Quello è il faro e noi sui gradini dell’immaginazione indoviniamo i flutti dove vanno (1)
Viaggiando in direzione Sud
Percorrendo verso sud la strada che costeggia il litorale abruzzese – la “16 Adriatica”, tracciata in epoca romana per raggiungere Brindisi – dopo pochi chilometri da Casalbordino, dove in primavera le dune si riempiono del profumo delle anthemis, appare inconfondibile la torre bianca del faro di Punta Penna.
Mi trovo sulla Costa dei Trabocchi, divenuta negli ultimi anni una delle mete marine più suggestive della regione grazie alla Via Verde, una ciclopedonale che da Ortona corre verso sud, fino a Vasto e San Salvo, al confine con il Molise. L’itinerario alterna tratti rocciosi e spiagge di sabbia o ciottoli, tra colline disegnate da vigneti e uliveti.
Qui un tempo passava il Regio Tratturo, che collegava L’Aquila al Gargano per circa 244 chilometri. Iniziava il suo cammino dalla basilica aquilana di Santa Maria di Collemaggio, voluta nel 1288 da Pietro da Morrone dopo una visione onirica che lo condusse, anni dopo, al soglio pontificio con il nome di Celestino V.
Da Collemaggio pastori e pellegrini, raggiungevano l’altopiano di Navelli, la Val Pescara e questo tratto di costa, tra i boschi della Lecceta di Torino di Sangro e le spiagge di Casalbordino, per poi proseguire verso le pianure pugliesi e il santuario di Monte Sant’Angelo, oggi Patrimonio UNESCO.
Il faro, Hemingway e l’immaginario del mare
L’Aquila è molto bella. Le notti sono fresche d’estate, e non c’è primavera più splendida in tutta Italia. È inutile portarsi il cibo, i contadini sono felici se accettate da mangiare da loro. Ernest Hemingway
Il faro, insieme alla figura romantica del suo guardiano, oggi sostituito dalla fredda parola “automazione”, ha affascinato nei secoli poesti, artisti e scrittori: da Virginia Wolf a Pablo Neruda, da Shakespeare a García Márquez. Anche Ernest Hemingway, che in Addio alle armi (1929) rievoca le sue impressioni sull’Abruzzo, lega spesso la sua narrativa al mare e alle luci del faro.
Nel romanzo Avere e non avere (1937), ambientato nelle isole Key, la lanterna del Morro diventa un punto di riferimento nella notte tropicale: Girai la chiavetta e spensi il motore. Era inutile sciupare benzina. Intendevo lasciare andare il battello alla deriva. Quando si fosse fatto buio, avrei sempre potuto orientarmi con la luce del faro del Morro o, se il battello fosse andato troppo alla deriva con quelle di Cojimar, per puntare su Bacuranao.
Al suo fascino letterario, emerso tra rhum e sigari cubani, si aggiungono i fari solitari, avvolti nella nebbia e sommersi dalle onde del mare in tempesta, sospesi sopra uno scoglio e attraversati dalla luce, immortalati da Turner, Picasso Hopper, ma anche dal cinema e dalla fotografia d’autore.
Le guardiane del faro
Nell’immaginario comune il guardiano del faro è una figura che rimanda al mondo maschile, ma la storia racconta altro. Tra Ottocento e primo Novecento, nei territori del Michigan, ben cinquantadue guardiane del faro ricoprirono il ruolo di custodi e assistenti dei fari che punteggiavano i Grandi Laghi.
Svolgevano gli stessi compiti dei loro colleghi uomini: accendere le lampade ogni sera al tramonto e tenerle accese tutta la notte; mantenere pulite le lampade, i riflettori e le lanterne; accorciare gli stoppini ogni quattro ore affinché la fiamma illuminasse più intensamente; registrare con precisione sul diario di bordo tutte le navi in transito e le condizioni meteorologiche.
Da Pharos alla Torre di Ercole
I fari hanno attraversato la storia dell’umanità. Due delle sette meraviglie del mondo antico erano queste grandi torri diffusori di una luce rassicurante per marinai, pescatori e naviganti: il Colosso di Rodi e il Faro di Alessandria. Il primo, simbolica figura del dio Helios sotto le cui gambe transitavano le navi, aveva in mano l’astro solare: una torcia circondata da enormi specchi; il secondo, costruito in marmo bianco sull’isola di Pharos, secondo le fonti antiche era alto oltre 120 metri.
Il faro più antico ancora in funzione è la Torre di Ercole, a La Coruňa, in Galizia. Risalente al II secolo, fu costruito dai romani sotto l’imperatore Adriano – i cui avi erano “abruzzesi”, originari di Hatria, l’odierna Atri – su progetto dell’architetto Caio Sevio Lupo. I suoi bracieri diffondevano la luce da un’altezza di 35 metri. Fu restaurato nel Settecento in stile neoclassico.
Il faro di Punta Penna
Il faro di Vasto, gestito dalla Marina Militare, sorge sul promontorio di Punta Penna, caratterizzato da uno dei tratti di costa più spettacolari dell’Abruzzo. Insieme alla vicina Punta Aderci, fa parte di un’area protetta caratterizzata da falesie a picco sul mare cristallino, e una natura che in primavera offre il suo volto magico.
Tra agavi, cardi, fichi d’India, ginestre e margherite selvatiche, il blu dell’Adriatico s’intreccia al giallo dei campi di grano punteggiati dai papaveri. In lontananza, come un sipario di pietra, le cime della Maiella e del Gran Sasso con le ultime nevi dell’inverno ormai passato. Punta Penna e Punta Aderci sono autentici tesori naturalistici, attraenti anche nelle giornate ventose autunnali, quando il mare in tempesta disegna scenari di struggente malinconia.
Un luogo senza tempo
Sono arrivato in questo luogo incantato e incantevole proprio mentre sono in corso i festeggiamenti dedicati a Santa Maria di Pennaluce, la “Madonna della Penna”. La piccola chiesa che le è consacrata domina il promontorio marino e offre un colpo d’occhio sorprendente: la sua semplicità dialoga con l’imponenza del faro che le sorge accanto.
C’è molta gente, è evidente quanto questa tradizione sia radicata nella comunità. I marinai di Punta Penna e della marina di Vasto sono profondamente devoti alla Madonna di Pennaluce; ne approfitto per scambiare qualche parola con alcuni di loro. Sono soprattutto pescatori: con le famiglie affollano lo spiazzo antistante la chiesetta, mentre altri gruppi di fedeli si dirigono verso il porto.
Si rinnova così un antico rito popolare che suggella l’ancestrale legame tra natura e tradizione, elemento identitario di queste terre. Ogni seconda domenica di maggio, la statua della Madonna di Pennaluce viene portata in processione per mare: i marinai la caricano su una barca e, scortati da altre imbarcazioni, raggiungono la marina di Vasto prima di fare ritorno al promontorio.
Processioni simili sono celebrate anche altrove lungo la costa abruzzese: a Francavilla al Mare, con Santa Liberata; a Pescara, con Sant’Andrea; a San Vito Chietino, dove nell’ultima domenica di luglio la Madonna del Porto viene condotta fino a Vallevò, sulla Costa dei Trabocchi, scortata dalle barche dei pescatori. E nella stessa Vasto, ogni giugno la statua di San Nicola della Meta viene portata in mare per invocare protezione sui pescatori e sulle loro famiglie.
I racconti popolari vastesi narrano un tempo remoto in cui, durante la processione della Madonna di Punta Penna, gruppi di ragazze del posto – contadine ornate con coroncine di fiori di campo sul capo – accompagnavano la statua fino al porticciolo, intonando canti dedicati alla Vergine. Lì alcune paranze con le vele colorate tese al vento, iniziavano il corteo tra le onde del mare.
Sono arrivato in questo luogo sospeso proprio mentre i marinai riportano la statua in chiesa. La processione in mare è da poco terminata. Un anziano, con gesto deciso, suona la campana tirando una lunga fune posta all’esterno della chiesa. Mi racconta che lo fa ogni anno, da quando era bambino.
Storie di pirati
Da secoli i pescatori di Punta Penna tramandano un racconto popolare sospeso tra storia, fede e leggenda: il trafugamento della statua della Madonna di Pennaluce da parte dei pirati turchi e il suo miracoloso ritrovamento nella piccola chiesa del promontorio.
Narra la tradizione che la statua ricomparve al suo posto mentre le navi saracene affondavano di fronte alla costa, accompagnate dal misterioso suono di una campana sommersa. I devoti sostengono che quei rintocchi, ancora oggi, sembrino riecheggiare ogni anno in questo periodo.
Leggende affascinanti, ma non prive di un fondo di verità. Le incursioni dei pirati saraceni colpirono a più riprese le coste abruzzesi, e spesso gli assalitori depredavano e incendiavano le chiese. La storia regionale ricorda il terribile attacco del 1566, quando numerose galee, quattro delle quali davanti a Vasto, giunsero agli ordini dell’ammiraglio ottomano Pyale Pascià, al servizio di Solimano il Magnifico. Vasto fu saccheggiata, il Palazzo d’Avalos e la parrocchiale di Santa Maria Maggiore devastati e dati alle fiamme.
La mitica città di Buca
Dopo Aterno è Ortona, arsenale marittimo dei Frentani, e poi Buca, che appartiene anch’essa ai Frentani, il suo territorio confina con Teano Apulio.
– Strabone, Geografia, volume III, libro V, capitolo VIII.
La chiesa di Punta Penna sorge su una precedente costruzione di epoca preromana, dunque frentana. Le didascalie del Museo Archeologico di Vasto, allestito nel Palazzo d’Avalos, ipotizzano la presenza, proprio in quest’area, di un porto o di strutture di approdo.
Su questo promontorio sarebbe sorta l’antica città chiamata Buca, più volte citata dalle fonti ma mai individuata con certezza. Un indizio significativo sembra celarsi nell’antico toponimo longobardo della chiesa dell’Incoronata, lungo la strada per Punta Penna, ricordata anticamente come “Salabuca” o “Sala di Buca”.
A sostegno di questa ipotesi esistono ritrovamenti importanti: nel 1850, nei pressi di Santa Maria della Penna, furono rinvenuti frammenti di colonne e un antepagmentum (lastra di rivestimento in terracotta) raffigurante Ercole, insieme a due epigrafe in lingua osca. Le fonti attestano inoltre la presenza, fino alla metà del XVI secolo, dei resti di un teatro e di due templi. Tutti elementi che rafforzano l’identificazione di Punta Penna con l’antica Buca.
È quindi molto probabile che l’insenatura della falesia abbia ospitato il porto preromano di Vasto, così come più a sud, in località Il Trave, esisteva un’altra area portuale frentana. Il porto romano di Histonium sorse proprio a ridosso della spiaggia Il Trave, oggi Parco Archeologico Sommerso.
Nel Medioevo Buca – o l’abitato che ne ereditò la memoria – assunse il nome di Pennaluce: da “penna”, promontorio, e “locus”, bosco sacro. Il toponimo richiama, per restare in Abruzzo, il Locus Angitiae, dove i Marsi veneravano la dea Angizia, nei pressi dell’odierna Luco dei Marsi. Secondo altre tesi Pennaluce potrebbe essere stato un nuovo villaggio, sorto non lontano da Buca e identificabile con l’area su cui oggi sorge la piccola chiesa protetta dal suo faro.
Prima del cristianesimo gli abitanti di Buca veneravano Ercole. Non a caso il vicino promontorio di Punta Aderci in realtà dovrebbe essere letto come d’Erce, ossia “promontorio di Ercole”, protettore dei pastori, delle greggi, dell’agricoltura e invocato per dominare le forze naturali. Per i Frentani, il suo nome era Herkle, da cui deriva “Erce”. Aderci sarebbe dunque un adattamento moderno, frutto di una errata tradizione giornalistica.
La devozione per Ercole, eroe combattente, incarnazione della forza e del coraggio, divinità legata all’acqua sorgiva, era molto diffusa in Abruzzo: numerose statuine bronzee sono esposte nei Musei archeologici di Chieti (Collezione Pansa) e Vasto (Palazzo d’Avalos).
L’arrivo dei d’Avalos
La ricostruzione della chiesa di Pennaluce, basata su un originario edificio edificato nel XV secolo e dedicato a Sant’Elena, fu promossa tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo da don Diego D’Avalos, marchese del Vasto.
L’arrivo della famiglia d’Avalos in Italia risale alla prima metà del Quattrocento e s’intreccia con la storia del Regno di Sicilia al tempo di Alfonso d’Aragona. Le vicende della casata si collocano dunque nel contesto delle lotte dinastiche tra Aragonesi e Angioini per il controllo della Corona di Napoli.
I fratelli Alfonso, Rodrigo e Innico, figli del connestabile di Castiglia Ruy Lopez Dàvalos, furono i primi a giungere in Italia al seguito del sovrano aragonese, dando così origine al ramo italiano di una famiglia destinata a divenire tra le più influenti del Regno di Napoli.
Innico I d’Avalos (Toledo, 1414 – Napoli, 1484) sposò Antonella d’Aquino, contessa in Abruzzo di Loreto Aprutino e discendente di San Tommaso d’Aquino: un’unione prestigiosa che permise a Innico, già marchese di Monteodorisio, di acquisire anche il marchesato di Pescara. I due furono i nonni di Ferrante d’Avalos, marito della celebre Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, poetessa e intima amica di Michelangelo, nonché principessa di Francavilla al Mare e Signora di Pescocostanzo. Sul tema si rimanda all’articolo: “Vasto: mare, arte e cultura. La storia dei Rossetti, i Preraffaelliti ” e “Loreto Aprutino. Il Ponte del Capello”.
Il primo a ricoprire la carica di marchese del Vasto fu Rodrigo, figlio di Innico I, nel 1496 sotto Ferdinando d’Aragona. Istituito nel 1444 da Alfonso V d’Aragona per Innico de Guevara, il Marchesato del Vasto conprendeva numerosi feudi dell’Abruzzo Citeriore: Pescara, Francavilla al Mare, Lanciano, Torino di Sangro, Casalbordino, Cupello, Monteodorisio, Gissi, Casalanguida, San Salvo, Dogliola, Furci, Carpineto Sinello, Fresagrandinaria, Colledimezzo, Furci, San Buono e naturalmente la “capitale” Vasto.
È tuttavia necessario precisare che il titolo, creato per Innico de Guevara, fu trasmesso nel 1462 al figlio Pietro, per tornare nel demanio regio nel 1486. Rodrigo d’Avalos, nominato marchese nel 1496, nei fatti non prese possesso del marchesato perché morì prima, il titolo passò così a suo fratello Innico II d’Avalos, considerato il primo effettivo marchese del Vasto. A lui, nel 1499, fu confermata anche la giurisdizione di Pennaluce, già concessa alla città di Vasto dalla regina Giovanna II d’Angiò nel 1417.
La nuova chiesa di Punta Penna
Dopo la riedificazione cinque-seicentesca e un successivo periodo di abbandono, nel 1887 la chiesa di Punta Penna dovette essere restaurata. Il nuovo edificio fu costruito secondo uno stile eclettico e meomedievale, all’epoca molto diffuso in Abruzzo: lo ritroviamo nelle linee gotiche del Castello Amorotti di Loreto Aprutino, nelle forme fiabesche del Castello della Monica a Teramo e, a Vasto, nella chiesa di Santa Maria Stella Maris.
Non tutti sanno che i d’Avalos risultano ancora oggi formalmente proprietari della Chiesa di Santa Maria Madonna di Pennaluce. Il loro stemma è ben visibile sull’altare. E’ così dal Seicento, quando papa Innocenzo XI assegnò al marchese don Diego l’edificio e le sue pertinenze come Abbazia padronale di Casa Chiesa d’Avalos (2).
Simbolo, insieme alla chiesetta, di questo promontorio e del suo villaggio abitato da generazioni di marinai e pescatori, il faro di Punta Penna svetta con i suoi 70 metri: è il più alto dell’Adriatico e il secondo in Italia dopo la Lanterna di Genova, che lo supera di soli cinque metri. Costruito all’inizio del Novecento, il faro vastese entrò in funzione nel 1912. Durante la Seconda guerra mondiale fu fatto esplodere dai tedeschi, nel 1943, durante la tragica “terra bruciata”. Ricostruito nel 1948, la sua luce bianca è visibile fino a 23 miglia.
Mare Nostrum
La piccola chiesa di Punta Penna e il grande faro che sembra proteggerla, sono il simbolo vivente delle tradizioni di questo straordinario angolo d’Abruzzo, della sua gente di mare e del loro rapporto antico con il Mare Nostrum. Un mare che non parla soltanto di turismo e divertimento, ma anche di sacrifici e dignità, di visi bruciati dal sole e mani consumate dal lavoro, racconti di fatica e di legami profondi con il territorio. Il faro, sentinella di questo mare, incarna la resistenza al tempo e alle forze della natura, ma anche la forza silenziosa della luce interiore.
Un mare simbolo di fede e di memoria collettiva, custode di riti, tradizioni popolari, leggende e storie, incluse quelle più dolorose, che raccontano di marinai e pescatori mai più ritornati a casa, travolti da tempeste improvvise. A volte “lu mar’ è traditor”, dicono da queste parti. Una verità che riecheggia anche nell’opera letteraria più celebre di Ernest Hemingway: Il vecchio e il mare.
Leo Domenico De Rocco ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo derocco.leo@gmail.com – Copyright ‐ Riproduzione riservata – Note e fonti dopo la galleria fotografica


In alto il cippo del Tratturo Magno sulla spiaggia dunale a Casalbordino, vicino alla strada verso Punta Penna ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


La Basilica di Collemaggio a L’Aquila, da dove anticamente partiva il Tratturo Magno, in alto la Riserva Naturale della Lecceta a Torino di Sangro, nella zona dove il Tratturo vedeva il mare ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Un pastore sul promontorio di Punta Aderci a Vasto – Foto Francesco Di Fonzo, per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni



Vasto, il trabocco di Punta d’Erce (o Aderci) – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Campi di grano e mietitura tra Punta Aderci e Punta Penna ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni









Riserva naturale regionale di Punta Aderci ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Vasto, il faro di Punta Penna visto da Punta Aderci – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni



Il mare di Punta Penna ‐ Foto Leo De Rocco







Vasto, Faro di Punta Penna e la piccola chiesa della Madonna di Pennaluce – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Vasto – Faro di Punta Penna – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni




Ortona, faro e spiaggia “della Ritorna” – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Ortona, il piccolo faro del Porto Turistico ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Il Faro di Bell Rock – Joseph Mallord William Turner, 1819, National Gallery of Scotland

Faro Torre di Ercole, La Coruňa, Spagna – foto di Angelo Chimera per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni





Vasto – la Madonna di Pennaluce viene portata in processione dai marinai di Punta Penna, maggio 2015 – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
Sono tornato a Punta Penna nel maggio 2023







Vasto, processione in onore della Madonna di Pennaluce, maggio 2023 – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni






Punta Penna, Vasto, chiesa della Madonna di Pennaluce, dettaglio della penna dorata – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Medaglia di Innico I d’Avalos, 1449, Antonio Di Puccio Pisano detto “Il Pisanello”


Vasto – Punta Penna, Chiesa di Santa Maria di Pennaluce, lo stemma dei d’Avalos – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Tra Punta Penna e Punta Aderci ‐ video Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni
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Note al testo:
1) Trascrizione completa: Quello è il faro e noi sui gradini dell’immaginazione indoviniamo i flutti dove vanno. Mi stringi forte ora su questo scoglio illuminato dalla luna mentre mi bagna il mare, con spruzzi di topazio profumato. Quando poi mi cingi i fianchi mi offri i brividi che dà la notte scura ed io riesco anche a sentire le note gutturali di sirene. Non è mai freddo qui
pur se l’inverno dell’assenza nevica malinconia, beviamo assenzio, per riscaldare il pensiero, per sublimare l’acme del momento. Si, quello è il faro,
e la sua luce guida smarrimenti sopra ai miei fogli arrotolati sull’onda di ritorno.
2) dall’articolo di Giuseppe Catania su “Noi Vastesi blog”.
Fonti: “Storia dei d’Avalos”, di Mariano Marrone, Solfanelli Editore; “Noi Vastesi Blog” di Nicola D’Adamo, articolo “L’area archeologica di Punta Penna” di Giuseppe Catania; “Federico II d’Aragona”: politica e ideologia nella dinastia aragonese di Napoli”, Alessio Russo, Open Access University Press, Napoli, 2018; Historical Society of Michigan 1828, estratto del libro “Ladies of the Light” della scrittrice Patricia Majher; Archivio del Turismo della città di La Coruňa – Articolo aggiornato a maggio 2023: scritto nel maggio 2015 il presente articolo è stato aggiornato con nuove foto e video in periodi successivi.
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