Corfinio, dove nacque “Italia”.

At te Corfinium circumdata validis muris” ‐ Strabone

Corfinio, la piazza principale con la fontana detta “di Gemma” – Foto Abruzzo storie e passioni

Introduzione

Lungo la strada che conduce a Ortucchio, in Abruzzo, non molto lontano da una delle aree archeologiche più importanti d’Italia, Alba Fucens, un colorato murale recita: “Nec sine marsis nec contra marsos triumphari posse”. Attribuito allo storico greco Appiano d’Alessandria (95–165), autore della Historia Romana (160 d.C.), il motto rievoca la Guerra Sociale (91-88 a.C.), quando diverse popolazioni Italiche, tra cui Marsi, Peligni, Vestini, Frentani e altre, si opposero a Roma reclamando cittadinanza e dignità politica.

“Non si poteva vincere né senza, né contro i Marsi” ne prese atto anche Giulio Cesare (Roma, 101 a.C. – 44 a.C.), il quale pensò bene di arruolare i Marsi nella Legio Martia, “la legione più prestigiosa dell’esercito”, ricorda nelle sue memorie Appiano.

Quasi un secolo prima, il geografo, filosofo e storico greco Strabone (Amasea, 60 a.C. – 24 d.C.), colui che attraversando il Lago Fucino annotò sul suo diario “sembra un mare”, al capitolo VIII, libro III, della sua Geografia, parla della Guerra Marsica e di Corfinium, la città dei Peligni che assunse per un breve periodo il ruolo di capitale del progetto Italico e dove, secondo alcuni studiosi, fu coniata per la prima volta la parola Italia. Strabone descrive in particolare l’importanza di Corfinio nell’ambito di un progetto “statale” alternativo a Roma:

Dopo il Piceno, stanno i Vestini, i Marsi, i Peligni, i Marrucini e i Frentani, popolo sannitico. Costoro occupano la parte montuosa, e toccano un poco anche al mare. Queste popolazioni sono piccole ma valorosissime e spesse volte mostrarono il loro valore ai Romani. Primamente combattendo contro di loro, poi uniti insieme con essi; e per la terza volta allorché domandarono la libertà e il diritto della cittadinanza, e non l’avendo ottenuto, si ribellarono e accesero la guerra denominata Marsica, stabilendo che Corfinio, città dei Peligni, fosse al posto di Roma capitale di tutto il popolo Italico, e centro della guerra, e per questo le diedero il nuovo nome di Italica.

Viaggio a Italica

Oggi il nostro blog di storie e passioni d’Abruzzo vi porta a scoprire Italica, l’odierna Corfinio, il paese dove nacque l’Italia, o meglio, dove per la prima volta nella storia apparve la parola Italia, incisa su alcune monete d’argento coniate dal mastro monetario della Zecca di Corfinium. Un conio alla base di un progetto politico di unità e identità, che fa del piccolo borgo della Valle Peligna uno dei centri più significativi della storia degli Italici. Come vedremo, una di queste monete è esposta nel locale Museo Archeologico.

Alcune analisi numismatiche moderne ipotizzano che la coniazione non fosse concentrata in un’unica città, ma distribuita in più centri Italici; Corfinio potrebbe essere stato solo uno di questi. Altri studiosi collegano la nascita del nome “Italia” alle genti dell’estremo Sud, gli Enotri e gli Italòi, in particolare riferendolo al territorio della Calabria meridionale, tra il VI e il V secolo a.C. In ogni caso, furono gli Italici riuniti a Corfinio a far incidere – a Corfinio o in un’altra città confederata – Italia sul rovescio di una moneta, insieme a simboli comunitari, come il giuramento degli Italici, dando al termine una più ampia valenza politica, economica, sociale e identitaria; non nel moderno significato di Stato unitario, ma come comunità e idealità condivise, una valenza che andava oltre il semplice coordinamento militare.

La Clemenza di Corfinium

Durante la Guerra Civile tra Cesare e Pompeo, Corfinio fu teatro di un episodio memorabile. “Ove Italia nacque”, recita un cartello ben visibile sulla strada che tra campi di lavanda e distese di prati verdi porta al centro del paese. È più o meno la stessa strada percorsa nell’inverno del 49 a.C. da Giulio Cesare, il quale, dopo aver superato il Rubicone l’11 gennaio, pensando tra sé e sé il dado è trattoAlêa iacta est, frase attribuita a Cesare da Svetonio, in De vita Caesarum, forse a sua volta ripresa da Asinio Pollione – si dirigeva verso sud per combattere la Guerra Civile contro l’ex genero ed ex alleato del primo triumvirato: Gneo Pompeo Magno (Picenum, 106 a.C.–Pelusio, 48 a.C.), fuggiasco in quel di Brundisium, l’odierna Brindisi.

Alcune fonti indicano che il 15 febbraio del 49 a.C. Giulio Cesare arrivò alle porte di Corfinio, si accampò su questi prati e vi rimase per una settimana. Qui, dopo aver costruito due accampamenti fortificati e un vallum attorno al paese assediato, all’interno del quale l’alleato di Pompeo, Lucio Domizio Enobardo (Roma, 100 a.C.– Farsalo, 48 a.C.) aveva trovato rifugio insieme a 20 coorti, Cesare aspettò i rinforzi della VIII legione e delle coorti ex pompeiane provenienti da Sulmona, città dove inviò Marco Antonio (Roma, 83 a.C. ‐ Alessandria d’Egitto, 30 a.C.) per cercare di rimuovere gli ultimi ostacoli posti dai senatori locali.

Dopo circa sette giorni, come raccontano alcune cronache dell’epoca (Appiano e Plutarco), stanco e deluso per il mancato arrivo dei rinforzi richiesti e non arrivati, Lucio Domizio Enobardo, insieme a uno dei suoi figli e agli altri consoli rifugiati nel fortino, oltre a numerosi cavalieri romani e decurioni, si arrese. Giulio Cesare trattò i vinti con clemenza, si fece consegnare dai decemviri di Corfinio anche 6 milioni di sesterzi e riconsegnò il denaro a Domizio, al quale restituì la libertà. Quei sesterzi costituivano lo stipendium, ovvero il denaro consegnato da Pompeo a Domizio per la paga dell’esercito.

Un gesto che rafforzò il carisma di Cesare presso i soldati e che sarà ricordato sui libri di storia come “La Clemenza di Corfinium“. Ma Domizio raggiunse Pompeo, intanto fuggito da Brindisi a Dyrrhachium (Durazzo) e da qui in Tessaglia. A Farsalo si svolse lo scontro decisivo tra i populares di Gaio Giulio Cesare e gli optimates di Pompeo, con la netta vittoria di Cesare (48 a.C.), grazie anche alla Legio Martia.

Durante la battaglia di Farsalo, Lucio Domizio Enobardo, già graziato a Corfinio, questa volta perse la vita, Cicerone racconta che fu ucciso da Marco Antonio, mentre Pompeo riuscì ancora una volta a fuggire, riparando sull’isola di Lesbo, dove ritrovò la moglie Cornelia e il figlio Sesto Pompeo.

Ma Cesare lo marca stretto, a Pompeo non resta che scappare ancora più lontano. Va in Egitto, per cercare protezione alla corte del faraone Tolomeo XIII. Ma il faraone, consigliato dall’eununco Potino e dal generale Achilla, lo fa assassinare dopo averlo attirato su una barca con un tranello e, pensando di fare una gradita sorpresa a Cesare, gli fa tagliare la testa, per sistemarla in un cesto di vimini, con accanto l’anello e i simboli di un leone e una una spada. Un trofeo, pensò Tolomeo.

Cesare intanto era già in viaggio per rincorrere il rivale. Giunto in Egitto, alla vista del macabro trofeo reagì con ripugnanza. Secondo lo storico Plutarco addirittura “scoppiò in lacrime”. Quel regalo non lo gradì affatto, Cesare fece quindi giustiziare l’eunuco Photinius e depose Tolomeo, ponendo sul trono d’Egitto Cleopatra.

Anche sull’episodio della Clemenza di Corfinio le fonti antiche non sempre concordano, in particolare sul numero esatto dei giorni e sui dettagli dell’Assedio di Corfinio, come il numero di uomini implicati o in che misura il gesto di Cesare fu realmente “clemenza”. Di certo il valore simbolico, quasi leggendario, dei fatti citati, seppur non incanalati in un’unica ricostruzione storica, si rivelò utile per costruire l’immagine propagandistica di Cesare, quale abile stratega e saggio moderatore.

Il Lapidarium

Il territorio di Corfinio si trova in una posizione strategica, lungo gli antichi assi viari che collegavano il Tirreno all’Adriatico, come abbiamo visto uno dei centri più importanti del territorio Italico. Un’area della regione già conosciuta durante i nostri precedenti viaggi itineranti, alla ricerca delle impressioni d’occhio e di cuore tra Popoli Terme, Sulmona, la città di Ovidio, Pacentro e Campo di Giove. Facendo un salto nel Medioevo siamo poi andati alla ricerca delle tracce lasciate da San Francesco durante i suoi viaggi in Abruzzo. Siamo stati a Raiano, il paese delle ciliegie e luogo tanto caro a Benedetto Croce, a lui il paese ogni anno dedica un importante premio letterario, e abbiamo attraversato le selvagge Gole di San Venanzio per raggiungere la Valle Subequana, quindi Castelvecchio Subequo e Gagliano Aterno, già residenza dei Conti di Celano e sede di uno dei castelli più suggestivi d’Abruzzo dove, secondo la tradizione, soggiornò San Francesco.

Il paesaggio di Corfinio conserva tracce del suo antico passato, talvolta integrato nelle moderne architetture urbane. La cittadina accoglie il visitatore con i suoi tesori d’arte e di storia già “fuori le mura”. Prima di raggiungere il centro storico lo sguardo è rapito dalla maestosa Concattedrale di San Pelino e dai resti di due mausolei a torre, di derivazione ellenistica, pertinenti a una necropoli di età imperiale (2). Visiteremo questi monumenti nei prossimi paragrafi, ora entriamo nel Lapidarium.

Inaugurato nel 2020, il Lapidarium di Corfinio si trova lungo l’antico tracciato urbano, sul corso principale del paese dove, guardando con attenzione, si riconoscono resti di manufatti lapidei di epoca romana inglobati in edifici sette-ottocenteschi. Una lapide inserita sul campanile della chiesa di San Pelino ricorda che un certo T. Mittius Celere figlio di Publio avrebbe edificato un teatro nell’area dove oggi c’è la piazza principale di Corfinio, denominata non a caso piazza del Teatro.

La collezione museale è costituita soprattutto da epigrafi ritrovate dallo studioso abruzzese Antonio De Nino (Pratola Peligna, 1833 – Sulmona, 1907). Accattivante la forma architettonica dell’edificio, costruito non a caso in stile romano, come una domus, con tanto di impluvium al centro per la raccolta dell’acqua piovana. Un tocco di classe per un piccolo ma prezioso museo che permette di valorizzare il ruolo di Corfinio come luogo di incontro tra cultura italica e romanità.

Le lapidi, gli steli e i cippi votivi esposti, costeggiavano le vie di accesso alla città e al tempio, luoghi dove venivano poste in particolare le statuine votive dedicate a Ercole Curino. Numerose anche le epigrafi che rimandano a scene di vita quotidiana, segno di una comunità viva e complessa, come i riferimenti ai mestieri e alle Ludi gladiatori, testimonianza della presenza in zona di un anfiteatro.

Sono presenti anche iscrizioni “inclusive” ante litteram, ovvero dedicate alle donne impegnate nell’insegnamento, in quell’epoca un mestiere riservato agli uomini, ma gli uomini erano quasi tutti soldati, assenti per lunghi mesi, se non anni, per combattere.

Alcune epigrafi fanno riferimento alla famiglia del poeta Ovidio, probabilmente proprietaria di terreni nel circondario di Corfinio. Sono esposte infine importanti epigrafi in dialetto peligno.

Il Museo Civico Archeologico Antonio De Nino

Giunti nel cuore del centro storico ci aspetta un vero e proprio gioiellino: il Museo Civico Archeologico “Antonio De Nino”, ospitato in un palazzo gentilizio seicentesco. L’antiquarium raccoglie numerosi reperti frutto delle campagne di scavo condotte in Abruzzo e nelle zone circostanti da Antonio De Nino, antropologo e storico, autore di diversi volumi dedicati agli “Usi e costumi abruzzesi” (1879-1897).

Le sue ricerche sugli usi e costumi, sul folklore e persino sulle fiabe diffuse in Abruzzo – lavori pubblicati in cinque volumi – rappresentano i primi studi sistematici svolti da uno studioso locale. Benché talvolta criticato da alcuni suoi contemporanei, circa la mancanza di rigore scientifico nelle sue opere (De Nino proveniva da un’umile famiglia, non ebbe la possibilità di frequentare i Real Collegi come fecero molti studiosi dell’epoca appartenenti alla borghesia abruzzese) il suo contributo rappresenta un importante riferimento per la storia, l’archeologia e le tradizioni dell’Abruzzo. Le sue ricerche, seppur condotte con criteri ottocenteschi, oggi talvolta discussi, restano fondamentali per lo studio e la ricostruzione archeologica del territorio.

Durante l’adolescenza De Nino aiutava suo padre nei campi, ma nelle pause amava leggere un libro seduto all’ombra di un albero. Questa passione lo portò, ventenne, a diventare maestro in una scuola laziale, a Leonessa, all’epoca in provincia dell’Aquila.

Nel 1877 l’allora Ministero della Pubblica Istruzione gli conferì l’incarico di Ispettore onorario ai Monumenti, iniziò così la sua campagna di scavi archeologici a Corfinio, in quel periodo denominata Pentima (fino al 1928). ma anche ad Alfedena (Campo Consolino), nella Valle dell’Aterno, nella Marsica e in altre zone della regione, nonché in Molise e nel Lazio. Complessivamente De Nino fu impegnato in ben 107 campagne di scavo. I risultati delle sue ricerche, integrate dalla prima catalogazione, furono pubblicate nel bollettino dell’Accademia dei Lincei.

De Nino collaborò con Gabriele d’Annunzio alla stesura di alcune tragedie, occupandosi della ricerca delle fonti, delle tradizioni e dei contesti storici e culturali abruzzesi. Nel 1896 fece da guida, durante alcuni sopralluoghi effettuati tra l’abbazia di San Clemente a Casauria, Popoli, Sulmona e Scanno, al Vate, al pittore e fotografo Francesco Paolo Michetti ed a Émile Bertaux, storico d’arte francese.

Da questi viaggio nell’arte, nella storia e nelle tradizioni locali, d’Annunzio trarrà ispirazione per la tragedia “La fiaccola sotto il moggio” (1905), ambientata ad Anversa degli Abruzzi; mentre Bertaux ebbe modo di integrare il suo saggio sull’architettura medievale italiana con le informazioni raccolte sui monumenti abruzzesi presenti in particolare nell’area peligna.

L’attività di ricerca di De Nino fu apprezzata anche a livello internazionale. Ivan Zvetaieff (1847-1913), filologo e archeologo russo, propose il suo nome alla prestigiosa Accademia di Mosca. Attestati di stima gli furono riconosciuti anche da Robert Seymour Conway (1864-1933), filologo britannico.

Uno dei reperti più importanti durante i suoi scavi a Corfinio, è l’iscrizione “Herentas“, il testo epigrafico più importante della lingua dei Peligni, oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. I reperti furono allestiti negli anni 70 dell’800 presso la chiesa di San Pelino, il Duomo di Pentima, ma durante la Seconda guerra mondiale furono in parte saccheggiate dalle truppe tedesche.

Inaugurato nel 2005, il museo è composto da dieci sale espositive divise in due piani: al piano terra si trova lo studio (ricostruito) di Antonio De Nino, al primo piano le sale espositive.

Il Duomo di San Pelino

Proseguiamo il nostro viaggio a Corfinio con la visita al Duomo di San Pelino, Concattedrale della diocesi di Sulmona-Valva.

Con il declino dell’età romana, Corfinio attraversò una fase di ridimensionamento, ma non scomparve dalla scena storica. In epoca longobarda la città assunse il nome di Valva, probabilmente in riferimento alla citata diocesi che qui ebbe la sede storica.

Secondo alcune interpretazioni, il nome “Valva” potrebbe derivare dall’antico termine osco “Vitelliu“, poi latinizzato in “Italia” (Vitelliu significa appunto “Italia” in lingua osca) come riportato sulle citate monete coniate a Corfinium. Si tratta tuttavia di una proposta etimologica non unanimamente condivisa, affiancata da altre ipotesi toponomastiche.

Il nucleo primario della Concattedrale fu costruito nel 1075, probabilmente su un preesistente luogo di culto eretto sulla tomba di San Pelino, martirizzato a Corfinio nel 662. Le fonti agiografiche che ne raccontano il martirio sono in parte tarde e rielaborate, ma documentato l’importanza della diocesi valvense nell’organizzazione ecclesiastica dell’Abruzzo medievale.

Pelino, nato a Durazzo nel 620, era un monaco seguace di Basilio di Cesarea (329-379) uno dei Padri della Chiesa d’Oriente che portano il titolo di “Grande”, insieme ad Antonio Abate, Atanasio e a Fozio di Costantinopoli. Proveniente da Bisanzio, in compagnia dei suoi discepoli Gorgonio, Sebastio e Ciprio, Pelino si stabilì a Brindisi dove, alla morte del vescovo Procolo, venne designato vescovo della città nel VII secolo. Ma alcuni funzionari giunti a Brindisi da Bisanzio lo deportarono a Corfinio dove venne ucciso insieme ai suoi discepoli il 5 dicembre del 662. Si salvò solo Ciprio, suo successore nella diocesi di Brindisi e promotore della sua canonizzazione nel 668. (2)

La ricostruzione della chiesa fu intrapresa, come detto nel 1075, dal vescovo Trasmondo, fedelissimo, almeno in un primo tempo, a papa Gregorio VII, ma successivamente, in occasione delle scorribande in terra d’Abruzzo del normanno Ugo Malmozzetto, da lui appoggiato, fu considerato “disobbediente” dallo stesso papa, che lo depose.

Trasmondo morì  nel 1080, era il figlio del conte dei Marsi Oderisio, fratello dell’abate di Montecassino Desiderio, e lui stesso abate dell’abbazia di San Clemente a Casauria. Il Chronicon Casauriense attesta che Trasmondo rifondò la basilica di Corfinio insieme a quella di San Panfilo di Sulmona, chiamando per l’occasione le maestranze che avevano da poco terminato i lavori di costruzione, o meglio di ampliamento, dell’abbazia di San Liberatore a Maiella, iniziati nel 1071.

I lavori di ricostruzione della basilica di Corfinio ripresero dunque nel 1081, sotto il successore di Trasmondo, Giovanni il Peccatore. Sarà il vescovo Gualtiero a consacrare solennemente la basilica di San Pelino 1124.

La facciata romanica è costruita in due parti distinte edificate in epoche diverse. L’interno è a tre navate, quella centrale termina con un’abside. Tra gli arredi sacri e le decorazioni, come evidenziato nella galleria fotografica, spiccano: una Madonna con Bambino, realizzata in pietra e in stile bizantineggiante secondo l’iconografia dell’Odighitria, protettrice dei pellegrini; un pulpito realizzato tra il 1168 e il 1188; il coro ligneo realizzato da Ferdinando Mosca nel 1738. Infine l’oratorio, che termina con una torre di difesa, costruito con funzioni di mausoleo per custodire le spoglie di papa Alessandro I (3).

Da Corfinium ad Alba Fucens

Passeggiare per le strade e le piazze di Corfinio è come fare un salto indietro nel tempo. Le tracce archeologiche e le antiche architetture stratificate ci restituiscono un frammento di identità storica, contraddistinta dalla formulazione di un nobile progetto comune, che portò per la prima volta a concepire il nome “Italia” come idea di unione di popoli ai quali era negato il diritto alla cittadinanza, dopo decenni di alleanze militari con Roma. Com’è noto, il progetto fallì, gli Italici furono progressivamente integrati sotto l’influenza romana, fino all’acquisizione della cittadinanza.

Italica nel giro di pochi mesi tornò a chiamarsi Corfinio, ma la storia rivelata da questi luoghi, crocevia di memorie antiche, dove sono ancora presenti tracce di un passato che unisce l’antica Corfinium alla Valva medievale, è una delle storie più affascinanti dell’antico Abruzzo.

Dopo Corfinium e le prime monete “italiane”, la prossima tappa del nostro viaggio tra storie e passioni, tra impressioni d’occhio e di cuore dell’Abruzzo di ieri e di oggi, è ovviamente Alba Fucens.

Copyright – Riproduzione Riservata – derocco.leo@gmail.com Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica

Ortucchio, il murale dedicato ai Marsi ‐ Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Maestro monetiere al lavoro – Museo Archeologico nazionale d’Abruzzo – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Monete in argento, 91 a.C., che attestano la prima testimonianza epigrafica dell’uso del nome Italia, ritrovate in Abruzzo a: Pescosansonesco (la prima in alto) Museo delle Genti d’Abruzzo Pescara e a Corfinio, Museo Archeologico di Corfinio – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Campo di lavanda nei pressi di Corfinio (1)

Sulla strada per Corfinio – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Corfinio, piazza del Teatro durante il raduno nazionale Vespa – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Ercole Curino, dettaglio, bronzo e argento, I-II sec.d.C. , rinvenuto nella Valle Peligna, vicino Sulmona – Museo Archeologico Chieti – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Corfinio – Elementi architettonici di epoca romana inglobati in edifici contemporanei – Foto Abruzzo storie e passioni

Corfinio, il Lapidarium – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Parco Archeologico di Corfinium, resti di necropoli, i “Morroni” – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Cameo con l’immagine dell‘imperatore Claudio – Museo Archeologico di Corfinio – Foto Leo De Rocco

Museo Archeologico Corfinio – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Corfinio, antica fontanella con la scritta “Pentima” – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Concattedrale di San Pelino, Corfinio – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Corfinio, centro storico e borgo medievale – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

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