La Canzone popolare abruzzese

▪︎ 📸 In copertina: spiaggia di Francavilla al Mare, inizi del Novecento: costumi da bagno ultima moda: a righe orizzontali o verticali per i ragazzi. Le ragazze, invece, incominciano a scoprire avambracci e polpacci (1) archivio storico Iacone, per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni.

Introduzione

La canzone popolare è un tema identitario, fa parte della cultura, della storia, degli usi e delle tradizioni popolari locali. Oltre alla musica rivela l’unione e l’amicizia tra i popoli.

In questo articolo ripercorriamo la storia delle canzoni popolari diffuse in passato in Abruzzo, mettendo in luce non solo la sua incidenza nella vita sociale della regione, ma anche i riflessi sulla musica classica, la letteratura e il cinema.

Da Edward Lear a Perry Como

Edward Lear, scrittore e illustratore inglese vissuto nell’Ottocento, durante un suo viaggio in Abruzzo rimase affascinato da un gruppo di ragazze di Celano. Così annotò nelle sue memorie: Ogni sera al tramonto, mentre tornavano a casa stanche dopo il lavoro nei campi, usavano cantare dolci canzoni sotto il peso di conche di rame colme d’acqua.

Lo scultore Costantino Barbella (Chieti, 1852 – Roma, 1925) si ispirò a queste scene popolari per modellare nel bronzo e nella creta immagini di contadini e donne del popolo mentre cantavano durante le consuete attività quotidiane. Le donne erano adornate con i gioielli della tradizione orafa, come la collana “Presentosa”, un pegno d’amore.

Durante il faticoso lavoro nei campi i contadini cantavano canzoni popolari per rafforzare lo spirito e addolcire lo sforzo fisico. Anche gli emigranti, che tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 si imbarcarcarono per cercare fortuna soprattutto nelle Americhe, cantavano con nostalgia durante il lungo viaggio e, come vedremo, trasmetteranno la passione per la musica ai propri figli. E le donne, che un tempo si recavano alle fontane pubbliche o sulla riva dei fiumi per lavare la biancheria, in quanto nelle loro povere case non esisteva acqua corrente ma solo un pozzo ad uso comune, usavano cantare melodie spensierate o malinconiche.

Canti corali si udivano nelle occasioni aggreganti, finalizzate allo svolgimento dei lavori domestici periodici, ad esempio la sfilatura della lana dai materassi, che in estate, sulle terrazze o nei cortili assolati, veniva “strecciata” ed esposta ai caldi raggi del sole. Anche le donne dell’altopiano di Navelli, sedute attorno a grandi tavolate coperte dai violacei fiori di crocus – raccolti sull’altopiano all’alba – usavano cantare in coro durante la fase della “sfioritura”.

Molti emigranti abruzzesi trasmisero ai propri figli e ai nipoti la passione per il canto e per la musica. Quintilio Mancini, partito agli inizi del secolo scorso da Scanno per Cleveland, negli Stati Uniti, regalò al figlio Enrico Nicola, detto Henry, avuto con la molisana Anna Pece, un ottavino, strumento musicale simile al flauto che i pastori abruzzesi suonavano durante le soste della transumanza, o come passatempo durante le pause sui pascoli d’altura.

Insieme al padre il giovane Henry si unì ad un gruppo musicale composto da immigrati italiani, i Sons of Italy, fu così che iniziò a suonare e ad appassionarsi alla musica. Dopo ulteriori studi Henry diventerà uno dei musicisti e compositori più famosi al mondo, vincitore di numerosi Premi Oscar e Grammy Awards. Colonne sonore rimaste impresse nella memoria, come Moon River nel film Colazione da Tiffany e il brano che accompagna il personaggio della Pantera Rosa, portano la firma di Henry Mancini.

Anche il cantante Perry Como, pseudonimo di Pierino, era originario dell’Abruzzo, i suoi genitori Pietro e Lucia erano di Palena, in provincia di Chieti, si trasferirono in Pensylvania agli inizi del secolo scorso. Perry Como, settimo di tredici figli, iniziò a lavorare come barbiere. Dopo pochi anni diventerà famoso in tutto il mondo con la canzone Magic Moments, incisa nel 1958. Come Mancini anche Como fu indirizzato dal padre a studiare musica. Suo padre Pietro era un baritono per passione, amava eseguire brani del repertorio musicale del famoso compositore ortonese Francesco Paolo Tosti, di cui parleremo più avanti.

Le storie di Mancini e di Como narrano vicende che appartennero a molte famiglie abruzzesi emigrate oltreoceano: quella di genitori che, insieme alla lingua e ai ricordi, seppero trasmettere ai figli l’amore per la musica. Il 31 gennaio 1921 nacque a Philadelphia Mario Lanza, una delle voci più celebri del Novecento. Figlio di emigranti italiani, portò sempre con sé un legame profondo con l’Abruzzo, terra d’origine della madre Maria, di Tocco da Casauria, dalla quale scelse di prendere il nome d’arte; il padre, Antonio Cocozza, aveva radici nel vicino Molise.

Da ragazzo Freddie ascoltava i dischi di Enrico Caruso, sognando un futuro fatto di musica. Grazie a un talento straordinario, quel sogno lo condusse dai teatri lirici al grande cinema hollywoodiano, arrivando nelle case di milioni di persone con una voce da tenore potente e intensa. La sua vita fu breve, ma vissuta con straordinaria intensità: scomparso a soli 38 anni, Mario Lanza ha lasciato un’eredità di radici, talento e passione che continua ancora oggi a farsi ascoltare.

Le melodie abruzzesi, in particolare eseguite dai suonatori di flauto, ispirarono anche lo scrittore americano Ernest Hemingway, Nobel per la Letteratura nel 1954. In uno dei suoi romanzi più celebri, Addio alle armi (1929), scrisse che: le primavere più splendide d’Italia sono quelle abruzzesi e, aggiunge, che nel basso Abruzzo, a Capracotta, nel Molise (regione cfino al 1963 unita all’Abruzzo) la notte è proibito suonare il flauto, perché i giovanotti facevano le serenate.

I viaggi in Abruzzo di Anne MacDonell

Agli inizi del secolo scorso una viaggiatrice inglese, Anne MacDonell, annotò nel suo diario di viaggio in Abruzzo, poi trasformato nel libro In the Abruzzi – pubblicato a Londra nel 1908 e corredato con le illustrazioni dei paesi visitati della disegnatrice Amy Atkinson, sua compagna di viaggio – lo stupore che provò nel constatare quanto era diffuso il canto tra gli abruzzesi. Leggiamo alcuni passi del suo racconto:

Le donne di Scanno che lavorano al telaio, i contadini sotto il sole accecante, i pastori sulla Piana delle Cinquemiglia, fino alle colline piene di vigneti e tra gli innamorati: cantano ora l’uno ora l’altro, da campo a campo, e a vicenda rispondono cantando senza fatica e senza sosta mentre lavorano curvi.

La scrittrice cita le donne di Scanno, ma in questo affascinante paese tanto caro a celebri fotografi come Henri Cartier-Bresson, anche i pastori, quando tornavano a casa dopo i lunghi mesi della transumanza, dedicavano canzoni alle loro amate, come questa:

Eccomi bella mia, sono tornato, le tue bellezze mi hanno richiamato, ora che a te vicino sono tornato a te fedele sarò all’infinito. Quando nascesti tu fior di bellezza, il sole ti donò il suo splendore; la luna ti donò la sua chiarezza; cupido ti insegnò a far l’amore.

Quanto sei cara fior di Diana! Tieni la bellezza della luna; porti i capelli alla fuggiana; il cuor mio per te si consuma. Bella, che delle belle regina sei, l’unico oggetto dei pensieri miei. Fior di ruta, il mio cuor innamorato ti saluta.

In un altro capitolo MacDonell racconta il canto di due giovani operai di Francavilla al Mare: La cantante più dolce che io abbia mai ascoltato è stata una fanciulla di quindici anni il cui lavoro consisteva nel recare sulla testa dei mattoni da portare ai muratori che stavano costruendo una villa sul litorale adriatico. Il suo compagno era un ragazzo più piccolo di lei di una paio d’anni: i due andavano avanti e indietro cantando una dolce melodia sotto quel peso.

Mare Nostre e Amalia Rodrigues

Dalla montagna al mare. Mare Nostre è il titolo di una canzone dialettale di ispirazione popolare, scritta dal poeta e saggista Luigi Illuminati (Atri, 1881-1962) e musicata da Antonio Di Jorio (Atessa, 1890 – Rimini, 1981), il cui archivio musicale è custodito ad Atri.

Il brano parla di malinconica lontananza, temi, a mio avviso, ricorrenti nella canzone popolare mediterranea, in particolare in quella portoghese, con le tipiche melodie della Saudade e del Fado, intrise di nostalgia per il distacco dai loro cari e dalla loro terra dei marinai e dei pescatori, ogni giorno costretti a partire per mare. La Saudade esprime anche il “dolce ricordo” per chi, costretto ad emigrare, lasciava la terra di origine e i propri affetti. Temi presenti anche in alcune melodie del Flamenco andaluso.

La più famosa interprete del Fado, Amalia Rodrigues (Lisbona, 1920 – 1999) ambasciatrice culturale del Portogallo, inserì in un album pubblicato nel 1973 dal titolo A una terra che amo la canzone popolare abruzzese Sant’Antonie a lu deserte (Sant’Antonio nel deserto).

Il brano ripreso dalla Rodrigues veniva eseguito il giorno della vigilia della festa di Sant’Antonio da un piccolo gruppo di musicisti, composti da pastori e contadini, nei quartieri e nelle case dei paesi dell’aquilano, in particolare nella zona di Scanno.

In seguito l’usanza si diffuse nel resto della regione, come a Fara Filiorum Petri, nel chietino, in occasione della Festa delle Farchie (2) durante la quale i faresi ogni anno rievocano l’intercessione di Sant’Antonio che, secondo la leggenda, impedì nel 1799 l’invasione del paese da parte delle truppe francesi. Il santo trasformò un bosco di querce in gigantesche torce di fuoco, spaventando così gli invasori. La canzone parla della lotta tra Sant’Antonio e il demonio, e la vittoria del Santo.

Mare Nostre esprime anche l’amore degli abruzzesi per il mare, un sentimento intenso, profondo, malinconico: un mare che rincuora e, illuminato dalla luna, appare “di latte e d’argento, di gioie e di feste” e per un attimo fa dimenticare i tormenti, le fatiche e i dolori di una vita non per tutti sempre facile. Ecco il testo:

Mare nostro, mare che crei a questo cuore una passione d’amore e mi fai incantare. Mare bello, sopra questa bella barca, l’anima per la lontananza si mette a sognare. Rema, rema, marinaio. Rema, rema per questo mare che non dorme e sospira con me.

Mare chiaro, mare di latte e d’argento, mi voglio scordare ogni dolore e tormento. Mare grande, come un cielo stellato, quella luce incantata mi fa tremare il cuore. Rema, rema marinaio, per questo mare che non dorme e sospira con me. Mare nostro, mare di gioie e di feste, di luce e chiarore ti vesti. Mare bello, dammi questa tua veste lucente, fammi di luce e di vento e fammi volare…

In dialetto abruzzese:

Mare nostre, mare che crijj’a stu core na passione d’amore e mme fì ‘ncantà; mare bbelle sopr’a sta bbella paranze l’aneme li luntananze se mett’a ssugnà. Voga voghe, marenare; voga voghe pe stu mare che nen dorme e suspire nghe mmé.

Mare chiare, mare de latte e d’argente, ogne ddulore e tturmente me vujje scurdà. Mare granne come nu ciele stellate, tremà ssa luce ‘ncantate lu core mme fà. Voga voghe, marenare; voga voghe pe stu mare che nen dorme e suspire nghe mmé. Mare nostre, mare de ggioje e de feste, tutta luce ssa veste, tutta chiarità. Mare bbelle, damme ssa vesta lucente, famme de luce e de vente e ffamme vulà…

La Canzone popolare abruzzese e il cinema

Altro esempio che vi propongo è la canzone Mara maje (Amara me). Si tratta di un canto popolare la cui origine affonda nel Medioevo, e non si conosce l’autore, forse fu scritta a Scanno e da qui, con varie versioni, diffusa in tutta la regione e nell’Italia meridionale. Il brano descrive il senso di abbandono, il dolore, lo smarrimento di una donna che ha perso il marito, costretta per questo a rimanere sola con i propri figli da accudire.

La prima testimonianza di questo struggente canto si ha nel diciottesimo secolo, con la pubblicazione di un libro di poemi dialettali del musicista Romualdo Parente (Scanno 17371831). Pochi sanno che questa canzone fu scelta dalla regista Lina Wertmüller per la colonna sonora del film girato nel 1973 d’Amore e d’Anarchia, con Mariangela Melato e Giancarlo Giannini.

Il film valse il premio a Cannes e il Nastro d’Argento a Giannini come migliore attore protagonista e un riconoscimento a Mariangela Melato dal New York Film Critics Awards. L’arrangiamento musicale fu curato dal famoso compositore Nino Rota. Nel film è Anna Melato, (sorella di Mariangela) a cantare Amara me, recitando la parte di una prostituta:

Io avevo una casetta, ora sono sola e abbandonata, senza ricetto, senza fuoco e senza letto, senza pane e compagnia […] Amara me, amara me, amara me, triste me, triste me, triste me, ora mi uccido, ora mi uccido, ora mi uccido sopra te.

Testo originale in dialetto abruzzese:

Je a tiné na casarielle, mo’ so songhe, senza recette, senza foche e senza lette, senza pane e companaje. Mare maje, mare maje, mare maje, scura maje, scura maje, scura maje, mo m’accide, mo m’accide, mo m’accide ‘ngoll’a te.

Amara e bella terra mia

Anche Amara terra mia, canto popolare di origine abruzzese nato nei primi del Novecento con il titolo originale Nebbia nella valle – brano diffuso dalle raccoglitrici delle olive tra le colline chietine – parla di malinconici addii alla terra di origine, di duro lavoro, di storie di emigranti. La propria terra è descritta come “amara e bella”:

Sole alla valle, sole alla collina, per le campagne non c’è più nessuno […] Cieli infiniti e volti come pietra, mani incallite ormai senza speranza […] Addio, addio amore, io vado via. Amara terra mia, amara e bella.

Questa canzone fu riscoperta e riadattata nel 1964 grazie alla tradizione orale abruzzese e alla ricercatrice etnomusicale Giovanna Marini. Alcuni anni dopo fu ripresa da Enrica Bonaccorti per un nuovo adattamento musicale, eseguito poi con successo da Domenico Modugno. Il brano in Abruzzo è conosciuto con il titolo in dialetto Addije, addije amor me.

La canzone popolare abruzzese e i pifferari: dalla tradizione alla musica colta

Ho notato solamente a Roma una musica strumentale popolare che tendo a definire come un resto dell’antichità: parlo dei pifferari. Ho ascoltato poi i pifferari nelle loro terre e, se li avevo trovati così notevoli a Roma, l’emozione che ho ricevuto fu molto più viva nelle montagne selvagge dell’Abruzzo.” Tratto dalle memorie di viaggio di Hector Berlioz. (3)

La scoperta e il riadattamento di canzoni popolari e brani musicali abruzzesi risale all’Ottocento. Il compositore e direttore d’orchestra francese Hector Berlioz (1803 – 1869), durante un suo viaggio in Italia rimase colpito da alcuni brani eseguiti dai pifferai abruzzesi, chiamati dai romani “Pifferari”, i quali ogni anno, dall’8 dicembre, arrivavano dai paesi montani e dell’entroterra per esibirsi insieme agli zampognari nelle piazze e nelle case, suonando dolci melodie accompagnate da canti in dialetto e da un ballo di origine contadina: il saltarello.

Questi musicisti del popolo, tra essi vi erano ragazzini di 12-13 anni, partivano dai loro piccoli paesi per recarsi nelle città della regione, in Campania, a Napoli, ma soprattutto a Roma, esibendosi davanti alle edicole votive dedicate alla Madonna, nonché nelle botteghe e nelle case delle famiglie romane, invitati per tradizione ogni anno da generazioni.

Questa usanza fu interrotta dopo l’Unità d’Italia, in quanto le autorità revocarono i permessi ad esibirsi nella neonata capitale, non senza le proteste dei romani. Con il crollo dell’economia pastorale, anche tanti Pifferari emigreranno. Una zampogna appartenuta ad un emigrante abruzzese si trova oggi esposta al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh.

A Roma questi cantori popolari furono notati dal citato Berlioz, il quale poi trascrisse le loro note musicali e compose – su commissione di Niccolò Paganini – la sinfonia Harold en Italie, tratto dal Giovane Aroldo, un’opera letteraria di Lord Byron. Berlioz in La serenata di un montanaro degli Abruzzi alla sua amante fa riferimento all’Abruzzo montano, con la sua gente, compreso i briganti, descritti dal musicista come “uomini liberi”.

La Sérénade di Berlioz è dunque una sinfonia di musica classica conosciuta in tutto il mondo che trae origine da un brano della musica popolare, ma non è la sola. Anche il celebre compositore George Friedrich Handel trovò ispirazione nelle melodie delle zampogne e dei pifferari abruzzesi, conosciuti per le strade di Roma durante il periodo natalizio. Nel suo capolavoro Messiah, Handel inserì un breve brano pastorale per archi e violino dal titolo Pifa.

I Canti della Passione: la Canzone popolare e la fede

Anche durante la Settimana Santa nei paesi abruzzesi era diffusa l’usanza di eseguire canti popolari nelle case. I cosiddetti Canti della Passione erano testi, inizialmente in dialetto, musicati da gruppi di cantori accompagnati da organetto e fisarmonica.

I cantori si recavano nelle contrade dei paesi e, invitati dai cittadini nelle loro case, narravano con tono mesto e solenne gli episodi della Passione di Gesù e la sofferenza di Maria. Solitamente vi era un solista che narrava i passi più importanti delle storie del Calvario di Gesù, mentre un gruppo di coristi accompagnavano l’esecuzione durante i ritornelli.

Al termine della esibizione venivano offerti cibi della tradizione, accompagnati da vino cotto. Di seguito propongo un ritornello diffuso nel paese di Cellino Attanasio (e in genere nel teramano), tra i cantori della Passione di Gesù, chiamati “li Passijunire” (i Passionari):

E là sere de lu Giuviddì Sande lu ciele se copre e li cruce s’ammande, e s’ammande pe’ devuzione, nu jeme candenne la Passijone.

Traduzione: E la sera del Giovedì Santo si copre il cielo e si ammantano le croci, si ammantano per devozione mentre noi andiamo cantando la Passione.

La Canzone popolare abruzzese e Hollywood

Molti pensano che la canzone popolare abruzzese sia costituita solo da testi ironici, allegri e spensierati, come la canzone Sott’ a la capanne (traduzione: “Sotto alla capanna”, intesa come vigneto) scritta dal popolare cabarettista pescarese Germano D’Aurelio, in arte “Nduccio” e citata in un film hollywoodiano del 2001, Prima o poi mi sposo, con Jennifer Lopez. Nel film la canzone è canticchiata in dialetto abruzzese dall’attore Justin Chambers.

Anche in un altro film, diventato nel tempo un vero e proprio cult, Parenti Serpenti (1992) – ambientato a Sulmona con la regia di Mario Monicelli, soggetto e sceneggiatura di Carmine Amoroso – vengono citate alcune strofe di una canzone allegra e spensierata: Assiem a lu cardill spensierat vuless vulà, lu mar e le muntagne de l’Abruzz vuless cantà. Traduzione: vorrei volare spensierato assieme al cardillo, il mare e le montagne dell’Abruzzo vorrei cantare.

Come abbiamo visto, i testi dei brani non sono sempre spensierati, spesso presentano temi poetici, malinconici, tormentati, che parlano di nostalgia, di malinconia per la propria terra, di fede e di antiche tradizioni. Temi che spesso affrontano il mondo del lavoro, fatto di sudore e sacrifici, ma anche storie di amori più o meno corrisposti, di amori e affetti finiti o lontani.

Le Maggiolate

Nella canzone popolare abruzzese un posto di rilievo avevano le ormai dimenticate Maggiolate Ortonesi, veri e propri festival della canzone popolare, una sorta di Sanremo in versione locale. E, come a Sanremo, non mancavano i fiori che addobbavano i carri, sui quali sfilavano i ragazzi e le ragazze dell’epoca che formavano i cori popolari.

La prima Maggiolata si tenne nell’aprile 1888 a Francavilla al Mare, in occasione di una piccola rassegna canora organizzata dal compositore ortonese Francesco Paolo Tosti e dal pittore e fotografo Francesco Paolo Michetti, nel piazzale antistante il Convento Michetti, all’epoca ritrovo culturale per artisti, scrittori e intellettuali.

L’occasione fu la presentazione di una canzone dialettale scritta dall’economista e scrittore francavillese Tommaso Bruni dal titolo La viuletta (La violetta), brano musicato dallo stesso Tosti (in seguito col titolo: “Se na scingiate te putesse dà” – traduzione: Se potessi darti una strapazzata) e cantato da un gruppo di ragazze del posto vestite con i costumi abruzzesi tradizionali.

Anni dopo a Ortona, nel 1920, precisamente il 3 maggio festa del patrono San Tommaso, in ricordo dell’evento francavillese si organizzò una vera e propria rassegna canora. Nacque così la Maggiolata ortonese, il cui artefice fu il pronipote di Tosti, Guido Albanese (Ortona, 1893 – Roma, 1966), insieme al poeta Luigi Dommarco (Ortona, 1876 – Roma,1969).

La Canzone popolare abruzzese e la guerra

Durante la Maggiolata del 1947, quando Ortona e Francavilla erano ormai distrutte a causa degli eventi bellici, una canzone popolare scritta da Guido Albanese ricordava così le due cittadine:

Ci manche all’adriatiche na perle (All’Adriatico manca una perla), poi continuava:

O Urtona, Urtona me, tutte stu dulor chi li po’ dice.

O Francavì, spiaggia d’or ‘ddó stiè tu?

La guerre s’è fermat a sta cuntrade e je nen sacce piange cchiù.

Fa rimiení, Signore, lu serene, ca tu sole li puo’ fa, e rinasce dopo tante e tante pene, sti ddu perle de città.

Traduzione: “Oh Ortona, Ortona mia, tutto questo dolore chi lo può raccontare? O Francavilla, eri una spiaggia d’oro, dove sei finita? […] La guerra si è fermata (a distruggere) queste contrade ed io non ho più la forza di piangere […] Fa tornare, o Signore Dio, il sereno, perché tu solo lo puoi fare, e fa rinascere, dopo tante e tante pene, queste due perle di città. “

Tutte le funtanelle

Alcuni testi musicali dei canti corali eseguiti nelle Maggiolate come Tutte le funtanelle sono rimasti impressi nella memoria popolare. Lo stesso Gabriele d’Annunzio cita questa canzone nei “Romanzi della Rosa” dopo aver ascoltato queste strofe durante una passeggiata a San Vito Chietino:

Tutte le funtanelle se só seccate, pover’amore me! More de sete […] T’ajje purtate ‘na ggiarre de crete,
nghe ddu’ catene d’ore ‘ngatenate.

Traduzione: “Tutte le fontane sono secche, povero amore mio! Sta morendo di sete… Ti ho portato una giara di creta (piena d’acqua) con due catene d’oro incatenate.

Si tratta di una canzone d’amore, nata tra i contadini durante i lavori nei campi e cantata in coro dalle ragazze di San Vito Chietino, intente a raccogliere i fiori di ginestra, all’epoca usati anche per profumare lenzuola e guanciali. Le ragazze coriste furono notate da d’Annunzio durante una passeggiata: In un pianoro dove le ginestre fiorivano con tal densità da formare alla vista un sol manto giallo, d’un colore sulfureo, splendidissimo.

Ancora una testimonianza della canzone popolare, nei seguenti passi di una lettera che d’Annunzio scrisse a una delle sue amanti:

Vuoi che ti canti una canzone abruzzese a settembre quando verrai […] Non te la canterò, quelle canzoni lì bisogna sentirle cantare in coro dalle donne in lontananza: sono una meraviglia, sono le canzoni popolari più belle d’Italia […] Sentile e ti salirà il pianto agli occhi. (4)

Vòla, Vòla, Vòla.

Negli anni ’50 sarà Guido Albanese a musicare Vòla, Vòla, Vòla, su testo dell’ortonese Luigi Dommarco, considerato l’inno musicale dell’Abruzzo popolare e folcloristico. Scritta nel 1922, il brano vinse nel 1953 a Parigi il Festival della Canzone Popolare Italiana, in quella occasione fu interpretata dal duo Carla Boni e Gino Latilla.

Parlando di Ortona come non ricordare il compositore Francesco Paolo Tosti (Ortona, 1846 – Roma,1916) e il suo importante contributo alla canzone popolare, non solo abruzzese, ma anche napoletana. La celebre Marechiare fu musicata da Tosti, così come A vucchella, scritta e musicata insieme a Gabriele d’Annunzio.

Oltretutto Tosti, insieme a Michetti, Michele Cascella ed altri artisti, fondò nel 1922 un’associazione musicale dedicata alla madre di d’Annunzio (la ortonese donna Luisa de Benedictis), che costituì la base per la fondazione del Conservatorio di Musica di Pescara. Sulla storia di Tosti, si veda l’articolo: “Ortona, Francesco Paolo Tosti e il Museo Musicale d’Abruzzo”.

Ivan Graziani

Concludo questo articolo con un ricordo del grande Ivan Graziani (Teramo, 1945 – Novafeltria, 1997). Nel suo primo album di successo, I Lupi, pubblicato nel 1977 e contenente una delle sue canzoni più famose: Lugano addio, il cantautore teramano inserì un brano dolce e delicato in dialetto, dal titolo Ninna nanna dell’uomo:

Ciel chiar dindr’ all’occhie, mezz a lu mar’ tu nnì stat maje, e li cullin pù che t’ha criat’, nu jorn tu ti d’artuvà. Tu nna da cunosce lu dolor, mbaccia a lu vend com’ na querce antica, tu a ddà sfidà lu monn’ e chi ce sta, e lu curagge nun t’dà mancà. Ninna, ninna nanna, durm tu che può, durm tu che può, ninna nanna, ninna oh. Mo’ se tu mi stat’ a sentì, stu core zull ca’ mu ti, come na montagna gruoss s’farà, ma sol amore c’ha da stà. Ninna ninna nanna, durm tu che può, durm tu che può, ninna nanna, ninna oh.

Traduzione:

”Cielo chiaro dentro ai tuoi occhi, in mezzo al mare tu non ci sei stato mai, e le colline che ti hanno creato un giorno ritroverai.

Tu non devi conoscere cos’è il dolore, contro il vento come una quercia antica tu dovrai sfidare il mondo e chi ci sta’, ed il coraggio non ti deve mai mancare.

Ninna, ninna nanna dormi tu che puoi, dormi tu che puoi, ninna nanna, ninna-oh…

Adesso se tu mi hai ascoltato, quel cuore piccolo che hai come una montagna si farà, ma solo amore ci deve stare. Ninna, ninna nanna, dormi tu che puoi, dormi tu che puoi, ninna nanna, ninna oh.”

I canti popolari abruzzesi non appartengono solo al passato, sono ponti tra le persone, fili invisibili che legano chi è rimasto e chi è partito. Raccontano chi siamo stati e, in fondo, chi siamo ancora.

Copyright © Riproduzione Riservata derocco.leo@gmail.com – Leo Domenico De Rocco ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e Fonti dopo la galleria fotografica

Galleria fotografica

Nell’ordine: Henry Mancini con il suo pianoforte; scorcio di Scanno (foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni); la locandina di The Pink Panther e quella di Colazione da Tiffany.

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Pastore abruzzese suona il flauto, 1911, Niels Frederik Schiottz-Jensen – Imago Museum Pescara – Foto Leo De Rocco

Altopiano di Navelli, sfioritura ed essiccazione dello zafferano a Civitaretenga – Foto Leo De Rocco

Lavatoio pubblico Porta Ripa a Francavilla al Mare, luogo di incontro e di sosta per le donne del popolo – Archivio storico Iacone/copyright

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L’interno di un’antica casa abruzzese, Civitaquana,1930, foto di Paul Scheuermeier – Museo delle Genti d’Abruzzo

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Lavandaie sul fiume Liri, dettaglio, 1884, Viggo Pedersen – Imago Museum Pescara – Foto Leo De Rocco – Viggo Pedersen è uno dei tanti pittori impressionisti scandinavi che tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 viaggiarono in Abruzzo scoprendo nei paesaggi e nelle tradizioni popolari della regione l’ideale ispirazione.

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Giovani donne alla fontana di Civita d’Antino, 1894, Johannes Martin Fasting Wilhejelm – Imago Museum Pescara – Foto Leo De Rocco

Costantino Barbella, “Coro d’amore”, dettaglio – Collezione F.P d’Aloisio – foto Leo De Rocco – a destra: Amy Atkinson, Rocca Pia (L’Aquila), acquerello 1907 – University of California Libraries – “Qui le persone sono accoglienti, allegre e di mentalità aperta” annotò nel suo diario Anne MacDonell

Ragazze di Francavilla al Mare, inizi ‘900 – Archivio storico Iacone

Costantino Barbella, “Serenata”, 1883, Collezione F.P. d’Aloisio presso Casa Museo D’Annunzio Pescara – foto Leo De Rocco

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Amalia Rodrigues, considerata “La regina del Fado”, durante un concerto a Lisbona

Atri, edicola votiva della Madonna di Lourdes (1942) con dediche in greco e latino composte da Luigi Illuminati – a destra: sipario del Teatro Comunale Piceno – sul sipario ottocentesco è rappresentato uno dei più famosi imperatori romani, Adriano, i suoi avi erano originari di Hatria Picenum, l’antica Atri – Foto Leo De Rocco –

Vasto, tramonto su Punta D’Erce (o Aderci) – Foto Leo De Rocco

Mare Nostre, eseguito dal coro dell’Associazione Corale La Figlia di Jorio di Orsogna

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Mariangela Melato e Giancarlo Giannini in una scena del film del 1973 (titolo completo) “D’amore e d’anarchia, ovvero stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…”

Giancarlo Giannini in occasione di una conferenza all’Universita D’Annunzio, Chieti – Foto Leo De Rocco

Domenico Modugno è considerato il padre dei cantautori italiani

Statua raffigurante uno zampognaro sulla facciata della chiesa di Santa Maria Maggiore a Caramanico Terme (Pe) ‐ Foto Leo De Rocco

Da sinistra: Bartolomeo Pinelli, I Pifferari, 1830, Archivio per i Beni e le Attività Culturali – Pifferari abruzzesi a Roma suonano inni dedicati alla Madonna, David Wilkie, 1846, Royal Academy Londra – Bartolomeo Pinelli – Zampognaro e suonatori di pifferi, 1834 – Archivio Federico Zeri

Hector Berlioz, Sérénade d’un Montagnard des Abruzzes à sa maitresse.

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Pastore abruzzese di Civita d’Antino suona il flauto, 1902, Gad Frederik Clement – Imago Museum Pescara – Foto Leo De Rocco

Copertina della X Maggiolata Abruzzese, 1929, Francesco Paolo Michetti – a destra: I cori delle Maggiolate francavillesi – Archivio Iacone

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Ortona, coro di Maggiolata – Archivio storico Iacone, per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni blog

Francavilla al Mare – Targa commemorativa della canzone dialettale abruzzese – Foto Leo De Rocco – a destra: Guido Albanese

Donne di Ortona e Francavilla al Mare con i tipici canestri sul capo camminano tra le macerie nel 1943-44 – Foto Archivio storico Iacone e Museo della Battaglia di Ortona

San Vito Chietino – Eremo Dannunziano, la casa degli amanti Giorgio e Ippolita, alter ego di Gabriele d’Annunzio e la romana Barbara Leoni – Foto Leo De Rocco

Coro di Orsogna a Venezia, vincitore di una rassegna canora nel 1929 (le donne orsognesi erano famose per i loro vistosi ornamenti con gioielli della tradizione abruzzese) – per gentile concessione Archivio Museo delle Genti d’Abruzzo – a destra: Locandina del Festival della canzone Italiana a Parigi, 1953 – collezione privata

Ortona, monumento a Francesco Paolo Tosti, agli inizi del ‘900, rappresenta il Maestro Tosti con un gruppo di coriste, collezione privata – “A vucchella” di Francesco Paolo Tosti e Gabriele D’Annunzio in una vecchia incisione 33 giri del tenore Enrico CarusoOrtona, Salone per l’ascolto della radio, inizi ‘900 – Archivio “Ortona, com’era?”

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Fonti / Foto / Note: (1) “Storia locale. Abruzzo-Francavilla 8/900”, realizzazione e ricerca iconografica di Giuseppe Iacone, Editore Emidio Luciani – 1978; (2) Le Farchie di Fara Filiorum Petri sono enormi fasci di canne, alti circa otto metri, accesi la sera della vigilia della festa di Sant’Antonio. L’evento richiama numerosi turisti. (3) Dal libro “Li chiamavano Pifferari” di Antonio Bini, Edizione Menabò 2013. (4) da “Lettere a Giselda Zucconi” a cura di Ivanos Cioni. Centro Nazionale Studi Dannunziani Pescara 1985; “La Sanda Passijone nella letteratura, nei canti, nella vita, nei riti del popolo abruzzese”, 1954, P.Donatangelo Lupinetti.

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