▪︎ 📸 In copertina: fondali della Costa dei Trabocchi, foto del biologo marino Dario D’Onofrio / Progetto di ricerca “Sushi Drop Interreg Italia-Croazia cbc 2014/2020”, in esclusiva per Abruzzo storie e passioni
▪︎ 📸 Sotto: il tratto iniziale della ciclopedonale della Via Verde visto dal Castello Aragonese di Ortona – Foto Abruzzo storie e passioni

L’isola che non c’è
Il viaggio on the road lungo il litorale chietino è un attraversamento lento e sensoriale, sospeso tra mare e natura, dove enogastronomia e sport all’aria aperta diventano parte integrante del paesaggio. A guidarlo è la Via Verde della Costa dei Trabocchi, una ciclopedonale di circa quaranta chilometri – su sessanta di costa – che da Ortona, quasi senza interruzioni, accompagna verso il sud dell’Abruzzo, fino al tratto compreso tra Vasto e San Salvo, al confine con il Molise.
Un percorso che si apre su una sequenza continua di spiagge sabbiose e di ciottoli, falesie e scogliere, acque limpide premiate ogni anno con la Bandiera Blu. Qui il paesaggio non è mai davvero pianeggiante: promontori battuti dal vento si alternano a calette, riserve marine e colline coltivate a vigneti e uliveti. In alcuni tratti i boschi dell’entroterra scendono fino a sfiorare il mare, dal quale emergono, come creature sospese nel tempo, le ingegnose macchine da pesca in legno: i trabocchi.
Questa Costa dei Trabocchi ha qualcosa di insulare. I ponti di legno che collegano decine di trabocchi alla terraferma e la quasi totale assenza di ampie pianure restituiscono l’impressione di un luogo separato, racchiuso tra l’Adriatico e i promontori rocciosi. La trasformazione dell’antico tracciato della Ferrovia Adriatica in ciclopedonale ha dato vita a un mondo a parte, a una nuova percezione del territorio, in un Abruzzo che nell’immaginario collettivo resta soprattutto terra di montagne, di pastori e di tratturi, dominata dalle vette del Gran Sasso e della Majella. Quelle montagne che Ennio Flaiano definiva “le nostre basiliche che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito”.
Accanto a questo patrimonio naturalistico dominato dal blu del mare e dal verde della macchia mediterranea, borghi e città custodiscono tradizioni popolari e testimonianze monumentali di grande valore: chiese, abbazie, castelli, palazzi e dimore antiche. Luoghi che raccontano storie di un mondo arcaico e resistente, fatto di contadini e pescatori, di trabocchi e traboccanti, di pirati e santi e, non di rado, di soldati e di guerre. Un paesaggio umano e naturale che, intrecciandosi, continua a parlare al presente.
Abruzzo Storie e Passioni vi accompagna in un viaggio marittimo verso sud, seguendo il ritmo della costa e della luce. Si parte da Ortona per raggiungere San Vito Chietino, tra l’Eremo dannunziano e il celebre Trabocco Turchino; si prosegue verso Rocca San Giovanni, dove la Grotta delle Farfalle si intreccia alle storie dei traboccanti; quindi Fossacesia, dominata dalla maestosa abbazia benedettina di San Giovanni in Venere, affacciata sull’Adriatico.
Il percorso continua a Torino di Sangro, immersa nella boscosa Riserva della Lecceta, e a Casalbordino, tra dune fiorite e la memoria dell’abbazia di Santo Stefano in Rivo Maris, fino a raggiungere San Salvo e il suo Giardino Botanico Mediterraneo. Al calare del sole, infine, lo sguardo si posa sulle alte falesie di Punta Penna e Punta Aderci, a Vasto, dove il paesaggio si fa contemplazione.
Il viaggio si divide in in otto articoli, ciascuno accompagnato, come di consueto, da una ricca galleria fotografica. Iniziamo a pedalare! Il punto di partenza è il Castello Aragonese di Ortona. Ma prima, una deviazione necessaria conduce al Parco delle Dune, ai borghi dei dintorni e alle spiagge selvagge di Punta Ferruccio e della Riserva naturale dei Ripari di Giobbe, dove la costa mostra il suo volto più intatto e silenzioso.
Il Parco delle Dune di Ortona e dintorni: Tollo, Canova Sannita e Crecchio.
Tra la stazione ferroviaria di Tollo e la foce del fiume Arielli si estende il Parco delle Dune, la prima delle numerose riserve e aree protette che visiteremo in questo lungo costiero. È un luogo prezioso, conserva una rara testimonianza dell’antico sistema dunale che caratterizzava il litorale adriatico prima della costruzione della Ferrovia Adriatica, nella seconda metà dell’Ottocento, e della successiva urbanizzazione che ha profondamente trasformato la costa abruzzese.
Attraversato dalla ciclopedonale Postilli–Riccio, che collega il litorale nord di Ortona alla località Foro, nel vicino territorio di Francavilla al Mare, il Parco delle Dune è oggi un piccolo scrigno di biodiversità. Qui nidifica il fratino, delicato trampoliere simile al piovanello, insieme ad altre specie avifaunistiche, e prospera la vegetazione tipica delle dune sabbiose, come il giglio di mare. Accanto alle specie autoctone si incontrano anche presenze alloctone, tra cui il fico di mare (Carpobrotus edulis), pianta succulenta e strisciante originaria del Sudafrica, ormai parte del paesaggio costiero.
Il territorio del parco prende avvio nei pressi della piccola stazione ferroviaria di Tollo, paese noto come “la città del vino”, raggiungibile percorrendo una panoramica strada collinare che si snoda, non a caso, tra distese continue di vigneti. Nel centro abitato è stato allestito il primo Eno-Museo d’Abruzzo, uno spazio esperienziale che, oltre a documentare l’antica tradizione contadina legata alla viticoltura della fascia collinare, ospita corsi di formazione e momenti di degustazione nelle sale dedicate alle eccellenze e nella suggestiva “grotta dei sensi”.
Poco distante da Tollo merita una visita Canosa Sannita, piccolo borgo nei cui dintorni si aprono grotte naturali chiamate chicurummele, un tempo rifugio dei briganti abruzzesi. Proseguendo ancora per qualche chilometro si giunge a Crecchio, caratteristico paese medievale recentemente inserito tra i Borghi più belli d’Italia. Il suo castello, denominato Castello Ducale De Riseis d’Aragona, è una presenza costante nei libri di storia: nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, come vedremo più avanti, accolse la famiglia reale dei Savoia in fuga verso sud.
Ripari di Giobbe e Punta Ferruccio
Proseguendo lungo la Strada Statale 16 Adriatica, superata la stazione di Tollo e il Parco delle Dune, si incontra la prima spiaggia “storica” di Ortona: il Lido Riccio. Su questo tratto di mare un tempo si affacciavano alcuni trabocchi, distrutti dall’esercito tedesco durante la ritirata del 1944, quando la costa divenne teatro di scontri e devastazioni. Poco distante, in località Torre Mucchia, si combatté una delle battaglie più cruente della Seconda guerra mondiale in questo settore dell’Adriatico. Il toponimo deriva da una torre di avvistamento edificata nel XVI secolo, della quale oggi rimangono soltanto alcuni ruderi. Oggi, accanto a questa memoria storica, la zona offre una suggestiva caletta e un campeggio affacciato direttamente sul mare.
Tra le spiagge più apprezzate dai visitatori provenienti da fuori regione e dall’estero si incontrano, ormai alle porte di Ortona, Punta Ferruccio e i Ripari di Giobbe, inserite nell’omonima Riserva Naturale Regionale che comprende anche Punta Lunga e la stessa Torre Mucchia. A differenza di altri tratti della costa, Ripari di Giobbe – come Lido Riccio e Torre Mucchia – non è ancora raggiungibile attraverso la ciclopedonale della Via Verde. Alla spiaggia si accede scendendo una lunga scalinata in legno, nascosta tra la macchia mediterranea, nei pressi di un comodo parcheggio ben segnalato lungo la Statale 16, poco dopo il Lido Riccio.
La riserva marina dei Ripari di Giobbe si presenta come una sequenza di alte falesie a picco sull’Adriatico, dove le acque, particolarmente limpide, riflettono un ambiente ricco di flora e fauna tipicamente mediterranee. È una preziosa oasi di biodiversità, fragile, da preservare e proteggere, non solo in superficie ma anche nel suo mondo sommerso, altrettanto vitale e sorprendente.
Partenza dal Castello
Ad Ortona la ciclopedonale della Via Verde è dominata dalla presenza scenografica dell’iconico Castello Aragonese, imponente e proteso a strapiombo sul mare. L’attuale struttura risale al 1452, quando fu ricostruita sui resti di un fortino medievale per volontà di Alfonso d’Aragona, detto il Magnanimo, che pochi anni prima aveva conquistato il trono del Regno di Napoli, sottraendolo agli Angiò. Al suo seguito giunsero dalla Spagna anche i fratelli d’Avalos, destinati a lasciare un segno profondo in Abruzzo: marchesi di Francavilla al Mare e di Pescara, e soprattutto di Vasto, dove edificarono la loro sontuosa residenza, il Palazzo d’Avalos, ancora oggi affacciato sul cosiddetto “Golfo d’Oro”.
Il castello sorge nel quartiere più antico della città, Terravecchia, borgo storico un tempo abitato dai pescatori, dove la trama urbana conserva ancora l’anima popolare di Ortona. A pochi passi si trova il Museo Musicale d’Abruzzo, l’unico nella regione e tra i pochi musei musicali presenti in Italia, che include la casa-museo del celebre compositore ortonese Francesco Paolo Tosti (Ortona, 1846 – Roma, 1916). A lui è intitolato anche l’elegante teatro cittadino, costruito nel 1929 in stile neoclassico e liberty lungo la panoramica Passeggiata Orientale: un edificio sospeso tra cielo e mare, divenuto nel tempo uno dei luoghi identitari più amati dagli ortonesi.
La Sirena della spiaggia della Ritorna
Ai piedi del Castello Aragonese si apre una piccola spiaggia dal fascino intimo e romantico, conosciuta come “la Ritorna”. È incastonata come un gioiello in una stretta insenatura, tra il tracciato della Via Verde, il profilo severo del maniero e un faro di ventiquattro metri, ancora oggi gestito dalla Marina Militare.
Il suo nome custodisce una memoria antica: richiama l’usanza delle donne ortonesi che, nei giorni di tempesta, si recavano su questo lembo di costa per attendere il ritorno delle barche con a bordo figli e mariti, marinai e pescatori. Da quell’attesa carica di ansia e speranza nacque una favola popolare, legata alla figura di una bellissima principessa che avrebbe abitato il castello.
Si racconta che, molto tempo fa, un giovane principe giunse a Ortona con il suo seguito, a bordo di una grande imbarcazione. Chiese al re il permesso di attraccare nel porticciolo del castello – allora realmente esistente nel punto in cui oggi si trova la spiaggia – e ottenne ospitalità per una notte. Durante il banchetto di benvenuto il principe si innamorò perdutamente della figlia del sovrano, che ricambiò il sentimento, colpita dalla sua gentilezza. Preso dall’entusiasmo, il giovane chiese la mano della principessa, ma ricevette un rifiuto netto dal re.
Deluso e amareggiato, il principe riprese il mare, salutando la sua amata in lacrime e promettendole che sarebbe tornato presto, su quella stessa spiaggia, per portarla via con sé. Ma il destino interruppe la promessa: al largo di Ortona la sua galea fu assalita da una flotta di pirati saraceni. Nel tentativo di difendersi dall’arrembaggio, il principe cadde, colpito al cuore da una lancia.
Solo uno dei suoi soldati riuscì a salvarsi e a raggiungere il castello, avvertendo la popolazione dell’imminente arrivo dei pirati. La principessa, distrutta dal dolore per l’amore perduto, da quel giorno scese ogni sera al tramonto sulla spiaggia del porticciolo. Saliva sullo scoglio più alto e, rivolta verso il mare aperto, chiamava il suo amore con un grido destinato a restare nel tempo: «Ritorna, ritorna, ritorna…».
Finché in un giorno di tempesta un’onda improvvisa investì lo scoglio su cui si era arrampicata e la trascinò in mare. Da allora, marinai e pescatori raccontano che nelle giornate di burrasca, mentre le onde si infrangono con furia sulla costa, si possa ancora udire il suo dolce lamento confondersi con il vento. Fu così che la gente di mare di Ortona iniziò a chiamare questo luogo “la spiaggia della Ritorna”.
Ma ogni favola, si sa, può avere più di un finale, e a noi piace immaginare che la principessa non morì affatto: cadde invece tra le braccia di un tritone, figlio di Poseidone, che la salvò obbedendo però a una legge antica e implacabile del mare. La giovane non sarebbe stata trasformata in uno scoglio, come la sirena Partenope sconfitta nel canto da Orfeo, ma in una creatura diversa e immortale: una sirena bellissima. Così accadde. Da quel giorno la principessa-sirena, ogni primavera, appare sullo stesso scoglio davanti alla spiaggia della Ritorna e, al chiaro di luna, intona una melodia dolce e struggente in memoria del suo amore perduto. Non sono pochi i marinai ortonesi che giurano di averla udita cantare almeno una volta.
Solimano il Magnifico ordina l’arrembaggio sul Lido dei Saraceni
Lasciate alle spalle le suggestioni fiabesche e mitologiche del castello di Ortona e della sua romantica spiaggetta, pedalando e camminando lungo la Via Verde si approda alla grande spiaggia sabbiosa del Lido dei Saraceni. Un nome che conserva memoria di arrembaggi e di mare, perché proprio qui, nel XVI secolo, si consumò uno degli sbarchi pirateschi più temuti della costa adriatica. Oggi la spiaggia attrezzata si estende fino al Porto Turistico, dominato da un lungo molo che, nelle sere d’estate, diventa il naturale salotto all’aperto degli ortonesi: passeggiate lente, sport all’aria aperta, il rito semplice della domenica sul mare.
Era l’agosto del 1566 quando i pirati saraceni misero piede in questa baia, a circa quarant’anni dall’ultimo sbarco del 1528. In quell’occasione avevano già colpito duramente la città, trafugando l’antico busto in argento di San Tommaso, patrono di Ortona, e tentando di impossessarsi di un altro capolavoro: il prezioso ostensorio in argento dorato realizzato nel 1413 da Nicola da Guardiagrele, celebre orafo, scultore e miniaturista, per la chiesa di San Franco a Francavilla al Mare. Grazie alla lungimiranza dei francavillesi, che riuscirono a nasconderlo in tempo, l’ostensorio è giunto fino a noi e ancora oggi viene solennemente esposto ogni 15 agosto.
L’incursione del 1566 fu, secondo le cronache dell’epoca, devastante. Si racconta di una flotta imponente: 105 galee partite da Costantinopoli con a bordo settemila uomini, diretti non solo verso il litorale abruzzese ma anche quello molisano, fino alle coste pugliesi. A guidarli era Piyale Pascià, ammiraglio ottomano al servizio del sultano Solimano il Magnifico. Francavilla al Mare, Casalbordino, Vasto – dove andarono in fiamme Palazzo d’Avalos e la chiesa di San Giuseppe – e la stessa Ortona, con l’incendio della Basilica di San Tommaso, furono saccheggiate senza pietà. L’avanzata trovò però un argine a Pescara, dove i pirati vennero respinti nei pressi dell’allora fortezza dal condottiero Giovan Girolamo d’Acquaviva, duca d’Atri. Oggi, su queste stesse spiagge pacificate, la memoria di quegli eventi affiora come un’eco lontana, intrecciata al rumore delle onde e al passo lento di chi percorre la costa.
L’attacco piratesco non rimase un episodio isolato, ma contribuì a orientare le successive vicende politiche e militari dell’Italia e del Mediterraneo. Quattro anni più tardi, nel 1570, papa Pio V compì in San Pietro un gesto carico di significato simbolico: consegnò a Marcantonio Colonna, duca di Tagliacozzo, uno stendardo rosso raffigurante la Croce affiancata dagli apostoli Pietro e Paolo. Quel drappo non era soltanto un vessillo, ma l’annuncio di una nuova alleanza e di una risposta organizzata alla minaccia ottomana.
L’atto del pontefice anticipava la nascita della Lega Santa e preludeva alla Battaglia di Lepanto, combattuta il 7 ottobre 1571: uno scontro navale destinato a segnare la storia, in cui le flotte cristiane affrontarono quelle musulmane dell’Impero Ottomano per il controllo del Mediterraneo. A Lepanto, per la prima volta, la potenza navale ottomana subì una clamorosa sconfitta, chiudendo simbolicamente una stagione di incursioni e paure che, anche sulle coste abruzzesi, avevano lasciato ferite profonde e una memoria destinata a durare nei secoli.
I pirati dell’Acquabella
Lasciato alle spalle il Lido dei Saraceni, la pista ciclopedonale si infila tra brevi gallerie scavate nella roccia e conduce verso Punta dell’Acquabella. È un tratto che invita a rallentare, non solo per il paesaggio ma anche per le sorprese visive che lo punteggiano: alcuni murales di grande impatto, autentiche opere d’arte a cielo aperto. Qui, nel 2022, lo street artist di fama internazionale Millo ha realizzato due interventi intitolati Dalle Radici al Fiore, un omaggio intenso e poetico alla storia di Ortona durante la Seconda guerra mondiale. Le sue figure raccontano la resistenza della popolazione civile, il ruolo decisivo delle donne partigiane e il contributo fondamentale della Brigata Maiella alla Liberazione
La Riserva Naturale di Punta dell’Acquabella deve il suo nome alla straordinaria limpidezza delle acque e alle numerose sorgenti di acqua dolce che un tempo sgorgavano in questo luogo, oggi quasi scomparse. Un bosco di pini d’Aleppo incorona la falesia, avvolgendola nel profumo intenso della resina, e domina una piccola spiaggia di ciottoli, scogli e grandi rocce di arenaria, che sembrano e disegnare un rifugio naturale, quasi un nascondiglio: non a caso, secondo i racconti popolari, in passato questo era un luogo di approdo e riparo per i pirati turchi.
Come nello storico quartiere di Terravecchia, anche all’Acquabella sorgeva un antico borgo di pescatori, probabilmente risalente al Settecento ma edificato su un insediamento ancora più antico. Le tracce archeologiche rinvenute testimoniano una presenza umana che affonda le radici in epoca preromana, confermando la continuità millenaria di questo tratto di costa.
Nel XVI secolo, a ridosso di Punta dell’Acquabella, si ergeva una torre difensiva nota come Torre del Moro, una delle sedici torri di guardia che costellavano il litorale, collegate tra loro da un ingegnoso sistema di segnalazione a fuoco in caso di incursioni piratesche. La torre fu voluta da Pedro Afán de Ribera, primo duca di Alcalà e viceré del Regno di Napoli. Un apparato difensivo imponente, che tuttavia non riuscì a impedire, come la storia insegna, la devastante invasione del 1566.
Reperti archeologici in esclusiva per Abruzzo storie e passioni
Più efficace, rispetto alle difese costiere, fu l’opera del viceré spagnolo nel campo del collezionismo. Imitando i grandi collezionisti rinascimentali italiani, Pedro Afán de Ribera, insieme al nipote don Fabrizio, approfittò dei suoi incarichi istituzionali nel il Regno di Napoli per accumulare sculture e antichità, destinate ad abbellire la sua sontuosa residenza sivigliana, la Casa de Pilatos, uno dei più raffinati esempi di architettura moresca in Europa. Un trasferimento di opere che racconta, tra prestigio e appropriazione, il gusto e le dinamiche del collezionismo aristocratico del Cinquecento (1).
Il mare dell’Acquabella, del resto, continua a restituire indizi di un passato remoto. Anfore e antiche àncore sono state rinvenute nei fondali, insieme, secondo alcune fonti non ancora verificate, a statuette votive di epoca pagana. Più solidamente documentati sono invece alcuni reperti che abbiamo individuato nelle collezioni del Museo di Santa Giulia a Brescia, rinvenuti nel 1857 durante i lavori per la costruzione della Ferrovia Adriatica: un caduceo in bronzo (V–III secolo a.C.), una freccia di giavellotto subtriangolare, un piede in bronzo, una statuetta virile nuda e una campanella a piramide, tutti databili tra il V e il III secolo a.C.
Le immagini dei reperti, visibili nella galleria fotografica, sono state gentilmente concesse in esclusiva per questo articolo dalla direzione dei Musei di Brescia.
Il Porto e la fuga del re
Oltre alle bellezze marine e paesaggistiche, la ciclopedonale Via Verde di Ortona incrocia inevitabilmente la storia e la memoria collettiva. Durante la Seconda guerra mondiale, le gallerie che oggi accolgono ciclisti, camminatori e turisti furono rifugi improvvisati per la popolazione in cerca di scampo dai bombardamenti e dai rastrellamenti tedeschi. Luoghi di svago trasformati, allora, in ripari di fortuna, carichi di paura e speranza.
La spiaggia della Ritorna e il Lido dei Saraceni distano poco dal Porto di Ortona, oggi scalo turistico e commerciale, il più grande dell’Abruzzo. Fu qui che, all’alba del 9 settembre 1943, si consumò uno degli episodi più controversi della storia italiana recente. Tra gli insulti e la disapprovazione degli ortonesi, il re Vittorio Emanuele III, la regina Elena, il principe Umberto e la corte si imbarcarono in tutta fretta, in fuga da Roma all’indomani dell’Armistizio con gli Alleati. L’accordo, firmato il 3 settembre a Cassibile dal generale Castellano per conto di Badoglio, era stato reso pubblico solo l’8 settembre.
I Savoia giunsero a Ortona da Crecchio, dopo aver trascorso la notte nel Castello Ducale De Riseis–d’Aragona. Il giorno seguente salparono a bordo della corvetta Baionetta, giunta dal porto di Pescara, sulla quale si trovavano già il generale Badoglio e lo Stato Maggiore, a loro volta ospitati la notte precedente a Chieti, nel Palazzo Mezzanotte.
Una targa collocata sul muro della banchina al termine della guerra ricorda ancora oggi quella che molti definirono una fuga vergognosa. Ortona, del resto, porta impressa nella sua storia una guerra tra le più feroci: qui, all’estremo marittimo della Linea Gustav voluta da Hitler nell’ottobre del 1943 per arrestare l’avanzata alleata, si combatté quella che sarebbe passata alla storia come “la piccola Stalingrado”. La Battaglia di Ortona, combattuta casa per casa, lasciò un segno profondo nella memoria collettiva e un tributo altissimo di vittime.
Migliaia furono anche i giovani soldati canadesi, inglesi e del Commonwealth britannico caduti nelle fasi più cruente dei combattimenti, tra la città e le rive del fiume Moro. Oggi riposano tra le alture boscose dell’Acquabella, nel Moro River Canadian War Cemetery in località San Donato, e più a sud, nel Sangro River War Cemetery, sulle colline di lecci di Torino di Sangro.
L’apostolo dubbioso, da Chios a Ortona via mare.
Maioliche dai colori vivaci raffiguranti San Nicola, protettore dei marinai, e la statua di San Tommaso che emerge dalle acque del porto di Ortona vegliano ancora oggi su marinai e pescatori, accompagnandoli simbolicamente in ogni partenza e in ogni ritorno. Il legame tra la città e l’Apostolo affonda le sue radici nel mare: le reliquie di San Tommaso giunsero a Ortona il 6 settembre 1258, trasportate da una delle tre galee comandate da Leone, detto “Acciaiuoli”, provenienti dall’isola greca di Chios. Secondo alcuni studi, il cognome nobiliare di origine fiorentina “Acciaiuoli” sarebbe in realtà un’aggiunta ottocentesca, frutto di una ricostruzione tarda.
All’epoca dell’arrivo delle galee, il porto si trovava più a nord rispetto a quello attuale, in prossimità del Castello Aragonese. Da lì, le tre navi ripartirono per unirsi alla flotta di Manfredi di Puglia, figlio dello Stupor Mundi Federico II, incoronato re di Sicilia nell’agosto di quello stesso anno. Il tutto si inseriva nel complesso intreccio di conflitti e alleanze che coinvolgevano Venezia, l’Impero bizantino e la Repubblica marinara di Genova. In questo scenario, il comandante Leone compì una mossa audace: trafugò le spoglie di San Tommaso dall’isola egea di Chios per sottrarle al rischio delle distruzioni islamiche.
Da allora, i resti dell’Apostolo “dubbioso” sono custoditi nella Cattedrale di San Tommaso, cuore simbolico di Ortona e meta di un turismo religioso italiano e internazionale degno di nota. Tra i primi pellegrini illustri si ricorda Santa Brigida, patrona della Svezia e compatrona d’Europa, che nel 1366 giunse appositamente a Ortona per rendere omaggio al santo.
La tradizione marinara, intrecciata indissolubilmente alla devozione per San Tommaso, rappresenta uno dei tratti identitari più profondi della comunità ortonese. Nel 1919 nacque l’Istituto Nautico di Ortona, intitolato a Leone Acciaiuoli, e nel 1964 sia fu varata la Nave Scuola “San Tommaso”: un moderno laboratorio galleggiante, fiore all’occhiello dell’istituto, simbolo di una vocazione al mare che continua a rinnovarsi nel tempo.
Ortona e Venezia
Antico e intensamente trafficato, il porto di Ortona affonda le sue radici nella storia più remota del Mediterraneo. Il geografo greco Strabone lo chiamava “Porto dei Frentani”, riconoscendone già in età romana il ruolo strategico. Qui attraccarono, nei secoli, navi bizantine, longobarde, normanne, aragonesi e angioine: un crocevia di popoli e di poteri, in cui ogni dominazione ha lasciato un segno tangibile. Ai bizantini si devono le mura difensive, ai longobardi le torri costiere, ai normanni la nascita delle corporazioni mercantili che diedero impulso ai traffici e all’organizzazione del porto.
Non sorprende, dunque, che in questo scalo approdassero anche le navi della Serenissima Repubblica di Venezia, soprattutto in occasione delle medievali Fiere Frentane, in particolare quelle di Lanciano. In quei giorni il porto di Ortona diventava il naturale sbocco sul mare di un’economia vivace, fondata sul commercio di lana, seta e spezie, merci che giungevano in gran parte lungo le vie degli antichi tratturi abruzzesi. Sull’argomento rimando all’articolo “Autunno abruzzese, gli antichi tratturi”, in questo blog.
In parallelo a questi intensi traffici terrestri e marittimi, i veneziani coniarono monete di piccolo taglio funzionali agli scambi quotidiani. Una di esse è stata ritrovata dopo una mareggiata su una spiaggia della Costa dei Trabocchi, tra Ortona e Francavilla al Mare: un reperto suggestivo, forse appartenuto a una nave veneziana naufragata al largo per una tempesta o vittima di un attacco dei sempre temuti pirati turchi. Le immagini della moneta sono visibili nella galleria fotografica, concesse in esclusiva per Abruzzo storie e passioni.
In questo periodo di floride attività commerciali maturò anche una forte rivalità tra Ortona e Lanciano, legata ai dazi doganali e, più in generale, al controllo dell’importante scalo marittimo. La tensione degenerò in una vera e propria guerra, durata ben quarant’anni, che si concluse solo provvisoriamente grazie alla mediazione di una figura straordinaria: Giovanni da Capestrano, frate-soldato destinato alla santità. Per l’occasione, Giovanni celebrò una solenne messa nella Cattedrale di San Tommaso, segnando una tregua che, almeno per un tempo, restituì pace a un territorio segnato da ambizioni, commerci e conflitti.
I veneziani compaiono anche in alcuni racconti popolari a sfondo religioso, dove storia e leggenda si intrecciano in modo suggestivo. Secondo la tradizione, sarebbero stati coinvolti in un tentativo di furto delle reliquie di San Tommaso. Forse la Serenissima non gradì che il capitano Leone, di ritorno da Chios con il suo carico prezioso e sacro, avesse scelto di fare scalo a Ortona anziché a Venezia. Un episodio che richiama quanto accadde, secoli prima, alle spoglie di San Flaviano, patriarca di Costantinopoli, giunte intorno all’anno Mille sulle coste abruzzesi, a Giulianova, a bordo di una nave diretta a Ravenna ma costretta a fermarsi prematuramente da una violenta tempesta.
Ed è ancora una tempesta a fare da protagonista in un altro racconto, sospeso tra cronaca e mito. Nel 1177 il viaggio di papa Alessandro III, diretto a Venezia per incontrare l’imperatore Federico Barbarossa, sarebbe stato interrotto proprio dalle acque burrascose dell’Adriatico. Un mare spesso capriccioso e agitato, che ha alimentato nei secoli credenze e narrazioni simboliche. Non a caso la leggenda vuole che Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, gettasse nelle acque dell’Adriatico un chiodo della Vera Croce di Gesù, affinché i venti si placassero e il mare tornasse alla quiete.
Il Palazzo Farnese e il Corteo delle Tre Chiavi
Il comandante Leone, pur alleato dei veneziani, era con ogni probabilità nativo di Ortona e forse proprio per questo decise di donare alla sua città le spoglie dell’Apostolo di Gesù. Una scelta che, secondo la tradizione, non fu affatto gradita alla Serenissima, al punto da alimentare il desiderio di appropriarsi delle sacre reliquie. I contorni della vicenda si collocano tra storia e leggenda e trovano il loro episodio più celebre in un racconto ambientato nel 1475.
Si narra che alcuni nobili ortonesi, su commissione di un esponente dell’aristocrazia veneziana, tentarono di rubare la chiave della cassetta che custodiva le spoglie di San Tommaso. All’epoca le reliquie erano conservate nel Palazzo Farnese, edificato per volontà di Margherita d’Austria, figlia di Carlo V, su progetto di Giacomo della Porta, architetto e allievo di Michelangelo. Il palazzo sorgeva sugli orti terrazzati vista mare coltivati dai frati francescani, che, contrariati dalla costruzione, finirono per abbandonare Ortona.
Il racconto popolare si tinge di elementi miracolosi: giunti davanti all’urna che conteneva la chiave, i malfattori avrebbero udito una voce provenire dalle reliquie stesse. Era quella dell’apostolo Tommaso, che pronunciò in dialetto le parole “lassa stà”, “lascia stare”. Il furto fallì e le spoglie rimasero a Ortona.
Questo episodio viene ancora oggi rievocato la domenica successiva alla Festa del Perdono, istituita nel mese di maggio in ricordo dell’indulgenza plenaria concessa da papa Sisto IV. In quell’occasione la città ospita il suggestivo corteo rinascimentale delle “Tre Chiavi”, una rievocazione storica che fonde fede, memoria e identità collettiva.
Durante la sfilata, il busto argenteo di San Tommaso viene portato in processione per le vie di Ortona e, giunto al porto, rivolto simbolicamente verso il mare, spesso punteggiato di barche dai colori vivaci. È il momento della benedizione e dell’invocazione di protezione sui marinai, sui pescatori e sull’intera città. Dal mare, le imbarcazioni rispondono all’unisono con il suono prolungato delle sirene di bordo, in un dialogo emozionante tra terra e acqua che rinnova, ogni anno, un legame antico secoli.
Il Crocifisso miracoloso
Un altro racconto popolare, tramandato da secoli a Ortona, intreccia fede, incursioni saracene e il coinvolgimento della città di Venezia. La tradizione narra che nel 1570 un frate di nome Basilio, confessore del monastero ortonese delle monache cistercensi dell’Ordine di San Benedetto, richiamato nella sua città natale, Venezia, portò con sé due preziose ampolle. Le avrebbe prelevate dall’oratorio trecentesco del Crocifisso Miracoloso, annesso alla chiesa di Santa Caterina d’Alessandria.
L’edificio che oggi conosciamo, in forme barocche, fu costruito nel 1631 e custodisce una pregevole pala d’altare di Giovan Battista Spinelli, artista al quale questo blog ha dedicato un articolo di approfondimento. Il frate Basilio condusse le ampolle a Venezia, collocandole nella chiesa di San Simeone Profeta.
Secondo la tradizione, le ampolle contenevano il sangue miracoloso sgorgato dal costato del Cristo crocifisso raffigurato in un affresco quattrocentesco dell’oratorio, che rappresenta Gesù in croce affiancato dalla Vergine Maria e dall’apostolo Giovanni. Il prodigio si sarebbe manifestato durante le ferventi invocazioni delle monache, che pregavano davanti all’immagine affinché l’incursione saracena del 1566 risparmiasse il monastero e la popolazione di Ortona. Il 13 giugno 1566 le suore raccolsero il sangue in due ampolle, destinate a essere custodite e venerate nell’oratorio fino alla loro sottrazione, avvenuta quattro anni più tardi.
Soltanto nel 1934, grazie all’interessamento dell’allora arcivescovo, una delle due ampolle fece ritorno a Ortona. Il 29 giugno di quell’anno giunse in città a bordo del cacciatorpediniere Grado, in un evento che ebbe grande risonanza e partecipazione popolare. Oggi l’ampolla è conservata nella chiesa-oratorio di Santa Caterina d’Alessandria, mentre l’altra è entrata a far parte del Tesoro di San Marco, custodita tra le reliquie più preziose della Serenissima.
I fondali marini
Torniamo al mare ortonese e a ciò che si cela sotto la sua superficie. Negli ultimi anni i fondali della Costa dei Trabocchi sono stati al centro di un articolato progetto di ricerca internazionale, promosso in ambito europeo grazie alla collaborazione tra Italia e Croazia. «Il progetto – spiega ad Abruzzo storie e passioni il biologo marino Dario D’Onofrio – è stato coordinato dall’Università Alma Mater di Bologna, con il contributo di FLAG Costa dei Trabocchi, Regione Marche, Institute of Oceanography and Fisheries (IOF), Association for Nature, Environment and Sustainable Development (SUNCE) e della Contea di Spalato-Dalmazia».
Le indagini hanno restituito un quadro di grande interesse scientifico e ambientale. «Sui fondali sabbiosi prospicienti il Lido dei Saraceni e la Riserva Naturale Regionale di Punta dell’Acquabella, a Ortona, così come nel sito della Foce di Rocca San Giovanni e lungo le falesie di Punta Aderci a Vasto – prosegue D’Onofrio – è stata riscontrata la presenza di praterie e semi-praterie di Cymodocea nodosa. Nel sito di immersione dei Ripari di Giobbe è stato individuato l’ottocorallo Leptogorgia sarmentosa. Di particolare rilievo sono inoltre i dati sulla distribuzione di specie come Sebellaria spinulosa, Cladocora caespitosa (madrepore) e la nacchera di mare (Pinna nobilis)».
«I dati scientifici raccolti, la mappatura e lo studio di questi delicati ecosistemi sommersi – conclude il biologo – rappresentano informazioni preziose per la progettazione di interventi di tutela, conservazione e valorizzazione del litorale marino abruzzese». Un patrimonio nascosto che, una volta compreso, può diventare la chiave per una gestione più consapevole e sostenibile del mare.
La seconda parte dell’intervista dedicata ai fondali della Costa dei Trabocchi, accompagnata da un’ampia galleria fotografica, è disponibile nell’articolo “Vasto e San Salvo, tramonto su Punta Aderci”.
Oltre alle riserve dei Ripari di Giobbe e di Punta dell’Acquabella, lungo la costa incontriamo altre quattro Riserve Naturali Regionali Marine: la Grotta delle Farfalle, tra San Vito Chietino e Vallevò di Rocca San Giovanni; la Lecceta di Torino di Sangro; Punta Aderci a Vasto e il Giardino Botanico Mediterraneo di San Salvo Marina, unica area botanica dunale protetta dell’intera costa adriatica.
Proseguendo verso sud, la ciclopedonale Via Verde ci conduce alla seconda tappa di questo viaggio marino: San Vito Chietino, dove ad attenderci sono il suggestivo promontorio del Turchino e il celebre Eremo dannunziano, sospeso tra mare, poesia e memoria.
Copyright – Riproduzione riservata – derocco.leo@gmail.com – Leo Domenico De Rocco ‐ Tecnico della valorizzazione dei Beni Culturali ed Ecclesiastici Regione Abruzzo ‐ Note e fonti dopo la galleria fotografica







Costa dei Trabocchi, il primo tratto della Via Verde. Castello Aragonese, promontorio della “Pizzuta”; sotto: la spiaggia della Ritorna – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni



















Ortona, Parco delle Dune con un esemplare di Piovanello, simile al Fratino, un piccolo trampoliere che vive nel Parco – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Ortona, Teatro Francesco Paolo Tosti – Foto Leo De Rocco














Crecchio e il suo Castello – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni

Wilhem Kray, Le Sirene, 1874 – Collezione privata






Costa dei Trabocchi, la Via Verde attraversa Punta dell’Acquabella a Ortona – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni





Reperti rinvenuti nel 1857 in località Punta dell’Acquabella Ortona durante i lavori per la costruzione della Ferrovia Adriatica – Foto copyright, per gentile concessione Museo di Santa Giulia Brescia, Archivio Fotografico Civici Musei di Brescia – Fotostudio Rapuzzi – in esclusiva per Abruzzo storie e passioni.


Ortona, la Via Verde attraversa il Lido dei Saraceni – Foto Abruzzo storie e passioni




Ortona, Cattedrale di San Tommaso, il busto settecentesco in argento di San Tommaso e l’urna con le reliquie dell’Apostolo giunta dell’isola di Chios – Foto Abruzzo storie e passioni


Via Verde, Costa dei Trabocchi, Ortona – Il Porto commerciale e il Porticciolo turistico – Foto Abruzzo storie e passioni

Ortona – Porto, la targa in ricordo della fuga del re – Foto Abruzzo storie e passioni

Dicembre 1943, il Royal Canadian Regiment atteaversa un sentiero nei pressi di Punta dell’Acquabella a Ortona – Foto Dipartimento di Difesa Nazionale Archivi Nazionale del Canada



Porto di Ortona – La statua di San Tommaso benedicente, le maioliche di San Nicola e la Nave Scuola San Tommaso dell’Istituto Nautico di Ortona – Foto Leo De Rocco per Abruzzo storie e passioni


Moneta di piccolo taglio coniata nel ‘400 dalla Repubblica Marinara di Venezia ritrovata sulla Costa dei Trabocchi – Collezione privata, per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni




Bassorilievo veneziano di epoca cinquecentesca, conservato nel Museo Diocesano di Ortona, in cui è rappresentato l’arrivo a Ortona della galea con a bordo le reliquie di San Tommaso Apostolo – Foto Leo De Rocco













Ortona – Spiagge dei Ripari di Giobbe e Punta Ferruccio – Foto Abruzzo storie e passioni





Fondali della Costa dei Trabocchi – Foto copyright del biologo marino Dario D’Onofrio / Progetto di ricerca “SUSHI DROP Interreg Italia-Croazia CBC 2014/2020” – Per gentile concessione ad Abruzzo storie e passioni
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