San Vito Chietino. Mare, trabocchi e amanti

25 Marzo. San Vito è la mia Mecca, la mia città santa a cui vanno le più alte aspirazioni dell’essere. Che gran soffio salutare! San Vito è il paradiso! (1)

Prima parte

Mare e Trabocchi

La Costa dei Trabocchi è uno dei tratti più affascinanti del litorale abruzzese, un lembo di Adriatico che, per fortuna, è rimasto finora al riparo dagli assalti della speculazione edilizia. Il paesaggio è dominato da promontori marini e morbide colline, dove frutteti, uliveti e vigneti scendono fino a sfiorare il mare, accompagnando lo sguardo lungo la Via Verde: una lunga arteria ciclopedonale che da Ortona conduce, quasi senza soluzione di continuità, fino a Vasto.

È qui che il nostro blog di storie e passioni fa tappa, a San Vito Chietino, piccolo centro affacciato su questo tratto di costa, custode di un patrimonio fatto di mare, memoria e tradizioni. Nelle acque antistanti il paese si trova uno dei trabocchi più antichi e celebri: il Turchino, che prende il nome dal vicino promontorio di Capo Turchino. Ma l’origine del nome è anche letteraria: fu Gabriele d’Annunzio a battezzarlo così, ispirandosi al soprannome di un pescatore sanvitese, la cui pelle, scurita dal sole e dal vento, raccontava le infinite ore trascorse sul mare a calare le reti.

Il poeta pescarese ne lasciò una descrizione destinata a diventare iconica –  una strana macchina da pesca, tutta composta da tavole e travi, simile a un ragno colossale – mentre da una piccola spiaggia di ciottoli levigati e colorati, osservava il trabocco anche di notte, quando il Turchino e gli altri traboccanti sanvitesi, sfidando il buio, illuminavano il mare con le fiaccole, accese per attirare i pesci. In quelle luci tremolanti, sospese tra cielo e acqua, prendeva forma un rito antico, capace ancora oggi di raccontare l’anima più autentica di questa costa.

Ai tempi di d’Annunzio il trabocco era il regno del contadino-pescatore, figura ancestrale e tenace, simbolo degli elementi primordiali, la terra e il mare. Questa ingegnosa macchina da pesca su palafitte garantiva il sostentamento alla sua famiglia, composta da gente umile che alternava la fatica dei campi a quella delle reti calate in acqua.

Negli ultimi decenni, però, i trabocchi hanno cambiato volto: da antichi strumenti di lavoro si sono trasformati in suggestivi ristoranti sospesi sul mare. Una metamorfosi che, se da un lato alimenta il turismo e l’economia locale, dall’altro rischia di attenuare il valore storico e simbolico di queste strutture. Per questo alcuni traboccanti – così si chiamano i proprietari e gestori dei trabocchi – hanno scelto di farsi custodi attivi di questo patrimonio, promuovendo iniziative culturali legate alla storia e all’identità del territorio.

A San Vito Chietino, in particolare, è possibile visitare il Trabocco Turchino, sottoposto a vincolo della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio in quanto sito di interesse culturale ed eletto anche Luogo del Cuore dal FAI. Le visite sono curate da una realtà locale, la Pallenium Tourism, che anima questo spazio con visite guidate per turisti e studenti, incontri musicali, degustazioni di vini e prodotti del territorio, letture poetiche e presentazioni di libri. Un modo per restituire al trabocco la sua funzione originaria di luogo vissuto, non solo osservato.

Accanto al ragno colossale descritto da d’Annunzio – un intreccio di cordami, argani, palafitte, pedane e passerelle realizzate in pino d’Aleppo, quercia, robinia pseudoacacia e materiali ferrosi recuperati dalla dismessa Ferrovia Adriatica – sorgeva un tempo una torre difensiva. Era parte del sistema di protezione dell’antico castello sanvitese, eretto per difendere il castrum dalle frequenti incursioni dei pirati turchi.

La torre fu costruita in epoca medievale, alla fine del Trecento, e successivamente ricostruita sotto l’imperatore Carlo V d’Asburgo, padre di Margherita d’Austria (Oudenaarde, 1522 – Ortona, 1586). Donna di grande rilievo politico e culturale, governatrice dei Paesi Bassi e duchessa consorte di Firenze, Parma e Piacenza, Margherita volle lasciare un segno anche su questa costa: fece edificare, con la firma dell’architetto Giacomo della Porta, allievo di Michelangelo, una dimora affacciata sul mare nel belvedere della vicina Ortona, il maestoso Palazzo Farnese. Un dialogo silenzioso, ancora oggi percepibile, tra architettura e paesaggio marino.

Torre e castello oggi non esistono più, ma le tracce delle antiche fortificazioni riaffiorano lungo la via detta “Orientale”, che dal nucleo storico di San Vito Chietino si affaccia come un balcone naturale sul mare dei trabocchi. Da qui lo sguardo spazia senza ostacoli: davanti domina il blu dell’Adriatico; alle spalle, verso occidente, si stagliano nitidi i profili della Maiella e, più lontano, la mole solenne del Gran Sasso. Un paesaggio duplice, marino e montano, in cui però è il mare sanvitese a imporsi, catturando l’attenzione durante il nostro viaggio.

Nel cuore del vecchio quartiere un tempo abitato da marinai e pescatori, che i sanvitesi chiamano semplicemente “il Colle”, si apre il Belvedere Guglielmo Marconi. Qui sorge la chiesa di San Francesco di Paola, protettore dei naviganti, dei bagnini e della gente di mare. La piccola chiesa, in stile tardo barocco, nacque come cappella privata dei marchesi Lucà-Dazio, nobile famiglia giunta in Abruzzo dalle Fiandre nel XVI secolo. Ma accanto alla storia documentata, questo luogo custodisce anche una leggenda, tramandata come un racconto di mare e di salvezza.

Si narra che un vascello di pirati turchi, diretto verso la costa sanvitese per saccheggiarla, fu colto da una violenta tempesta. L’imbarcazione stava per affondare quando uno dei marinai, in preda alla disperazione, invocò il Cristo Salvatore. All’improvviso il cielo si rasserenò e il mare si placò. Per la grazia ricevuta, i pirati risparmiarono San Vito e fecero edificare proprio su quel promontorio la piccola chiesa, come segno di riconoscenza e di pace inattesa.

Della torre difensiva, invece, resta una testimonianza tanto rara quanto affascinante: una pergamena realizzata da un altro pirata, questa volta pentito, divenuto straordinario navigatore, ammiraglio e uno dei più grandi cartografi e geografi della storia.

Si tratta di Piri Reis (1465–1553), autore della celebre Mappa dei sette mari e del Libro della Marina. Le sue opere, insieme alla pergamena che raffigura le architetture medievali di San Vito Chietino, furono a lungo custodite nella Sala del Tesoro del Palazzo Topkapi di Istanbul, lo storico e sontuoso rifugio dei sultani ottomani. Un luogo che Gabriele d’Annunzio, irresistibilmente attratto da oriente, lusso e mistero, avrebbe sognato di abitare almeno per una notte, magari in compagnia di una delle sue leggendarie “regine di Cipro”.

La pergamena appartenne al sultano Süleyman I, detto il Magnifico, e oggi è conservata nella collezione di manoscritti e libri rari del Walters Art Museum di Baltimora. Un filo sottile ma resistente, che lega San Vito Chietino alle grandi rotte del Mediterraneo, intrecciando storia locale e geografia del mondo, memoria e immaginazione.

È su questo scenario, tra mare, storia e leggenda, che si innesta la seconda parte del nostro racconto. Un capitolo più intimo e vibrante, in cui il mare di San Vito Chietino diventa teatro e complice di una storia d’amore e di passione: vissuta tra i trabocchi, il profumo delle ginestre e l’inquieta bellezza di una costa capace di accendere i sensi.

Galleria fotografica

San Vito Chietino – Belvedere Marconi, Chiesa di San Francesco da Paola, centro storico, Chiesa della Immacolata Concezione, San Vito tra Matteo e Marco, pala d’altare di Leonzio Compassino, XVI sec., resti del castello, torrione sud-est, XIV sec. – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Costa dei Trabocchi – San Vito Chietino, la ciclopedonale della Via Verde in prossimità dell’Eremo Dannunziano e la spiaggia con i trabocchi sul molo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

San Vito Chietino – il Trabocco Turchino e la ciclopedonale Via Verde vista dall’Eremo Dannunziano – Foto e video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Watermark_1678519429050

Antica pergamena con la mappa di Lanciano, il suo circondario e le cittadine-fortezze sulla costa, tra esse San Vito Chietino, XV sec., Piri Reìs -The Walters Art Museum Baltimora

Watermark_1678539777229

Palazzo Topkapi Istanbul – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Sul Trabocco Turchino – video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Barbara Leoni, in una foto scattata nel periodo della sua fuga amorosa a San Vito Chietino e Gabriele d’Annunzio, qui all’età di 26 anni, l’epoca del primo incontro con Barbara.

Seconda parte

Amanti

Mi trovo a San Vito Chietino non per godermi, per quanto tentato, una giornata di relax al mare, ma per raccontarvi una dimora speciale: una villetta arroccata sul promontorio, con vista sul Trabocco del Turchino e sulla marina sottostante. Questi luoghi furono testimoni di una vicenda intrigante, ambientata negli ultimi bagliori del Romanticismo, che vide protagonisti uno scrittore carismatico e sempre squattrinato, e la sua amante, una giovane romana bella e intelligente. La storia, intrecciata con i paesaggi di San Vito e di altre cittadine della Costa dei Trabocchi – da Casalbordino a Ortona, fino a Guardiagrele nell’entroterra – ispirò uno dei romanzi più celebri dell’epoca ottocentesca.

In una lontana estate, i due amanti trovarono in questa villetta un rifugio solitario, dove il tempo scorreva tra amore, passione e poesia. I due erano il ventiseienne Gabriele d’Annunzio e la donna che il poeta chiamava “gli occhi più belli di Roma”, la “Barbarella, regina di Cipro”: Barbara Leoni, al secolo Elvira Natalia Fraternali, di un anno più grande, entrambi reduci da matrimoni infelici.

Avrete già intuito il titolo del romanzo: Il Trionfo della Morte, ultimo capitolo della trilogia dei “Romanzi della Rosa”, iniziata da d’Annunzio con Il Piacere e L’Innocente. Nel libro, l’esteta Giorgio Aurispa, nobile di Guardiagrele, intreccia una passione tormentata con Ippolita Sanzio, una romana anch’essa sposata.

Per immergersi davvero nel clima di quell’estate di passione sulle coste sanvitesi, citerò stralci del romanzo e alcune lettere che i due amanti – quelli veri, Gabriele e Barbara – si scambiarono in quel periodo. Lo scambio epistolare è imponente: oltre mille lettere, molte inedite, custodite in collezioni private, ora raccolte, commentate e pubblicate nel prezioso volume Lettere a Barbara Leoni (Casa Editrice Carabba, Lanciano), a cura dello scrittore abruzzese Vito Salierno, uno dei massimi studiosi di d’Annunzio. Benedetto Croce definì questa corrispondenza “il più meraviglioso epistolario d’amore”.

Il primo incontro

Gabriele e Barbara si incontrarono per la prima volta a Roma, in un concerto organizzato al Circolo degli Artisti di Via Margutta, il celebre rione romano delle arti. Via Margutta, già abitata da artigiani e artisti nel Medioevo, era stata ufficialmente consacrata a sede dell’arte dal pittore caravaggesco Orazio Gentileschi nei primi del Seicento, mentre il Circolo, fondato nel 1858 dal marchese Francesco Patrizi, era il salotto esclusivo della Roma colta e mondana.

In realtà, d’Annunzio aveva già notato Barbara alcuni giorni prima, passeggiando baldanzoso lungo Via del Babuino: la “bella romana” curiosava tra i libri di una libreria, ignara di attirare l’attenzione del giovane pescarese. In quell’occasione si scambiarono soltanto un fugace sguardo, ma il birbante pescarese aveva già deciso che quell’incontro non sarebbe rimasto isolato.

La serata al Circolo era affollata di vip dell’epoca: musicisti, artisti, intellettuali come Giacomo Puccini, Pietro Mascagni, Emile Zola, Franz Liszt… eppure, in mezzo a tanto splendore, il ventiseienne d’Annunzio aveva la mente altrove. “Amore vedessi com’è bello il cielo a Via Margutta questa sera…”, cantava nel 1987  il cantautore romano Luca Barbarossa, ma dev’essere più o meno quello che pensò un secolo prima anche il giovane poeta in quella magica primavera del 1887, quando l’affascinante ragazza notata in libreria riapparve proprio davanti a lui, invitata allo stesso concerto; e così la fantasia si mescolò alla realtà, come in un dolce sogno.

Barbara Leoni, donna colta, elegante e appassionata di arte e letteratura, pianista di talento, aveva studiato al Conservatorio di Milano e proveniva da una famiglia borghese di buona posizione, ma non nobile. Il suo matrimonio con il bolognese Ercole Leoni, conte di dubbia nobiltà, era naufragato: oltre al fallimento coniugale, una malattia venerea la aveva resa sterile e infelice, costringendola a ritirarsi nella casa di famiglia a Roma.

Lui, giovane e brillante pescarese, era arrivato a Roma in cerca di fortuna. Per sbarcare il lunario scriveva come cronista mondano per il quotidiano La Tribuna, fondato nel 1883 dal principe Matteo Barberini Colonna di Sciarra. La sua penna già attirava l’attenzione nei salotti romani e tra gli intellettuali, anche se il grande successo di pubblico sarebbe arrivato solo con la pubblicazione de Il Piacere. Ma il fascino di Gabriele non risiedeva solo nella scrittura: magnetico, ambizioso e capace di sedurre con la sola presenza, aveva già alle spalle un matrimonio riparatore con la ricchissima duchessa Maria Hardouin di Gallese, a sua volta legata a pettegolezzi mondani che la collegavano al principe Barberini stesso.

Un incontro di destini, talenti e passioni, sullo sfondo di una Roma scintillante e piena di contrasti, destinato a trasformarsi in una storia che avrebbe lasciato tracce indelebili tra le onde della Costa dei Trabocchi. Prima di immergerci nell’estate di passione consumata sul mare sanvitese, occorre fare un passo indietro e raccontare un episodio fondamentale della vita sentimentale di Gabriele d’Annunzio.

A soli vent’anni, il poeta si era infatti sposato con Maria Hardouin, giovane nobildonna romana, in un matrimonio riparatore che segnò profondamente i suoi anni giovanili. Questa vicenda, tra scandali, fughe romantiche e figli, getta luce sullo spirito inquieto e passionale del giovane poeta, fornendo il contesto entro cui prenderanno corpo le successive storie d’amore, in particolare quella con Barbara.

Maria Hardouin

Ormai mi ha vinta, conquistata e sottratta mi ha il mio cuore – Maria Hardouin

Entrambi ventenni, Gabriele d’Annunzio e Maria Hardouin si conobbero nell’inverno del 1883 durante una festa da ballo organizzata nel salotto romano della madre di Maria, la duchessa Natalia Lezzani. Dopo una tentata fuga in treno finita in un hotel di Firenze, nel quale i due fuggiaschi innamorati pernotteranno per due notti, si sposarono contro il volere del padre di lei e sotto i riflettori della stampa gossip dell’epoca nella chiesa privata di uno dei più sfarzosi palazzi di Roma, il rinascimentale Palazzo Altemps, costruito nel XV per volontà di Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV e marito di Caterina Sforza, il cui bisnonno, Muzio Attendolo, morì nel 1424 affogato a Pescara mentre attraversava a cavallo l’omonimo fiume che bagna la città.

Si racconta che il capostipite degli Sforza cercò di salvare un suo paggetto caduto nel fiume abruzzese, la pesante armatura gli fu fatale. Girolamo Riario e suo zio papa Sisto IV furono tra gli organizzatori dell’attentato a Lorenzo de Medici, in cui perse la vita il fratello del Magnifico, Giuliano, durante la famosa Congiura dei Pazzi del 1478. L’edificio dopo alcuni avvicendamenti fu comprato nel 1568 dal cardinale Marco Sittico Altemps, da qui il nome del palazzo romano.

Le nozze tra d’Annunzio e Maria Hardouin, discendente del ramo romano degli Altemps, furono celebrate il 28 luglio 1883. Testimone della coppia fu Francesco Paolo Michetti, sempre presente nella vita del poeta, mentre tra i pochi invitati figuravano anche Edoardo Scarfoglio e sua moglie Matilde Serao, futura fondatrice de Il Mattino di Napoli e prima donna direttrice di un giornale.

I genitori di d’Annunzio rimasero a Pescara, in Corso Manthonè, mentre la madre della sposa, Donna Natalia, assistette alla cerimonia di nascosto. Il padre di Maria, il duca Giulio del Gallese, si mostrò inflessibile: troppo scandalosa per l’epoca la relazione della figlia con un giovane poeta proveniente dalla provincia. Nessuna dote, nessun riconoscimento ufficiale; i salotti romani raccontano che il duca arrivò a ignorare la figlia per strada, fingendo di non conoscerla.

Dopo un primo soggiorno a Porto San Giorgio, ospiti di un amico di d’Annunzio, il poeta Carmelo Errico, i due giovani si trasferirono per circa un anno nella campagna vicino a Pescara, a Villa del Fuoco, allora in provincia di Chieti. Lì la famiglia d’Annunzio possedeva alcuni terreni adibiti a vigneto e una casa in cui, nel 1884, nacque Mario, primo dei tre figli avuti con Maria. Nel 1886 venne alla luce Gabriele Maria, detto Gabrielino, che inizialmente il poeta non riconobbe, sostenendo scherzosamente che fosse figlio di “un cocchiere”. Nel 1887, l’anno in cui d’Annunzio incontrò Barbara Leoni, nacque il terzo figlio, Ugo Veniero.

La quarta figlia, Renata, affettuosamente chiamata “Cicciuzza”, arrivò nel 1893 da un’altra relazione, con Maria Gravina Cruyllas, anch’essa sposata con un conte. Con la Cruyllas, d’Annunzio affitterà per un paio d’anni il villino Mammarella vicino al Palazzo Sirena di Francavilla al Mare, dopo essere stati denunciati per adulterio dal marito di lei, il conte Guido Anguissola di San Damiano. Il loro incontro, avvenuto a Napoli nel 1892, fu un vero colpo di fulmine che segnerà la fine della relazione con Barbara Leoni.

Amori giovanili e la crociera per rincorrere Barbara, da Ortona a Venezia

Ora mi diverto discretamente: faccio cavalcate di tre ore quasi ogni sera, nuoto, vado in barca al chiaro di luna, ballo il mercoledì e il sabato, scrivo versi, faccio la corte alle signore belle, alle quali sono assai simpatico; forse perché son poeta e ho una selva di capelli ricci e due occhi da spiritato. Son curiose le donne! – Da una lettera di Gabriele d’Annunzio a un suo amico, scritta all’età di 17 anni a Francavilla al Mare.

Prima di Maria Hardouin, il giovanissimo e precoce d’Annunzio, non ancora diciassettenne, aveva già rivolto il suo interesse verso una nobildonna teramana: la bella e colta Vinca Delfico, di due anni più grande, discendente del filosofo abruzzese Melchiorre Delfico. Tuttavia, ogni tentativo del giovane poeta si rivelò vano. Donna Vinca, corteggiata da molti uomini, che durante le feste mondane arrivarono a sfoggiare un fiore di pervinca sulla giacca, restava fedele al marito, Simone Sorge, proprietario terriero di Nereto, nel Teramano.

Vinca, soprannominata “la bella selvaggia” da Francesco Paolo Michetti, che la ritrasse tra fiori, raso e coralli, non cedette mai nemmeno al fascino irresistibile di d’Annunzio. Quando il poeta, senza più giri di parole, le dichiarò apertamente il suo amore, ricevette in risposta una cassetta di vellutate e rosee pesche: un gesto gentile, forse carico di simbolismo, ma un sì non arrivò.

Ma torniamo agli amanti di San Vito. Dopo il colpo di fulmine nella libreria di Via del Babuino e il primo bacio durante il concerto a Via Margutta, d’Annunzio iniziò a muoversi come un pendolare tra Roma, Pescara e Francavilla al Mare, agevolato dalla recente apertura della linea ferroviaria Pescara–Sulmona–Roma. Numerosi furono anche i viaggi tra i paesi abruzzesi, spesso in compagnia del “divino fratello Ciccillo” Michetti. Già a diciassette anni, d’Annunzio aveva accompagnato l’amico a Miglianico per la festa di San Pantaleone, rimanendo affascinato dai devoti che strisciavano a terra in segno di ex voto per baciare il busto argenteo del santo. Scene di un Abruzzo arcaico e intriso di fede che ispirarono Michetti a dipingere Il Voto e il giovane d’Annunzio a scrivere Gli Idolatri.

Non mancarono nemmeno le crociere, occasione di avventura e romanticismo. Nell’agosto del 1887, invitato dall’amico Adolfo de Bosis, d’Annunzio salpò lungo l’Adriatico da Ortona a Venezia a bordo della barca Lady Clara. Il giovane poeta, scroccone ma intraprendente, desiderava visitare Venezia “tutto compreso”, tanto pagava de Bosis, e senza perdere di vista la bella Barbara, anch’essa in viaggio tra Rimini e la città dei gondolieri.

Lo yacht attraccò a Venezia il 9 settembre e qui, tra i canali e le calli, per la precisione a Riva degli Schiavoni, nell’hotel Beau Rivage, d’Annunzio incontrò di nuovo la sua amata Barbara, consolidando una passione destinata a segnare le loro vite e la letteratura italiana.

Il ritorno in Abruzzo e l’estate di passione sul mare sanvitese

Nel luglio del 1889 d’Annunzio si licenziò dalla redazione della Tribuna e lasciò Roma per rifugiarsi, ancora una volta, in quel nido capace di offrirgli insieme protezione e ispirazione: il convento quattrocentesco acquistato da Francesco Paolo Michetti a Francavilla al Mare. Il pittore lo aveva comprato nel 1883 grazie al ricavato della vendita allo Stato italiano della grande tela Il Voto, oggi conservata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Quel luogo, sospeso tra sacro e profano, arte e natura, era ormai da anni uno dei centri vitali della creatività dannunziana. È da qui che nasce l’invito, vibrante e diretto, rivolto a Barbara Leoni:
Verresti tu a passare l’estate con me, qui in Abruzzo, in una casa solitaria sul mare, lontana da Francavilla? (2)

In quei mesi lo scrittore si divideva tra la casa natale di Corso Manthonè a Pescara, il conventino francavillese arroccato sulla collina e uno studio-atelier ricavato quasi sulla spiaggia: un cubo di tufo costruito da Michetti a ridosso del mare, che ai francavillesi dell’epoca appariva come un’eccentrica stranezza d’artista. Proprio lì d’Annunzio, reduce dal crescente successo ottenuto con la pubblicazione, nel maggio di quell’anno, de Il Piacere, primo romanzo della “Trilogia della Rosa”, scritto a Francavilla, si abbandonava a pose e rituali estetizzanti. Disteso su tappeti arabeggianti fatti arrivare da Roma, all’ombra, come scrisse lui stesso, di “grandi tende verdi” che il vento sollevava mostrando “il mare azzurro popolato di vele rosse”, osservava la “biancheggiante Francavilla simile a una città moresca”. Eppure, in quello scenario così perfetto, mancava l’essenziale: la sua Barbarella.

Il desiderio di condividere l’estate con Barbara e di farle conoscere l’Abruzzo lo spinse a chiedere a Michetti di trovargli una casa sul mare, lontana da Francavilla. All’epoca la cittadina era una delle località balneari più alla moda d’Italia, animata dal continuo via vai di artisti, poeti, musicisti, attrici, giornalisti e politici che gravitavano intorno al celebre Cenacolo michettiano. Un luogo troppo esposto, troppo affollato, inadatto a una passione che aveva bisogno di solitudine e segretezza.

D’Annunzio cercava qualcosa di diverso: un luogo di raccoglimento e di passione, un rifugio in cui l’estetismo potesse fondersi con il culto della natura, della bellezza e della sua “amata terra”. Un luogo, insomma, profondamente dannunziano. Quella casa sul mare sarebbe stata la prima, embrionale anticipazione delle dimore simbolo della sua vita futura, dalla Capponcina al Vittoriale, spazi concepiti come proiezioni della sua personalità, discussa, amata o odiata.

Fu ancora una volta Michetti a trovare il rifugio ideale: una villetta solitaria sul promontorio di San Vito Chietino, affacciata sul mare e sui trabocchi. Appresa la notizia, d’Annunzio corse alla stazione, ma perse il treno. Anche questo piccolo incidente diventò materia di racconto amoroso, trasformato in lettera, attesa e desiderio:

Sono già a Francavilla. Volevo andare oggi stesso a San Vito, ma ho perduto il treno. Andrò con Ciccillo domattina per tempo. Ti riscriverò, narrandoti. Che fai tu, in quest’ora? E’ un tramonto lentissimo, di una calma quasi estatica. Chi sa se i tuoi pensieri viaggiano verso il Convento! Domattina salirò sul Promontorio dei sogni. Amami, quando verrai. (3)

Il promontorio dei sogni e delle passioni

Gabriele e Barbara arrivarono a San Vito Chietino, “il paese delle ginestre” come recita qui uno slogan turistico, il 23 luglio del 1889 e vi rimasero fino alla fine di settembre dello stesso anno. Prima dell’arrivo dell’amante romana, d’Annunzio aveva già compiuto diversi sopralluoghi a San Vito, esplorando il promontorio, le scogliere e i sentieri che scendevano verso il mare.

Talvolta era accompagnato dall’inseparabile Francesco Paolo Michetti, compagno di avventure e testimone silenzioso di quella scelta. Ogni visita era un atto di appropriazione emotiva e creativa: il poeta misurava gli spazi, ascoltava il respiro del mare, osservava le ginestre in fiore e immaginava, già allora, come quei luoghi sarebbero entrati nella sua vita e nella sua scrittura.

Ogni comodo della vita mancherà su quell’inaccessibile Promontorio coperto di aranci e di olivi. Figurati una piccola casa rurale composta di due piccole stanze al primo piano e di una stanza al piano terreno e di un portichetto. E innanzi uno spiazzo ombreggiato di una quercia secolare; e, accanto, un grande orto di aranci e d’altri alberi fruttiferi; e sotto il mare, gli scogli, una vista interminabile di coste e di monti marini e, sopra tutto, una immensa libertà. Amami e sognami e desiderami sempre. (4)

Sono tanto, tanto, tanto stanco! Sono andato su e giù tutt’oggi. In quella casa manca ogni cosa. Povera Barbarella! Vieni con scarpe larghe e forti, troverai molti sassi e grandi massi. A giovedì amica e amante. L’indirizzo è San Vito Lanciano.   Ti adoro e ti desidero, violentemente. (5)

All’epoca, a San Vito Chietino, non esistevano strade asfaltate né automobili. Gabriele e Barbara, scesi dal treno alla stazione di San Vito Marina, raggiunsero la casa-eremo a piedi, inerpicandosi lungo una stradina panoramica che saliva verso il promontorio di Capo Turchino, in località Portelle. Un percorso lento e faticoso, immerso nel profumo delle ginestre e tra aranceti che si affacciavano sul mare, quasi un rito di passaggio prima dell’approdo al loro rifugio segreto: In un pianoro dove le ginestre fiorivano con tal densità da formare alla vista un sol manto giallo, d’un colore sulfureo, splendidissimo. (6)

In questo passo del romanzo, d’Annunzio rievoca un episodio realmente vissuto durante una delle sue passeggiate sanvitesi. Giorgio Aurispa incontra alcune ragazze del paese, intente a raccogliere ginestre su un pianoro assolato. Le giovani, chine tra i cespugli dorati, cantano il ritornello di una canzone popolare abruzzese, Tutte le fontanelle. È uno di quei momenti in cui la vita quotidiana, semplice e arcaica, si innesta nella narrazione letteraria, trasformandosi in materia poetica: il canto, il giallo delle ginestre, il mare sullo sfondo diventano parte integrante di quella estate ottocentesca di sogni e passioni consumata sul promontorio sanvitese.

Siamo ospiti di due contadini vecchissimi

La bellezza e la tranquillità di San Vito Chietino, l’incanto del mare, le scogliere a picco, le spiagge nascoste e le isolette di scogli, i pianori accesi di ginestre, i tramonti che si insinuano tra i promontori marini. Tutto questo costituì per Gabriele d’Annunzio il primo, autentico eremo ideale. Un luogo dell’anima prima ancora che una dimora, embrione di quella vita estetica e inimitabile che, nel d’Annunzio maturo, avrebbe trovato altre forme e altri scenari: dal villino Mammarella di Francavilla al Mare, prima vera casa “dannunziana”, fino all’apice del Vittoriale degli Italiani, vortice di lusso, memoria e simbolo, immerso tra “dolci giardini e terrazze in declivio”. In questo percorso, un sottile fil rouge lega il mare di San Vito al lago di Gardone Riviera.

All’epoca, il pianoro su cui sorgeva la casa-eremo di San Vito era molto più ampio di quanto appaia oggi e si spingeva fino a lambire una scogliera a picco sul mare, destinata, come vedremo, ad assumere un ruolo cruciale in questa storia narrata tra realtà e romanzo. L’isolamento del luogo era accentuato dall’assenza di infrastrutture moderne: l’attuale strada statale 16 Adriatica, in Abruzzo chiamata  “la Nazionale”, non esisteva ancora nella forma asfaltata che conosciamo oggi. L’unico collegamento tra la casa sul promontorio e la stazione ferroviaria di San Vito Marina era una mulattiera ripida e tortuosa, che si arrampicava lungo i rilievi della costa.

I proprietari della casa-eremo, Liberatuccia, al secolo Liberata Panata, e Vituccio, Vito Annecchini, erano contadini del luogo. Fu Michetti a contattarli per conto dell’amico poeta. Durante l’estate affittavano alcune stanze ai forestieri, secondo una forma di ospitalità semplice e spontanea che oggi definiremmo, con un termine moderno, bed and breakfast.

Alla sua compagna d’Annunzio non prometteva ristoranti eleganti né piatti raffinati, ma qualcosa che per lui aveva un valore più alto: la sobrietà autentica della cucina popolare e marinara abruzzese, fatta di gesti antichi, sapori essenziali e prodotti del mare e della terra, incorniciata da un paesaggio intatto e luminoso: Siamo ospiti di due contadini, vecchissimi, che hanno fama di saper cuocere le mujelle come nessuno al mondo: buoni, cortesi e patriarcali. (7)

Nella parte anteriore della casa, in una piccola costruzione rurale, abitava un sanvitese che d’Annunzio descrive come “una persona sottile, rustica e rapace”: Luigi Di Cintio. È lui il celebre “Turchino”, soprannome affettuoso dovuto alla pelle scura, “ner com’ nu turc” (scuro come un turco), come si diceva nelle campagne a ridosso della costa abruzzese, espressione probabilmente legata alla memoria delle antiche incursioni saracene.

In quella stessa casetta Luigi viveva con il figlio Florindo, che vi rimarrà fino al 1963. Figure umili, concrete, radicate nel territorio, che d’Annunzio trasformerà in personaggi letterari, assegnando a ciascuno un ruolo nel Trionfo della Morte. Del ragazzo scriverà: Quel fanciullo seminudo, agile come un gatto, bruno come un bronzo ricco d’oro e con i suoi occhi acuti d’uccel di rapina. (8)

Nella casa degli amanti

19 Agosto. Che notte, quella già scorsa! E stanotte è il plenilunio d’agosto, quello che i grilli di San Vito rigavano stridendo come un diamante su un cristallo puro. Ti ricordi? E ti ricordi in quelle notti divine il biancheggiare dello scheletro enorme su la scogliera? Ti ricordi del trabocco, e del profumo emanato dalla bassa marea, e della luna rossa che ti faceva paura, e delle farfalle a cui tu crudele davi la caccia, e dei miei sonni dormiti sul velluto della tua rosa? Ti ricordi? (9)

Entrando nella casa degli amanti si ha la sensazione che il tempo si sia fermato a quella lontana estate di fine Ottocento. L’atmosfera è resa piacevole dalla vista del mare, che da quassù appare in tutta la sua struggente bellezza, e dall’incantato giardino, che ricorda un dipinto di Monet.

Mi affaccio da una finestra della casa, con un po’ di immaginazione sembra di intravedere la figura evanescente di Barbara Leoni mentre passeggia in giardino, tra ulivi, aranceti e cespugli di rosmarino, con il suo abito rosa antico, l’ombrellino per ripararsi dal sole e in mano un libro di poesie, sulle cui pagine annota i suoi pensieri più segreti. In un certo senso Barbara è ancora qui, perché subito dopo scopro che i suoi resti riposano proprio in questo giardino.

All’Eremo Dannunziano di San Vito realtà e immaginazione si confondono come in un sogno dal sapore retrò. Chissà se sul cancello d’ingresso c’è ancora l’incisione lasciata da Barbarella: “31 Luglio 1889 Gravis dum suavis”, ovvero “triste ma allo stesso tempo dolce”, in compenso sulla cassetta delle lettere ci sono i nomi dei villeggianti-amanti, Gabriele e Barbara. Una sottile abilità turistica che nell’insieme crea il suo effetto, ma non è la sola.

Quanti strani spettacoli quel damasco ha goduti! E’ pieno di suggestioni (10). Sul letto degli amanti, “Il talamo dei talami”, c’è un copriletto giallo, come il colore delle ginestre e della “gran coperta nuziale di damasco” sulla quale si consumarono le ardenti passioni di Giorgio e Ippolita, alias Gabriele e Barbara. Sopra è poggiato l’abito rosa antico regalato (dicono qui) a Barbarella dal suo Gabriele. Non so se è lo stesso abito, ma è un capo autentico dell’epoca e fa pendant con un ombrellino parasole poggiato su una sedia di vimini posta ai piedi del letto.

Pare che un abito simile lo indossò pure Eleonora Duse, altra celebre protagonista nell’affollato harem dannunziano tra attrici, duchesse, eccentriche contesse e celebri artiste. Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto perché ho amato – annotò la Duse nel suo diario – ma d’Annunzio maturo si pentì dei suoi errori giovanili. Insieme ai ricordi marini sanvitesi della “bella romana” porterà al Vittoriale una foto della “divina” Duse, ponendola accanto alla foto di sua madre, la ortonese donna Luisa de Benedictis.

Poco distante dal giardino incantato della casa degli amanti i resti di Barbara Leoni, scomparsa povera e dimenticata da tutti il 7 aprile 1949 a Roma, riposano sotto una lapide bianca. Nel 2009, grazie all’interessamento del notaio pescarese Fernando De Rosa, la cui famiglia è l’attuale proprietaria della villetta, i resti della “regina di Cipro ” furono traslati dal Verano (Roma) a San Vito Chietino.

Barbarella tornò così nel suo amato eremo marino. La lapide si trova tra la casa e la terrazza che guarda il mare e le scogliere. Da una di queste scogliere, quella in “Contrada delle Portelle”, citata così nel romanzo e nella realtà scoperta da d’Annunzio durante una passeggiata romantica al chiaro di luna in compagnia di Barbara, Giorgio Aurispa deciderà di rendere immortale quell’amore impossibile e tormentato, trascinando nel vuoto la sua Ippolita.

La casa ideale s’è ricoperta di neve

Non aver paura, egli disse con la voce roca, avvicinati. Vieni! Vieni a vedere i pescatori che pescano fra gli scogli con le fiaccole…

– No, no. Ho paura della vertigine.

– Vieni, ti reggo io forte.

– No, no…

– Ma vieni!

Ed egli le si appressò con le mani tese. Rapidamente l’afferrò per i polsi, la trascinò per un piccolo tratto; poi la strinse tra le braccia, con un balzo, tentando di piegarla verso l’abisso.- Ti amo!

Perdonami! Perdonami! (11)

Giorgio Aurispa e Ippolita Sanzio, i protagonisti del romanzo, sono dunque l’alter ego di Gabriele d’Annunzio e di Barbara Leoni. Ma i nostri amanti non porranno fine alla loro storia. Il loro amore segreto, realmente vissuto in questa romantica villetta di campagna sul promontorio sanvitese fu l’amore più vero, autentico e passionale che i due vissero nelle loro movimentate vite.

Andrò a San Vito. Se tu sapessi come sono ansioso! Ansioso come se dovessi ritrovare laggiù qualche parte di te! Non posso tornare a Roma senza aver riveduto i luoghi cari, i luoghi della felicità, i Promontori dei sogni, la terra e il mare che sono stati benigni ai nostri amori. Chissà se troverò in fiore le ginestre. Oh, i ricordi innumerevoli. Pare che mi scoppi il cuore. Come ero felice! Mai, mai nella vita, mai sono stato tanto felice. (12)

La casa ideale, nel luogo che sai, s’è ricoperta di neve. E il tuo viso s’è affacciato ai vetri, sorridendo. (13)

Per tutta la vita Gabriele d’Annunzio conserverà il ricordo di quella estate di passione vissuta a San Vito Chietino. La nostalgia sarà così intensa che lo scrittore tornerà più volte, anche in inverno, a visitare quella piccola casa solitaria, da solo o in compagnia dell’amico Francesco Paolo Michetti, al quale dedicherà l’ultimo capitolo del “Romanzo della Rosa”.

Copyright ‐ Riproduzione riservata ‐ derocco.leo@gmail.com ‐ Leo Domenico De Rocco ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica

Watermark_1669738073051

Roma, Palazzo Altemps, Loggia degli Imperatori – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Maria Hardouin dei duchi del Gallese

Watermark_1668712498808

Spiaggia di Francavilla al Mare, 1895 circa, d’Annunzio a cavallo, in compagnia di Maria Gravina Cruyllas e la loro figlia Renata – collezione privata

Watermark_1678625740896

Vinca Delfico, 1882, Francesco Paolo Michetti, Archivio De Filippis-Delfico Biblioteca-archivio web – Fiori di pervinca in un vaso delle antiche ceramiche di Castelli, anni Venti del ‘900, foto Diego Troiano per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni

Watermark_1668772281757

Gabriele d’Annunzio ritratto da Romaine Broke nell’estate 1912 – Musée d’Art Moderne Grand Duc-Jane, Luxemburg – Foto Leo De Rocco – Altri tempi ed altri amori per il Vate, in quel periodo intrecciò un triangolo amoroso con Romaine Broke e la ballerina Ida Rubinstein.

Gabriele d’Annunzio ai tempi del Liceo

Watermark_1668762609688

Il Voto”, 1881-1883Francesco Paolo Michetti – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Francesco Paolo Michetti, autoritratto, 1877 – Palazzo Zevallos, Napoli – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Watermark_1668772550920

Gabriele d’Annunzio nella sua casa di Francavilla al Mare – Archivio storico Iacone – Gardone Riviera, ingresso al Vittoriale – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

La vecchia stazione ferroviaria (oggi dismessa) di San Vito Chietino. Qui arrivò Gabriele d’Annunzio accompagnato dall’amante Barbara Leoni – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

San Vito Chietino, Eremo Dannunziano e tramonto sul trabocco – Foto Leo De Rocco

Eremo Dannunziano, San Vito Chietino, la Casa degli amanti – Foto Leo De Rocco

wp-1684779243158

Costa dei Trabocchi, le dune fiorite di Casalbordino – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

San Vito Chietino – la casa di vacanza, rifugio d’amore di Gabriele d’Annunzio e Barbara Leoni, luglio 2015 – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Eremo Dannunziano, San Vito Marina, lapide Barbara Leoni

San Vito Chietino, la casa di Gabriele d’Annunzio e Barbara Leoni – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

San Vito Chietino, Eremo Dannunziano, il precipizio della scogliera degli amanti – video Leo De Rocco

La scogliera in località “Portelle” citata nel romanzo – San Vito Chietino – Foto Leo De Rocco

Un trabocco di San Vito Chietino a fine estate – video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Una spiaggia vicino San Vito Chietino durante una copiosa nevicata – Foto Leo De Rocco

Sostieni Abruzzo Storie e Passioni

Cari lettori,
portare avanti Abruzzo Storie e Passioni è per me un impegno fatto di passione, ricerca e tempo dedicato a raccontare il nostro territorio nel modo più autentico possibile. Ogni articolo nasce da giorni di studio, dall’acquisto di libri e testi di riferimento, da sopralluoghi fotografici in giro per l’Abruzzo e dai costi di gestione della pagina WordPress che ospita il blog.

Se apprezzi il lavoro che svolgo e desideri aiutarmi a mantenerlo vivo e a farlo crescere, puoi sostenermi anche con una piccola offerta tramite PayPal all’indirizzo email leo.derocco@virgilio.it
Ogni contributo, anche minimo, è un gesto prezioso che permette di continuare a raccontare storie, tradizioni, luoghi e personaggi della nostra splendida regione.

Grazie di cuore per il tuo sostegno e per far parte di questa comunità di appassionati dell’Abruzzo.
Continuiamo insieme questo viaggio tra storia, cultura e bellezza.

Support Abruzzo Storie e Passioni

Dear readers,
carrying on Abruzzo Storie e Passioni is a commitment driven by passion, research, and the desire to share the most authentic side of our region. Each article is the result of hours spent studying, purchasing books and reference materials, conducting photographic surveys across Abruzzo, and covering the costs of maintaining the WordPress page that hosts the blog.

If you appreciate my work and would like to help me keep it alive and growing, you can support me with even a small donation via PayPal using the email address leo.derocco@virgilio.it
Every contribution, no matter how small, is truly valuable and helps me continue telling the stories, traditions, places, and characters of our wonderful region.

Thank you from the bottom of my heart for your support and for being part of this community of Abruzzo enthusiasts.
Let’s continue this journey together through history, culture, and beauty.

Copyright Riproduzione riservata – derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici ‐ Ringrazio la famiglia De Rosa, proprietaria della casa-eremo di San Vito Chietino, per l’ospitalità. Il libro sulla biografia di Gabriele d’Annunzio donatomi dall’autore, Fernando De Rosa, è stato una preziosa fonte durante le mie ricerche bibliografiche per il presente articolo. Ringrazio inoltre: il gentile Pietro Cupido, storico di San Vito Chietino e grande conoscitore della Costa dei Trabocchi; l’attore, autore e regista teatrale Alessandro Quasimodo. Grazie alla sig.ra Mancini, funzionaria del Comune di San Vito Chietino e alla cooperativa Pallenium Tourism, nella persona di Claudio Colaizzo, per la disponibilità nella organizzazione della visita sul Trabocco Turchino insieme alla gentile Smeralda.

Appendice

Alessandro Quasimodo, Eremo Dannunziano, San Vito Chietino, luglio 2015 – Foto Leo De Rocco

watermark_16756123519726833391973736587573

Pietro Cupido, Eremo Dannunziano, luglio 2015Foto Leo De Rocco

Durante uno dei miei sopralluoghi all’Eremo Dannunziano di San Vito Chietino ho avuto il piacere di conoscere Pietro Cupido, autore del libro Trabocchi, traboccanti e briganti (14), e l’attore, scrittore e regista Alessandro Quasimodo, il quale ha improvvisato un piacevole e interessante dibattito sui temi dannunziani.

Alessandro Quasimodo, figlio del Premio Nobel Salvatore Quasimodo e della danzatrice e attrice Maria Cumani (recitò per Fellini, Pasolini e Rossellini) nel corso della sua intensa e brillante carriera ha portato in scena alcune opere di Gabriele d’Annunzio.

Note al testo: da 1 a 13: dal carteggio di d’Annunzio con Barbara Leoni, in “Luoghi Dannunziani” di Fernando De Rosa, nonché “Lettere a Barbara Leoni” di Vito Salierno; inoltre alcune note si riferiscono al citato romanzo; 14) “Trabocchi Traboccanti e Briganti” di Pietro Cupido, Menabò 2003 – Fonti: “Lettere a Barbara Leoni” a cura di Vito Salierno, Casa Editrice Carabba Lanciano, 2008 – “Pescara e i Luoghi Dannunziani”, di Fernando De Rosa, Edizioni Tracce, 1996 – Fondazione Il Vittoriale degli Italiani – Archivio De Filippis-Delfico – Franco Di Tizio “Francesco Paolo Michetti” 1980; Enciclopedia Dannunziana, Comitato Nazionale per l’Enciclopedia Digitale Dannunziana.

Abruzzo storie e passioni,  le leggi tutelano il rispetto del copyright, è vietato qualsiasi uso anche solo parziale del testo, delle foto e dei video presenti in questo articolo senza autorizzazione scritta. Articolo aggiornato ad agosto 2023.

Articoli correlati, in questo blog:

– English version –

Lovers, Trabocchi and brooms.

March 25. San Vito is my Makkah, my holy city, where the highest aspirations of being do exist (1).


Trabocchi coast, San Vito Marina, July 2015 – ph Leo De Rocco


Two young lovers found refuge in one of the most charming sea sides in the coast of Abruzzo, where they spent their time of love, passion and poetry. Those two young lovers were the twenty-six-year-old Gabriele d’Annunzio from Pescara and the “beautiful Roman” Elvira Natalia Fraternali, also known as Barbarella, who was a year older. In a summer long gone, the two lovers lived in a house high on a headland near San Vito Chietino.

To make the narrative more in keeping with the climate of that distant summer of passion consumed here in San Vito Chietino, I will quote some excerpts from d’Annunzio’s novel and I will let you read some letters, taken from the book “Lettere d’amore” by the writer Dacia Maraini, that the two lovers, the real ones Gabriele and Barbara, exchanged in that period. In this way I hope to make reading pleasant and arouse curiosity in you, and perhaps the desire to visit these places.


Francavilla al Mare – Michetti Convent, May 2015 – ph Leo De Rocco


D’Annunzio, who at the time attended the famous Convent of Michetti in Francavilla al Mare, was looking for a quiet place “away from Francavilla”, which could be a source of inspiration, passion and an aesthetism aimed to the worship of natural beauty. Thus, this was a place purely suitable for him. It was his dear friend Francesco Paolo Michetti who found for him a Buen Retiro in San Vito.

Would you come to spend the summer with me here in Abruzzo in a lonely and safe house on the sea, away from Francavilla? It is a small rural house consisting of two rooms on the first floor, of a small room on the ground floor and a portico; and next to it there is a large garden of orange and other fruit trees, and underneath the sea, the cliffs, an endless view of coastline and sea mounts, and above all, a great freedom just like a Buen Retiro… (2)


Barbara Leoni


Gabriele and Barbara arrived in San Vito Chietino, the village of brooms, on July 23, 1889 and remained there until the end of September of the same year. At the time, there were no asphalt roads and the two lovers, once they got off the train they reached the house-hermitage perched on the promontory of Capo Turchino, going on foot on a bristled street, amongst brooms and orange groves. The young couple had met two years before in one springtime evening in Rome, during a concert of the Circle of Artists of Via Margutta.

She was beautiful and educated and was recovering from a failed marriage with a Count that she married in 1884. He was an ambitious and brilliant young man from Pescara, who was a columnist for the Rome daily newspaper La Tribuna in order to make ends meet. However, he was already noted in intellectual circles for his literary talent and the irresistible charm, as well as for a shotgun wedding he had at the age of twenty with a countess (Maria Hardouin di Gallese).


San Vito Chietino, Trabocco, May 2015 – ph Leo De Rocco


The beauty and the calm of San Vito Chietino, the sea with the trabocchi (massive wooden constructions used in the past as fishing machines in the regions of Abruzzo and Molise) and cliffs, the hidden beaches and the rocky islets, the plateaus of brooms, the sunsets and the surrounding silence; this was the first ideal hermitage of d’Annunzio, embryo of that “inimitable life”, which in the adult d’Annunzio will reach its peak with the decadent aestheticism expressed in Vittoriale, another hermitage located between “sweet gardens and sloping terraces”. In this sense, a subtle leitmotif symbolically unites the sea of San Vito and the lake of Gardone Riviera.

The “plateau” of the house-hermitage of San Vito was much larger than it is today and it was on the verge of the cliff overlooking the sea. The current road “Adriatica”, which runs through the famous coast of the Trabocchi, did not exist at the time and the only way of communication between the house-hermitage and the train station of San Vito Chietino was a trail that climbed on the headlands coast of San Vito. The owners of the villa-hermitage were Liberatuccia (Liberata Panatta) and Vituccio (Vito Annecchini), who Francesco Paolo Michetti contacted on behalf of his friend d’Annunzio. These were farmers that in summertime rented some rooms to foreigners. At the front, “the thin, rustic and rapacious person “, Luigi di Cintio of San Vito lived in a countryside house: he was the Turchino who gave his name to the trabocco; Florindo, his son “that semi-naked boy, agile as a cat, brown as a rich golden bronze … with his keen eyes of a bird of prey.” (5) d’Annunzio will then assign a part to all these personalities from San Vito in the novel “The Triumph of Death” (Il Trionfo della Morte), a novel largely written whilst he was staying at the Hermitage.


Romaine Brooks – Gabriele d’Annunzio, 1912 – Casati exhibition – Venice – October 2014 – ph Leo De Rocco


August 19th. What a night, the one already past! Moreover, tonight is the full moon of August, the one that the crickets of San Vito rolled down chirping like a diamond on a pure crystal. Do you remember? Do you remember the divine whiteness of the huge skeleton of the reef of those nights? Do you remember the trabocco and the smell emanating from the low tide, the red moon that made you feel afraid, the butterflies that you were hunting cruelly, and my dreams made on the velvet of your rose? Do you remember? (3)


San Vito Chietino – D’Annunzio Hermitage, July 2015 – ph Leo De Rocco


As one enters the house of the lovers of San Vito, they have the feeling that time has stopped in that distant summer of the late nineteenth century. They can breathe a strange and pleasant atmosphere in the air: will it be the view of the sea of San Vito, which appears in all its striking beauty seen from the Hermitage; or will it be the enchanted garden, reminiscent of a Monet painting? Whilst looking out from a window of the house, it seems to glimpse the figure of Barbara Leoni strolling into the garden of olive and orange groves and of rosemary bushes, wearing her old pink dress and holding her parasol to keep her in shade. At the Hermitage of d’Annunzio in San Vito Marina, reality and fantasy merge in a dream with a retro twist. There are still the names of the tenants of the house on the mailbox, Gabriele and Barbara, a subtle touristic trick that on the whole creates its own effect. Furthermore, on the bed of the lovers one can still see the old pink dress donated to Barbara by the Bard – probably one of the few remaining genuine things of the house – it seems that a similar one was also worn by Eleonora Duse, another famous flame of the crowded harem of d’Annunzio consisting of duchesses, countesses, marchionesses and famous female artists.

Not far from the garden, the remains of Barbara Leoni rest under a white plaque. In 2009, thanks to the efforts of the notary from Pescara, Fernando De Rosa, the current owner of the house, the remains of Barbara Leoni were transferred from Verano (cemetery of Rome) to San Vito. Barbarella thus returned to her beloved Hermitage. The plaque is located between the house and the terrace overlooking the sea and the cliffs. Giorgio and Ippolita jumped from one of those cliffs, thus making their ultimate act and sealing their love forever.


Portelle cliff, San Vito Chietino, July 2015 – ph Leo De Rocco


The alter egos of Gabriele and Barbara, Giorgio Aurispa and Ippolita Sanzio, are the protagonists of the Triumph of Death, the novel designed and mostly written during the stay of d’Annunzio in San Vito. The scene is set on a cliff, situated in the locality of Portelle, which the Bard discovered during his walks together with his beloved one. This was thus a love partially autobiographical, that the Bard and Barbarella lived intensely between passion, poetry and natural beauty.

Perhaps, this love in the romantic villa nestled between the cliffs of the charming sea of Abruzzo, amongst brooms, orange groves and trabocchi, was the most authentic one that both of them lived in their bustling lives.


Appendix.

Alessandro Quasimodo, San Vito Marina, July 2015 – ph Leo De Rocco


Whilst visiting the Hermitage of d’Annunzio, accompanied by one of the historians of Abruzzo, Pietro Cupido, author of the book “Trabocchi, traboccanti e briganti” (4), we had the opportunity to meet the actor, writer and director Alessandro Quasimodo, who led a pleasant and interesting discussion on issues regarding d’Annunzio. Alessandro Quasimodo, son of the Nobel Prize-winner, Salvatore Quasimodo, and of the dancer and actress, Maria Cumani, has taken on stage several works of Gabriele d’Annunzio during his extensive career.

Copyright –All rights reserved – This article and the pictures shown on this website are private. It is thus prohibited to retransmit, disseminate or otherwise use any part of this article without written authorization. Photos: including cover, San Vito Chietino: January, May and July 2015; Francavilla al Mare, May 2015 – Acknowledgements: Pietro Cupido, a historian from Abruzzo; Family De Rosa, Pescara; Municipality of San Vito Chietino (Mrs Mancini) – Footnotes: 1-2-3) Correspondence between d’Annunzio and Barbara Leoni, in Lettere d’amore by Dacia Maraini, Ianieri Editore, 2010; 4) Trabocchi, Traboccanti e Briganti, by Pietro Cupido, Menabò 2003; Sources: 5) Pescara e i Luoghi Dannunziani, by Fernando De Rosa, Edizioni Tracce, 1996 – Blogger: Leo De Rocco – derocco.leo@gmail.com

Un commento Aggiungi il tuo

Lascia un commento