For the english version, please refer to the end of this page – In copertina: Pacentro, Corsa degli Zingari edizione 565, foto Abruzzo storie e passioni

Pacentro – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Laudamus veteres, sed nostri utemur annis – Elogiamo i tempi antichi, ma sappiamoci muovere nei nostri – Ovidio
Viaggio a Pacentro
Pacentro è uno dei borghi più suggestivi dell’Abruzzo interno. Arroccato sulle pendici del monte Morrone, alle porte del Parco Nazionale della Maiella, si presenta al visitatore con un profilo inconfondibile: le alte torri medievali del castello. Compaiono all’improvviso, tra i tornanti della strada panoramica che scende dai mille metri di Campo di Giove. È una visione che sorprende e che sembra sospendere il tempo.
Siamo nel cuore della Valle Peligna, una terra generosa di storia, arte e paesaggi, ma anche custode di tradizioni popolari che affondano le radici nei secoli. Tra queste spicca una delle più singolari e spettacolari dell’Abruzzo: la Corsa degli Zingari.
È proprio la curiosità per questa antica corsa, che vede i partecipanti scendere a piedi nudi dalla cima di un monte fino al centro del paese, a portarmi qui, a Pacentro. Voglio assistere da vicino a ogni fase di questo rito, comprenderne il significato e respirarne l’atmosfera. Non si tratta semplicemente di una gara, ma è una tradizione profondamente sentita dalla comunità, un intreccio di fede, devozione e identità collettiva che ogni anno si rinnova.
Riesco a ottenere un pass stampa quasi all’ultimo momento grazie alla disponibilità di Floriana, responsabile dello staff organizzativo. Un gesto di cortesia che mi ricorda quanto il celebre motto abruzzesi forti e gentili trovi ancora piena conferma nei piccoli centri dell’entroterra.
Pacentro, nella memoria popolare contemporanea, è spesso associato anche a un nome celebre: quello della cantante Madonna. Qui infatti si trova la casa dei suoi nonni, i Ciccone. All’ingresso del centro storico un abitante del paese me la indica con orgoglio e ricorda quando, nel settembre del 1987, la pop star italo-americana incontrò a Torino alcuni parenti arrivati proprio da Pacentro per assistere al suo concerto. Un piccolo episodio che lega questo borgo appenninico a una delle figure più iconiche della musica mondiale.
Nel settembre di quel lontano 1987 il paese della Corsa degli Zingari finì per qualche giorno sulle pagine dei giornali e nei servizi delle televisioni di mezzo mondo. Una curiosa coincidenza vuole che proprio in quello stesso anno la celebre corsa venisse ufficialmente regolamentata: si stabilì il giorno della manifestazione, il pomeriggio della prima domenica di settembre.
Ridurre Pacentro al semplice legame con la famiglia di Madonna sarebbe però limitante. Le sue torri medievali, visibili da lontano, dominano da secoli la Valle Peligna e raccontano una storia ben più antica. Il borgo, considerato tra i più belli d’Abruzzo, offre scorci di rara suggestione, dominati dall’imponente Castello Cantelmo-Caldora, fortezza che richiama alla memoria celebri condottieri.
Tra questi spicca Jacopo Caldora (1369-1439), nato a Castel del Giudice e protagonista di molte vicende belliche dell’Italia quattrocentesca. Figura carismatica, fu ritratto persino da Leonardo da Vinci e sposò una delle donne più affascinanti del suo tempo, Covella, contessa di Celano, nobildonna colta e influente della Contea dei Marsi. Caldora non fu soltanto uomo d’armi: amava la poesia, coltivava interessi umanistici e, secondo le cronache, preferiva essere chiamato semplicemente per nome (1), senza titoli altisonanti. È suggestivo immaginare che, in epoche lontane, proprio durante la Corsa degli Zingari i signori del luogo – o gli ufficiali della corte– potessero osservare i giovani più forti e temerari del paese, scegliendo tra loro i più valorosi da arruolare nelle proprie milizie o da destinare alla guardia del castello.
Oltre alla fortezza, il fascino di Pacentro si scopre passeggiando tra i vicoli del centro medievale, ben conservati e impreziositi da piante e fiori. Tra archi in pietra e scorci panoramici compaiono eleganti palazzi nobiliari, chiese e piazze che si aprono all’improvviso sul paesaggio della valle.
Anche i dintorni del borgo meritano attenzione. A pochi chilometri si trova Sulmona, la città di Ovidio, celebre per i confetti, per l’antica tradizione orafa abruzzese e per riti popolari tramandati nei secoli. Il più spettacolare è la Madonna che Scappa, si celebra la mattina di Pasqua in Piazza Garibaldi. Al termine della messa, i portatori della Confraternita di Santa Maria di Loreto sollevano la statua della Vergine e, correndo tra la folla di fedeli e turisti, la conducono incontro al Cristo risorto.
Un’altra corsa, dunque, anch’essa carica di significato religioso. Ma, nonostante la suggestiva somiglianza, non esiste un legame storico diretto con la Corsa degli Zingari di Pacentro. Il rito sulmonese sembra infatti risalire al Seicento, durante l’occupazione spagnola del Regno di Napoli. Non a caso tradizioni simili si ritrovano ancora oggi in alcune celebrazioni della Spagna andalusa.
In una Valle Peligna così ricca di arte, storia e tradizioni secolari, anche l’atto della corsa assume un significato che va ben oltre il semplice gesto atletico. I ragazzi di Pacentro, correndo a piedi nudi lungo il percorso che scende dal monte fino al paese, non cercano soltanto la vittoria: il loro obiettivo è raggiungere la chiesa della Madonna di Loreto e baciare l’altare, compiendo un gesto di devozione che è insieme preghiera, promessa e ringraziamento. La corsa diventa così un rito, carico di simboli e di memoria collettiva.
In questo senso il gesto richiama, per certi aspetti, l’antico mondo greco. Nei Giochi Olimpici dell’antichità, la corsa, prima e più nobile delle discipline, rappresentava non solo forza fisica, ma anche virtù morale. Il vincitore non celebrava se stesso, bensì l’intera polis, la comunità a cui apparteneva.
Qualcosa di simile avviene anche a Pacentro. La Corsa degli Zingari non è una gara sportiva nel senso moderno del termine, ma piuttosto un momento di forte partecipazione collettiva. Un rito che ogni anno rinnova il legame tra il paese, la sua storia e la fede dei suoi abitanti, trasformando la corsa in un potente simbolo di identità e appartenenza.
Da oltre cinquecento anni
La Corsa degli Zingari si svolge a Pacentro da oltre cinque secoli. Quella del 2015 è stata la 565ª edizione, segno di una tradizione straordinariamente longeva e profondamente radicata nella vita del paese. Ma chi sono, in realtà, gli “zingari” di Pacentro?
Il termine, qui, non ha nulla a che vedere con il significato comunemente attribuito alla parola. Nel dialetto locale “zingaro” indica semplicemente colui che corre scalzo. I protagonisti della corsa sono infatti giovani del paese che affrontano una prova impegnativa e non priva di rischi: correre a piedi nudi lungo un percorso accidentato che non ha nulla di una comoda strada asfaltata.
La gara prende avvio dalla cima di una montagna che si erge di fronte al borgo. I partecipanti la raggiungono e la risalgono sempre scalzi, per poi lanciarsi in una discesa vertiginosa verso il paese, correndo alla massima velocità fino al traguardo: la chiesa della Madonna di Loreto, luogo di profonda devozione per la comunità pacentrana.
Il culto di questa Madonna è legato a una tradizione religiosa molto sentita. Secondo il racconto popolare, durante il miracoloso viaggio della Santa Casa da Nazareth a Loreto, la Vergine avrebbe sostato proprio in questi luoghi. La sosta sarebbe avvenuta sul Colle Ardinghi, la montagna che domina Pacentro, dove ancora oggi si erge una grande roccia conosciuta come Pietra Spaccata. Non a caso è proprio da qui che, da secoli, prende il via la Corsa degli Zingari. Alla Madonna di Loreto i fedeli attribuiscono anche un potere speciale: quello di guarire le ferite, un significato che rende ancora più simbolico il gesto di chi affronta la discesa scalzo tra pietre e sentieri.
Qualche ora prima della corsa principale si svolge anche la Corsa degli Zingarelli, una gara allegra e partecipata dedicata ai bambini del paese. Il percorso è breve e si snoda nei pressi della chiesa della Madonna di Loreto, ma lo spirito è lo stesso: prendere parte a una tradizione che appartiene a tutti, perché la Corsa degli Zingari non è soltanto una prova di resistenza: è un evento che coinvolge l’intera comunità. Lo si percepisce anche nei piccoli gesti quotidiani. «La fai la corsa?» chiede un bambino a un amico davanti alla facciata in pietra bianca della Maiella della chiesa di Santa Maria Maggiore, nella centrale Piazza del Popolo. Una domanda semplice, quasi rituale, che racconta meglio di molte parole quanto questa tradizione continui a vivere nel cuore dei pacentrani.
Nel pomeriggio della prima domenica di settembre i giovani di Pacentro, nelle vesti degli “zingari”, termine che, come abbiamo visto, nel dialetto locale significa semplicemente corridori scalzi, iniziano la lenta salita lungo un sentiero nascosto che si inoltra nel fitto bosco e conduce sulla cima della montagna, verso la Pietra Spaccata, il luogo da cui prenderà avvio la corsa.
Le difficoltà della prova sono evidenti fin da questa prima fase. Per raggiungere il punto di partenza i ragazzi camminano a piedi nudi su un terreno irregolare, disseminato di pietre affilate che segnano già la pelle con le prime abrasioni. È l’inizio di un percorso che richiede resistenza, determinazione e una buona dose di coraggio.
Intanto, nella valle, il rintocco delle campane della chiesetta della Madonna di Loreto si diffonde nell’aria limpida della Valle Peligna: è il segnale che l’antico rito sta per compiersi ancora una volta. La tensione cresce tra i partecipanti, mentre nel paese abitanti e turisti si dispongono lungo il tracciato della corsa, in attesa dell’arrivo dei corridori.
Dopo alcuni minuti i giovani raggiungono la vetta. Il punto di partenza è segnato da una roccia dipinta con il tricolore, da cui lo sguardo si apre verso la valle e verso il piccolo santuario che rappresenta il traguardo. Qui la tensione emotiva è palpabile. I partecipanti, per lo più ragazzi tra i 14 e i 25 anni, anche se non mancano corridori più maturi, restano in silenzio, concentrati, con gli occhi fissi verso il paese. Sanno che tra poco dovranno affrontare una discesa vertiginosa, mettendo alla prova forza, resistenza e sangue freddo. Intanto alcuni fuochi d’artificio lasciano salire una nube di fumo che per qualche istante avvolge Colle Ardinghi, creando un’atmosfera di attesa.
Poi, all’improvviso, il silenzio si rompe. Dalla chiesa della Madonna di Loreto, lontana ma perfettamente visibile, giunge il rintocco rapido delle campane. È il segnale atteso: la 565ª Corsa degli Zingari può finalmente cominciare.
Allo scoccare del segnale i giovani si lanciano lungo la ripida discesa che scende dalla montagna verso la valle. Sono circa trecento metri di terreno scosceso e insidioso, affrontati a piedi nudi con una velocità sorprendente. Vederli correre giù per il pendio è uno spettacolo impressionante: la pendenza è notevole e il fondo irregolare, ma i ragazzi sembrano sfidare ogni ostacolo con determinazione e coraggio.
Terminata la discesa, gli “zingari” attraversano rapidamente un pianoro attraversato dal torrente Vella, per poi affrontare un’ultima breve salita. Da qui la corsa entra nel paese: tra due ali di folla che incitano e applaudono, i corridori percorrono la via principale fino al traguardo, posto davanti alla chiesa della Madonna di Loreto.
È in quel momento che appare il vincitore. È un ragazzo di vent’anni, Alessio Marcaurelio, che conquista la sua quinta vittoria consecutiva, stabilendo un record straordinario. Poco alla volta arrivano anche gli altri partecipanti, stremati ma felici. Molti hanno i piedi segnati da tagli e abrasioni, qualcuno sanguina, ma nei loro volti si legge soprattutto l’emozione di aver portato a termine la prova.
La corsa è il culmine di mesi di preparazione. Per affrontarla, infatti, i giovani si allenano a lungo, cercando di rafforzare resistenza e capacità di affrontare un percorso tanto impegnativo. All’arrivo tutti i corridori vengono subito assistiti da uno staff medico, pronto a medicare le ferite e a prestare le prime cure. Intanto il vincitore viene sollevato sulle spalle dagli amici e portato in trionfo per le vie del paese. La festa proseguirà fino a tarda notte. Il corteo festoso accompagna Alessio fino alla sua casa, dove parenti e amici hanno preparato un ricco banchetto offerto a tutti: paesani, curiosi e turisti.
È un momento di condivisione autentica, un gesto semplice ma profondamente simbolico. In questo angolo d’Abruzzo, dove il senso di comunità è ancora forte, l’ospitalità diventa quasi un rito collettivo: un’antica tradizione di sacralità laica che, tra devozione e festa, continua a raccontare lo spirito forte e gentile di questa terra.
Le famiglie di Pacentro sono profondamente legate alla Corsa degli Zingari, una tradizione che attraversa i secoli e vive nei racconti tramandati dagli anziani alle nuove generazioni. Ogni famiglia, in fondo, sogna di vedere almeno una volta un proprio figlio tra i protagonisti della storica corsa, perché la vittoria non appartiene solo al corridore ma diventa motivo di orgoglio per l’intero nucleo familiare.
Il premio destinato al vincitore è “lu bbalie”, il palio. Oggi appare come un drappo simbolico, mostrato come un vessillo, ma in passato aveva un valore molto più concreto. Era infatti un tessuto pregiato, simile a quelli che si trovavano nei guardaroba dei nobili e dei cavalieri. Il vincitore lo consegnava alla sarta del paese per farsene confezionare un abito nuovo, un premio prezioso in un’epoca in cui molti partecipanti alla corsa erano giovani del popolo: contadini, artigiani, falegnami o maniscalchi.
In quel gesto si intrecciavano prestigio e aspirazioni sociali. La forza e la prestanza dimostrate durante la corsa trovavano così una forma visibile di riconoscimento. Non di rado, racconta la tradizione, la ragazza più bella del paese sceglieva il vincitore, o veniva scelta da lui, e da quell’incontro poteva nascere persino un matrimonio.
Oggi naturalmente i tempi sono cambiati. Al tradizionale palio di stoffa si affianca anche un premio in denaro, e le ragazze del paese inseguono il vincitore soprattutto per un selfie da condividere sui social. Eppure, nonostante il passare dei secoli, la Corsa degli Zingari continua a rinnovare il legame profondo degli abruzzesi con le proprie radici. Un rito che unisce generazioni diverse e che, anno dopo anno, riesce ancora a regalare emozioni autentiche.
Seconda parte: dintorni di Pacentro, tra storia, arte e natura
Il territorio che circonda Pacentro è un autentico scrigno di paesaggi, memorie storiche e testimonianze spirituali. Dominato dal massiccio del Morrone, questo scenario naturale richiama immediatamente la figura di Pietro Angelerio, l’eremita che amò profondamente queste montagne e che proprio da qui prese il nome di Pietro da Morrone. Nel 1294 sarebbe stato eletto papa con il nome di Celestino V, passato alla storia anche per il celebre “gran rifiuto” ricordato da Dante nella Divina Commedia.
Il Morrone è un gruppo montuoso imponente, formato da cime come Le Mucchia, Mileto, Rotondo, Corvo e Monte della Grotta, fino alla vetta principale, il Morrone appunto, che raggiunge i 2061 metri di altitudine. I suoi versanti sono ricoperti da fitte faggete e da cespugli di pino mugo, mentre tra la fauna che popola queste montagne non è raro trovare specie di grande interesse naturalistico: dal gufo reale all’aquila, dal falco al lupo appenninico, fino al rarissimo orso marsicano e alla vipera dell’Orsini.
Poco prima di arrivare a Pacentro, provenendo da Sulmona, lo sguardo incontra un altro luogo carico di storia: l’imponente Abbazia di Santo Spirito al Morrone, conosciuta anche come Badia Morronese. Si tratta di uno dei complessi monastici più grandi d’Italia e per secoli fu il centro più importante della Congregazione dei Celestini, l’ordine fondato proprio da Celestino V.
Non sorprende, dunque, che Pacentro rappresenti una delle tappe del suggestivo Cammino di Celestino, un itinerario di trekking di circa sei giorni che attraversa alcuni dei luoghi più affascinanti della Maiella. Il percorso ripercorre idealmente le orme dell’eremita del Morrone, toccando borghi medievali, abbazie ed eremi immersi nel paesaggio selvaggio del Parco Nazionale della Maiella.
Il primo rifugio spirituale di Pietro da Morrone fu una semplice grotta solitaria, che nel tempo venne ampliata fino a diventare il suggestivo eremo di Sant’Onofrio al Morrone. Ancora oggi questo luogo rimane arroccato sulla montagna, raggiungibile soltanto a piedi attraverso un sentiero panoramico.
Fu proprio lungo questo percorso che, nel 1294, salì il re Carlo II d’Angiò, accompagnato dal figlio Carlo Martello, dalla guardia reale e da un seguito di cortigiani. Il sovrano del Regno di Napoli aveva bisogno della benedizione papale per consolidare gli accordi politici con gli Aragonesi, allora padroni della Sicilia. Per questo motivo si recò personalmente all’eremo per incontrare l’umile asceta che, con grande sorpresa dello stesso Pietro, era stato appena eletto al soglio pontificio.
Da quel luogo appartato tra le rocce del Morrone, l’eremita venne quindi accompagnato fino a L’Aquila, dove nella basilica di Collemaggio lo attendeva la solenne cerimonia di incoronazione che lo avrebbe consacrato come papa Celestino
Dopo pochi mesi dalla sua incoronazione, papa Celestino V pronunciò il celebre “gran rifiuto”, rinunciando al soglio pontificio per tornare alla vita semplice e contemplativa degli eremi della Majella. La sua scelta durò però poco: il successore, Bonifacio VIII, lo fece rinchiudere in un castello di proprietà vicino a Frosinone, dove Pietro da Morrone morì nel 1296.
Non lontano da Pacentro si estende un’area di grande interesse archeologico, che potrebbe custodire i resti della villa di Ovidio Publio Nasone, il celebre poeta romano nato nel 43 a.C. a Sulmona. In quest’area sorgeva anche un tempio romano dedicato a Ercole Curino, dove nel corso degli scavi fu rinvenuta una preziosa statua in bronzo argentato del III secolo a.C. raffigurante Ercole barbuto, probabilmente ispirata all’originale dello scultore greco Lisippo, maestro prediletto di Alessandro Magno. L’opera è oggi conservata nel Museo Archeologico Nazionale Villa Frigerj di Chieti.
Restando nella Valle Peligna, a breve distanza da Pacentro si trova Corfinio, antica capitale degli Italici, dove fu coniata la prima moneta in cui comparve la parola “Italia”. La moneta è oggi esposta nel locale Museo Archeologico, testimonianza concreta di un passato che affonda le radici nella storia più antica della penisola. Per chi desidera approfondire, questo blog offre articoli dedicati a Corfinio e agli altri luoghi citati, linkati al termine dell’articolo.
A valle di Pacentro si estende la storica Sulmona, mentre a monte merita una visita Campo di Giove, all’interno del Parco Nazionale della Maiella. Questo borgo è base ideale per escursioni tra sentieri immersi in boschi fitti, e per esplorare aree naturalistiche come il Parco degli Alpini e il lago Tescino. Da non perdere la chiesa di Sant’Eustachio, in pietra bianca della Maiella e stile lombardo, circondata dal Parco della Rimembranza, dedicato ai cittadini caduti durante la Prima guerra mondiale.
Campo di Giove porta anche il segno della memoria più recente: insignita della Medaglia d’Argento al Merito Civile per le violenze subite durante la Seconda guerra mondiale, la chiesa di Sant’Eustachio custodiva fino al 1902 un pregevole teca-reliquiario composta dalla statua del Santo e da 16 tavole dipinte dal “Maestro di Campo di Giove” del Quattrocento. L’opera fu rubata, ma grazie al lavoro del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico e di storici dell’arte come Federico Zeri, 13 delle tavole sono state recuperate nel corso dei decenni da collezioni private e aste internazionali.
Tra le torri medievali di Pacentro, le vette selvagge del Morrone, gli eremi di Pietro da Morrone e le antiche rovine romane, emerge un Abruzzo che parla di storia, fede e tradizione, ma anche di natura incontaminata e storie di vita quotidiana. Qui, ogni pietra, ogni vicolo, ogni evento, dalla Corsa degli Zingari alle reliquie dei santi, dai borghi nascosti ai panorami mozzafiato, racconta un legame profondo tra la comunità e la propria terra.
Copyright – Riproduzione riservata – derocco.leo@gmail.com – Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica


Pacentro, chiesa della Madonna di Loreto, traguardo della Corsa degli Zingari, in alto a sinistra il punto di partenza, detto il “Colle Ardinghi; a destra: “Trasporto della Santa Casa di Loreto”, 1510, del pittore abruzzese Saturnino Gatti al Metropolitan Museum New York – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Pacentro, settembre 2015, gli “Zingari” in fila indiana scalano il Colle Ardinghi – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
























Pacentro – Settembre 2015, Corsa degli Zingari, dalla salita al Colle Ardinghi alla festa al termine della Corsa – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


La strada tra Campo di Giove e Pacentro – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

La cantante Madonna durante un concerto ad Amsterdam – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni








Pacentro – Castello Cantelmo-Caldora – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni




















Pacentro – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Pacentro e dintorni – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Monte Morrone – Area archeologica della Villa di Ovidio e del santuario di Ercole Curino – Foto Leo De Rocco

Monte Morrone – Area archeologica della Villa di Ovidio e del santuario di Ercole Curino, in alo Eremo di Celestino V, Sant’Onofrio al Morrone – Foto Leo De Rocco






Chieti – Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo – statua di Ercole Curino, bronzo argentato III sec.a.C. Ritrovata nell’area archeologica del Monte Morrone – Foto Leo De Rocco




















Sulmona – Statua di Ovidio in piazza XX Settembre – Palazzo e chiesa della S.S.Annunziata – Confetti Pelino – Cattedrale di San Panfilo – Piazza Garibaldi – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Il massiccio del Morrone visto dal versante di Caramanico ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni









Campo di Giove – Chiesa di Sant’Eustachio – tavole quattrocentesche con episodi della vita del Santo, opera del Maestro di Campo di Giove – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
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English Version
The Race of the Zingari
Laudamus veteres, sed nostri utemur anni. (We praise the ancient times, but we know how to move in our own). Ovidio
In Abruzzo, natural beauty often lives in symbiosis with history and traditions. Pacentro is a picturesque village at the foot of Mount Morrone, in the Majella National Park. Pacentro, which is considered as one of the most beautiful villages in Italy, is located in an area that is rich in history and art.
Pacentro, ph Leo De Rocco
On a hill of Mount Morrone there are the remains of the villa of one of the most famous poets of the Roman Empire, Ovid of Abruzzo, who was born in the nearby town of Sulmona in 43 B.C. The villa of Ovid is also home to the Roman temple dedicated to Hercules Quirinus, the place where a wonderful statue of Hercules was found, considered by some scholars to be inspired by the original artwork of Lysippos.
The latter was one of the greatest teachers of Greek sculpture and the favourite sculptor of Alexander the Great. The bronze statue of Hercules Quirinus has recently been exposed in Florence, together with other important artworks from renowned international museums on the occasion of the beautiful exhibition “Power and Pathos, bronzes of the Hellenistic world.”

Hercules Quirinus, bronze statue – National Archaeology Museum of Abruzzo – ph Leo De Rocco
For more than 500 years, a traditional festival takes place in Pacentro that combines pagan and religious traditions: the race of the Zingari. The etymological meaning of the term “Zingari” does not have the ordinary Italian meaning of “Gypsies” or “nomadic” in Pacentro, but it rather describes “the one who is barefoot” in the local dialect.
The young participants in this quite challenging and dangerous “race” have to run barefoot from the top of a mountain, located in front of the village, until the finish line, which is at the church of Virgin Mary of Loreto.
The devotion to this particular Madonna, who is worshiped because she can heal wounds, was due to the old religious tradition that narrates the stopover of Virgin Mary in Pacentro, during her miraculous “journey” in Loreto along with the “Holy House”.

Saturnino Gatti, Virgin Mary of Loreto – Metropolitan Museum New York ph Leo De Rocco
The artistic translation of this religious journey is masterfully represented by the marvelous painting “Translation of the Holy House of Loreto”, which is exhibited at the Metropolitan Museum of New York and is the artwork of one of the greatest Renaissance artists of Abruzzo (and of Italy), Saturnino Gatti of L’Aquila. 1)
In the late afternoon of the first Sunday of September, the youngsters of Pacentro walk slowly to the top of a mountain overlooking the village, which is the starting point of the “holy race”. The ringing of the bells, which at times echoes strongly throughout the Peligna Valley, is a sign that the secular ritual is about to repeat itself (in 2015 is the 565th edition) and helps to raise the thrill amongst the participants.
The difficulty of this dangerous and demanding “race” is evident from the earliest stages. Indeed, the young people need to reach the starting point by climbing up barefoot the steep ascent of the mountain, thus getting already the first injuries because of the sharp stones of the path. Whilst the solemn procession dedicated to the Madonna of Loreto is about to end, the villagers and tourists crowd along the path of “race.”
On the mountain, the emotional tension amongst the young athletes, of an average age between 14 and 25 years (but there are also participants in their thirties), is very high and everybody has their eyes on the goal: the church built on the opposite mountain.
The youngsters are considered as “heroes” by the local community and they are called as such in order to help them demonstrate courage and strength. Meanwhile, the smoke from some fireworks wraps the mountain thus hiding it from the athletes, who are waiting in silence the signal to start.
Here comes the signal, just a few minutes later: at the first bell ring, the young athletes rush down the steep and insidious descent and a few minutes later through a plateau and then take another steep slope leading to the village and the church-finish line. It is impressive to see how quickly these young athletes rush down from the mountain given that they are barefoot.
The Race of the Zingari, the winner, Alessio Marcaurelio, arrive to the church – Pacentro, ph Leo De Rocco
The athletes arrive exhausted at the feet of the statue of the Madonna of Loreto. Many of them arrive with bleeding feet from the injuries sustained during the race, made between thorns, rocks and sharp stones, but the pain and fatigue is relieved by the excitement and joy of the passed test.
The young athletes are greeted by the villagers with honour and the winner is carried in triumph through the streets of the village, celebrating until late at night.
The families of Pacentro hold on to this festival, which is passed down for generations, and each year aspire to have a representative character for the competition, as the winner takes the honours of victory even to his family.
The festive procession accompanies the winner until his own home, where family members have prepared something to offer to all guests. An old example of hospitality, which in the “strong and gentle” Abruzzo assumes a value of secular sacredness.
The Race of the Zingari, the winners – Pacentro, ph Leo De Rocco
“Lu bbalie” (translated, “the prize”) is the symbolic award that the winner of the race has received for centuries. This consists of a piece of cloth that was once used by the young boy to have a new suit made for him: elegance would thus accompany physical strength and the most beautiful girl of the village “would choose” the winner to marry.
In an era based on globalisation and mass communication, the piece of cloth is now accompanied by a cash prize and the girls chase the winner for “selfies” to publish subsequently “live” on the social media.
Times have changed, but the sixteenth century race of the Zingari of Pacentro confirms for centuries the love that the people of Abruzzo have for their roots and to their own traditions and today still gives out intense emotions.
Leo De Rocco
Copyright –All rights reserved – This article and the pictures shown on this website are private. It is thus prohibited to retransmit, disseminate or otherwise use any part of this article without written authorization. – Footnote: 1) For further information on Saturnino Gatti, please refer to the article “Il Genio Abruzzese” (published on this blog). Photos: including cover, Pacentro: August 2014 and September 2015; Villa of Ovid: September 2015 – Acknowledgements: Organising Committee of the festival “Race of the Zingari”, Pacentro; special thanks to the person in charge, Floriana Rossi – Author/Blogger: derocco.leo@gmail.com
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