Chieti, l’antica Teate

Chieti, l’antica Teate dalla memoria leggendaria. Una città che la tradizione popolare vuole più antica di Roma stessa: fondata nel 1181 a.C., all’indomani della distruzione di Troia, da Achille in onore della madre Tetide. Da qui il nome, Teate, che ancora oggi riecheggia come un racconto omerico tra i colli chietini.

L’eroe dell’Iliade, raffigurato a cavallo di un destriero rampante, campeggia sul gonfalone della città dei Marrucini e, fino al 2017, svettava sopra una colonna romana nel cortile rinascimentale del palazzo comunale, non a caso noto come Palazzo d’Achille. Poi, una notte di maggio, il bronzeo Achille si mise idealmente al galoppo e scomparve nel nulla.

Non era la prima volta. Già nel 1559 un’altra effigie di Achille, un mezzobusto in marmo, era stata sottratta alla città. Di quel furto, però, le cronache conservano nomi e responsabilità: furono gli spagnoli al seguito del duca di Alcalà, viceré del Regno di Napoli sotto Filippo II. Quel Pedro Afán de Ribera, protagonista di una sistematica razzia di opere d’arte italiane, fece approdare anche l’Achille teatino nei giardini della sua Casa de Pilatos a Siviglia, tra ibischi e oleandri. Ma in epoca moderna, ancora una volta, se ne persero le tracce.

Dalla città dell’eroe omerico prenderà avvio, nella seconda parte, il racconto di alcuni capitoli cruciali della storia italiana tra la Prima e la Seconda guerra mondiale – dal processo Matteotti ad altri eventi che coinvolsero Chieti – accompagnati da un itinerario fotografico alla ricerca di impressioni d’occhio e di cuore: panorami, monumenti, chiese e palazzi dell’antica capitale dei Marrucini.

Il percorso comincia da uno dei luoghi simbolo della cultura abruzzese: il Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo. Tra i più importanti d’Italia, è ospitato nelle sale di Villa Frigerj, elegante palazzo baronale neoclassico immerso nel verde ottocentesco della Villa Comunale, già protagonista in queste pagine di un precedente racconto dedicato all’architetto del paesaggio Raffaele de Vico.

Il museo nasce nel 1959 per volontà dell’archeologo Valerio Cianfarani, allora soprintendente ai Beni archeologici d’Abruzzo. L’attuale percorso espositivo è il risultato dell’allestimento del 2011, ampliato nel 2014. Tra i reperti, due opere emergono come autentiche icone: il monumentale Guerriero di Capestrano in pietra e il vigoroso Ercole Curino in bronzo, presenze magnetiche che ogni anno attirano a Chieti visitatori italiani e stranieri.

A pochi passi dal Museo Archeologico di Villa Frigerj, sul colle più alto di Chieti – la Civitella – là dove un tempo si innalzavano l’acropoli di Teate e il suo anfiteatro, un secondo museo archeologico continua a dare voce alla storia dei Marrucini. In questo punto strategico della città, nel I secolo d.C., il ricco cavaliere romano Marco Vettio Marcello e la moglie Elvidia Priscilla finanziarono la costruzione dell’anfiteatro e dei vicini templi romani, segnando in modo indelebile il profilo monumentale dell’antica Teate.

Oggi il Museo Archeologico della Civitella accompagna il visitatore attraverso tre percorsi espositivi chiari e ben articolati: L’inizio della storia urbana, La terra dei Marrucini, Da Roma a ieri. Un viaggio che ricostruisce, passo dopo passo, la lunga stratificazione storica di questo territorio, dalle origini preromane fino all’età moderna.

Non è la prima volta che varchiamo le soglie di questo museo. Lo avevamo già incontrato nell’articolo La Dea di Rapino. Mitologia, storia e tradizioni alle falde della Maiella, dedicato a una enigmatica statuetta votiva in bronzo rinvenuta presso una grotta ai piedi della Maiella, insieme alla celebre Tabula Rapinensis. Questa sottile lamina bronzea, oggi conservata al Museo Puškin di Mosca, reca incise in lingua marrucina alcune prescrizioni rituali legate al culto praticato nella grotta-tempio: un documento archeologico di straordinaria importanza per la conoscenza delle antiche popolazioni italiche.

Salendo verso il cuore della città si giunge in piazza San Giustino, dedicata al patrono di Chieti, figura avvolta da un alone di mistero e da un’agiografia essenziale. La cattedrale a lui intitolata, riconosciuto dal XIII secolo come primo vescovo della città, è un palinsesto architettonico che fonde armoniosamente stili romanici, gotici e barocchi. La sua origine risale al X secolo, quando venne ampliata una precedente chiesa cristiana dedicata dapprima alla Vergine Maria (VI secolo) e successivamente a San Tommaso (VIII secolo), edificata a sua volta sui resti di un tempio pagano, forse consacrato a Ercole.

Secondo alcune fonti, Giustino visse tra il V e il VI secolo e giunse in Abruzzo da Siponto, in Puglia, insieme ad alcuni familiari, per predicare il Vangelo. La sua opera evangelizzatrice si svolse soprattutto a Teate e nel territorio aquilano, dove la tradizione gli attribuisce la fondazione della chiesa di Santa Giusta di Bazzano e di quella di San Giustino di Paganica. La dimensione eremitica della sua vita è immortalata nel paliotto dell’altare maggiore della cattedrale di Chieti, scolpito da Giuseppe Sammartino, lo stesso artista che diede forma al celeberrimo Cristo velato nella Cappella Sansevero di Napoli.

Piazza San Giustino è uno dei luoghi più identitari di Chieti, insieme al Corso Marrucino – elegante asse centrale da sempre prediletto dai teatini per il tradizionale struscio serale – e alla Villa Comunale, teatro privilegiato della socialità cittadina. Negli anni Settanta e Ottanta, qui si ritrovava la gioventù chietina, raccolta in comitive che si distribuivano tra la “Madonnina”, l’edicola votiva, e la Casina dei Tigli, storico bar del parco. A fare da scenografia, gli immancabili motorini dell’epoca, Ciao, Gilera, , simboli di libertà e appartenenza generazionale.

Tra le architetture amabili del giardino ottocentesco, gli studenti attendevano ogni anno l’arrivo dei giostrai, vissuto come un autentico evento collettivo. Era maggio, tempo dei festeggiamenti in onore di San Giustino, e tra un giro sull’ottovolante e una sfida sull’autoscontro nascevano i primi amori teatini, sospesi tra il frastuono delle luci e il profumo zuccherino delle fiere.

Le celebrazioni del santo patrono si chiudevano con il suggestivo “Ballo della pupa”, uno spettacolo pirotecnico che vedeva protagonista un grande pupazzo di cartapesta. Al suo interno, un ballerino accennava i passi del saltarello al ritmo incalzante della fisarmonica, prima che il fantoccio venisse avvolto dalle fiamme. Un rito di chiara derivazione contadina, memoria di quando nelle campagne attorno a Chieti la primavera, la mietitura e la vendemmia venivano celebrate con danze popolari e con l’accensione di pupazzi di paglia, le cui ceneri venivano sparse nei campi come gesto propiziatorio.

Da poco restaurata e restituita al suo decoro, piazza San Giustino è diventata l’ultima piazza storica italiana a essere liberata da un gigantesco parcheggio di automobili, preceduto per anni da un rumoroso terminal degli autobus. Il circo di lamiere, clacson e gas di scarico davanti ai monumenti della città è finalmente scomparso. E la Chieti mitologica sembra aver ringraziato: durante i lavori di riqualificazione, dal sottosuolo della piazza è riemersa una raffinata testa di Venere scolpita in marmo in epoca romana, come un segno di continuità tra passato e presente.

Su questa piazza, da secoli, i chietini celebrano il rito più solenne e identitario della città: la Processione del Venerdì Santo, considerata probabilmente la più antica d’Italia. La sua esistenza è documentata già nel Seicento, ma le origini affondano in un tempo ancora più remoto, forse anteriore al IX secolo, quando fede, comunità e ritualità scandivano il ritmo della vita urbana.

All’imbrunire del Venerdì Santo, sulle note struggenti del Miserere composto nel 1740 dal musicista teatino Saverio Selecchy (1708–1788), la città si raccoglie in un silenzio carico di attesa. Il brano, eseguito da un imponente coro e da un’orchestra di oltre duecento elementi – violini, viole, violoncelli, flauti traversi, insieme alle voci di tenori, secondi tenori e bassi – accompagna l’incedere lento e solenne della processione. Gli uomini incappucciati della secolare Confraternita del Sacro Monte dei Morti guidano e vigilano sui simboli della Passione di Cristo, che precedono le statue del Cristo morto e dell’Addolorata.

Scortato dalle confraternite cittadine, espressione dei diversi quartieri, il corteo attraversa il centro storico, rischiarato dal bagliore tremolante delle fiaccole accese sui tripodi al crepuscolo. È un momento in cui il tempo sembra sospendersi, e Chieti si ritrova, unita, nella memoria collettiva.

Proprio il Miserere di Selecchy ispirò uno dei film più celebri girati in città: “Sciopèn”, diretto nel 1982 dal regista teatino Luciano Odorisio. L’opera fu accolta con grande successo, vincendo il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia come miglior opera prima, il Globo d’Oro della stampa estera e il premio come miglior film dell’anno al Festival di San Sebastián.

“Sciopèn”,soprannome affibbiato a un giovane chietino, racconta la vicenda di un ragazzo che fa credere ai concittadini di aver composto un capolavoro musicale, in realtà copiato al repertorio di Fryderyk Chopin. Attraverso la storia di due amici, il film restituisce il ritratto di una Chieti provinciale e sonnacchiosa, alle prese con il desiderio di futuro e con la fatica di adattarsi al mutare dei tempi.

Nel cast figurano Michele Placido, Giuliana De Sio e Angela Molino. In un significativo cameo appare anche l’attore abruzzese Guido Celano, premiato per questa interpretazione con la Maschera d’Argento a Taormina nel 1983. Nato a Francavilla al Mare nel 1904 e scomparso a Roma nel 1988, Celano fu un interprete prolifico, lavorò con i maggiori registi italiani del Novecento e, al pari di Laurence Olivier, è considerato dall’American Film Institute uno degli attori cinematografici più longevi della storia del cinema.

Altro luogo-simbolo della vita storica e culturale di Chieti è il Teatro Marrucino, elegante edificio neoclassico costruito nella prima metà dell’Ottocento su progetto di Eugenio Michitelli, architetto e ingegnere teramano. Una figura curiosa e poliedrica, ricordata non solo per l’opera teatrale ma anche per aver partecipato, insieme al naturalista e botanico Orazio Delfico, alla seconda ascensione del Gran Sasso, compiuta nel 1794. La prima salita al Corno Grande – la vetta più alta dell’Appennino, con i suoi 2.912 metri – risale invece al 19 agosto 1573, quando il bolognese Francesco De Marchi ne raggiunse la cima, segnando di fatto l’inizio dell’alpinismo in Italia, sebbene la tradizione individui simbolicamente questo primato nell’ascensione del Monte Bianco del 1786.

Il teatro teatino, allora intitolato a Ferdinando I di Borbone, fu inaugurato l’11 gennaio 1818 con La Cenerentola di Gioachino Rossini, suggellando da subito il suo ruolo centrale nella vita culturale cittadina. Il sipario, realizzato nel 1875 e dipinto su tela da Giovanni Ponticelli, raffigura il Trionfo sui Dalmati di Asinio Pollione, proconsole di Macedonia, nato a Teate nel 76 a.C. e amico personale di Giulio Cesare.

Asinio Pollione è ricordato anche da Virgilio per aver fondato, nel 39 a.C., la prima biblioteca pubblica di Roma, un luogo concepito come spazio di sapere e di esposizione artistica, dove il teatino raccolse opere d’arte greche e introdusse le recitationes, letture pubbliche di prose e poesie: una pratica fino ad allora inedita.

Il palcoscenico del Marrucino ha accolto alcune delle più grandi figure dello spettacolo italiano, da Eleonora Duse alle sorelle Gramatica. Nel dicembre del 1904 vi andò in scena la prima assoluta de La figlia di Iorio di Gabriele d’Annunzio. In quegli stessi anni, lo scultore teatino Costantino Barbella, amico del poeta e frequentatore con lui del Cenacolo michettiano di Francavilla al Mare, realizzò i due paggetti in terracotta che ancora oggi accolgono il pubblico all’ingresso del teatro.

A Barbella è dedicato un museo situato a pochi passi dal Teatro Marrucino: il Museo d’Arte Costantino Barbella, ospitato in un palazzo seicentesco già convento dei Gesuiti. La collezione, di straordinario valore, spazia dal Novecento storico all’arte sacra: da De Chirico a Manzù, da Sassu a Guttuso, fino a Miró, Mensa e Ortega, senza dimenticare l’Ottocento, rappresentato da Michetti, Gemito e, naturalmente, dallo stesso Barbella. A questo museo è dedicato un approfondimento specifico, richiamato al termine dell’articolo.

A proposito di Gesuiti, nel 1539 nacque a Chieti Alessandro Valignani, abate e canonico, ma soprattutto straordinario protagonista della storia delle missioni in Estremo Oriente. In Cina e in Giappone svolse un ruolo decisivo non solo sul piano religioso, ma anche su quello culturale e diplomatico, promuovendo per la prima volta nella storia una missione giapponese in Italia. Fu padre Valignani a organizzare il lungo viaggio dal Giappone all’Europa, attraverso Portogallo e Spagna, di una delegazione nipponica composta da quattro giovanissimi nobili: la celebre Ambasciata Tenshō. Un evento senza precedenti, che segnò simbolicamente l’inizio dei rapporti diplomatici internazionali tra Oriente e Occidente.

La famiglia Valignani (o Valignano) è la più celebre tra le casate nobili di Chieti. Di origine normanna, discendente dai conti di Loritello, la sua storia attraversa quasi nove secoli e si intreccia con quella di vasti possedimenti feudali non solo nel territorio teatino, ma anche nell’aquilano, nel teramano e nello Stato della Chiesa. A ricordare la figura di Alessandro Valignani, una statua a lui dedicata veglia oggi su piazza San Giustino, cuore simbolico della città.

Non solo musei e chiese: Chieti custodisce anche tracce vive della tradizione popolare e del mondo rurale. Partendo da Chieti Scalo, la parte bassa della città, lungo la via Colonnetta, così chiamata per un cippo miliare romano collocato davanti alla stazione ferroviaria, all’incrocio con la Tiburtina Valeria, ci si avvicina al colle e si scorge un vecchio casolare di campagna.

Nei pressi di questa casa, un tempo chiamata in dialetto “lu socce nov”, cioè “il soccio nuovo”, probabilmente in relazione alla pratica della mezzadria, correva una stradina percorsa da secoli da contadini e piccoli artigiani. La scorciatoia conduceva al quartiere di Santa Maria e al centro storico, dove i prodotti agricoli e i manufatti venivano venduti nei mercati rionali, nelle botteghe e nelle case “dei signori”. A ridosso del soccio nuovo si trovava un piccolo campo della Curia, noto come “il campetto dei preti”, dove giovani seminaristi fin dall’Ottocento e, fino agli anni Settanta del Novecento, ragazzi chietini,disputavano partite di calcio, rendendo lo spazio un luogo di socialità e comunità.

Chieti Scalo rappresenta oggi la parte più moderna della città. Il quartiere si sviluppò con la costruzione della stazione ferroviaria nel 1873, ma soprattutto nel dopoguerra, durante il cosiddetto “miracolo economico”, che stimolò il settore industriale e diede nuovo impulso all’economia locale. Non a caso proprio nello Scalo si trova l’area industriale chietina, dove sorsero le prime importanti realtà imprenditoriali anche prima della Seconda guerra mondiale.

Agli inizi del Novecento vide la luce la Manifattura del Tabacco, che offrì lavoro a numerose “tabacchine”, le operaie addette alla lavorazione delle foglie di tabacco. Molti operai trovarono impiego anche nella Cellulosa, ovvero l’Industria Celdit, fondata nel 1937 per la lavorazione della carta. Così Chieti Scalo divenne il cuore pulsante della trasformazione industriale della città, intrecciando lavoro, tecnologia e vita quotidiana in un panorama urbano in rapida evoluzione.

Galleria fotografica

L’ingresso al Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo a Villa Frigerj

Guerriero di Capestrano

Ercole Curino

Museo Archeologico Nazionale La Civitella: ricostruzione dell’Acropoli di Teate e il combattimento tra gladiatori scolpito sull’architrave del monumento a Lucius Storax.

Statua di Nettuno nel laghetto della Villa Comunale

Piazza San Giustino

Musicisti e coro durante l’esecuzione del. Miserere di Selecchy nella Cattedrale di San Giustino

Chieti, Processione del Venerdì Santo – Foto e video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

I due paggetti in terracotta realizzati da Costantino Barbella per il Teatro Marrucino

Ingresso al Museo d’arte Costantino Barbella – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Apoteosi di Psiche, 1796, Giacinto Diano – Museo Barbella

Statua in terracotta di Costantino Barbella – Museo Barbella

Ettore e Andromeda, 1935, Giorgio De Chirico – Museo Barbella

Museo Barbella

Sculture in terracotta di Costantino Barbella, in primo piano Il Pastorello – Museo Barbella

Chieti, la Venere in marmo, probabilmente risalente al I sec.d.C., rinvenuta durante gli stavi in piazza San Giustino – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Pietra miliare romana posta sulla “Colonnetta“, la strada che dalla Tiburtina Valeria, Chieti Scalo, conduce a Chieti “alta”

Templi romani – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Cattedrale di San Giustino e cripta. Sulla lunetta del portale sono raffigurati Cristo, San Giustino e San Tommaso.

Chieti, Cattedrale di San Giustino, paliotto dell’altare maggiore, XVIII sec, Giuseppe Sammartino. – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Corso Marrucino

Chiesa di Santa Chiara,  XVII secolo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

La Caduta degli Angeli ribelli, Donato Teodoro ‐ Chiesa di Santa Maria della Civitella

Chieti, chiesa di Santa Maria della Civitella – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Chieti, il “soccio nuovo“, antico casolare – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Seconda parte

Il Processo Matteotti

Giacomo Matteotti

Chieti, piazza San Giustino, in fondo il Palazzo di Giustizia – Foto Abruzzo storie e passioni

Chieti, marzo 1926.

A vederla così di primo acchitto, nella chiarità un pò cruda ma luminosissima di questo marzo perfido e ventoso, la nobile città di Chieti non sembra alla vigilia di un grande evento giudiziario quale il processo Matteotti, ma dà piuttosto l’impressione di un tranquillo capoluogo, tutto dedito a risolvere nelle forme regolari i propri affari d’ordinaria amministrazione.

Se non fossero per quelle decine di carabinieri in più, che punteggiano di lucerne gli angoli delle strade, e le inequivocabili insistenti sagome degli agenti investigativi, un po’ troppi per un centro disciplinato e gentile com’è questa capitale abruzzese, l’illusione della placidità sarebbe completa. Si può dunque senz’altro proclamare che del processo Matteotti si parla più a Roma o a Bologna o a Milano di quel che non se ne discorra a Chieti, oasi gentile di chiara serenità. Chieti è appunto una città-camomilla.

Una cittadina di provincia tranquilla, quasi addormentata, che il giornalista Alberto Maria Perbellini, inviato speciale de Il Resto del Carlino, descrive come una vera e propria “città-camomilla”. Proprio per questa sua apparente innocuità, Chieti fu scelta dal Duce, con il benestare dell’allora re Vittorio Emanuele III, come teatro di un processo scomodo per il regime: il processo Matteotti, celebrato nel Palazzo di Giustizia affacciato su piazza San Giustino, dal 16 al 24 marzo 1926.

Cinque fascisti oggi a processo per la morte di Giacomo Matteotti; il caso verrà affrontato nella solitaria Chieti, scriveva l’inviato del New York Times il 16 marzo 1926, aggiungendo con sottile ironia: “Si prevede una pena lieve”. Il Palazzo di Giustizia, costruito nei primi anni Venti in stile neogotico, sorge sulle antiche abitazioni che, prima dell’istituzione del Giustiziere Regio e poi del Governatore di Chieti, erano abitate già ai tempi dei Borbone.

Giacomo Matteotti nacque a Fratta Polesine il 22 maggio 1885 in una famiglia benestante. Di idee socialiste fin dalla giovinezza, si iscrisse al Partito Socialista all’età di quindici anni, ma già l’anno precedente il suo nome compariva tra i “compagni di riferimento” nel periodico socialista di Rovigo Lotta, di cui entrò a far parte della redazione nel 1908. Dopo una breve crisi causata dalla tragica morte dei fratelli Matteo e Silvio per tisi, Matteotti divenne protagonista della vita politica locale, venendo eletto sindaco di Villamarzana nel 1912.

Sul piano nazionale, Matteotti si distinse come convinto antimilitarista, posizione che espresse con forza in occasione dell’impresa libica del 1912. Idee coerenti anche allo scoppio della Prima guerra mondiale, quando si schierò per la neutralità, entrando in contrasto con Benito Mussolini, allora ancora socialista e direttore dal 1912 de L’Avanti. Mussolini, inizialmente anti-interventista, cambiò poi radicalmente posizione nel 1914, diventando fervido interventista: la divergenza portò alle sue dimissioni dalla direzione del giornale e all’espulsione dal Partito Socialista.

Di contro, Mussolini fondò un proprio movimento politico interventista, i Fasci d’azione rivoluzionaria nell’ottobre 1914, e un giornale, Il Popolo d’Italia, nel novembre dello stesso anno. Conclusa la guerra e dopo la delusione della cosiddetta “vittoria mutilata”, Mussolini diede vita nel marzo 1919 ai Fasci Italiani di Combattimento, gettando le basi del futuro regime fascista.

Nello stesso anno, a dicembre, il giovane e preparato leader socialista Giacomo Matteotti fu eletto deputato del Regno d’Italia. Pochi anni dopo, nell’ottobre 1922, re Vittorio Emanuele III, “per evitare disordini”, affidò a Benito Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo, dopo la celebre Marcia su Roma: prendeva così avvio il Ventennio fascista.

Il 30 maggio 1924 Matteotti, allora segretario del Partito Socialista Unitario, denunciò alla Camera dei deputati i brogli elettorali delle elezioni del 6 aprile 1924, che avevano sancito la vittoria della Lista Nazionale fascista. Nel suo coraggioso discorso affermò:

Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse.

Undici giorni più tardi, il deputato socialista fu rapito e brutalmente assassinato da un gruppo di squadristi fascisti. Seguirono il processo e il dibattimento contro gli esecutori materiali dell’agguato, ma il procedimento si concluse con assoluzioni e pene minime, trasformandosi in una vera e propria farsa giudiziaria.

Qualsiasi pista che potesse ricondurre a Mussolini fu presto accantonata. Tuttavia, fu lo stesso Duce a dichiararsi responsabile: nel celebre discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, assunse su di sé “la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto”, segnando un momento cruciale della storia italiana e della nascita della dittatura.

Mafalda di Savoia a Chieti

Mafalda di Savoia; al centro e in basso: Chieti, piazza San Giustino, Palazzo Mezzanotte – Foto Abruzzo storie e passioni

Un altro edificio che si affaccia su piazza San Giustino entrerà nei libri di storia circa vent’anni dopo il processo Matteotti: si tratta del Palazzo Mezzanotte, ironicamente situato proprio di fronte al tribunale che ospitò il celebre processo.

Costruito nei primi anni del Novecento in stile rinascimentale, il palazzo fu teatro, l’8 settembre 1943, dell’arrivo del generale Pietro Badoglio e dello Stato Maggiore. Tutti, all’alba di quel giorno cruciale, lasciarono precipitosamente Roma insieme alla famiglia reale, ospitata nel frattempo nel Castello ducale di Crecchio, per dirigersi il giorno seguente a Ortona e imbarcarsi verso Brindisi. Per un racconto più dettagliato rimando all’articolo del blog: “Ricordi di guerra, storie di Francavilla al Mare e Ortona”.

Un altro palazzo di Chieti custodisce testimonianza di vicende legate a quel periodo così delicato della storia italiana, delineando quasi un itinerario storico e turistico poco conosciuto nella città. Si tratta del Palazzo Messangioli, antica dimora aristocratica costruita a ridosso dell’elegante Teatro Marrucino.

Durante la frettolosa e confusa fuga verso l’Abruzzo del governo italiano, dello Stato Maggiore e della famiglia reale, venne ignorata la principessa Mafalda di Savoia, secondogenita di re Vittorio Emanuele III. La giovane non fu immediatamente informata del piano di fuga, probabilmente per timore che la sua conoscenza potesse compromettere la sicurezza.

In quei giorni Mafalda si trovava a Sofia, per assistere sua sorella, la principessa Giovanna, zarina consorte di Bulgaria, il cui marito, lo zar Boris, era gravemente malato.

Dopo la comunicazione ufficiale dell’Armistizio italiano, Mafalda di Savoia prese un treno per rientrare in Italia, con l’intenzione di ricongiungersi alla famiglia. Nei pressi della città rumena di Sinaia, il convoglio fu fermato in piena notte dalla regina madre Elena di Romania, che cercò invano di dissuadere la principessa dal proseguire un viaggio ormai diventato estremamente pericoloso.

Mafalda ignorò l’avvertimento e continuò il suo ritorno. Dopo una sosta presso l’ambasciata italiana di Budapest, l’11 settembre prese un aereo diretto a Bari, ma per motivi di sicurezza l’aereo atterrò a Pescara. La principessa decise allora di recarsi a Chieti, dove rimase otto giorni ospite del Palazzo Messangioli.

Il 22 settembre intraprese un rocambolesco viaggio verso Roma, dove riuscì a ricongiungersi a tre dei suoi figli, custoditi in Vaticano da monsignor Montini, futuro papa Paolo VI. Il figlio maggiore, Maurizio, si trovava invece in Germania con il padre, Filippo d’Assia. Il giorno successivo Mafalda venne convocata dal comando tedesco di Roma: le fu fatto credere che l’aspettava il marito, già invece trasferito nel campo di concentramento di Flossenbürg.

La principessa fu arrestata e imbarcata su un aereo alla volta di Monaco di Baviera, quindi trasferita sotto falso nome nel campo di concentramento di Buchenwald. I nazisti le vietarono di rivelare la sua vera identità, ma la notizia si diffuse comunque tra i prigionieri.

Nell’agosto del 1944, durante un bombardamento alleato sul campo, Mafalda rimase gravemente ferita, perdendo un braccio. Ricoverata nell’ambulatorio del campo, non ricevette cure adeguate e morì il 28 agosto 1944. Si racconta che le sue ultime parole furono rivolte ai figli.

A Chieti, una targa sulla facciata del Palazzo Messangioli conserva memoria del suo nome e della tragica vicenda che vide la città protagonista di un episodio poco noto della storia italiana.

Chieti, Palazzo Messangioli – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Chieti è una città affascinante, ricca di storia, arte e cultura. Oltre a chiese e musei, i palazzi signorili raccontano storie e aneddoti, come il Palazzo de Majo, da cui è possibile accedere alla Chieti sotterranea, un intricato mondo di ipogei, cunicoli e cisterne che conserva tracce vive dell’antica Teate.

Questo articolo rappresenta soltanto un’introduzione alla storia e ai monumenti della città. Nei prossimi approfondimenti ci addentreremo nelle collezioni dei musei cittadini e scopriremo la chiesa di Santa Chiara, un vero gioiello barocco che custodisce opere del raffinato artista seicentesco Giovan Battista Spinelli, nato a Chieti nel Palazzo Sirolli, affacciato su piazza San Giustino. Le sue creazioni sono presenti in collezioni private e nei più importanti musei italiani e internazionali, a testimonianza della vivace eredità artistica della città.

Copyright ‐ Riproduzione riservata ‐ derocco.leo@gmail.com – Leo Domenico De Rocco Tecnico della valorizzazione dei Beni culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Fonti: “Chieti: passato, presente, futuro“, 2012, Carabba Editore; inoltre ho seguito i percorsi informativi presenti nei Musei Archeologici di Villa Frigerj e della Civitella, nonché nelle relative biblioteche.

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