In copertina: giardino del Palazzo d’Avalos, Vasto – Foto Abruzzo storie e passioni

Il giardiniere, 1889, Vincent van Gogh, Roma, Galleria nazionale d’arte Moderna e Contemporanea – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Una regina egizia dona un fiore al faraone. Rilievo proveniente dal sito archeologico di Amarna – Neues Museum Berlino
In mezzo all’erba, sotto gli alberi, nei vasi grigi delle nicchie, si scorgevano pennellate bianche, d’oro, di porpora; sopra la sua testa gli alberi erano rosa e bianchi, e ovunque si udivano battiti d’ali, suoni flautati, ronzii, dolci profumi. (1)
Prima parte
Giardini abruzzesi, ma non solo
In questo articolo il nostro blog di storie e passioni d’Abruzzo esce dai confini regionali per compiere un viaggio tra parchi e giardini in Italia e all’estero, alla ricerca di impressioni d’occhio e di cuore in spazi verdi che non sono semplici ornamenti urbani, ma luoghi della memoria, della cultura e della bellezza.
Faremo tappa a Londra, nel raffinato quartiere di Pimlico, per visitare l’Eccleston Square Garden, antico giardino privato appartenuto a famiglie aristocratiche e tornato, dopo anni di abbandono, al suo splendore originario. Un luogo che racconta il destino di molti giardini europei: nati come simboli di status, attraversati da decadenze, infine restituiti alla comunità grazie a una rinnovata sensibilità verso il patrimonio storico e paesaggistico. Una storia simile la ritroveremo tra le colline pescaresi, a Loreto Aprutino, dove il parco-giardino cittadino diventa testimone di un territorio che dialoga con la natura e la storia rurale e nobiliare.
Nella seconda parte dell’articolo incontreremo una figura chiave del Novecento italiano: Raffaele De Vico, considerato il più importante architetto paesaggista italiano. Abruzzese di nascita, seppe trasformare il verde urbano in un linguaggio moderno, progettando parchi capaci di coniugare monumentalità e funzione sociale. Attraverso la sua opera comprenderemo come il giardino, nel secolo scorso, sia diventato strumento di modernità e identità nazionale.
Durante i miei viaggi, nell’elenco “cose da vedere”, non può mancare la visita a parchi e giardini, storici o realizzati in tempi recenti. Immergersi nella natura, tra verdi architetture, arte e storia, aiuta a connettersi meglio con il luogo visitato, cogliendo la sua vera essenza.
I fiori nell’arte
Prima ancora dei giardini formalmente progettati, furono i fiori a esprimere il rapporto simbolico tra l’uomo e la natura. Nella collezione di arte antica del Neues Museum di Berlino è conservato un rilievo in pietra in cui una regina egizia porge un fiore al faraone: un gesto semplice che attraversa i millenni e che racchiude uno dei più antichi linguaggi dell’umanità, quello dell’offerta floreale come segno di amore, rispetto o devozione. Che sia colto spontaneamente in un giardino o in un campo, oppure comprato, ancora oggi regalare un fiore esprime un sentimento, una passione, un legame d’amore o di amicizia.
Nel mondo romano esisteva la cosiddetta Floscellaria, spazio destinato al commercio dei fiori, utilizzati per adornare le abitazioni, per le cerimonie religiose o per omaggiare una persona cara. Gli scambi di ghirlande tra innamorati, così come le corone floreali riservate agli atleti vincitori nelle Olimpiadi greche, testimoniano una simbologia diffusa, in cui il fiore rappresenta bellezza, virtù e riconoscimento pubblico.
La stessa dimensione simbolica si ritrova nella figura di Antinoo, giovane favorito dell’imperatore Adriano, le cui origini familiari vengono ricondotte a Hatria Picenum, l’attuale Atri. Dopo la sua morte nelle acque del Nilo nel 130 d.C., Antinoo fu raffigurato con il fiore di loto, emblema di rinascita e divinizzazione, in un intreccio tra politica imperiale e simbolismo religioso.
Accanto a queste testimonianze del mondo antico, l’Abruzzo conserva un esempio di straordinaria raffinatezza decorativa: il Fiore di Casauria, motivo scultoreo presente nell’apparato ornamentale dell’Abbazia di San Clemente a Casauria. In questo complesso monastico medievale, il fiore scolpito nella pietra assume un valore che trascende la mera funzione decorativa: diventa segno di ordine cosmico, richiamo alla perfezione della Creazione e testimonianza della sintesi tra arte, fede e natura. La stilizzazione geometrica del motivo floreale, tipica del romanico abruzzese, dimostra come anche nella scultura medievale il fiore fosse veicolo di un messaggio teologico e simbolico.
Non è un caso che gli stessi monaci benedettini, nel Chronicon Casauriense, descrivessero l’abbazia come “Paradisi floridus ortus”, un giardino fiorito del Paradiso: definizione che restituisce non solo un’immagine poetica, ma una precisa concezione spirituale del monastero quale anticipazione terrena dell’Eden.
La tradizione religiosa cristiana attribuisce al fiore una valenza teologica. Rose e roseti accompagnano l’iconografia mariana; nel XIII secolo Alfonso X di Castiglia celebrava la Vergine con l’espressione “Rosa delle rose, fiore dei fiori”. Prima ancora, il racconto biblico collocava l’origine dell’umanità in un giardino, l’Eden, paradigma di armonia tra uomo e natura.
La storia dell’arte è attraversata da una costante presenza floreale. Le fioriture primaverili di Sandro Botticelli, i girasoli e gli iris di Vincent van Gogh, i giardini luminosi di Claude Monet testimoniano come il fiore sia divenuto soggetto privilegiato di indagine estetica e simbolica. Nel Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch lo spazio vegetale diventa addirittura allegoria della condizione umana, tra innocenza e peccato.
Il fiore, dunque, non è soltanto elemento ornamentale, ma struttura simbolica ricorrente nella storia culturale europea. Nei giardini storici come nei rilievi medievali abruzzesi, nella pittura rinascimentale come nell’arte moderna, esso continua a rappresentare una sintesi tra bellezza sensibile e tensione spirituale.
L’Hortus conclusus
Nel Medioevo prende forma l’Hortus conclusus, il “giardino recintato”, modello simbolico e architettonico che trova espressione nei chiostri di monasteri, conventi e abbazie. Spazio ordinato e separato dal mondo esterno, il giardino claustrale rappresenta un microcosmo regolato da lavoro, silenzio e contemplazione. La sua struttura quadrangolare, spesso articolata attorno a un pozzo o a una fontana centrale, traduce in forma concreta l’idea di armonia tra natura e trascendenza.
Nel ciclo di affreschi realizzati da Saturnino Gatti nella chiesa di San Panfilo di Tornimparte, tra le montagne aquilane, e negli affreschi del cosiddetto Maestro di Loreto nella chiesa di Santa Maria in Piano a Loreto Aprutino, angeli e arcangeli cospargono gli astanti di petali di rosa, tradizionale simbolo dello Spirito Santo e della grazia divina.
La letteratura, da parte sua, ha fatto dei fiori un motivo ricorrente, capace di evocare atmosfere, passioni, riti collettivi. Gabriele d’Annunzio, nelle Novelle della Pescara, racconta di “uomini e fanciulli, coronati di rose e bacche rosee” in onore della Madonna delle Rose di Torricella Peligna. Per accogliere a San Vito Chietino la sua amante romana Barbara Leoni, il poeta volle cospargere la via di casa, immersa tra aranceti e ginestre, di petali “d’un colore sulfureo splendidissimo”, trasformando il paesaggio in scenografia sentimentale.
Anche l’immaginario popolare abruzzese affida ai fiori un valore simbolico. I pastori della Majella narravano di un “fiore d’argento” che sbocciava in primavera nei boschi montani, visibile soltanto a chi possedesse un animo nobile e amorevole. Se dall’Abruzzo lo sguardo si allarga all’antichità orientale, il giardino assume proporzioni monumentali. Tra le sette meraviglie del mondo antico figuravano i Giardini pensili di Babilonia, attribuiti al re Nabucodonosor II come omaggio alla moglie Amiti. Secondo la tradizione, in quei giardini le rose fiorivano tutto l’anno, alimentate da grandi opere idrauliche. A questa figura si ispirò il librettista Temistocle Solera per il Nabucco, musicato da Giuseppe Verdi.
I giardini orientali, in particolare quelli cinesi, esprimono un principio diverso ma complementare: non tanto la centralità monumentale, quanto l’equilibrio dinamico tra uomo e natura. Laghetti, rocce, ponticelli e padiglioni compongono paesaggi in miniatura che riflettono concezioni filosofiche millenarie fondate sull’armonia e sulla relazione tra gli elementi. Dall’Egitto alla Persia, dalla Grecia a Roma, ogni civiltà ha creato spazi verdi come oasi di ordine e bellezza, frutto di raffinate architetture paesaggistiche e di complesse soluzioni idrauliche.
Per i Romani il giardino, in origine hortus, era parte integrante della domus, luogo destinato all’otium, il tempo liberato dalle occupazioni pubbliche. Le ville imperiali ne offrivano esempi sontuosi: tra tutte Villa Adriana, fatta edificare dall’imperatore Adriano a Tivoli, sintesi di paesaggio, architettura e memoria dei luoghi visitati durante i suoi viaggi.
Anche le ville pompeiane e le residenze patrizie disseminate nell’impero erano organizzate attorno al peristilio, cortile interno ornato di statue, fontane, giochi d’acqua, fiori e piante rampicanti. Il giardino domestico diventava così spazio di rappresentanza e contemplazione insieme. È da qui, dalla tradizione romana dell’hortus, che può iniziare il nostro itinerario floreale: dal giardino di Livia Drusilla, emblema di un’idea di natura disciplinata e insieme celebrata.
Il giardino affrescato di Livia Drusilla
Tra le testimonianze più sorprendenti dell’arte romana vi è il ciclo pittorico della villa di Livia Drusilla, terza moglie dell’imperatore Augusto. Gli affreschi del cosiddetto viridarium raffigurano un giardino rigoglioso popolato da alberi da frutto, fiori, uccelli e leggere architetture vegetali: una straordinaria “istantanea” dei giardini romani attorno al 30 a.C. Un impianto decorativo analogo si ritrova nella Casa del Bracciale d’Oro (I sec. d.C.), una delle più ricche dimore di Pompei, destinata a esercitare, nei secoli successivi, un’influenza significativa anche sull’immaginario dei moderni architetti del paesaggio.
Gli affreschi si trovavano nel piano inferiore della villa, in prossimità di un ninfeo decorato a mosaico e animato da giochi d’acqua. La presenza abbondante di acqua, elemento essenziale per la diffusione dei giardini nelle ville campane, era garantita dall’acquedotto augusteo del Serino, realizzato nel 10 d.C., capolavoro di ingegneria idraulica che assicurava approvvigionamento costante e pressione sufficiente per fontane e bacini ornamentali.
Il ciclo pittorico è distribuito sulle quattro pareti di una sala seminterrata della villa imperiale di Villa di Livia, a Prima Porta, in posizione panoramica sulla Valle del Tevere. Il paesaggio reale circostante, un tempo, ricco di boschi e coltivazioni, sembra prolungarsi idealmente sulle pareti dipinte, creando un effetto immersivo che annulla la distinzione tra spazio architettonico e spazio naturale. In questi ambienti la coppia imperiale riceveva ospiti per banchetti e incontri di rilievo politico, in una cornice che coniugava rappresentanza e raffinatezza culturale.
Nel giardino affrescato di Livia, così come nella dimora pompeiana, sono riconoscibili numerose specie arboree e floreali, dalla palma all’abete, dal papavero alla rosa, insieme a diverse specie di uccelli, dal passero al pettirosso. La resa attenta dei dettagli naturalistici rivela una sensibilità quasi “verista”, sviluppatasi parallelamente alla diffusione dell’ars topiaria, l’arte di modellare alberi e siepi a fini ornamentali. Attraverso potature calibrate si creavano forme, volumi e prospettive coerenti con la geometria dei viali, dei piccoli boschi artificiali e degli spazi destinati alla sosta, circondati da piante odorose.
Questa cultura del giardino non era limitata alle ville patrizie, ma interessava anche spazi pubblici quali teatri, templi, terme e palestre. Dopo il mondo classico, sovrani, pontefici e grandi famiglie nobiliari continuarono a concepire il verde come elemento qualificante delle proprie residenze. Nacquero così i Giardini Vaticani, i giardini della Reggia di Versailles e quelli della Reggia di Caserta, oltre ai complessi paesaggistici delle corti islamiche e ai giardini “d’inverno” della Russia zarista.
Nella galleria fotografica propongo una selezione di immagini relative a parchi e giardini visitati nel corso degli anni; tra questi merita una menzione il giardino di Villa Ludovisi a Roma, esempio emblematico della stratificazione e delle trasformazioni subite nel tempo dagli antichi horti romani,
Villa Ludovisi
Villa Ludovisi fu edificata nel Seicento per volontà del cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Papa Gregorio XV. La residenza comprendeva un vasto parco-giardino realizzato nella prima metà del XVII secolo secondo il gusto del tempo, con viali prospettici, statue antiche e fontane scenografiche. Pur non essendo documentata una diretta progettazione di André Le Nôtre – autore dei giardini della Reggia di Versailles – il modello del giardino formale barocco europeo costituì un evidente riferimento culturale per le sistemazioni paesaggistiche dell’epoca.
L’importanza storica dell’area risiede soprattutto nel fatto che le pertinenze della villa inglobavano ciò che restava degli antichi Horti Sallustiani, i celebri giardini fatti realizzare dal senatore Gaio Sallustio Crispo, nato nell’86 a.C. ad Amiternum, nei pressi dell’attuale L’Aquila (località San Vittorino). Tra il Pincio e il Quirinale, Sallustio aveva creato una residenza immersa nel verde, seguendo una tendenza già promossa alcuni decenni prima da Lucullo: circondare le dimore aristocratiche di giardini ornati da sculture greche, porticati e giochi d’acqua. Gli horti non erano solo spazi ornamentali, ma luoghi di rappresentanza politica e culturale.
Con l’Unità d’Italia e la proclamazione di Roma a capitale, l’area subì una trasformazione radicale. La necessità di espansione urbana portò alla lottizzazione dei terreni, operazione sostenuta anche dall’allora sindaco Leopoldo Torlonia, appartenente alla famiglia di Alessandro Torlonia, già ricordata in relazione alla bonifica del Fucino in Abruzzo. L’intervento, in larga parte segnato da dinamiche speculative, determinò la nascita dell’attuale Via Veneto.
Querce secolari, pini monumentali e giardini rinascimentali e barocchi, celebrati da viaggiatori e scrittori furono abbattuti; gran parte delle aree verdi della villa andò perduta. Tra le voci critiche contro le demolizioni ottocentesche si distinse un giovane cronista pescarese, da poco trasferitosi a Roma per collaborare con “La Tribuna”: Gabriele d’Annunzio.
Lo scrittore definì la Roma di fine Ottocento “città delle demolizioni”, contrapponendo la grandezza del passato alla “febbre edilizia” del presente. Un giudizio che, quasi un secolo più tardi, sarebbe stato ripreso con accenti altrettanto severi da Pier Paolo Pasolini, a testimonianza di un conflitto ricorrente tra tutela del paesaggio storico e modernizzazione urbana.
La nascita dei parchi pubblici
Come si è visto, già nell’età classica Greci e Romani avevano concepito spazi verdi accessibili alla collettività, spesso in connessione con templi e aree sacre. Tuttavia, è soltanto in epoca moderna che parchi e giardini assumono in modo sistematico la connotazione di “pubblica utilità”, diventando luoghi destinati alla fruizione di tutti i cittadini e non più prerogativa di élite aristocratiche o contesti religiosi.
Molti giardini annessi a ville nobiliari e residenze reali, così come antiche riserve di caccia o spazi monastici, furono progressivamente aperti al pubblico tra Settecento e Ottocento. La trasformazione si inserisce nel più ampio processo di ridefinizione dello spazio urbano promosso dall’Illuminismo e dalle riforme amministrative degli Stati moderni: il verde diventa elemento strutturale della città, luogo dedicato al riposo, al tempo libero, alla socialità e alla salubrità dell’aria.
Alcuni di questi spazi, oltre a svolgere una funzione ricreativa, acquisirono anche un ruolo di aggregazione civile e politica. Emblematico è il caso di Hyde Park a Londra. Con il Royal Parks Regulation Act del 1872 il Parlamento britannico riconobbe formalmente la possibilità di riunione e di libera espressione all’interno dei parchi reali, consolidando una prassi già in atto.
Nacque così la tradizione dello Speakers’ Corner, area del parco in cui chiunque poteva prendere la parola, salendo su uno sgabello o una cassetta improvvisata, per rivolgersi ai passanti. Nel tempo vi parlarono figure di rilievo del pensiero politico e sociale europeo, tra cui Karl Marx, Vladimir Lenin e George Orwell.
La Villa Comunale di Chieti
La Villa Comunale di Chieti rappresenta un significativo esempio di parco urbano ottocentesco nato dalla trasformazione di un giardino privato in spazio pubblico. L’area originaria apparteneva al barone Ferrante Frigerj, il cui palazzo neoclassico, edificato nei primi decenni dell’Ottocento, ospita dal 1959 il Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo. Alla proprietà dei Frigerj si aggiunsero successivamente i terreni della famiglia Nolli, altra notabile casata teatina, contribuendo ad ampliare e definire l’attuale assetto del parco.
Il passaggio da giardino aristocratico a villa comunale rientra in quel processo, già richiamato, che tra XIX e XX secolo portò molte residenze private a diventare patrimonio collettivo. Un caso analogo è quello del Real Bosco di Capodimonte a Napoli, nato come riserva di caccia di Carlo III di Spagna e successivamente appartenuto ai Borbone, ai sovrani francesi e infine ai Savoia. Inaugurato nel 1743, il complesso è oggi parte integrante del sistema museale di Capodimonte e costituisce uno dei principali polmoni verdi della città.
A Chieti, l’antico Palazzo Frigerj è divenuto elemento identitario della villa comunale, così come la fontana in stile neoclassico acquistata dal municipio nel 1889 a Parigi, in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi, la stessa manifestazione durante la quale fu inaugurata la Torre Eiffel. La scelta di arricchire il nuovo parco pubblico con un elemento decorativo proveniente da un evento internazionale testimonia la volontà di aggiornare l’immagine urbana secondo il gusto e le tendenze europee del tempo.
Nella medesima Esposizione, nel padiglione italiano, era presentato un raffinato Casino da Caccia in stile Liberty realizzato da maestri intagliatori romani. L’opera fu acquistata da Alessandro Torlonia, Principe del Fucino, e collocata nel 1891 al centro dei giardini di Villa Torlonia ad Avezzano, ulteriore esempio di come il dialogo tra committenza aristocratica e cultura del paesaggio abbia contribuito a modellare il volto verde delle città abruzzesi.
La Villa Comunale di Chieti si inserisce dunque in una più ampia storia di trasformazioni: da spazio privato a luogo condiviso, da segno di distinzione sociale a bene pubblico, conservando nella sua struttura le tracce di entrambe le identità.
Villa Torlonia ad Avezzano
I giardini di Villa Torlonia ad Avezzano si inseriscono nella tradizione del “giardino all’italiana” di ascendenza rinascimentale, con impianto ordinato, viali prospettici e una selezione accurata di specie arboree ornamentali. La villa sorse nel contesto della grande opera di prosciugamento del Lago Fucino, promossa nell’Ottocento dalla famiglia Torlonia, che trasformò la Piana del Fucino in una delle aree agricole più fertili dell’Italia centrale.
All’interno del complesso furono realizzati granai destinati alla conservazione dei primi raccolti ottenuti dai terreni bonificati. Oggi, nei prati del parco, sono esposte alcune delle prime macchine agricole utilizzate nella nuova pianura fucense, testimonianza concreta della modernizzazione agricola che seguì la bonifica.
Accanto agli edifici funzionali, il Principe del Fucino, Alessandro Torlonia, volle dotare la residenza anche di strutture legate al comfort e alla rappresentanza. Tra queste la cosiddetta “Ghiacciaia del Principe”, ricavata in una piccola cavità dove venivano accumulati blocchi di neve prelevati dal Monte Velino e trasportati in casse isolate con paglia. Il sistema, già noto in epoca romana, consentiva di conservare alimenti e di disporre di bevande fresche anche durante l’estate, in continuità con pratiche antiche di conservazione.
Tecniche analoghe erano conosciute anche nel mondo arabo: durante la dominazione islamica della Sicilia, la neve raccolta sulle Madonie e sull’Etna veniva utilizzata per preparare lo sharbat, bevanda a base di ghiaccio e frutta considerata precursore della granita siciliana, apprezzata anche nelle corti normanne.
Un suggestivo collegamento storico conduce alla figura di Guglielmo II di Sicilia, la cui immagine compare sui battenti bronzei del portale dell’Abbazia di San Clemente a Casauria, in provincia di Pescara. Le cronache ricordano come il sovrano amasse sostare nel chiostro del Duomo di Monreale, accanto alla fontana scolpita a forma di palma, dalla cui sommità l’acqua sgorga attraverso le fauci di dodici leoni. Ancora una volta il giardino e l’acqua si intrecciano con il potere e la rappresentazione.
In Abruzzo, diversi giardini storici ancora oggi visitabili derivano non solo da impianti barocchi e neoclassici legati a palazzi nobiliari, ma anche dai chiostri di monasteri e abbazie. In questi ultimi casi lo spazio verde non aveva esclusivamente funzione ornamentale: orti e campicelli garantivano il sostentamento della comunità religiosa, in continuità con la funzione originaria dell’hortus romano. Inoltre, attraverso le coltivazioni officinali, i monaci rifornivano le proprie spezierie, vere antesignane delle moderne farmacie, confermando il ruolo del giardino quale luogo di equilibrio tra utilità pratica e dimensione spirituale.
Il giardino di Palazzo d’Avalos a Vasto
Un significativo esempio di giardino barocco cosiddetto alla napoletana è quello che circonda il Palazzo d’Avalos a Vasto. Affacciato sul Golfo, definito poeticamente “Golfo d’Oro”, il giardino domina il litorale adriatico con una posizione scenografica che risponde pienamente ai canoni del gusto seicentesco. In origine era arricchito da fontane con zampilli, giochi d’acqua e da un ninfeo rivestito di conchiglie e madreperla: elementi decorativi pensati per sorprendere e coinvolgere lo spettatore. La finalità del barocco, del resto, era suscitare meraviglia attraverso effetti prospettici, dinamismo e ricchezza ornamentale.
L’enfasi e l’articolazione complessa tipiche del barocco lasciarono progressivamente spazio, tra Settecento e Ottocento, a soluzioni più lineari e armoniche. I giardini romantici, in particolare quelli “all’inglese”, introdussero un diverso rapporto con la natura: non più rigidamente geometrica e dominata dall’asse prospettico, ma modellata secondo un’apparente spontaneità, con percorsi sinuosi, radure e scorci paesaggistici studiati per evocare emozioni e contemplazione.
Nella galleria fotografica, accanto alle immagini di parchi e giardini abruzzesi, sono presenti scatti che ho realizzato a Londra e al Central Park di New York. Il confronto consente di cogliere l’evoluzione del giardino pubblico in ambito europeo e americano, fino alla nascita di modelli urbani che integrano sistematicamente architettura e verde. In questo contesto si inserisce anche la storia dell’Eccleston Square Garden, nel quartiere di Pimlico, a Westminster, esempio significativo di giardino inserito in un tessuto residenziale di età regency.
L’idea di una pianificazione urbana che integri organicamente spazi verdi e abitazioni trova un interessante precedente nel progetto di “città giardino” elaborato da Antonino Liberi, nato a Spoltore nel 1855. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Liberi contribuì, almeno in parte, alla definizione di un’area nella zona sud di Pescara, nei pressi dell’attuale Parco d’Avalos, dove ancora oggi si conservano eleganti villette in stile Liberty immerse tra pini marittimi. L’attenzione al rapporto tra edilizia residenziale e paesaggio anticipa temi che diverranno centrali nell’urbanistica del Novecento.
Proprio dai modelli europei di giardino pubblico trassero ispirazione i primi architetti paesaggisti americani che, nella seconda metà dell’Ottocento, concepirono grandi parchi urbani come il già citato Central Park, destinati a diventare simboli identitari delle metropoli moderne.
Eccleston Park a Londra
L’Eccleston Square Garden è un raffinato parco-giardino privato nel cuore di Westminster, ricco di specie botaniche rare, collezioni di peonie, camelie e rose rampicanti. Nato per un uso esclusivo, era destinato ai proprietari delle eleganti abitazioni che circondano la piazza, residenze che nel tempo ospitarono personalità della politica e della cultura britannica, tra cui Winston Churchill e il direttore d’orchestra di origine italiana Michael Costa.
Il disegno urbanistico della piazza porta la firma dell’architetto londinese Thomas Cubitt, che intorno al 1830 sviluppò l’area grazie a un sistema di concessione fondiaria promosso dalla potente famiglia Grosvenor, tra i maggiori proprietari terrieri della capitale. L’accordo fu sottoscritto con Richard Grosvenor, secondo marchese di Westminster, che durante i suoi viaggi del Grand Tour visitò anche l’Italia.
Il progetto iniziale prevedeva la realizzazione di quattro “giardini quadrati” destinati alla gestione da parte di un comitato di residenti. In origine, nei circa quattro acri dell’area, venivano coltivati ortaggi e frutta con raccolti multipli durante l’anno; i prodotti erano trasportati in cesti intrecciati con rami di salice, favoriti dai terreni alluvionali del Tamigi, particolarmente fertili.
Dopo gli anni Cinquanta del Novecento, una società immobiliare propose di trasformare il giardino in un parcheggio a pagamento. Il progetto fu però bloccato dall’opposizione dei residenti, riuniti in comitato, che ne difesero il valore storico e ambientale. Nel 1981 la direzione fu affidata al giardiniere, fotografo e artista Roger Phillips (spesso citato come Roger Howard Phillips), il quale avviò un’opera di recupero rispettosa dell’impianto originario di Cubitt. Pur mantenendo la struttura del 1830, Phillips introdusse nuovi percorsi, aiuole e varietà botaniche capaci di garantire fioriture e profumi durante tutto l’anno, restituendo vitalità a un’area che egli stesso definì, in passato, un “deserto urbano”.
Ancora oggi l’accesso all’Eccleston Square Garden è gratuito per i residenti, mentre per i visitatori esterni è possibile l’ingresso su richiesta e previo pagamento di un biglietto.
I parchi londinesi, in particolare Hyde Park, esercitarono un’influenza significativa sulla nascita dei grandi parchi urbani americani. L’idea di un vasto spazio verde nel cuore di New York fu sostenuta già nel 1844 dall’orticoltore e teorico del paesaggio Andrew Jackson Downing. Il progetto si concretizzò nella seconda metà dell’Ottocento con la realizzazione del Central Park, su disegno degli architetti paesaggisti Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux.
Villa Vizcaya a Miami e il Parco delle Belle Arti di San Francisco
Restando negli Stati Uniti, merita attenzione il parco-giardino di Vizcaya Museum and Gardens a Miami, realizzato negli anni Dieci del Novecento nell’ambito del movimento della “American Renaissance”. Il progetto paesaggistico fu affidato al colombiano Diego Suarez, che si ispirò dichiaratamente ai giardini rinascimentali italiani, con richiami alla teatralità barocca: terrazze scenografiche, statue, fontane e un attento dialogo tra architettura e paesaggio marino.
La villa e i giardini appartenevano all’industriale statunitense James Deering. Insieme al suo compagno, designer e consulente artistico, Paul Chalfin, Deering viaggiò a lungo in Europa, in particolare in Italia, dove acquisì una significativa collezione di opere e arredi antichi oggi esposti nella dimora, divenuta museo. Vizcaya rappresenta così una raffinata reinterpretazione americana del classicismo europeo, filtrata attraverso il gusto eclettico di inizio Novecento.
Di grande suggestione è anche il Palace of Fine Arts nel Marina District di San Francisco. Il complesso fu costruito nel 1915 in occasione della Panama-Pacific International Exposition, esposizione universale che celebrava l’apertura del Canale di Panama e la rinascita della città dopo il terremoto del 1906. Il progetto fu affidato all’architetto Bernard Maybeck, che concepì un’architettura monumentale ispirata all’antichità classica, immersa in un paesaggio romantico.
L’edificio, ricostruito tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento in forma permanente, è circondato da una laguna artificiale e da un ampio colonnato che evoca suggestioni dell’antica Roma e della Grecia. Tra i modelli iconografici che influenzarono Maybeck si cita il cosiddetto Tempio di Minerva Medica a Roma, ma anche l’immaginario simbolista europeo, vicino alle atmosfere oniriche de L’isola dei morti di Arnold Bocklin.
Seconda parte
Raffaele de Vico l’architetto abruzzese del paesaggio
Nella progettazione di parchi e giardini, antichi o moderni, il ruolo dell’architetto paesaggista è determinante. Se l’Ars Topiaria romana rappresentava già una forma compiuta di “arte del verde”, come testimoniano gli affreschi della Villa di Livia con le loro siepi potate, statue e pergolati, è nel Novecento che il giardino pubblico assume una dimensione urbanistica e civile pienamente consapevole.
In questo ambito, l’abruzzese Raffaele de Vico (Penne, 1881 – Roma, 1969) è considerato una delle figure centrali dell’architettura del paesaggio italiana. A lui si devono interventi decisivi in alcuni tra i più significativi spazi verdi della capitale: aree di Villa Borghese, la sistemazione a verde della zona dei Fori Imperiali, il Parco di Colle Oppio, il Giardino Caffarelli dei Musei Capitolini, oltre a interventi nell’area dell’EUR e in altri snodi urbani strategici di Roma. Il suo contributo non fu episodico, ma strutturale: un progetto coerente di integrazione tra memoria storica, assetto monumentale e verde pubblico.
Figura schiva ma determinata, de Vico studiò con rigore la tradizione architettonica romana, maturando affinità ideali con il pensiero di John Ruskin, per il quale arte, natura ed etica civile sono profondamente interconnesse. Da questa impostazione derivò una concezione del paesaggio come equilibrio tra conservazione e interpretazione: non imitazione del passato, ma dialogo consapevole con esso.
La sua idea di “armonia originaria” si fondava sullo studio degli antichi – dalle descrizioni degli horti romani fino al modello rinascimentale del giardino “all’italiana” – e sull’osservazione diretta delle specie vegetali raffigurate nelle fonti artistiche e letterarie. Il recupero della tradizione diventava così metodo progettuale, capace di coniugare stratificazione storica e funzionalità moderna.
Anche la vicenda del parco-giardino abruzzese che introduce l’ultimo tratto di questo percorso si inserisce in questa logica di tutela e valorizzazione. Proprio de Vico, infatti, progettò il giardino della residenza di campagna del barone Giacomo Acerbo a Loreto Aprutino, noto collezionista delle ceramiche di Castelli oggi conservate nel Museo Acerbo delle Ceramiche di Castelli.
Il Parco Lauternum a Loreto Aprutino
Loreto Aprutino è una cittadina che coniuga arte, storia e tradizioni. È il paese del Museo Acerbo delle Ceramiche di Castelli, che ospita la collezione più ampia al mondo di ceramiche di Castelli; del Museo dell’Olio; e del ciclo di affreschi trecenteschi nella chiesa di Santa Maria in Piano, che custodisce la rara raffigurazione del “Ponte del Capello”. Non mancano le tradizioni popolari, come la suggestiva festa dedicata a San Zopito (1).
Tra queste colline emerge una storia di recupero e valorizzazione: il vecchio parco-giardino Parco Lauternum, un’area abbandonata e degradata che oggi si presenta come un piccolo gioiello del paesaggio locale. Nonostante la sua discreta fama, è citato tra i giardini più belli d’Italia nella guida online Parco più bello, patrocinata dal Ministero dei Beni Culturali. All’ingresso mi attende Alberto Colazilli, paesaggista e giardiniere, guida appassionata del luogo.
Il parco leretese prese forma tra Ottocento e primi del Novecento per volontà di alcune famiglie aristocratiche locali, tra cui i Valentini e i Corsi, che si susseguirono nella proprietà. In origine, l’area era più estesa: un bosco di cedri e cipressi, un ponticello che attraversava un piccolo corso d’acqua di sorgente e conduceva a un grande orto completavano il paesaggio. Alberto ricorda con nostalgia le sue passeggiate da bambino:
Rimanevo incantato ad ammirare l’incredibile viale di quella casa, fiancheggiato da cipressi secolari, dove i ligustri, gli allori e i bossi si erano talmente intrecciati nel corso dei decenni da creare una straordinaria galleria verde che sembrava uscita da una favola. Quando nell’estate del 1999 varcai il cancello del viale ed entrai in quel regno inesplorato, per me fu come entrare in un sogno.
Nell’estate del 1999, Alberto Colazilli intraprese una lunga e appassionata avventura di recupero, non senza ostacoli e complicazioni burocratiche. Con dedizione e professionalità, riuscì a riportare la Villa Corsi e il parco-giardino abbandonato al loro antico splendore, trasformandoli in uno spazio fruibile e vivo per la comunità.
Sono stati anni di duro lavoro, tra estati roventi e inverni rigidi e nevosi, il clima da queste parti non è quello della costiera Amalfitana o quello della Costa Ligure.
Il gelo e le abbondanti nevicate causarono danni irreparabili al bosco di mimose e il crollo di alcuni olmi e altre piante, ma la pazienza e la cura costante hanno permesso di recuperare la bellezza originaria. Entrare oggi nel Parco Lauternum significa varcare la soglia di un’altra dimensione: un’oasi di tranquillità immersa nel verde, popolata da circa trecento specie di piante, tra fiori, boschi, siepi, piccoli palmeti e altre essenze mediterranee.
Il lungo viale di alberi secolari conduce a un giardino ammantato di fascino e mistero: labirinti, archetti, gallerie verdi, statue, stagni e fontane. Come in un museo vivente, il parco accoglie il visitatore con “saloni-giardino” che mutano con la luce e le stagioni, guidati da sapienti potature e fioriture. Ci sono il giardino delle farfalle e quello delle rose, il giardino delle palme e il giardino acquatico, fino al giardino delle Yucche e ai Buxus sempervirens.
Il vecchio sambuco coricato è diventato simbolo del parco: abbattuto dalla neve, ha miracolosamente ripreso vita. Il tronco caduto non fu rimosso e nuovi germogli sono spuntati, testimoniando la resilienza del verde. Più di dieci anni di lavoro hanno restituito al parco la sua antica armonia.
Parchi e giardini, come il Lauternun – un tempo Parco dei Ligustri – sono spazi in cui ritemprare mente e spirito, tra luci, profumi e colori. Templi della natura dove ritrovare un legame ancestrale con la Madre Terra, oggi prezioso rifugio dalla frenesia del mondo contemporaneo.
Nel prossimo articolo, il viaggio dalle colline di Loreto Aprutino ci condurrà tra le dune di San Salvo Marina, sulla pittoresca Costa dei Trabocchi. Qui scopriremo la storia di un’altra area abbandonata, ma sapientemente trasformata grazie alla passione di un custode appassionato nel Giardino Botanico Mediterraneo, il più grande giardino botanico dunale d’Abruzzo e l’unico lungo l’intera costa adriatica.
Dedico questo articolo all’amico Wayne Hatford
Copyright ‐ Riproduzione riservata ‐ derocco.leo@gmail.com – Leo Domenico De Rocco ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica
Galleria fotografica relativa alla prima parte


Ricostruzione ipotetica dei Giardini pensili di Babilonia – a destra: Giardino dell’Eden, Lucas Cranach il Vecchio, 1520, Kunsthistorisches Museum Vienna

La Madonna del Roseto (esempio di “hortus conclusus”), Stefano da Verona, 1420c, Museo di Castelvecchio, Verona





Il Giardino dell’Eden, ciclo di affreschi nella chiesa di Santa Maria in Piano a Loreto Aprutino – Foto Leo De Rocco


Gli angeli di Saturnino Gatti, dettagli del ciclo di affreschi nella chiesa di San Panfilo in Tornimparte – Foto Leo De Rocco








Pittura da giardino dalla Villa di Livia, arte augustea, I sec.d.C. – Palazzo Massimo Roma – Foto Leo De Rocco


Dettaglio degli affreschi della Casa del bracciale d’oro di Pompei – a destra: Flora, affresco proveniente da Villa Arianna – Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Foto Leo De Rocco

Roma, Giardini Vaticani – Foto Leo De Rocco




Giardini di Castel Gandolfo, residenza estiva dei papi – Foto Leo De Rocco






Giardini di Villa Boncompagni-Ludovisi, Roma – Foto Leo De Rocco – Gli affreschi nel Casino della villa sono del Guercino (l’Aurora e la Fama) e di Caravaggio (Giove, Nettuno e Plutone. Pittura a muro)

Parco giardino del Palazzo dei Normanni a Palermo – Foto Leo De Rocco


Napoli, parco giardino di Capodimonte – a destra: Venezia, giardini di Palazzo Venier dei Leoni – Foto Leo De Rocco

”Interni del piccolo eremo. Il giardino d’inverno” acquerello ottocentesco, Edoardo Hau, 1865 – Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo





Chiostro dell’abbazia di San Giovanni in Venere, Fossacesia – Foto Leo De Rocco



Chiostro del Monastero di San Francesco, Celano – Foto Leo De Rocco




Chiostro e vigneto dell’Abbazia di San Clemente a Casauria – Foto Leo De Rocco



Chiostro del Duomo di Monreale – Foto Leo De Rocco







Vasto – Giardini barocchi del Palazzo d’Avalos – Foto Leo De Rocco



Giardini del lungomare di Reggio Calabria – Foto Leo De Rocco


Istanbul, giardini del Palazzo Topkapi, residenza dei sultani ottomani – Foto Leo De Rocco – Nel dettaglio: decorazioni di fiori dipinti su maioliche, tra essi i tulipani, fiore simbolo dell’Olanda, in realtà importati per la prima volta dalla Turchia nella seconda metà del Cinquecento.





Avezzano, il Casino di Caccia del principe Torlonia – Foto Leo De Rocco


La volta decorata con 8 spicchi di cielo con foglie rampicanti di vite e uccelli (a sx) – Foto Marica Massaro – A dx, volta decorata con vite rampicante in un salone del Palazzo Topkapi a Istanbul – Foto Leo De Rocco












Avezzano – Villa Torlonia, il parco e la Ghiacciaia del Principe – Foto Leo De Rocco


Avezzano – Villa Torlonia – Opera bifacciale in cemento armato dell’artista avezzanese Pasquale Di Fabio, seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso. L’opera funge da architrave dell’attuale Palazzo Torlonia, sede dell’Archivio di Stato di Avezzano – Foto Leo De Rocco












Chieti – Villa Comunale, Monumento ai Caduti della Grande Guerra, Palazzo Frigerij, sede del Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo – Foto e video Leo De Rocco






San Salvo, Giardino Botanico Mediterraneo ‐ Foto Leo De Rocco





Giardini del Vittoriale, Gardone Riviera – Foto Leo De Rocco












Londra, il giardino di Eccleston Square – Foto Leo De Rocco

Inghilterra, Richmond Park – Foto Leo De Rocco

Londra, Hyde Park – Foto Leo De Rocco



















Miami – Villa Vizcaya – Foto Leo De Rocco






San Francisco – Palace of Fine Arts – Foto Leo De Rocco









New York, Central Park – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni – nel parco sono installate alcune opere, come “Alice in Wonderland”, gruppo scultoreo di Jose de Creeft, 1959
Galleria fotografica relativa alla seconda parte

Raffaele de Vico ‐ Foto Archivio personale di Raffaele de Vico Roma


Villa Acerbo, Caprara frazione di Spoltore, giardini di Raffaele de Vico – Foto Leo De Rocco

Loreto Aprutino – Foto Leo De Rocco









Loreto Aprutino – Parco paesaggistico Lauternum – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
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Copyright – Riproduzione riservata – derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici – Pictures, it is forbidden to use any part of this article without specific authorisation – Note: 1) Brano tratto da “Il Giardino Segreto”, 1910, di Frances Hodgson Burnett – 2)Su Loreto Aprutino in questo blog: “Le ceramiche di Castelli il Museo Acerbo” e “Gli affreschi di Santa Maria in Piano e il Museo dell’Olio” – Fonti: “Raffaele Vico, I giardini e le architetture romane dal 1908 al 1962”, Ulrike Gawlik, Casa Editrice Leo S.Olschkj 2017; “Il Parco Torlonia, una storia nel verde” Gabriele Altobelli, Carsa Editore, 2003 – Ecclestone Square Garden sito ufficiale – Ringrazio per la collaborazione Gabriele Altobelli, scultore e scrittore e Wayne Hatford, scrittore e professore di storia dell’arte a San Francisco.
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Molto bello e coinvolgente, si può visitare?
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Bellissimo articolo
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Grazie!!
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