Fossacesia. Abbazia di San Giovanni in Venere. Il monachesimo in Abruzzo e San Nicola Greco.

▪︎ 📸 Copertina: Portale della Luna, abbazia di San Giovanni in Venere ▪︎ 📸 Sotto: Golfo di Venere, visto dal parco dell’abbazia – Foto Abruzzo storie e passioni

Prima parte

Il Golfo di Venere

Dopo aver esplorato Ortona, San Vito Chietino e Vallevò di Rocca San Giovanni, giunti a Fossacesia lasciamo la ciclopedonale della Costa dei Trabocchi, per salire sul promontorio del Golfo di Venere. Circa millecinquecento anni fa, i monaci benedettini scelsero questo luogo ameno, tra uliveti e panorami marini, per edificare, sui resti di un tempio pagano, quella che sarebbe diventata una delle abbazie più belle d’Abruzzo e di tutta la costa adriatica.

Piuttosto che distruggere i templi pagani è meglio trasformare gli stessi in chiese cristiane – Gregorio Magno

Il principio di trasformazione dei luoghi di culto pagani in spazi cristiani lo avevamo già osservato nell’articolo “I gioielli del Velino”, dedicato ad Alba Fucens. Qui la chiesa di San Pietro in Albe fu costruita sui resti di un tempio dedicato ad Apollo, accessibile attraverso un colonnato a semicerchio affacciato su un panorama che abbracciava l’antica Alba Fucens, le pendici boscose del monte Velino e le propaggini dell’allora Lago Fucino. Le colonne corinzie del tempio, riutilizzate nella navata centrale della chiesa, conferiscono all’interno una luce e una armonia che ne fanno una delle navate più belle dell’Abruzzo.

Mentre i Marsi veneravano il dio con la lira e la dea Angizia, dominatrice dei serpenti e delle erbe antidoto ai veleni, sul litorale della Costa dei Trabocchi i Frentani celebravano la dea nata dalla spuma del mare. Il tempio a lei dedicato, probabilmente già esistente dall’80 a.C., sorgeva sul promontorio che oggi domina l’insenatura di Fossacesia, denominato Golfo di Venere.

Sui resti di questo tempio dedicato all’amore e alla bellezza, o nelle sue immediate vicinanze – poiché la posizione esatta non è stata ancora individuata con precisione – oggi si erge maestosa l’abbazia di San Giovanni in Venere, tappa imprescindibile del nostro viaggio tra mare, storia e cultura lungo la Costa dei Trabocchi.

Il nucleo originario del cenobio era costituito da un piccolo edificio destinato ai monaci benedettini, eretto nel 543 sull’antico e ormai abbandonato tempio pagano dedicato a Venere Conciliatrice. Allo stesso modo, i benedettini acquisirono e adattarono l’edificio paleocristiano costruito sui resti del tempio di Apollo ad Alba Fucens. La prassi di edificare chiese cristiane su templi pagani dismessi o in rovina fu formalmente sancita da un decreto dell’imperatore Onorio nel 408.

L’origine del monachesimo in Abruzzo

La comunità monastica di Fossacesia, fondata dal monaco Martino, si formò seguendo la scia del monachesimo promosso dall’abate abruzzese Equizio Amiternino, originario di Pizzoli, in provincia dell’Aquila, nato tra il 480 e il 490. Con lui operava il coetaneo più noto, Benedetto da Norcia (480–547), fondatore del monachesimo occidentale.

Gregorio Magno chiamava affettuosamente Equizio “Vir rusticus”, per via del suo aspetto trasandato e del suo modo di muoversi a dorso di mulo. Ma dietro quell’immagine semplice si celava un uomo carismatico, dotato di una straordinaria abilità oratoria: un vero influencer ante litteram, capace di attirare numerosi seguaci.

Per comprendere le radici del monachesimo, bisogna risalire all’Egitto tra il III e il IV secolo, ai primi anacoreti e ai Padri del Deserto, come Sant’Antonio Abate, eremita egiziano, e i suoi seguaci, i primi “antoniani”, tra cui San Macario il Grande. Sulle orme di questi eremiti, sebbene in contrapposizione con l’isolamento sancito dall’eremitismo, nacque il cenobitismo, ovvero l’organizzazione monastica comunitaria, la cui prima regola fu elaborata da San Pacomio Abate, anch’egli allievo di Antonio il Grande.

Le prime abbazie della storia furono costruite dai seguaci di Sant’Antonio circa 150–200 anni prima del nucleo primario benedettino di San Giovanni in Venere, tra il 320 e il 356: Pacomio fondò il cenobio nella regione della Tebaide, mentre Macario edificò il suo sul sepolcro di Sant’Antonio Abate a Zaafarana, vicino al Mar Rosso. Successivamente sorsero monasteri in Palestina, Siria, Anatolia, sul monte Athos e persino nelle steppe russe (1).

In Italia, con la diffusione della Sancta Regula di Benedetto da Norcia – considerata la pietra miliare del monachesimo occidentale, e con la fondazione tra il 525 e il 529 dell’abbazia di Montecassino, anch’essa costruita sui resti di un tempio pagano dedicato ad Apollo, le regole e la tradizione dell’Ordine equiziano furono assimilate dall’Ordine benedettino. Da qui si sviluppò una rete di abbazie sostenute da Longobardi e Franchi, tra cui l’abbazia di Serramonacesca, tradizionalmente riconducibile a Carlo Magno, e l’abbazia di San Clemente a Casauria, la cui vocazione imperiale è ancora leggibile nel portale istoriato.

L’arrivo del monaco Nicola il Greco

Nella storia del monachesimo abruzzese emerge con particolare rilievo la figura di San Nicola Greco, giunto in Abruzzo sul finire del X secolo dalla Calabria insieme ad alcuni compagni guidati dall’alchimandrita Ilarione. Tutti erano basiliani, “fratelli” di San Basilio di Cesarea (Cappadocia, 329–379), vescovo e teologo, uno dei Padri della Chiesa d’Oriente insieme a Sant’Athanasio, San Gregorio Nazianzeno e San Giovanni Crisostomo.

San Nicola Greco (940 circa – 1012 circa), compatrono di Guardiagrele, paese che dal 1343 custodisce i suoi resti nella chiesa di San Francesco per volontà di Napoleone Orsini, deve il cognome “Greco” probabilmente non a un’origine etnica, ma alla scelta di aderire al monachesimo ispirato agli insegnamenti di Basilio di Cesarea. Intorno al 975, forse minacciato dalle invasioni saracene, Nicola, insieme a 29 monaci e a Ilarione, lasciò la Calabria per stabilirsi nella zona del Sannio.

Successivamente, insieme a sette confratelli tra cui l’alchimandrita Ilarione, Nicola Greco si trasferì presso Casoli, nel castello di Prata, grazie alle donazioni del conte di Chieti Trasmondo I, figura che ritroveremo come promotore dell’ampliamento dell’abbazia di San Giovanni in Venere. Alla morte di Ilarione, Nicola fu proclamato nuovo alchimandrita, incarnando così l’incontro tra il monachesimo orientale e quello occidentale.

In realtà, prima di lui, un altro illustre monaco basiliano era giunto in Abruzzo: Pelino di Brindisi (Durazzo, 620 – Corfinio, 662), a cui è dedicata la Cattedrale di Corfinio, consacrata nel 1124.

L’Oriente cristiano si fonda sul concetto di “Luce e Rivelazione”: Cristo è la luce del mondo, e in questa luce si esprime Dio, la vita e l’esistenza di tutte le cose. L’iconografia delle icone, e la venerazione ad essa legata, deriva proprio da questa visione, che diede origine anche alle lotte iconoclaste. La Croce reliquiario trecentesca di San Nicola Greco, custodita nel Museo del Duomo di Guardiagrele, a mio avviso sintetizza magistralmente questi due temi, unendo spiritualità, luce e memoria storica in un unico simbolo.

Nell’unica immagine antica di San Nicola Greco, dipinta alla base del recto della Croce reliquiario, appare anche un monaco francescano inginocchiato ai piedi del Santo, intento nella preghiera. Questo dettaglio simboleggia l’incontro tra il monachesimo basiliano, di cui Nicola Greco fu esponente, e il monachesimo francescano. In realtà, sarebbe più corretto parlare di monachesimo orientale, poiché la vita monastica bizantina non era organizzata in ordini distinti con regole separate, come nell’Occidente cristiano, ma seguiva un’unica carta costitutiva: il Typicon.

Il secondo tema centrale della Croce è quello della Luce divina. L’immagine di Cristo, dipinta su foglia d’oro, era semicircondata da decine di pietre vitree o semipreziose – oggi non più presenti – incastonate in appositi incavi lignei. Questa iconografia, a mio avviso, richiama la “Luce divina” che si manifesta ai fedeli attraverso il sacrificio di Gesù. Le pietre vitree riflettendo la luce in un ambiente altrimenti oscuro, fungevano da Biblia pauperum, permettendo ai fedeli di leggere visivamente il messaggio teologico: “Cristo è la Luce del Mondo”. Un simbolismo potente, che unisce arte, fede e insegnamento religioso in un’unica rappresentazione.

Ora et labora

In alcuni documenti risalenti all’829, al 973 e al 1015 viene citata la chiesa di “Sancti Johannes in foce de fluvio Sangro” (San Giovanni alla foce del fiume Sangro), posta sotto la protezione dei Conti di Chieti, tra i quali spiccano Trasmondo I e Trasmondo II. Questi ultimi promossero il primo consistente ampliamento che trasformò il piccolo insediamento benedettino di Fossacesia in una vera e propria abbazia, dotata di terreni, proprietà e del diritto di pedaggio sul vicino Portus Veneris.

Dove oggi si ergono i trabocchi, antiche macchine da pesca oggi trasformate in raffinati ristoranti sul mare, un tempo c’era un vivace scalo marittimo: imbarcazioni provenienti dal porto di Ortona, dal più piccolo porticciolo di San Vito Chietino e da Fossacesia movimentavano merci e prodotti lungo tutta la costa. Proprio in questo Golfo di Venere, i monaci benedettini decisero di riscuotere un pedaggio portuale, traendone beneficio per l’abbazia e le attività dei religiosi.

Secondo lo storico Anton Ludovico Antinori (L’Aquila, 1704–1778), nei suoi Annali degli Abruzzi, già nel 1090 l’abbazia di San Giovanni in Venere, sotto l’abate Giovanni, era il più grande feudo ecclesiastico del Regno di Sicilia. I possedimenti si estendevano lungo la costa adriatica fino a Ravenna a nord e nel Beneventano a sud.

Per fronteggiare le incursioni, in particolare quelle dei temuti pirati saraceni, gli abati Oderisio I e Oderisio II, secondo la tradizione, dotarono il Castrum Sancti Johannes – l’attuale Rocca San Giovanni, borgo turistico affacciato sulla Costa dei Trabocchi – di una cinta muraria, di un castello e di tre torri. Questa roccaforte garantiva un rifugio sicuro agli abati, ai monaci e agli abitanti del borgo in caso di pericolo. Oggi rimangono visibili i resti della cinta muraria e una delle torri merlate: le altre due furono distrutte, una dal terremoto e l’altra dai bombardamenti tedeschi del 1943.

Nel 1165 l’abate Oderisio II, come ricorda un’iscrizione sul portale che dalla navata sinistra conduce al chiostro, promosse un secondo, più importante ampliamento dell’abbazia: la chiesa fu ricostruita sul modello delle grandi cattedrali benedettine, con tre navate separate da archi ogivali, configurando così uno dei primi esempi di stile cistercense in Abruzzo. Nello stesso periodo fu rifatta la facciata, conosciuta romanticamente come il Portale della Luna, il primo portale “istoriato” della regione dedicato alle storie di San Giovanni Battista. Il portale di San Clemente a Casauria, tra i più noti, sarà realizzato dall’abate Gioele solo una decina d’anni più tardi.

I lavori si conclusero intorno al 1204, inaugurando il periodo più florido dell’abbazia: vi dimoravano oltre 100 monaci, e il complesso disponeva di una grande biblioteca, uno scriptorium per gli amanuensi, una scuola e spazi per ospitare pellegrini e viandanti. Come un vero piccolo paese, l’abbazia era dotata di due forni, granai e numerosi ambienti funzionali, testimonianza della sua autonomia e vitalità.

Il declino iniziò nel 1394, quando il controllo sui terreni abbaziali si ridusse drasticamente a causa della necessità di vendere proprietà e beni. L’abbazia, precedentemente dichiarata “nullius diocesis”, come San Pietro ad Oratorium a Capestrano (in questo blog: “Capestrano e San Pietro ad Oratorium, magiche atmosfere”), passò sotto il controllo diretto del Papa, tramite abati da lui nominati. Nel 1588, papa Sisto V, con la bolla Ex incumbenti nobis, affidò l’abbazia alla Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri.

Nel 1626 la giurisdizione religiosa passò alla Curia Arcivescovile di Chieti, mentre nel 1871 il Regno d’Italia confiscò l’abbazia alla Congregazione. Durante la Seconda Guerra Mondiale, un bombardamento alleato colpì il chiostro, senza provocare danni rilevanti. Oggi l’abbazia è gestita dai frati Passionisti.

Nella seconda parte, dopo la galleria fotografica, scopriremo il Portale della Luna, vera chiave di lettura per comprendere la storia e il significato simbolico dell’abbazia.

Galleria fotografica

Sant’Equizio, Giulio Cesare Bedeschini, 1619 – Museo Nazionale d’Abruzzo MuNDA L’Aquila – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Il monaco Romano veste il giovane Benedetto da Norcia, 1505, Giovanni Antonio Bazzi detto “Il Sodoma” – Monastero di Monte Oliveto Maggiore Asciano – Foto Francesco Bini / Sailko cc‐by-sa, per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni.

Costa dei Trabocchi, Fossacesia, Abbazia di San Giovanni in Venere: “Portale della Luna”; absidi; portale Sud – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Abbazia di San Giovanni in Venere, alcune immagini insolite e suggestive scattate dopo una rara nevicata autunnale, sotto la lunetta del portale maggiore ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Seconda parte

Il portale della Luna

Il portale principale, rivolto a ovest, è conosciuto come il Portale della Luna. Secondo la tradizione popolare, durante il solstizio d’estate, e in particolare all’ora del tramonto, i raggi del sole penetrano attraverso la piccola finestra bifora posta in alto sulla facciata, illuminando con precisione il presbiterio, quasi a rinnovare un’antica benedizione.

Anche la cripta, le cui absidi guardano verso est, riceve i primi raggi dell’alba, creando un suggestivo gioco di luce che conferisce all’architettura un’aura quasi sacra. Fenomeni simili si osservano nella Basilica di Collemaggio a L’Aquila, dove i raggi solari del solstizio filtrano dal rosone centrale, tracciando sulle pareti disegni geometrici di rara suggestione. Più che un caso, sembrerebbe il frutto della raffinata maestria degli architetti medievali, capaci di unire arte e astronomia in un dialogo con il creato.

Il portale di San Giovanni in Venere è sormontato da una lunetta che raffigura Cristo in trono, affiancato dalla Madonna e da San Giovanni Battista. Restano, sparsi e in parte disordinati, i frammenti di altre statue, mentre un’iscrizione richiama San Romano, San Benedetto e l’abate Rainaldo. Tra il 1224 e il 1230 fu proprio quest’ultimo a curare la ristrutturazione della facciata, probabilmente a seguito dei danni causati da un terremoto, che colpì in particolare la lunetta e la sua statuaria. L’abate Rainaldo supervisionò anche la sistemazione dei grandi registri di bianca roccia arenaria, istoriati con citazioni bibliche, iconografie romaniche e numerosi episodi della vita di San Giovanni Battista, scolpiti oltre vent’anni prima sotto la guida del suo predecessore, l’abate Oderisio (1165–1204).

Forse è proprio questa combinazione di dettagli enigmatici a conferire al Portale della Luna il suo fascino misterioso. La differenza stilistica tra l’apparato scultoreo narrativo e le decorazioni dei capitelli delle colonne, in alcuni punti apparentemente fuori registro, è solo uno dei tanti enigmi. Anche la rappresentazione degli episodi legati alla vita di San Giovanni Battista mostra alcune lacune, che tuttavia non vanno interpretate come semplici mancanze.

Ad esempio, manca la scena del battesimo nel Giordano, e le differenze stilistiche tra la lunetta e i registri istoriati risultano evidenti. Le due colonne corinzie ai lati dei battenti coprono in parte i rilievi, seminascosti, che dovrebbero simboleggiare le tentazioni del male a sinistra e il trionfo del bene a destra, in un richiamo evidente al portale imperiale dell’abbazia di San Clemente a Casauria. I bianchi pannelli marmorei di Fossacesia, invece, si articolano in otto scene: quattro episodi principali tratti dal Vangelo e legati alla vita di San Giovanni Battista, e quattro scene minori, destinate a funzione ornamentale e simbolica.

La lettura inizia dal pannello inferiore destro, che mostra un episodio biblico: Abacuc e Daniele nella fossa dei leoni. Sul lato sinistro corrispondente si distingue un uomo accovacciato tra due animali feroci, forse due grifoni. In questa scena, come in quella della Visitazione, appare un piccolo enigma: sulla destra sembra stagliarsi un gallo, simbolo cristiano di luce e Resurrezione, quasi un invito dell’autore del portale a decifrare il mistero nascosto tra le pietre.

L’ottavo dei dodici profeti minori della Bibbia, Abacuc, viene trasportato per la barba da un angelo. Il profeta, quasi un moderno rider di “Just Eat”, porta a Daniele, rinchiuso nella fossa dei leoni per ordine del re Dario di Persia, un pasto di pane e minestra.

Una curiosità linguistica: in italiano il termine popolare “bacucco”, usato scherzosamente per indicare un individuo molto avanti negli anni, deriva proprio da Abacuc, tradizionalmente rappresentato come un uomo esile e molto anziano, così come appare scolpito su questo portale. Ancora in Abruzzo, “Bacucco” era fino al 1906 l’antico nome di Arsita, in provincia di Teramo, un toponimo che risale probabilmente a Bacchus, il dio romano del vino e del divertimento, corrispondente al greco Dioniso.

Proseguendo nella lettura dei pannelli, da destra a sinistra, il secondo episodio mostra l’Apparizione dell’angelo a Zaccaria, che gli annuncia la miracolosa nascita di un figlio. Zaccaria, con una mano sul turibolo, viene sorpreso dall’angelo mentre celebra sull’altare di un ciborio.

Sul pannello corrispondente a sinistra, si osserva la Visitazione di Maria a Elisabetta. La Vergine appare impaurita, del resto è una umile contadina palestinese di appena quindici anni, mentre l’arcangelo Gabriele, raffigurato sopra di lei, le annuncia la Parola divina: “Concepirai un figlio e lo darai alla luce, lo chiamerai Gesù, il figlio dell’Altissimo”.

L’angelo la rassicura con dolcezza e Maria, appoggiandosi a una colonna, immagina di portare in grembo il Salvatore, invitando lo sguardo dell’osservatore verso la scena centrale, dove l’annuncio si sta compiendo. Sul lato destro, una figura femminile osserva l’evento; poco più in alto due animali guardano la scena. Chi sono? E quale messaggio simbolico custodiscono questi dettagli? L’autore del portale sembra volerci guidare in un gioco di enigmi e significati nascosti tra le pietre, intrecciando storia, teologia e arte in un unico racconto visivo.

Secondo la mia interpretazione, il dettaglio più significativo è l’anfora che la donna trasporta. L’aveva appena riempita attingendo da una fontana e, quasi casualmente, si trova a testimoniare l’incontro tra le cugine Maria ed Elisabetta. L’acqua, come suggerisce l’ignoto scultore di Fossacesia, diventa simbolo del battesimo, il sacro elemento primario che, sulle acque del Giordano in Galilea, unirà i due predestinati: Gesù di Nazareth e Giovanni Battista.

In questo modo, l’autore del Portale della Luna risolve la scelta – sua o del committente – di non rappresentare esplicitamente la scena iconica del Battesimo sul Giordano. Al contrario, introduce un richiamo simbolico, sottile ma efficace, nell’episodio della Visitazione. Un confronto con un capolettera dell’antifonario di Guardiagrele (1333, Museo del Duomo) mostra come Giovanni Battista vi battezzi Gesù con un’anfora piena d’acqua, richiamando sorprendentemente l’iconografia di Fossacesia. Inoltre, la composizione plastica della Visitazione del portale sembra riprendere quella affrescata sull’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco, come evidenzio nella galleria fotografica a corredo.

In alto a destra, la scena più animata dell’intera narrazione rappresenta l’Imposizione del nome. Zaccaria, con la penna in mano, è costretto a scrivere il nome del figlio, punito da Dio con il mutismo per non aver creduto alla nascita miracolosa. Elisabetta mostra un cartiglio con l’iscrizione “Ioannes erit nomen eius”, mentre Giovanni Battista viene tenuto in braccio da una nutrice, e un sacerdote si prepara al rito della circoncisione. Tutti partecipano con intensa concentrazione all’evento, eccetto un personaggio alla sinistra di Zaccaria, il quale distoglie lo sguardo verso l’alto, aggiungendo un tocco di umanità e mistero alla scena sacra.

Infine, in alto a sinistra, Giovanni Battista appare appena tornato dal deserto, coperto da una pelle di cammello. In mano regge un rotolo di pergamena con l’iscrizione: “Ego vox clamantis in deserto” (“Io sono la voce che grida nel deserto”), in risposta ai due messaggeri inviati dai Farisei, che mostrano il loro cartiglio con la scritta: “Tu quis es, ut responsum demus eis qui nos miserunt?” (“Voi chi siete, potete dare una risposta a coloro che ci hanno mandato?”).

L’iconografia è fedele al Vangelo di Giovanni, e alla sinistra del Battista appare un giovanissimo Gesù, probabilmente inserito dall’artista per anticipare l’imminente battesimo sul Giordano. Dopo l’anfora e l’acqua, il riferimento al Battesimo torna ancora una volta, come se l’autore del portale volesse chiarire: “Non azzardatevi a dire che ho dimenticato di scolpire il Battesimo sul Giordano”.

Nella parte superiore del portale si osservano due piccole composizioni tipiche dell’iconografia romanica: due arcieri intenti a scoccare frecce verso un volatile, e due pavoni che bevono da una coppa, simbolo di immortalità spirituale o, forse, della Grazia di Dio nell’eucaristia. Altri simboli medievali completano la scena: un gallo, emblema di resurrezione; altri due pavoni; e un leone che domina la preda, metafora della giustizia che trionfa sul caos.

I due arcieri del portale di San Giovanni in Venere, immersi tra grovigli vegetali mentre scagliano le frecce, a mio avviso, richiamano altre decorazioni del Romanico abruzzese. Un esempio celebre si trova nel ciborio della navata centrale dell’abbazia di San Clemente al Vomano, scolpito dal magister Roberto con l’aiuto di Ruggero, suo padre, e arricchito dal repertorio del bestiario medievale tanto caro al magister Nicodemo. Per approfondire, si veda l’articolo: “Cugnoli, i libri di pietra di Nicodemo, Roberto e Ruggero”.

Nella terza parte esamineremo la cripta e il chiostro e scopriremo alcuni aneddoti in parte legati alle tradizioni popolari locali.

Galleria fotografica

Scena 1 – Daniele affamato nella fossa dei Leoni, in alto il profeta Abacuc con il  pane trascinato dalla barba dall’angelo del Signore

Scena 2 – Giovanni Battista (?) nel deserto; a destra: un gallo simbolo di salvezza e resurrezione.

Scena 3 – Apparizione dell’Arcangelo Gabriele a Zaccaria.

Scena 4: al centro, Visitazione di Maria Vergine alla cugina Elisabetta; a sinistra, Annunciazione; a destra una donna con un’anfora ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Confronto con la Visitazione affrescata nell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Scene 5 e 6: Zaccaria, Elisabetta, una nutrice con in braccio Giovanni Battista, sacerdoti nel tempio per “l’imposizione del nome”. In alto due arcieri.

Scene 7 e 8: Giovanni Battista torna dal deserto e incontra i Farisei; a sinistra Gesù in attesa del battesimo. In alto due pavoni bevono da un’urna.

Suggestivi giochi di luci dai rosoni della basilica di Collemaggio a L’Aquila ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Arcieri medievali a confronto: in alto l’arciere di Roberto e Ruggero, dettaglio del ciborio dell’abbazia di San Clemente al Vomano; qui sopra l’arciere del maestro di San Giovanni in Venere – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Terza parte

Interni, cripta e chiostro.

Nella chiesa di San Pietro in Albe, come ricordato nell’articolo dedicato, molte colonne provenienti dal tempio di Apollo furono riutilizzate per costruire la luminosa e slanciata navata centrale. In questo nostro gioco di similitudini tra templi pagani trasformati in chiese e abbazie, anche a San Giovanni in Venere rivolgiamo particolare attenzione alle antiche colonne che scandiscono gli spazi sacri.

La cripta dell’abbazia non sembra una cripta nel senso tradizionale, considerando la sua notevole altezza. Questo dettaglio avvalora l’ipotesi secondo cui l’edificio originario fosse un luogo di culto costruito sulle rovine del tempio pagano, al quale probabilmente appartenevano le pregiate colonne dalle sfumature marine, tra l’azzurro e il turchese, alternate ad altre in marmo cipollino, dal colore più sobrio e uniforme.

I vivaci colori degli affreschi bizantineggianti illuminano le tre absidi. Datati tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, appaiono particolarmente suggestivi nell’abside centrale, dove sembrano più antichi e forse vogliono raccontare, con quelle forme plastiche e quei toni intensi, la persistenza degli influssi bizantini lungo la costa adriatica. Questi elementi, radicati e stratificati, sopravvissero anche alla dominazione longobarda e alla successiva epoca normanna, testimoniando una continuità culturale e artistica che attraversa secoli di storia.

Nell’abside centrale domina la figura maestosa di Cristo in trono, affiancato da due angeli e dai santi Giovanni Battista e Benedetto. Ai loro piedi, inginocchiato, si intravede un monaco identificato come “Provenzanus”. Ognuno dei personaggi regge nella mano sinistra un cartiglio con le sacre parole: Cristo: “Ego sum lux mundi qui sequitur me non ambulat in tenebris et habebit lumen vitae. Ego sum alfa et omega” – “Io sono la luce del mondo. Chi segue me non camminerà nelle tenebre e avrà la luce della vita. Io sono il principio e la fine”. San Giovanni Battista: “Ecce agnus Dei. Ecce qui tollit peccata mundi” – “Ecco l’agnello di Dio. Ecco chi toglie i peccati del mondo”.

Sulla parete destra dell’abside, lo stile diventa decisamente bizantino. La Madonna, sul cui capo si leggono le lettere greche MP ØV (Madre di Dio), è ritratta in trono con il Bambino. Ai suoi lati figurano San Nicola e San Michele Arcangelo, insieme a un monaco, probabilmente “Augusus”, noto da un’antica iscrizione ormai perduta ma documentata in manoscritti coevi.

Sulla parete sinistra dell’abside, Cristo è raffigurato in trono mentre benedice “alla greca”, accompagnato da San Filippo e San Vito. Sull’abside destra, invece, Cristo in trono è affiancato a San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista a destra, e a San Pietro e San Paolo a sinistra, creando una composizione che unisce devozione, gerarchia e simmetria iconografica.

Il complesso custodisce anche importanti monumenti sepolcrali: quello dedicato al conte Trasmondo II, promotore del primo ampliamento dell’abbazia, e l’iscrizione sepolcrale dell’abate Oderisio II, committente della seconda grande ricostruzione, posta invece sulla facciata principale, a testimoniare il legame tra potere, devozione e memoria storica.

L’accesso al chiostro avviene dalla navata sinistra, attraverso un portale rivolto a nord, dove la lunetta custodisce un ricco simbolismo. Vi sono scolpiti i nodi di San Giovanni, o “nodi della vita”, che richiamano l’infinito ciclo della creazione e della rinascita, mentre il quadrato e il cerchio simboleggiano l’equilibrio del “Tutto”. La composizione trae ispirazione dalla visione (Merkavah) del profeta Ezechiele: un grande carro trainato da un uomo, un toro, un leone e un’aquila, che rappresentano non solo i quattro Evangelisti – Matteo, Luca, Marco e Giovanni – ma anche i quattro elementi primordiali (acqua, aria, terra e fuoco) e i quattro punti cardinali, fondendo cosmologia, spiritualità e ordine universale.

Sul portale, un’ulteriore testimonianza storica rivela l’iscrizione del “magister Alexander”, datata 1165, anno in cui l’abate Oderisio II dichiara l’inizio dei lavori. L’incisione precisa persino il mese – aprile – sottolineando l’attenzione alla documentazione e alla cronologia, un tratto tipico della cultura artistica medievale che unisce devozione e simbolismo.

Tradizioni e racconti popolari

Il 24 giugno, giorno in cui si celebra San Giovanni Battista, a Fossacesia e Rocca San Giovanni si rinnova un’antica usanza: le massaie e i panifici sfornano centinaia di panetti a forma di pesce, il cosiddetto “Pane di San Giovanni”, destinato ad essere offerto ai fedeli e ai turisti che affollano l’abbazia in questa giornata speciale.

La Fonte di Venere, situata vicino agli antichi orti abbaziali, custodisce leggende popolari che affondano le radici nei secoli. Fino alla metà del Novecento, le donne che desideravano avere figli o avevano difficoltà nell’allattamento si recavano alle sue acque, ritenute miracolose. Un’usanza simile si ritrovava in altre zone del Chietino: nei pressi della Madonna della Misericordia, una piccola chiesa campestre alla periferia di Chieti, una fonte decorata con un bassorilievo raffigurante la Madonna col Bambino attirava donne in cerca di protezione o guarigione, o semplicemente per devozione.

La Fonte di Venere è formata da due sorgenti, di cui una ancora attiva. L’acqua, prelevata dall’alto, veniva utilizzata dai benedettini per irrigare gli orti e soddisfare le necessità quotidiane dell’abbazia. Fino al 2014, uno degli alberi più longevi d’Abruzzo cresceva proprio nell’orto dell’abbazia: un ulivo di 1700 anni, dichiarato Monumento nazionale nel 1875. Oggi ciò che resta del maestoso albero è ancora visibile dalla terrazza panoramica con vista sul mare, offrendo un collegamento tra la storia millenaria del luogo e il paesaggio attuale.

Il viaggio continua

Tra le architetture medievali e i giochi di luce solstiziale, l’abbazia di San Giovanni in Venere si rivela un’esperienza che unisce arte, storia e natura. Le spiagge della zona, come La Foce, Marina di Fossacesia e Marina del Sole, invitano a lunghe passeggiate sul mare, mentre piccole calette nascoste tra la macchia mediterranea possono essere scoperte lungo la ciclopedonale Via Verde della Costa dei Trabocchi.

Chi desidera completare il viaggio con un’immersione nell’entroterra troverà altre meraviglie: il Castello di Roccascalegna, il Parco Archeologico di Monte Pallano e il Lago di Bomba, mete ricche di arte, storia e paesaggi suggestivi che racconteremo in questo blog.

Le prossime tappe lungo la Costa dei Trabocchi, da scoprire nei nostri articoli, saranno Torino di Sangro e Pollutri, per continuare questo percorso tra cultura, natura e tradizione.

Copyright – Riproduzione Riservata – derocco.leo@gmail.com – Leo Domenico De Rocco ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica

Galleria fotografica

Portale Nord

L’iscrizione presente nella cripta fa risalire al 1140 l’anno della costruzione dell’edificio originario dell’abbazia.

Abbazia di San Giovanni in Venere, particolare delle colonne “marine” nella cripta.

Il sepolcro di Trasmondo II nella cripta – a destra l’iscrizione sepolcrale dedicata a Oderisio II, sulla facciata principale.

Abside centrale: Cristo in trono tra due angeli e tra San Giovanni Battista e San Benedetto, in basso a destra il monaco “Provenzanus”.

Abside centrale, parete di destra: Madonna con Bambino in trono tra l’Arcangelo Michele, in abiti bizantini, al suo fianco un monaco inginocchiato, e San Nicola.

Abside a destra: Cristo in trono benedicente tra i Santi: Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Pietro, Paolo. Decorazioni con fiori e volatili.

Abside a sinistra: Cristo in trono tra San Vito e San Filippo

Abbazia di San Giovanni in Venere, navata centrale e presbiterio – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

La lapide sul portale interno laterale che indica l’anno 1165 e l’abate Oderisio

Il parco e il chiostro – Foto Abruzzo storie e passioni

Il Pane di San Giovanni – Abbazia di San Giovanni in Venere – foto Leo De Rocco

Fonte di Venere

Il vecchio ulivo millenario

Fossacesia, la Costa dei Trabocchi, vista panoramica dall’Abbazia di San Giovanni in Venere

Ciclo-pedonale Via Verde, spiaggia di Fossacesia – foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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Copyright ‐ Riproduzione riservata ‐ derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Fonti/Note: “San Giovanni in Venere – Storia, arte e archeologia di un’abbazia benedettina adriatica”, 2017, Carsa Edizioni; “Abruzzo, Cultura e Letteratura, dal Medioevo all’età contemporanea” di Gianni Oliva e Carlo De Matteis, 2020, Carabba Editore; “San Nicola Greco, un ponte tra Oriente e Occidente”, di Elsa Flacco e Lucio Taraborrelli, Atti del convegno del 2012 e nuovi contributi, Volume edito nel 2012 a cura del Comitato per le celebrazioni dell’Anno Nicolaiano, Guardiagrele; Note: 1) Emiliano Fabbricatore, in Nicola Greco un Ponte tra Oriente e Occidente”, pag 19.

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