
Chieti, l’antica Teate di leggendaria memoria. La città che i racconti popolari fanno nascere prima di Roma, nel 1181 a.C. fondata a ridosso della distruzione di Troia da Achille in onore di sua madre Tetide, da qui il nome “Teate”.
L’eroe omerico a cavallo su un destriero rampante appare cucito sul gonfalone della città dei Marrucini e, fino al 2017, tutto di bronzo svettava sopra una colonna romana posizionata nel cortile rinascimentale del palazzo comunale, non a caso chiamato Palazzo d’Achille (foto sopra). Da dove però una notte di maggio il bronzeo Achille si mise al galoppo e sparì.
Stessa sorte toccata nel 1559 a un’altra statua di Achille: un mezzobusto in marmo rubato sempre a Chieti. Ma questa volta, raccontano le cronache locali, conosciamo gli autori della ruberia: gli spagnoli del duca di Alcalà, viceré del Regno di Napoli sotto Filippo II. Quel Pedro Alfán de Ribera che durante il suo vicereame fece man bassa di opere d’arte italiane. E così il ramingo Achille teatino finì tra gli ibischi e gli oleandri del rigoglioso giardino della Casa de Pilatos, il palazzo fatto costruire dal duca a Siviglia. Ma in epoca moderna, ancora una volta, se ne persero le tracce.
Dalla città dell’eroe omerico racconteremo nella seconda parte alcuni capitoli della storia italiana tra la Prima e la Seconda guerra mondiale che coivolsero Chieti, come il processo Matteotti, con l’occasione faremo un tour fotografico, alla ricerca delle impressioni d’occhio e di cuore tra scorci panoramici, monumenti, chiese e palazzi dell’antica capitale dei Marrucini. Iniziamo da uno dei musei più significativi della regione: il Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo.
Tra le più importanti in Italia, la collezione è allestita nelle sale di Villa Frigerj, un palazzo baronale costruito in stile neoclassico e immerso nella ottocentesca Villa Comunale, le cui verdi architetture le abbiamo già conosciute in questo blog nell’articolo fotografico: “Parchi e giardini, Raffaele de Vico, l’architetto del paesaggio”.
Il Museo nacque nel 1959, grazie alla volontà dell’archeologo Valerio Cianfarani, già Soprintendente per i Beni archeologici d’Abruzzo. Il percorso museale come lo vediamo oggi è frutto dell’allestimento realizzato nel 2011 e ampliato nel 2014. Nella raccolta spiccano due opere straordinarie: l’iconico Guerriero di Capestrano in pietra e il forzuto Ercole Curino in bronzo, entrambi attirano ogni anno numerosi turisti italiani e stranieri.
A due passi dal Museo Archeologico di Villa Frigerj, sul colle più alto di Chieti, detto la “Civitella“, laddove anticamente sorgevano l’acropoli di Teate e l’anfiteatro – commissionati nel I sec.d.C insieme ai vicini Templi romani dal ricco cavaliere romano Marco Vettio Marcello e da sua moglie Elvidia Priscilla – un altro museo archeologico ci racconta la storia dei Marrucini in tre percorsi ben allestiti: “L’inizio della storia urbana”; “La terra dei Marrucini”; “Da Roma a ieri”.
Siamo già stati nel Museo Archeologico della Civitella in occasione dell’articolo “La Dea di Rapino. Mitologia, storia e tradizioni alle falde della Maiella”, in cui abbiamo raccontato la storia di una enigmatica statuetta votiva in bronzo, ritrovata nei pressi di una grotta alle falde della Maiella, insieme alla Tabula Rapinensis, una lamina in bronzo che rappresenta un documento archeologico straordinario. Sulla Tavola di Rapino, oggi custodita nel Museo Puskin a Mosca, sono incise in lingua marrucina alcune regole circa i riti celebrati nella grotta-tempio.
La piazza principale di Chieti è dedicata al patrono della città, San Giustino, un santo misterioso, la cui agiografia è piuttosto scarna. La Cattedrale a lui intitolata dal XIII secolo, quale primo vescovo di Chieti, presenta stili diversi: romanico, gotico e barocco. Fu costruita nel X secolo, ampliando una chiesa cristiana dedicata prima a Maria Vergine (VI sec.), poi a San Tommaso (VIII sec.), a sua volta edificata sui resti di un tempio pagano, forse dedicato a Ercole.
Alcune fonti riportano che Giustino, vissuto tra il 400 e il 500, sarebbe giunto in Abruzzo insieme ad alcuni suoi parenti, provenienti da Siponto – località pugliese che abbiamo conosciuto nell’articolo “Autunno abruzzese, gli antichi tratturi” – per predicare il Vangelo, in particolare nella città di Teate e nell’aquilano, dove probabilmente fondò la chiesa di Santa Giusta di Bazzano e la chiesa di San Giustino di Paganica. L’attività di eremita del santo è rappresentata scolpita sul paliotto dell’altare maggiore della Cattedrale di Chieti, opera di Giuseppe Sammartino, l’autore del famoso ‘Cristo velato” nella Cappella Sansevero a Napoli.
Piazza San Giustino è uno dei luoghi identitari della città, insieme al Corso Marrucino, elegante strada centrale da sempre preferita dai chietini per il tradizionale “struscio” (passeggiata) serale e alla Villa comunale, luogo di ritrovo della gioventù chietina degli anni ’70-80, riunita in “comitive” distribuite tra la “Madonnina” (edicola votiva) e la Casina dei Tigli (bar), con gli iconici e immancabili motorini “Ciao”, “Gilera” e “Sì”. In questi luoghi, tra le amene architetture del giardino ottocentesco, gli studenti aspettavano ogni anno l’arrivo dei giostrai, vissuto come un vero e proprio evento, a maggio, in occasione dei festeggiamenti dedicati a San Giustino. Tra un giro sull’ottovolante e una sgommata sull’autoscontro nascevano i primi amori teatini.
I festeggiamenti in onore del santo patrono si concludevano con il “Ballo della pupa“, uno spettacolo pirotecnico eseguito con un pupazzo di cartapesta, all’interno del quale un ballerino accennava i passi del “saltarello” al ritmo della fisarmonica. Un rito di derivazione contadina, quando nelle campagne intorno a Chieti si usava festeggiare la primavera, la mietitura e la vendemmia organizzando balli di saltarello e accendendo un pupazzo di paglia, le cui ceneri venivano poi sparse nei campi come rito propiziatorio.
Da poco restaurata e riconsegnata al giusto decoro, Piazza San Giustino è l’ultima piazza storica italiana ad essere stata liberata da un gigantesco parcheggio di automobili, preceduto qualche anno prima da un rumoroso terminal per gli autobus. Il circo di lamiere, clacson e gas di scarico davanti ai monumenti della città per fortuna ora non c’è più e la Chieti mitologica ringrazia: una raffinata testa di Venere scolpita nel marmo in epoca romana è spuntata dal sottosuolo della piazza proprio durante i lavori di riqualificazione.
Su questa piazza ogni anno da secoli i chietini celebrano il rito più significativo della città: la Processione del Venerdì Santo, probabilmente la più antica d’Italia. Il rito è documentato nel ‘600, ma le sue origini sarebbero ancora più antiche, addirittura prima del IX secolo.
Sulle toccanti note del Miserere composto nel 1740 dal musicista teatino Saverio Selecchy (Chieti, 1708-1788) ed eseguito da un coro e orchestra composto da oltre 200 elementi, con violini, viole, violoncelli flauti traversi, insieme al coro di tenori, tenori secondi e bassi, all’imbrunire della sera del Venerdì Santo, gli uomini incappucciati della secolare Confraternita del Sacro Monte dei Morti guidano e sorvegliano i simboli della Passione di Gesù che precedono le statue del Cristo morto e dell’Addolorata. Scortato dalle confraternite cittadine, in rappresentanza dei quartieri, il corteo attraversa il centro storico illuminato dalle fiaccole di tripodi accesi al crepuscolo.
Fu proprio il Miserere di Selecchy ad ispirare un film pluripremiato girato a Chieti nel 1982: “Sciopèn“, diretto dal regista chietino Luciano Odorisio. Il film vinse il Leone d’oro a Venezia come opera prima, il Globo d’oro, conferito dalla stampa estera, e il Festival di San Sebastian come miglior film dell’anno.
Sciopèn”, era il soprannome assegnato ad un giovane chietino, il quale fece credere ai suoi concittadini di aver composto un’opera musicale, in realtà copiata al celebre Fryderyk Chopin. Il film racconta la storia di due amici in una Chieti provinciale e assonnata, che cerca faticosamente di guardare verso il futuro e di adeguarsi al cambio dei tempi.
Tra gli attori protagonisti Michele Placido, Giuliana De Sio, Angela Molino. In un cameo appare anche l’attore abruzzese Guido Celano, vincitore per la sua interpretazione in questo film della Maschera d’argento a Taormina (1983). Guido Celano (Francavilla al Mare, 1904 ‐ Roma, 1988) è stato un attore prolifico, lavorò con i più famosi registi italiani del Novecento e al pari dell’attore inglese Laurence Olivier è considerato dall’American Film Istitute l’attore cinematografico più longevo nella storia del cinema.
Altro luogo simbolo storico e culturale della città è il Teatro Marrucino, costruito nella prima metà dell’800 in stile neoclassico su progetto di Eugenio Michitelli, un architetto e ingegnere teramano il cui nome è ricordato anche per la sua partecipazione, insieme al naturista e botanico Orazio Delfico, alla seconda ascensione del Gran Sasso, intrapresa nel 1794. La prima salita sulla vetta più alta dell’Appennino (Corno Grande, 2912 m) si registrò il 19 agosto 1573, compiuta dal bolognese Francesco De Marchi. L’impresa segna l’inizio dell’alpinismo in Italia, anche se tradizionalmente si fa riferimento all’agosto 1786, con la prima ascensione del Monte Bianco.
L’inaugurazione del teatro teatino, all’epoca intitolato a Ferdinando I di Borbone, si tenne l’11 gennaio 1818 con “La Cenerentola” di Gioacchino Rossini. Il sipario venne realizzato nel 1875, dipinto su tela dall’artista Giovanni Ponticelli, rappresenta il “Trionfo sui Dalmati di Asinio Pollione“, proconsole di Macedonia, nato a Teate nel 76 a.C. amico di Giulio Cesare.
Pollione è ricordato da Virgilio anche per aver fondato nel 39 a.C. la prima biblioteca pubblica di Roma, nella quale, come in un museo, il teatino espose opere d’arte greche e tenne le “recitationes”, letture pubbliche di prose e poesie. Non era mai accaduto prima.
Il palcoscenico del Marrucino fu calcato da famosi artisti del passato, come Eleonora Duse e le sorelle Gramatica. Nel dicembre del 1904 si tenne la prima della “Figlia di Iorio” di Gabriele d’Annunzio. Più o meno negli stessi anni lo scultore teatino Costantino Barbella, amico di d’Annunzio e frequentatore insieme al poeta del Cenacolo michettiano a Francavilla al Mare, nota località turistica molto frequentata dai chietini, realizzò due paggetti in terracotta, posizionati all’ingresso del teatro.
A Barbella è dedicato un museo di pittura e scultura, si trova a due passi dal Teatro Marrucino: il Museo d’Arte Costantino Barbella, ospitato in un palazzo seicentesco già convento dei Gesuiti. La collezione è composta da opere di grande pregio: da De Chirico a Manzù, da Sassu a Guttuso, e ancora: Mirò, Mensa e Ortega, oltre alla collezione di arte sacra e all’Ottocento, rappresentato da Michetti, Gemito e ovviamente dal padrone di casa Barbella. Su questo museo vedi l’articolo dedicato (link al termine di questo articolo).
A proposito di Gesuiti nel 1539 nacque a a Chieti Alessandro Valignani, abate e canonico, ma soprattutto missionario in Cina e Giappone. In tale veste promosse per la prima volta nella storia una missione diplomatica giapponese in Italia. Padre Alessandro organizzò il viaggio dal Giappone all’Italia, passando per Spagna e Portogallo, di una delegazione nipponica formata da quattro giovanissimi nobili, la cosiddetta “Ambasciata Tenshō“. L’evento segnò l’inizio dei rapporti diplomatici internazionali.
La storia dei Valignani (o Valignano) è la più nota tra le famiglie nobili di Chieti. Discendenti dei normanni, in particolare dai conti di Loritello. Le vicende della famiglia coprono ben nove secoli, interessando proprietà feudali possedute non solo a Chieti e dintorni, ma anche nell’aquilano, nel teramano e nello Stato della Chiesa. Una statua raffigurante Alessandro Valignano si trova in piazza San Giustino.
Non solo musei e chiese, Chieti conserva anche testimonianze architettoniche legate alla tradizione popolare e al mondo rurale. Percorrendo da Chieti Scalo, così è chiamata la parte bassa della città, la via “Colonnetta“, dal nome di un cippo miliare di epoca romana (vedi galleria fotografica) posizionato davanti alla stazione ferroviaria, all’incrocio con la Tiburtina Valeria, giunti in prossimità del colle si scorge un vecchio casolare di campagna.
Nei pressi di questa casa rurale, dai chietini in passato chiamata in dialetto “lu socce nov”, ovvero “il soccio nuovo“, nome probabilmente legato alla pratica della mezzadria, passava una stradina percorsa da tempo immemorabile da contadini e piccoli artigiani, i quali utilizzavano la scorciatoia per giungere nei pressi del quartiere di Santa Maria, quindi del centro storico, e vendere manufatti e prodotti agricoli al mercato rionale, alle botteghe del centro e alle case “dei signori”. A ridosso del “soccio nuovo” c’era un piccolo campo di proprietà della Curia, chiamato “Il campetto dei preti“, sul quale i giovani seminaristi fin dall’Ottocento e i ragazzi chietini fino agli anni Settanta del secolo scorso, disputavano partite di calcio.
Chieti Scalo è la parte più moderna della città. L’abitato si è sviluppato in concomitanza della costruzione della stazione ferroviaria, nel 1873, ma soprattutto nel dopoguerra, durante gli anni del cosiddetto “miracolo economico“, che diede un nuovo impulso al settore industriale. Non a caso proprio nel territorio dello “Scalo” si trova l’area industriale chietina, che vide le sue prime e importanti realtà di impresa anche prima della guerra.
Agli inizi del Novecento nacque l’industria Manifattura del Tabacco, dispensatrice di opportunità di lavoro per numerose “tabacchine”, così erano chiamate le operaie addette alla lavorazione delle foglie di tabacco. Molti operai chietini invece trovarono lavoro alla “Cellulosa“, ovvero l’Industria Celdit, gli stabilimenti aperti nel 1937 per la lavorazione della carta.
Galleria fotografica

L’ingresso al Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo a Villa Frigerj

Guerriero di Capestrano

Ercole Curino





Museo Archeologico Nazionale La Civitella: ricostruzione dell’Acropoli di Teate e il combattimento tra gladiatori scolpito sull’architrave del monumento a Lucius Storax.

Statua di Nettuno nel laghetto della Villa Comunale

Piazza San Giustino






Musicisti e coro durante l’esecuzione del. Miserere di Selecchy nella Cattedrale di San Giustino















Chieti, Processione del Venerdì Santo – Foto e video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni




I due paggetti in terracotta realizzati da Costantino Barbella per il Teatro Marrucino

Ingresso al Museo d’arte Costantino Barbella – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Apoteosi di Psiche, 1796, Giacinto Diano – Museo Barbella

Statua in terracotta di Costantino Barbella – Museo Barbella

Ettore e Andromeda, 1935, Giorgio De Chirico – Museo Barbella





Museo Barbella

Sculture in terracotta di Costantino Barbella, in primo piano Il Pastorello – Museo Barbella

Chieti, la Venere in marmo, probabilmente risalente al I sec.d.C., rinvenuta durante gli stavi in piazza San Giustino – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Pietra miliare romana posta sulla “Colonnetta“, la strada che dalla Tiburtina Valeria, Chieti Scalo, conduce a Chieti “alta”


Templi romani – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni









Cattedrale di San Giustino e cripta. Sulla lunetta del portale sono raffigurati Cristo, San Giustino e San Tommaso.




Chieti, Cattedrale di San Giustino, paliotto dell’altare maggiore, XVIII sec, Giuseppe Sammartino. – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Corso Marrucino

Chiesa di Santa Chiara, XVII secolo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni






























La Caduta degli Angeli ribelli, Donato Teodoro ‐ Chiesa di Santa Maria della Civitella



Chieti, chiesa di Santa Maria della Civitella – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Chieti, il “soccio nuovo“, antico casolare – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Seconda parte
Il Processo Matteotti

Giacomo Matteotti

Chieti, piazza San Giustino, in fondo il Palazzo di Giustizia – Foto Abruzzo storie e passioni
Chieti, marzo 1926.
“A vederla così di primo acchitto, nella chiarità un pò cruda ma luminosissima di questo marzo perfido e ventoso, la nobile città di Chieti non sembra alla vigilia di un grande evento giudiziario quale il processo Matteotti, ma dà piuttosto l’impressione di un tranquillo capoluogo, tutto dedito a risolvere nelle forme regolari i propri affari d’ordinaria amministrazione.
Se non fossero per quelle decine di carabinieri in più, che punteggiano di lucerne gli angoli delle strade, e le inequivocabili insistenti sagome degli agenti investigativi, un po’ troppi per un centro disciplinato e gentile com’è questa capitale abruzzese, l’illusione della placidità sarebbe completa. Si può dunque senz’altro proclamare che del processo Matteotti si parla più a Roma o a Bologna o a Milano di quel che non se ne discorra a Chieti, oasi gentile di chiara serenità. Chieti è appunto una città-camomilla.”
Il giornalista Alberto Maria Perbellini, inviato speciale del quotidiano Il Resto del Carlino, descrive una tranquilla e quasi addormentata cittadina di provincia, una “città–camomilla”, scelta proprio per queste caratteristiche dal Duce, con il benestare dell’allora re Vittorio Emanuele III, con l’intento di far sciogliere come neve al sole un processo scomodo per il regime: il processo Matteotti, celebrato a Chieti, nel Palazzo di Giustizia che si affaccia su piazza San Giustino, dal 16 al 24 marzo 1926.
“Cinque fascisti oggi a processo per la morte di Giacomo Matteotti; il caso verrà affrontato nella solitaria Chieti” – scrive l’inviato del New York Times il 16 marzo 1926 – “Si prevede una pena lieve”, aggiunge.
Il Palazzo di Giustizia di Chieti fu costruito nei primi anni Venti del Novecento in stile neogotico su quelle che erano le abitazioni, prima del Giustiziere Regio, poi del Governatore di Chieti, abitate fino all’epoca dei Borbone.
Giacomo Matteotti nacque a Fratta Polesine il 22 maggio 1885 da una famiglia benestante. Di idee socialiste fin da giovanissimo, si iscrisse al Partito Socialista all’età di 15 anni, ma già l’anno prima il suo nome apparve tra i “compagni di riferimento” sul periodo socialista di Rovigo “Lotta”, nella cui redazione entrò a far parte nel 1908.
Dopo una passeggera crisi causata dalla tragica morte avvenuta per tisi dei suoi giovani fratelli Matteo e Silvio, Giacomo Matteotti si rese protagonista della vita politica di Rovigo e dintorni, arrivando a farsi eleggere sindaco di Villamarzana nel 1912. A livello politico nazionale Matteotti fu un convinto antimilitarista, in particolare questa convinzione la manifestò nel 1912, in occasione dell’impresa libica.
Idee coerentemente confermate allo scoppio della Prima guerra mondiale, che vide Matteotti schierarsi per la neutralità. Fu in questa occasione che ebbe il primo scontro con Benito Mussolini, all’epoca anche lui socialista, direttore dal 1912 del quotidiano ufficiale del Partito Socialista L’Avanti, dapprima anti interventista, in seguito, nel 1914, fervido interventista.
Il cambio di posizione portò Mussolini alle sue dimissioni dalla direzione del giornale socialista e alla espulsione dal Partito Socialista. Di contro Mussolini fondò un movimento politico interventista, i “Fasci d’azione rivoluzionaria” (ottobre 1914), un suo giornale, “Il Popolo d’Italia” (novembre 1914) e, a guerra finita, dopo la “vittoria mutilata”, un suo movimento politico: i “Fasci Italiani di combattimento (marzo 1919).
Nello stesso anno, a dicembre, il giovane e preparato leader socialista Giacomo Matteotti fu eletto deputato del Regno d’Italia. Nell’ottobre 1922 com’è noto, re Vittorio Emanuele III “per evitare disordini” incaricò Benito Mussolini, reduce dalla “Marcia su Roma“, di formare il nuovo governo. Nacque così il “Ventennio fascista”.
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, denunciò nel suo discorso alla Camera dei deputati i brogli elettorali nelle elezioni del 6 aprile ’24, che vide la vittoria della Lista Nazionale fascista. Ecco un passo di quel discorso:
“Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse.”
Undici giorni dopo il deputato socialista fu rapito e brutalmente assassinato da un gruppo di fascisti. Seguì il processo contro gli squadristi accusati di essere gli esecutori del criminale agguato, ma il processo si concluse con una farsa, tra assoluzioni e pene minime.
Qualsiasi pista che poteva ricondurre alle responsabilità del Duce fu abbandonata. Tuttavia fu lo stesso Mussolini ad assumersi “la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto”, così come lui stesso dichiarò nel discorso alla Camera il 3 gennaio 1925.
Mafalda di Savoia



Mafalda di Savoia; al centro e in basso: Chieti, piazza San Giustino, Palazzo Mezzanotte – Foto Abruzzo storie e passioni
Un altro edificio che si affaccia su piazza San Giustino sarà citato nei libri di storia circa venti anni dopo il processo Matteotti, si tratta del Palazzo Mezzanotte, per ironia della sorte ubicato proprio di fronte al tribunale dove si tenne il famoso processo.
Costruito nei primi del ‘900 in stile rinascimentale, il palazzo Mezzanotte ospitò l’8 settembre 1943 il generale Pietro Badoglio e lo Stato Maggiore, tutti, all’alba di quello storico giorno, precipitosamente fuggiti da Roma insieme alla famiglia reale – a sua volta ospitata nel Castello ducale di Crecchio – e tutti il giorno dopo diretti a Ortona per imbarcarsi e scappare a Brindisi. Per i dettagli rimando all’articolo di questo blog: “Ricordi di guerra, storie di Francavilla al Mare e Ortona”.
Ancora un palazzo di Chieti ci racconta un’altra vicenda legata a quel periodo così importante nella storia italiana, quasi a configurare un itinerario storico-turistico chietino che ancora oggi pochi conoscono. È il Palazzo Messangioli, un’antica dimora aristocratica costruita a ridosso dell’elegante Teatro Marrucino.
Nella frettolosa e confusa fuga verso l’Abruzzo del governo italiano, dello Stato Maggiore e della famiglia reale, venne ignorata la principessa Mafalda di Savoia, secondogenita del re Vittorio Emanuele III, la quale non fu messa subito al corrente del piano di fuga, probabilmente per il timore di essere scoperti.
Mafalda di Savoia in quei giorni si trovava a Sofia per assistere sua sorella, la principessa Giovanna, zarina consorte di Bulgaria, il cui marito Boris zar di Bulgaria era gravemente malato.
Reso pubblico l’Armistizio italiano, Mafalda prese un treno per rientrare in Italia con l’intenzione di ricongiungersi ai suoi familiari. Nei pressi della città rumena di Sinaia il treno fu fatto fermare in piena notte dalla regina madre Elena di Romania, la quale cercò invano di dissuadere la principessa nel proseguire un viaggio ormai diventato pericoloso.
Mafalda non ascoltò il consiglio e continuò il suo viaggio di ritorno. Dopo una sosta all’ambasciata italiana di Budapest, l’11 settembre prese un aereo con destinazione Bari, ma per motivi di sicurezza l’aereo atterrò all’aeroporto di Pescara. La principessa decise quindi di recarsi a Chieti, dove rimase per otto giorni ospite nel Palazzo Messangioli.
Il 22 settembre affrontando un viaggio rocambolesco da Chieti a Roma, Mafalda raggiunse tre dei suoi figli, custoditi in Vaticano da monsignor Montini, futuro papa Paolo VI. Il figlio maggiore Maurizio si trovava in Germania con suo padre Filippo d’Assia. Il giorno seguente Mafalda venne convocata dal comando tedesco di Roma, le fu fatto credere che l’aspettava suo marito, che invece era stato già condotto nel campo di concentramento di Flossengürg.
Mafalda di Savoia venne quindi arrestata e imbarcata su un aereo alla volta di Monaco di Baviera, da qui fu condotta sotto falso nome nel campo di concentramento di Buchenwald. I nazisti le vietarono di rivelare all’interno del campo la sua vera identità, ma la notizia di diffuse lo stesso.
Nell’agosto del 1944 durante un bombardamento alleato che investì il campo di concentramento, Mafalda rimase ferita gravemente, perse un braccio. Ricoverata nel locale ambulatorio non ricevette le cure adeguate e morì il 28 agosto. Si racconta che le sue ultime parole furono rivolte ai suoi figli. Sulla facciata del Palazzo Masciangioli una targa ricorda il suo nome.





Chieti, Palazzo Messangioli – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Chieti è una bella città, ricca di storia, arte e cultura. Oltre alle chiese e ai musei, antichi palazzi signorili raccontano storie e aneddoti. Come il Palazzo de Majo, da dove è possibile accedere alla scoperta della Chieti sotterranea grazie a ipogei, cunicoli e cisterne, testimonianze dell’antica Teate.
Questo articolo rappresenta solo una piccola presentazione della storia e dei monumenti di Chieti, nei prossimi articoli scopriremo le collezioni dei musei cittadini e la chiesa di Santa Chiara, un gioiellino barocco che custodisce opere di Giovan Battista Spinelli, raffinato artista del Seicento, nato a Chieti, nel Palazzo Sirolli, affacciato su piazza San Giustino. Le sue opere sono presenti in collezioni private e nei più importanti musei italiani e internazionali.
Copyright ‐ Riproduzione riservata ‐ derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Fonti: “Chieti: passato, presente, futuro.” 2012, Carabba editore; inoltre ho attinto informazioni dai percorsi informativi presenti nei Musei Archeologici di Villa Frigerj e della Civitella nonché nelle relative biblioteche.
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