Maria Maddalena Cerulli, widow of Giuseppe Antinori, wrote in June 1893 to her nephew Luigi. Giuseppe Antinori was the grandson of Anton Ludovico (L’Aquila 1704-1778), an epigraphist and Bishop of L’Aquila for seventy years, owner of an enclosed treasure, as in a fairy tale, in an old orange velvet chest that remaine.d forgotten for who knows how many years in a sumptuous building in Abruzzo and that was recently rediscovered: the Antinori Nativity scene.

Besides the iconographic aspect associated with the representation of the Christian Nativity, this crib is a true artwork in terms of beauty and originality that even today only a few know. The precious Nativity of Antinori, which was found in the beautiful art city of Lanciano, the city “citra” of the Abruzzo region that Frederick II of Sweden named as a municipality back in 1212; today, we can admire this thanks to the research of two Frentani scholars, namely Giacomo de Crecchio and his son Gaetano.

On a cold December morning, in a Christmas atmosphere that is appropriate to the theme of this article, I met Giacomo de Crecchio in his own city, who is a scholar and writer, author of the meticulous book I pastori che dormono. Il presepe Antinori in viaggio da L’Aquila a Lanciano “The sleeping shepherds. The Nativity of the Antinori travelling from L’Aquila to Lanciano” (Carabba publishing), filled with fascinating photographs. Giacomo de Crecchio is one of those scholars I call old-fashioned, in a noble sense of the term. I was still excited when he told me how he and his son managed to discover the hidden treasure in the magical and dusty chest that the time had apparently erased from memory.

The Antinori Nativity is a rarity of its kind: being an artwork of the late seventeenth century, the exceptional nature of this crib lies in the features of its participants, as Giacomo de Crecchio tells me. There are no peasants, cripples, servants from humid districts and beggars, but rich and middle class characters, finely dressed, with real hair, glass eyes, shoes and even underwear. A faithful reproduction of what the noble families of the past wanted to represent in their image of the Nativity.

The characters are entirely carved in wood in every part of the body; for this reason, these fascinating statues can move and obtain the desired posture, as if they were dummies. This feature, which is unique of its kind, might suggest that the representation of the Nativity was not the only “part” recited by the characters of this treasure. Maybe those enigmatic figures, adorned with damask, silk, silver, golden drapes, coral necklaces and semiprecious stones, lovingly decorated leather shoes with bows and even socks and underwear, were also used for small theater representations, as in a puppet theater in the days of the nobles enfants of that era. The de Crecchios found the velvet chest in a former convent of Lanciano: It was necessary to clean the floor of the huge great room, make room for men, women, children and animals, and finally number them (…) The individual figures, which were taken out of indoors, have tried the lightness of the brush in order to be freed from the veil of dust, waiting to be studied and photographed and they revealed that they come from a time, further in the past than what we ever expected. (2)

The noble Antinori family, with Orazio as a founder, was originally from Florence. The Antinori then moved from the Tuscan city to Bologna. Giacinto Antinori, son of Orazio, gave birth to the Abruzzo side of the family in the late seventeen and early eighteen hundreds: his first son, Anton Ludovico, was born in L’Aquila, who was the aforementioned epigraphist and Archbishop of L’Aquila. In August 1833, in the building of the Antinoris in L’Aquila, the inventory that mentions for the first time our crib was drawn up by a notary of the place: Finally, we passed in the lower chamber of the fourth inferior floor (…) and 154 pieces for use of crib were found in a sealed pack, that is 96 different pastors, including St. Joseph and Our Lady, and 48 pieces of different animals (3). After long vicissitudes and family rotations, described minutely by de Crecchio in their precious book, the Antinori Nativity travelled between Florence and Bologna up to L’Aquila and from there to Lanciano, specifically in the Palazzo Maranca, (which was the building of a noble family of Lanciano that was related to the Antinoris). This was the latest “noble” dwelling before it was stored and forgotten in the attic of an old convent.

It is a striking description that Ivo Palleri makes in his book (Abruzzo in famiglia – Pescara, Tracce publishing, 1991) of the Maranca building: An entrance full of light, seemingly barren in comparison with the following rooms, introduced us in the so-called living room “of the shells”, which is unique of its kind, with those pieces of furniture with strange marine forms and silver-pearly reflections. Passing on into the greenish velvet sitting room, dominated by a beautiful upright piano (…) And there it was, the first salon, made of yellow plush and richly decorated with tassels, with armchairs and low and deep sofas; immediately after that, there was an even more sumptuous golden salon, with upholstery in red damask and golden flowers and beautiful Murano glass chandelier commissioned by Queen Margherita, but then rejected for being too small for the Royal rooms. This opened on top with a rain of iridescent sparks, multiplied up to infinity with the help of large mirrors on the walls. Moving more in the interior, one could find the music room in blue damask, with armchairs and sofas arranged like an amphitheater around a monumental concert piano. Collected in the compartment of the cozy fireplace there were some valuable pieces of an artistic Nativity scene, worthy of the best Capodimonte museum (4).

The Antinori Nativity brings together to its artistic beauty the charm of the story linked to its discovery. A finding that we can define as miraculous. Thanks to the obstinacy of the two researchers of Lanciano, today Abruzzo can boast of an authentic treasure of art that otherwise would have ended -like so many other Italian artworks- in a museum across the Alps, or even worse, into the hands of some unscrupulous collector. That mysterious orange velvet chest magically came to us like in a journey through time, came to know cities and noble buildings and filled with magic and wonder who knows how many eyes by exposing its treasure along the centuries, a treasure that Abruzzo must protect and enhance.

Copyright © All rights reserved – This article and the pictures shown on this website are private. It is thus prohibited to retransmit, disseminate or otherwise use any part of this article without any written authorisation –Acknowledgements: Giacomo de Crecchio, scholar and writer; Gaetano de Crecchio, photographer – Sources/Footnotes: 1-2-3-4 from the book I pastori che dormono. Il presepe Antinori in viaggio da L’Aquila a Lanciano, (Carabba publishing) by Giacomo and Gaetano de Creccio – Cover photo: the Antinori Nativity, photo by Gaetano de Crecchio/copyright – Translation by Ioannis Arzoumanidis, research fellow – Author/Blogger: Leo De Rocco / leo.derocco@virgilio.it

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